“La vita è un puzzle di tanti pezzi, sparsi. E noi, gli ingegneri, cerchiamo di selezionarne alcuni, di configurare un significato, una struttura, una forma di senso. Con gli indizi che propongo, se il lettore è interessato, si può mettere insieme una presunta biografia. Sono nata a Montevideo, in Uruguay, il 12 novembre 1941 (La città di Luzbel). Ero una bambina curiosa, che credeva che la conoscenza fosse potere, e decise di indagare, da sola, tutto ciò che è umano e divino (La ribellione dei bambini, Il pomeriggio del dinosauro). In seno alla mia famiglia (emigranti italiani arrivati nella Terra Promessa, oltre il Sud) ho imparato molto sulle passioni e sulle delusioni: una famiglia è un microcosmo (Il libro dei miei cugini). Ho studiato musica e biologia, ma mi sono laureata in Letterature comparate: la fantasia mi sembrava un territorio più affascinante di quello delle leggi fisiche. Ero romantica prima di sapere cosa fosse il Romanticismo; amavo le rovine, i giorni di pioggia, le passioni morbose, l’intensità. Quando ero piccola, i miei zii mi portavano al porto a vedere le navi salpare. Mi innamorai di quelle balene bianche, senza sapere che un giorno, all’età di ventinove anni, una nave italiana (perfetta geometria di origine e di esito) mi avrebbe portato in esilio, in Spagna. L’esilio è stata un’esperienza lunga, dolorosa, totalizzante, che non cambierei con nessun’altra… Il mio paesaggio preferito: l’Europa dopo la pioggia…I prossimi paesaggi saranno nuovi.” (tratto dal catalogo della mostra Cristina Peri Rossi: La nave dei desideri e delle parole. Omaggio al Premio Cervantes 2021, organizzata dal Ministero della Cultura e dello Sport spagnolo e dall’Università di Alcalá).
Come poter rinunciare a questo panoramico puzzle della vita di Cristina Peri Rossi? Perché cercare altre parole se già da queste si sprigionano gli umori poetici e letterari di una scrittrice che, per nostra fortuna, viene riportata in Italia dalla casa editrice SUR, dopo 28 anni dalla prima traduzione italiana, curata già da Vittoria Spada per Einaudi. Nel 1983, a 42 anni, Cristina Peri Rossi ha scritto El museo de los sfuerzos inutiles pubblicato in Spagna, a Barcellona, la città da lei scelta nel 1972 per il suo esilio volontario, dove ancora oggi, a 84 anni, vive continuando a considerare la letteratura, la sua patria. Bisnonni genovesi emigrati a Montevideo, è figlia di Ambrosio Peri, operaio in una azienda tessile, che muore quando lei è bambina e Julieta Rossi, maestra. Da gennaio 2025, Il museo degli sforzi inutili, edito nella Collezione SUR, per chi non lo avesse letto in lingua originale o tradotto, ci dà una seconda chance di visitarlo e immergersi nelle atmosfere sospese scolpite da parole taglienti come una lametta Gillette e lenite dal balsamo di altrettante parole umoristiche, oniriche, ironiche, allegoriche, malinconiche e passionali. Trenta racconti in centosessantanove pagine, rappresentano una preziosa occasione per i lettori randagi che invitiamo a scoprire o ritrovare la spiazzante contemporaneità di una scrittrice più che mai in risonanza con le ambiguità, le paure, le insidie, i sogni, i troppo vuoti e i troppo pieni delle nostre esistenze. Non tutto è come sembra ci dicono i personaggi dei racconti di Peri Rossi, ognuno di loro mostra e allo stesso tempo nasconde e ci sollecita, per questo, a scoprirlo, indagarlo, osservarlo, proprio come quando, visitando un museo, tra gli strati e la giustapposizione di oggetti, scorgiamo il senso o il non senso delle storie che sembrano raccontare e che, a ben guardare, sono forse le nostre. Storie pennellate e delicate al limite del metafisico o surreale, giochi di trasparenze che sembrano offuscarsi bruscamente in epiloghi che ci interrogano. Osando chiedere un prestito letterario e cinematografico, con i dovuti distinguo, è alla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti del napoletano Gianbattista Basile e al film Il Racconto dei racconti del regista Matteo Garrone che accosterei la tensione costante, fantastica e irrisolta dei racconti di Caterina Peri Rossi. Anche lei, come loro, ne fa una questione puntuale di stile, di lingua, di sguardo, di immaginario avvicinandosi alla struttura della fiaba senza per questo arrivare a toccare tutte le parti, e non sempre in sequenza ordinata, della Morfologia della fiaba del linguista russo Propp (Equilibrio introduttivo, Rottura dell’equilibrio iniziale, Azioni dell’eroe, Ristabilimento dell’equilibrio). Peri Rossi ci offre la sua versione del meraviglioso anche quando arriva allo scacco finale delle storie o da quello parte per sorprendenti ribaltamenti. Il racconto è stato sin dall’inizio della sua esperienza giovanile di scrittrice, uno dei suoi generi preferiti, pur tornando spesso al romanzo senza scadere, come afferma in alcune interviste, all’eccesso di romanticismo, da cui si ritiene indenne per la sapiente alchimia di ironia, umorismo e tenerezza. Pragmatica e sognatrice allo stesso tempo, proprio come l’autrice stessa descrive Barcellona, la sua città adottiva; ossessiva quanto basta per preservare la pulsione e non l’oggetto della passione, come ha dichiarato a proposito della sua passione per l’esilio, scelto a ventidue anni per sfuggire alla dittatura uruguaiana, sostituito con un’altra dittatura, quella dell’amore.
Prima di partire per l’autoesilio, a Montevideo, aveva pubblicato due racconti, un romanzo e una raccolta di poesie erotiche, Evohé, che aveva scandalizzato la pudica società uruguaiana al punto che la dittatura la proibì. Da allora Montevideo è stata cancellata dalle sue geografie. Oggi, superati gli ottanta, Caterina Peri Rossi sta vivendo una rinascita nella sua carriera e non solo da noi in Italia: nel 2014, Estuario Editora ha iniziato a recuperare le sue opere in Uruguay e a pubblicare anche le sue nuove opere, come il romanzo Todo lo que no te pude decir (Tutto quello che non potrei dirti) e la sua autobiografia romanzata La Insumisa (L’Insumisa). Persino Evohé, proibito e praticamente introvabile, è stato ripubblicato nel 2021 sempre da Estuario, e la copertina è stata riprodotta con il nome dell’autrice sulle t-shirt. Il culmine della rinascita sulla scena letteraria internazionale è stato il Premio Cervantes ricevuto da Peri Rossi a 80 anni nel 2021, diventando la terza scrittrice uruguaiana onorata di tale riconoscimento. A causa di un broncospasmo, non ha partecipato alla cerimonia di premiazione, ma ha inviato un discorso scritto letto dall’attrice argentina Cecilia Roth. La giuria del Premio Cervantes ha riconosciuto “la carriera di una delle grandi figure letterarie del nostro tempo e la statura di una scrittrice capace di esprimere il suo talento in una varietà di generi”. Il Cervantes non è bastato a farla tornare fisicamente in Uruguay, ma in compenso Cita en Montevideo, un bellissimo libro-oggetto recentemente pubblicato, che raccoglie testi, foto e altri documenti esclusivi in una prima versione dattiloscritta e annotata, simboleggia il ritorno della scrittrice sulla scena letteraria e, guarda caso, in concomitanza con le celebrazioni del 300° anniversario della capitale del Paese. Perché scegliere di leggere oggi Peri Rossi? E perché cominciare dalla sua raccolta dei 30 racconti brevi e brevissimi che prende il titolo dal primo, appunto, Il museo degli sforzi inutili, parodia di glorie passate dedicato ai perdenti che hanno seguito invano piccole e grandi passioni e sberleffo ai codici di condotta e alla disapprovazione sociale dell’ozio e dei fallimenti?
Proviamo ad elencare alcuni dei buoni motivi per avvicinare una delle scrittrici dallo stile e dalla storia più personali della letteratura ispanoamericana: originalità, stile narrativo e poetico inconfondibile e anticonvenzionale, scrittura acuta, ritmica e profonda che scolpisce i suoi personaggi, sensibilità fine per i temi universali come la solitudine, l’amore e il desiderio, il potere e la repressione culturale della libertà individuale, onestà e sguardo critico sulla realtà, prosa intrigante, profonda e anche inquietante, amore per le parole al di là delle lingue. Non ultimo, fare ricadere la scelta su una raccolta di racconti così densa, sorprendente, stimolante e breve allo stesso tempo come questa, può rappresentare un modello letterario e un formato di libro adatto a farci disintossicare dalla dipendenza da post e a rieducarci agli stimoli e all’attenzione verso storie di vita che sono anche le nostre e che possono ancora farci meravigliare. Scrollare quotidianamente migliaia di contenuti sui social media sovraccaricando il nostro cervello e anestetizzandolo causa perdita di attenzione e desensibilizzazione agli stimoli e fa saltare i circuiti della dopamina sino ad avere bisogno di stimoli sempre più forti. L’antidoto all’era della distrazione può essere proprio un libro come questo e la scrittrice ne sarebbe fiera, dal momento che qualche anno fa, quando la sua attività pubblicistica era più pressante, si è espressa con forte vena critica nei confronti della nostra dipendenza dalla tecnologia, in particolare dal telefono cellulare. Cristina Peri Rossi, con il suo stile tagliente e la sua capacità di osservazione acuta, ha così fotografato una realtà contemporanea in cui la connessione virtuale sembra spesso prevalere su quella umana e reale: “Il telefonino è come l’orecchio del sordo: lo inserisci nell’orecchio e non lo togli più, a volte neanche quando dormi (conosco persone che non spengono il cellulare neanche quando fanno l’amore – i pochi, rapidissimi momenti in cui riescono a farlo).
L’abbiamo visto in un laccato film americano: il protagonista lavora per una multinazionale molto importante, giace con una bellissima donna in un hotel naturalmente lussuoso, e al momento di scoccare un bacio sulla bocca della diva, il cellulare squilla, l’affare è urgente, la donna aspetta con pazienza, l’amore dura una manciata di minuti, poi il ragazzo si allaccia i pantaloni, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare, soldi, ad esempio.”
Accogliamo dunque il monito della Peri Rossi e leggiamo Il museo degli sforzi inutili per contrastare la perdita di contatto con le emozioni autentiche e le relazioni umane significative, affinché non tutti gli sforzi diventino inutili e, leggendo oltre i social, si torni a prendersi cura ‘della fugace memoria dei vivi’.
Rita Mele
Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare
“Gotico salentino” è un romanzo che unisce la tradizione del gotico con l’attualità di tematiche come il transfemminismo, l’intersezionalità e il queer, raccontando la storia di Filomena, una “medium di provincia” che eredita una casa infestata nel Salento. Marina Pierri, laureata in semiotica, studiosa di narratologia e cofondatrice del Festival delle Serie Tv, utilizza in questo suo primo romanzo una struttura epistolare e una scrittura che mescola l’italiano al dialetto di un Salento, aspro e cupo, dove gli spettri sono parte della vita quotidiana. Nell’intervista del nostro Gabriele Torchetti, la Pierri parla anche d’altro, dei suoi lavori precedenti, della Lila della Ferrante, della Serao e della Ortese, di Poe e delle sue autrici preferite del genere gotico e horror: Mary Shelley e Shirley Jackson. Su tutto questo la Puglia e la memoria di palazzi e campi assolati del Salento.
Ciao Marina e benvenuta a il Randagio, prima di tuffarci nel gotico salentino facciamo un passo indietro e torniamo a Lila (Giulio Perrone Editore), hai scritto “questo libro è il mio esorcismo”. Perché hai scelto di scrivere un saggio su una delle due protagoniste della tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante? Il sottotitolo del libro è Attraverso lo specchio, qual è il riflesso finale che hai voluto lasciare ai tuoi lettori?
Potrà sembrare paradossale considerato il genere e la fama de L’amica geniale, ma io credo sia stata proprio Lila a condurmi per mano verso il mio primo romanzo. Lila è gotica: è lo spettro – erede del decadente e del misterioso di Matilde Serao, nonché del fantastico di Anna Maria Ortese – che si aggira su Napoli all’inizio e alla fine della tetralogia che, assecondando il movimento tipico della epopee, disegna e segue una spirale. Come la dea Ecate, dopo la sparizione di Tina Lila riceve doni oscuri dalla comunità del paese, al limite del sacrificio, e come fosse una medium ascolta le fondamenta della città, il passato impenetrabile e inconoscibile che tuttavia è in grado di interrogare tramite l’inquietudine che fa parte del suo corredo archetipico di personaggio. Del resto, ho maturato l’idea che vi sia un significato metanarrativo negli episodi di smarginatura di Lila: nel mio breve saggio la descrivo come glitch, come improvvisa percezione di precarietà del sistema-Rione che è in sé un teatro, una scenografia. Ho voluto scrivere di tutto questo perché sono laureata in semiotica, e pochi romanzi mi sono apparsi semioticamente più densi de L’amica geniale.
Sei studiosa di narratologia, cofondatrice di FeST – Il Festival delle Serie TV che ora «rinasce» nel Milano Film Fest, insomma sei una vera e proprio esperta del linguaggio seriale e della sua continua evoluzione, a questo proposito mi vengono in mente le tue pubblicazioni per Tlon. EROINE – come le protagoniste delle serie TV possono aiutarci a fiorire, è un titolo eloquente che non richiede molte spiegazioni, la domanda è: come si sono evoluti i personaggi femminili seriali negli anni? E hanno contribuito in qualche modo alla causa femminista?
Certo, hanno contribuito enormemente, ma non c’è unidirezionalità: i movimenti femministi hanno informato e informano la scrittura di molte serie ed eroine, così come i movimenti femministi sono informati dalle serie e dalle loro eroine. Le storie per qualsiasi mezzo (romanzi, serie, film, videogiochi) non fanno altro che mostrare la strada verso la trasformazione e il cambiamento, ed è per questo che non solo le amiamo, ma ne abbiamo bisogno. La trasformazione è un lavoro sporco, non sempre ci accorgiamo di quanto leggere, guardare o giocare ci dia una mano a mettere in atto delle strategie utili a diventare chi desideriamo essere. In questo momento specifico, tuttavia, credo che il cinema e i videogiochi abbiano potenzialmente una marcia in più rispetto alle serie, che vivono un momento complicato dettato da una costellazione di fattori, primo tra tutti il test dei modelli di business dei vari broadcaster (mi riferisco a Netflix, Prime Video, AppleTv+, eccetera). Eroine, del resto, è un saggio di cinque anni fa, e credo oggi sarebbe possibile scriverlo, ma il vento di freschezza che lo ha ispirato ha cessato di spirare, ahinoi. Per il momento. Sì, credo sia una fase. Passerà.
Gotico salentino (Giulio Einaudi Editore) segna un passo avanti nel tuo percorso di scrittrice. Com’è arrivata questa storia, quanto c’è di te in Filomena Quarta protagonista del romanzo e perché hai scelto di ambientare questa avventura in Puglia, nel Salento?
Una parte della mia famiglia è salentina; come racconto spesso, il mio trisavolo Giovanni Pasca è stato il primo concessionario delle terme di Santa Cesarea e ha fatto erigere uno straordinario palazzo eclettico nel quale non ho mai avuto il privilegio di entrare, perché è stato venduto all’asta dal mio bisnonno. Credo ci siano poche circostanze più inerentemente gotiche dell’aver perduto un gigantesco maniero ben prima che nascessi, lì dove la memoria degli antenati appare sigillata, o quasi sigillata. Peraltro, sono cresciuta in Salento e continuo a crescere in Salento. Forse per questo Gotico salentino è anche un romanzo generazionale, che spera di rappresentare i turbamenti di chi ha quarant’anni al di fuori delle retoriche un po’ usuali circa la «risoluzione» della propria vita. Le campagne assolate del Salento sono mutanti: nella notte si tramutano in un coacervo di rumori e ombre di complesso discernimento, ma soprattutto di indubbio fascino.
Come in tutti i gotici che si rispettano le ambientazioni sono molto importanti: un paesino nei pressi di una palude, una vecchia casa decadente, una piccola comunità rurale sospesa tra presente e antiche credenze folkloristiche e superstizioni. Hai “studiato” o sono luoghi che in qualche modo ti appartengono?
Sono, da sempre, molto appassionata di genere. Il gotico è stato il mio ingresso nel genere quando ero davvero una bambina, proprio nella casa dei miei nonni dove ho letto per la prima volta La caduta della casa degli Usher di Edgar Allan Poe. Adoro anche la fantascienza, il fantasy, il giallo, il romance. Mi interessa la codifica del genere, di tutti i generi che sono costituiti da qualcosa di simile a mattoncini di Lego da combinare e ricombinare a proprio piacimento, sovvertendo i cosiddetti «luoghi comuni» propri di certe narrazioni, oppure rispettandoli. In Gotico salentino appaiono di proposito una pletora di elementi tipicamente gotici, alcuni dei quali da te menzionati. Aggiungerei un’enfasi su chi lavora alla e nella casa infestata, il gargantuesco tema della memoria famigliare degli avi, ovviamente gli spettri. Dopo Gotico, sempre per Einaudi, ho scritto una sorta di manuale di istruzioni del romanzo, che si intitola proprio Spettri. È un Quanto, dunque una pubblicazione unicamente digitale, ma lì ho provato a passare in rassegna i tipici tratti del gotico, specialmente di quello ottocentesco cui la mia storia si ispira più di tutto.
A proposito di gotico e horror, Filo è una “medium di provincia” evoca fantasmi a sua insaputa: alcune presenze sono inquietanti altre invece decisamente confortanti. Vuoi dirci un po’ chi sono le co-protagoniste (vive e morte) di questa storia?
In Gotico ho evocato (in modo audace, suppongo!) le regine del genere, Mary Shelley e Shirley Jackson. Sono tra le mie scrittrici preferite, e ho condotto un lungo lavoro di documentazione biografica cercando di restituire loro una presenza attuale, sebbene nel romanzo appaiano nella forma di fantasmi (o fantasime, per meglio dire). Shelley e Jackson condividono, faccenda curiosa, alcune circostanze biografiche come la presenza di mariti difficili, ingombranti, spesso tirannici eppure amati, difficili da lasciare andare. E un atteggiamento verso la maternità che si è concretizzato in maniera diversa per l’una e per l’altra. Tra le co-protagoniste vive c’è Alba, la migliore amica di Filomena, su cui torna tra poco.
I fantasmi del tuo romanzo non sono soltanto presenze dall’aldilà ma anche segreti e verità che portiamo dentro.
È sempre vero, nel gotico, o quasi sempre vero. In Spettri ho delineato la mia teoria della casa infestata come archivio, mutuando a mia volta una celebre teoria del filosofo Jacques Derrida – il cosiddetto mal d’archivio. In brevissimo, secondo Derrida ogni archivio è abitato da una pulsione di morte che si traduce in una resistenza all’ordine generato attraverso un criterio e interpretabile secondo una legenda. Per consultarlo, si chiede all’archivista. Ma nella casa infestata l’archivista esiste senza esistere, è lo spettro; nella casa infestata la memoria è ribelle e ambivalente, desidera e non desidera essere conosciuta e interpretata. Per questo la casa spaventa, si fa sentire, si rifiuta di scomparire così come chi non dovrebbe abitarla più da un pezzo, eppure la abita. La casa infestata è narcisista. Naturalmente, lo stesso Gotico salentino è fondato sul mal d’archivio.
Il tuo è anche un romanzo epistolare, ogni capitolo si apre con una lettera destinata a una Dottoressa…
Sì, nella tradizione del gotico classico e del romanzo d’appendice. È una maniera per restituire l’immediatezza quasi diaristica dell’esperienza di Filomena nella Dimora Quarta, ma c’è anche un’altra ragione. Gotico richiede una notevole sospensione dell’incredulità, come tipico del genere, ma è radicato nell’archivio stesso, nella necessità di mettere ordine razionale nella propria vita; nel proprio passato, presente, e futuro. In questo senso, Filomena poteva essere una classica narratrice inaffidabile – ma non lo è. E non lo è perché è seguita, sebbene a distanza. Nelle prime bozze del romanzo la psicologa rispondeva, più tardi abbiamo optato per l’attuale silenzio oracolare (come lo descrive Filomena stessa) che lasciava maggiore spazio all’immaginazione. Ci sono anche altre ragioni per la presenza di una psicologa in Gotico, ma non voglio guastare l’eventuale piacere di leggere i ringraziamenti
Veniamo a questioni che ci stanno a cuore, femminismo intersezionale e queer, sono presenti questi temi nella tua narrazione?
Parto dall’idea che non esista gesto non politico, e dunque non possa esistere un’arte non politica o separabile dall’artista. Gotico è un romanzo transfemminista e intersezionale perché il mio orientamento è transfemminista e intersezionale. Il gotico è un genere molto elitario: racconta di persone ricche e sospettose, vittime di invidia e rabbia sociale, in molti casi. Intersezionalmente, un lavoro sul privilegio nel gotico era inevitabile ed è un aspetto su cui mi sono concentrata molto, tra gli altri; l’ho fatto anche grazie all’aiuto della sensitivity reader Biancamaria Furci. C’è poi l’orientamento di genere: Filomena è bisessuale, il Santo è un uomo apertamente gay, Alba è una persona lesbica non binaria, Antonio contraddice i diktat del macho mediterraneo. Mary Shelley era probabilmente bisessuale e da qui origina il giro di vite fondamentale della trama del romanzo. Shirley Jackson aveva un rapporto oscuro e complicato con l’omosessualità, che tuttavia credo informi profondamente la sua scrittura. Insomma, sì, assolutamente sì: non sarei capace di scrivere nulla che non sia transfemminista, intersezionale e queer perché tutto quello che ho fatto e faccio si fonda sui medesimi pilastri.
Gabriele Torchetti
Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.
the capture the rapture the rupture of a soul ( Sarah Kane)
Il libro, tra i mille esposti sugli scaffali di una libreria, sta lì nascosto e divorato da altri libri che si accasciano l’uno sull’altro, senza tregua, in una babele di colori e dimensioni. Mani distratte a volte lo toccano, lo sfiorano per poi lasciarlo ricadere, attratte da altro. Eppure, quel libro è un piccolo scrigno pieno di gemme fatte di parole e suoni, di alchimie intense come i profumi della lavanda e delle rose.
Lo sa chi ne ha seguito il farsi pagina su pagina, e da allora, passando da sguardo a sguardo, ha deciso di prendersene cura; quel libro pian piano emerge dal buio silenzioso, comincia a girare tra mani pronte a sfogliarlo, a segnarlo con matite variegate, pone domande in cerca di risposte. La sua strada viene protetta dal tam tam delle lettrici (tante) e dei lettori, dagli incontri nelle piccole librerie e da recensioni che si affollano liete di dar vita a un banchetto dove le parole invitano ad addentare i mille strati su cui poggia il romanzo.
Io, da lettrice appassionata, le colleziono, quando, terminato il libro in solitudine, avvolta nel silenzio notturno, desidero riattraversare il testo lasciandomi guidare dagli sguardi di lettrici appassionate con le loro mille sottolineature, angolazioni sghembe, passaggi preziosi, punti di fuga, pennellate di dolore, buio e luce, rosso e bianco, vita e morte. Con loro posso riabitarlo, così come in una nuova casa si prova gioia a legare oggetti della vecchia abitazione con nuovi, scelti con cura, per farla propria e starci comoda.
L’ultima pagina di Padre terra si è chiusa tra le mie mani.
Riordino, veloce, le note appuntate sui fogli volanti, è tempo che io scriva.
È tempo che io fissi il flusso dei miei pensieri, Padre terra aspetta le mie parole (mi piace pensare)
Attende la mia lettura (mi piace pensare).
Sa di avermi travolto di domande (mi piace pensare).
Sa che ho cercato le risposte radicandomi nella mia storia (mi piace pensare)
Sa che tenterò di dar vita a una trama a maglie larghe dove l’arte di tessere fili, riannodandoli, non più scollati tra loro, renda possibile mille e mille riletture preziose, simili ad arazzi in fieri (mi piace pensare).
Primo filo: il luogo dove la storia si dipana
Siamo in un piccolo paese del Polesine, lungo le sponde del fiume Adige; un mondo contadino, con i suoi riti legati alla campagna, i lunghi inverni freddi e le estati torride, lo abita. Giovani e vecchi si muovono attraversando la piazza del paese vociferando notizie liete e brutte, animando chiacchiericci malevoli e benevoli, piangendo i morti e festeggiando matrimoni. Tra questi quello di Rosalba e Primo, due giovani, simili a tanti altri, ligi ai comandamenti e alle usanze della comunità. Ma, perché ci sia una storia da raccontare, un evento deve cambiare il lento scorrere uguale della vita: la disperazione in cui cade Rosalba, per l’attesa spasmodica di un figlio che sembra non voler mai arrivare, fermerà la ruota ciclica del tempo invertendone la direzione.
Secondo filo:Rosalba, la Botanica
Una donna è al mondo per generare figli, nutrirli e farli crescere da buoni cristiani: lo dice il parroco dal suo pulpito domenicale, lo ripetono tra loro le donne del paese che aspettano, cianciando, la notizia che Rosalba non poteva dare. Il suo utero si ribellava ogni mese alla legge che lo voleva gravido, continuando ad espellere sangue rosso e vivido, a bagnare, in segno di sconfitta, i panni che volevano restare bianchi a festeggiare l’impianto di una vita; più il tempo passava, più il suo essere infertile “era ancora peggio di una gamba storta o di un braccio monco”.
Inutile provare preghiere, digiuni e riti, visitare chiese e cattedrali, far dire messa, seguire i precetti della liturgia agreste, dal rito del Corpus Domini alla preghiera dell’Erbo divino. Il miracolo non arrivava, mentre, crudeli, si affacciavano i bisbiglii del paese, le voci maligne rimbalzavano, schiacciando i due sposi sotto il peso di un giudizio che li crocifiggeva all’infertilità.
La linearità della storia, ancora una volta si interrompe, un punto di fuga spalanca una prospettiva altra: la ribellione imprevista di Rosalba al destino che la vuole non madre. Andando contro i dettami della Chiesa e le paure di Primo, la giovane sposa si affida alle pratiche della Botanica, accusata dal paese di essere una striae, condannata per questo a girare raminga nel paese in cerca di cibo e alloggio. Sarà lei a rivelarle che è il sangue mestruale, quel flusso rosso, interpretato stoltamente come radice di prodigi negativi, a generare la vita, una volta innestato nel grembo materno, insieme a una mistura di erbe sapientemente mescolate. Prima di agire sull’umano è necessario, però, saggiarne la forza attraverso un rituale con regole precise da seguire: piantare intorno alla casa dei gerani rossi e testare su di essi la vitalità del sangue. “Se il sangue mestruale fosse stato buono, fertile, le talee nuove avrebbero attecchito gerani… gerani regali, gerani parigino, gerani odorosi con le piccole foglie frastagliate e aromatiche, ma tutti i fiori dovevano essere rossi come il sangue”.
La forza oscura della natura risponde, Rosalba resta incinta. Il paese si rallegra “non ravvedendo più stranezze in quel matrimonio che finalmente stava portando frutti”.
Non si aspetta altro che il momento del parto.
Ed è qui che Barbara Buoso ci colpisce violentemente, non grida di gioia, non fiori al Signore per celebrare la nascita, non fiocchi colorati sulle porte del paese ma scene cruente dove il corpo della madre si sgretola, si spacca, si contorce, maciullato in un’oasi di dolore senza fine. L’umano si fa animale, la bocca si storce in “un barrito strozzato e perdurante che negli acuti somigliava a quello del falco che suo padre, quando lei era bambina, teneva prigioniero, legandogli una zampa, e che si era dimenato fino a strapparsela”.
Il rosso si riprende la scena; quel rosso, cancellato dagli scampoli dei panni issati al sole ogni mese come una sconfitta, splendente nei gerani che incendiano anche in pieno inverno la casa, ora svuota il corpo materno, bagna le candide lenzuola stese sul letto per accogliere la vita. “Talvolta si nasce nel sangue, quando il sudario di una donna che mette al mondo un altro essere umano diviene il suo ultimo giaciglio”. (Alessandra Pigliaru)
Rosalba e la Botanica fluiscono via dal racconto lasciando visibili le loro tracce nella parete rosso fuoco che cinge la casa. Primo e, con lo scorrere del tempo, il figlio Giovanni, la proteggeranno dai venti, dal caldo, dalla neve perché possa raccontare di un incantesimo nato tra due donne lontane, per la loro storia, l’una dall’altra.
Entrambe hanno saputo porsi in ascolto, tessendo una relazione silenziosa fatta di gesti e pratiche millenarie affondanti le loro radici nel linguaggio segreto della natura. Entrambe, nella tensione di potersi dire, una come madre, l’altra come guaritrice, hanno agito senza arretrare, abbattendo ogni tradizione.
La Botanica, stando salda nel suo sapere che affonda le radici in lontani culti trasmessi da donna a donna, lungo un matriarcato di cui si sono perse le tracce, non si è sottratta alla richiesta di aiutare a mettere al mondo una vita. In questo “maneggio di ardimentosa complicanza” il grembo femminile è posto al centro, in continuo dialogo con la natura che lo irrora e nutre. Rosalba ne accoglie la forza, il suo corpo si lascia spossessare, diventa ventre gravido e mammelle turgide, destinate a dare nutrimento.
Ma le due donne sono destinate a non pacificarsi con il loro desiderio; Rosalba scivolerà nella morte e la Botanica, sottraendosi alla furia del paese che la riteneva unica responsabile, riprenderà la sua vita randagia.
Terzo filo: Primo e Giovanni.
La morte di Rosalba, la scomparsa della Botanica consegnano definitivamente il bambino alle braccia di Primo, rimasto solo ad allevare Giovanni, dopo che il paese e anche la nonna materna lo hanno rifiutato ritenendolo frutto di un sortilegio diabolico.
Primo sarà padre ma anche madre. Affettività, cura, accudimento, tenerezza, tutta la sfera del materno sarà accolta da lui; imparerà ad allattarlo “con le maniche della camicia arrotolate, prendeva un asciugamano pulito, se lo metteva sulla gamba e poggiava il piccolino nell’incavo ulnare, quell’ansa naturale che pareva la curva dell’Adige… poi prendeva in bocca il ciuccio del biberon per scaldarlo prima di darlo al piccolino”; a sussurrare nenie, ricamando “sillabazioni onomatopeiche buffe” suggeritegli dal borbottio della pancia, satura di cibo, del piccolo. Saprà pian piano come e cosa insegnargli cercando nella natura la grammatica da trasmettere al figlio riconnettendosi a quel sapere trasmessogli da un padre silenzioso e severo“in quell’incessante discorso che il creato fa ad ogni uomo e che spesso, presi dalla foga della vita, in molti non percepiscono più”. Seguire l’alternanza delle stagioni, curare la terra e i suoi frutti, rispettare i cicli della vita, ascoltare le voci che animano il paesaggio, i richiami e il cicaleccio degli uccelli, lo strisciare degli animali sull’erba, la pazienza e la fatica dell’aratro che avanza rivoltando le zolle, diventa il modo in cui, giocando, Giovanni conosce il mondo. Se il padre gli insegna presto a usare la lingua “legata ai bisogni primari dello stare al mondo come mangiare, dormire e lavorare la terra”,lui tieneper sé l’altra linguaquella con cui dialoga con la madre, ritrovandola nel gorgheggiare delle anatre, nel lamento delle lepri, nel fruscio del vento. “Gli era stato dato in sorte di continuare a percepire l’amore di sua madre attraverso la terra, avvertendo ad ogni istante la gratitudine di essere lì, al mondo”. La madre, però, ha scelto di abitare “in alto molto più in alto dell’ultimo piolo della scala” e Giovanni è certo che lassù, da sola, si annoiava. Come raggiungerla per strapparle un sorriso? Forse basta alimentare un boato tanto forte da salire in cielo e farle visita. Così, in segreto, ogni sera, Giovanni si esercita a far esplodere bombolette spray e aspettare il giorno dopo, per scavare, tra le carcasse annerite, una traccia.
Un rito consolatorio e salvifico, una corda tesa tra cielo e terra.
Quarto filo: la violenza dei bulli, l’uccisione del maiale, Michele.
Nell’assumere simbolicamente la funzione materna, Primo ha impedito a Giovanni di assumere una virilità prevaricatrice e violenta, coltivandone la tenerezza e l’ascolto. Scelta che destina entrambi all’esser strano, folle e straniero per la comunità di uomini e donne del suo paese: un padre che è madre al contempo, un bimbo che parla con le piante, il vento, gli animali, due creature mosse e animate dalla cura verso ogni cosa che li circonda.
Ma la violenza del mondo degli uomini bussa presto, non fa sconti.
Barbara Buoso declina le stazioni del dolore, ricordandomi quelle che Cristo scala nella sua salita al Golgota o gli intoppi dei grani del rosario cantati in maggio; ogni scalino, ogni pausa cantata, la scuola, l’uccisione del maiale, la tenera amicizia con Michele le saliremo, le canteremo con lui.
Ogni tappa ci rimanderà un mondo stupido che parla la lingua dell’ignoranza e della brutalità. Un mondo impermeabile che resta sbigottito ogniqualvolta padre e figlio sapranno agire scoprendo una possibilità altra di esserci.
Le stazioni del dolore muovono dalla scuola: un luogo dove Giovanni non verrà mai accolto per il suo essere fuori da ogni schema di mascolinità tradizionale, per il suo amore per la scrittura, capace di volare oltre le parole consumate dall’uso, per librarsi, alla ricerca delle corrispondenze, nelle creature che abitano il mondo umano, vegetale, animale.
Quando, in palestra, giunto alla scuola superiore, Giovanni, come Cristo in croce, verrà picchiato e denudato, non si difenderà ma ergerà il suo corpo fragile e nudo come unico scudo ai colpi violenti che cadono a pioggia su di lui “«Su, datemene ancora». Giovanni scoppiò a ridere, di un riso che gli partiva dal profondo, dai gerani piantati davanti a casa, dal maiale che urlava disperato prima di morire, dal mistero attorno alla fine di sua madre una risata i ragazzi si fermarono stupiti: quindi era vero che era matto. Non serviva opporsi agli eventi la sopraffazione era nell’ordine naturale delle cose”.
I compagni, incapaci di schiodarsi da una mascolinità tarata, che li rende forti solo se raccolti in gruppo, lo tacceranno di esser matto perché la follia, si sa, non fa male, non smuove domande, basta solo tenersene alla larga.
La seconda stazione arriva ancora più dolorosa. Giovanni deve uccidere un maiale secondo un rito di iniziazione che ogni ragazzo del paese, compiuti i 13 anni, era spinto ad affrontare per diventare uomo e guadagnarsi un nome tra gli adulti.
Primo, stavolta, si muove lungo il tracciato disegnato dalla comunità; troppo forte risuonava in lui la memoria dei gesti tracciati dal padre, appresi da piccolo, seguendo una pratica collettiva dove ogni movenza rinviava ad un sapere antico, dove ci si riuniva“per condividere anche solo un osso, parte della cotenna, una zampa”. Si faceva festa, si cantava tutti insieme e si celebrava la morte che donava la vita. Giovanni, Primo ne era certo, non poteva sottrarsi alla prova, doveva mettere a tacere una volta per tutte le voci sulla sua strana nascita ed entrare a far parte del mondo degli adulti
E Giovanni? “Non voleva dargli un dispiacere, si rendeva conto di quanto avesse sofferto per le malevoci sulla sua nascita […] e, di quanto lo ferisse, in chiesa, trovarsi davanti a persone che si facevano il segno della croce vedendoli”.
I giorni che precedono il rito passano in una quiete irreale materiata degli oggetti e delle pratiche necessarie per dare la morte:
La meticolosità degli atti da compiere per uccidere il maiale ricordano a Giovanni quelli del parto: “il riscaldamento dell’acqua, la predisposizione della pila di panni bianchi immacolati, le bende da marchese stirate. Al posto della levatrice un norcino”. Una similitudine dolorosa con cui riporta se stesso a quel momento preciso in cui, lanciando il suo primo vagito, portava alla morte la madre. Chissà “se sua madre sul letto di morte, all’idea di poter salvare almeno il bambino, si era sentita come il maiale, pronta a morire sapendo che quel suo gesto le avrebbe garantito il paradiso”. Una delle tantedomande senza risposta che si agitano nella mente di chi attraversa la vita da orfano e portatore di morte insieme.
Quando il sangue che svuota la vita rioccupa, prepotente, la scena e l’accoratoio lungo e appuntito sarà stretto tra le sue mani, Giovanni si ritrarrà, rifiutandosi di compiere un sacrilegio. “Le fronde degli alberi piangenti non gli avrebbero più sussurrato parole, si sarebbero ammutinate, le spighe del grano maturo non avrebbero più palpitato, al calar della sera”.
Ancora un punto di fuga, ancora una prospettiva imprevista, una rottura silenziosa contro la violenza degli uomini, una nuova nascita. “Lì, il seme della cura di Primo si spacca e Giovanni assieme alla storia inizia a cercare la sua fioritura: lì Giovanni si rivela e di lì si rinnova, irradiandosi in ogni direzione”. (Silvia Belcastro)
La terza stazione si srotola seguendo l’amicizia nata sui banchi della scuola media tra Giovanni e Michele, un ragazzino isolato da tutti, perché fratello di un poco di buono, finito in carcere per spaccio di droga e lì ammazzato in modo misterioso. “I due si capirono subito nei reciproci silenzi… a vederli sembravano due fratelli, come fossero nati da una nassa in mezzo all’acqua, e, come pescigatto con le pance rosolate dal sole guizzavano lesti verso la giovinezza, che pareva essere il loro unico destino”.
Gli sguardi degli uomini del paese cominciano a seguirli mentre leggeri, sfiorandosi appena, si lanciano spensierati a correre nei campi, in una infanzia che vibra verso l’adolescenza, “coi loro volti color miele, coi piedi liberi da lacci e impedimenti, le mani a raccoglier foglie come fossero coriandoli”.
Gli sguardi diventano bocche che vomitano parole tremende “quei due cueatìna si nascondevano nei campi per fare balletti da femmine in calor”.
L’abbracciarsi, il mettersi le mani addosso nella lotta affannosa dei corpi, il correre nei campi lì dove, invece, doveva aver spazio solo la fatica del vivere era una stranezza da condannare. Toccava al padre di Michele raddrizzare ciò che andava raddrizzato: con la stessa violenza con cui, con l’incudine e il martello, si mettono a posto i chiodi storti, andava estirpata quella amicizia fuori natura, andava tagliata ogni relazione mandando la feminèa a lavorare in Grecia sotto padrone: lì, lavorando fino allo sfinimento, si tornava uomini.
Michele, prima di partire, saluterà il suo unico amico con parole impetuose e cariche di sogni, quasi a rassicurare se stesso, lanciato ragazzino in un mondo di adulti, sconosciuto: la loro amicizia non avrà mai fine, dirà, accumulerà tanto denaro da poter comprare in Grecia una casa dove accogliere le persone a lui care, una casa come porto sicuro, lontano da ogni mareggiata, dove accudire, dar da mangiare e vivere felici.
A Giovanni le parole suoneranno, invece, come “il vento cattivo di tramontana, o le nuvole minacciose che portano la grandine… però quelle di Michele erano parole umane, uscite dall’alfabeto… parole imparate per poter fare del bene, per esprimere amore, amicizia, bellezza, e che ora gli stavano portando dolore: erano parole che non capiva e non avrebbe mai compreso”.
Michele tornerà.
Ma, vuoto di parole e con un gesto da portare avanti: chiudere la vita dell’uomo che pretendeva di esser chiamato padre.
Su quella famiglia c’è davvero la maledizione del diavolo, commenterà sbigottito il paese, incapace di dare un nome altro all’accaduto.
Ma era maledizione o violenza perpetrata in silenzio? Bastava alzare lo sguardo e soffermarsi sul corpo di Michele per trovare una risposta.
La sua pelle, non più color del miele ma incendiata dal sole, raccontava l’orrore dello sfinimento nei campi, la solitudine di una adolescenza bruciata lontano da casa, sotto il segno di una sofferenza continua. E il padre, di quei segni, ne era stato fiero: di quelle stigmate doveva ringraziarlo, aveva detto, perché solo spaccandosi la schiena si imparava a stare al mondo.
Quando Michele lo colpirà al cuore e alla gola, muovendosi in un silenzio assordante, come in una placenta lattiginosa, pronta a nutrire la sua ribellione, il sangue del padre schizzerà impetuoso, gorgogliando sulle pareti della cucina, come il sangue del maiale che esce, impetuoso, nel rito che porta alla vita adulta. Perché i ragazzi, diventati adulti, sanno uccidere senza un briciolo di tremore, quando la violenza di chi ti ha messo al mondo e dovrebbe proteggerti, ha bruciato ogni sogno di vita futura.
“Caro Michele, sono il tuo amico Giovanni. Come stai?”.
Così scriverà a Michele, rinchiuso in carcere, ricucendo il filo strappato.
Sono il tuo amico: una rete di connessioni di consonanti e vocali che sanno di gioco, di corse, di capriole infinite, di attesa, di fiducia, di gelati guadagnati dopo un giorno di lavoro nei campi.
E poi, ancora quasi a voler rompere le sbarre che lo inchiodano per sempre all’impotenza del movimento, — la meraviglia dei suoni, quelli condivisi nella loro estate, “i suoni non si possono imprigionare… se ti metti all’ascolto puoi sentirli. Strisciano sotto le porte, si infilano negli ingranaggi delle serrature, più sottili della sabbia del mare, e ti portano ciò che non puoi raggiungere. Pensa che meraviglia. Frush, frush, frush, frush, frush. (Ti lascio qui il rumore del vento)”: parole salvifiche parole àncora a cui legarsi per risalire a quella luce, che simile a un puntino luminoso fa capolino dal buio profondo.
Quinto filo: la struttura musicale
Sui suoi quaderni che si allineano preziosi, Giovanni racconta di sé e del suo mondo. Scrivere, ha scoperto nei suoi primi passi scolastici, è incidere segni sulla pagina bianca, intaccare la superfice scura della lavagna con il gessetto. “Alla mattina le lavagne erano bellissime, nere immacolate, con tutti i segni ancora da scrivere, tutte le parole ancora da dire; erano come i galleggianti che progettava per comunicare con sua madre, erano le lenze che avrebbero percorso i cieli permettendo alla voce di rendersi udibile all’orecchio umano”.
Una volta catturata, Giovanni la muove su terreni inesplorati; tradurre i suoni che la natura produce e che l’uomo non sa più udire, travolto dal travaglio, dalla fatica dura e inclemente che la terra richiede per sfamare e sfamarsi dalla terra.
Nel dialogo incessante tra sé e i suoi fogli, annota suoni, onomatopee di lingue sconosciute e, come Pollicino seminava le briciole di pane per ritrovare la strada giusta verso casa, noi seguiremo l’alfabeto creato da Giovanni per non smarrirsi nel nido sicuro della voce del vento, delle foglie che si muovono, degli innumerevoli richiami degli animali. “Fruscio del vento tra i rami di un albero in piena estate quando lei mi vuol fare una carezza: frush, frush, fruuuush, fruuuuusf. Frustata di vento che, improvviso, chiude una porta: stonk. Gioia di una porta che si apre: iupp! Ululare del vento quando la sera si è a letto e c’è un po’ di paura: swoosh, swoooooh, swoooooosch …”.
Una partitura musicale, in cui tutto ciò che fluisce, rimbomba producendo meraviglia.
Una lingua che restituisce l’ascolto, prima ancora del nominare.
Una lingua faticosa da scovare, senza la quale il creato non avrebbe più parola.
Una lingua dell’infanzia, aurorale, capace di volare, di entrare profondamente in noi, di creare un incontro, di riportarci a quella matrice antica, la cui origine dimenticata riaffiora a chi sa prestare ascolto.
Sesto filo: la morte di Primo, la scoperta dell’amore
“Papà non riesco nemmeno a descrivere lo sfacelo della mia vita senza di te”.
Affiora la prima grande smagliatura tra il dover essere – il mondo delle cose, dei doveri, dei progetti da portare avanti – e il bisogno di essere appallottolato, accartocciato, raggomitolato su di sé, senza voler trovare il bandolo da cui iniziare a srotolarsi e vivere.
La condizione di orfano lo ha reso privo della voce rassicurante del padre, dei suoi sguardi protettivi, della comunione delle mani che travagliano, delle abitudini che scaldano il cuore. Giovanni è smarrito, non riesce più a rientrare nelle voci del padre e della madre, diventate silenti. Si sente colpevole, inadeguato, incapace di salvaguardare l’immenso lascito del padre. La natura gli appare ostile, quasi matrigna.
Barbara Buoso dà all’amore il compito di arginare il dolore.
Elisa, che coltiva fiori nel suo piccolo negozio, componendoli in organature volte a dar loro un ordine e una geometria fatta di colori e profumi, riporterà in equilibrio la sua esistenza, lo aiuterà a scoprire la gioia dei corpi che si cercano, delle lunghe camminate, tenendosi per mano, del potersi raccontare senza tema di esser giudicato, del parlare della propria nascita, ritenuta sortilegio. Le bastò dire“che la natura offre le sue magie solo a chi è capace di accoglierle”.Con lei e attraverso lei Giovanni accetterà il suo andare verso la vita adulta, attraversando il dolore della perdita, perché la vita è nutrirsi di sentimenti mai gridati eppure profondi come la radici che si piantano nel terreno e alimentano la crescita, e accettare che pazzia e lucidità, buio e luce, si danno la mano.
Barbara Buoso, Padre terra, Fernandel, Ravenna, 2024
Giovanna Senatore
Giovanna Senatore: laureata in Filosofia, ha insegnato Storia e Filosofia nei licei classici; formatrice in corsi di aggiornamento per i docenti lungo due tematiche: la letteratura attraverso lo sguardo del pensiero femminista, l’uso dello spazio e del linguaggio teatrale. Ha guidato laboratori teatrali in qualità di esperta in vari istituti scolastici. Fonda l’associazione culturale “Le macchine desideranti” curando la regia di tredici spettacoli dove corpi e parole possano colpire nella loro nuda e secca forza. Ha curato laboratori di scrittura a partire da testi incrociati di scrittrici che hanno ricamato tessiture preziose. Venerdì 23 maggio, al teatro Bolivar di Napoli, va in scena il suo ultimo spettacolo “mai SUPPLICI”.
La Torre d’Avorio di Paola Barbato è un thriller psicologico potente e avvincente, che ridefinisce il genere con profondità emotiva, complessità narrativa e personaggi femminili indimenticabili. Non è solo una storia: è un viaggio dentro la colpa, l’amore deviato e le identità spezzate. Un romanzo capace di inchiodare il lettore e trascinarlo in un labirinto di relazioni, traumi e ricordi sepolti.
Protagonista della storia è Mara Paladini, un tempo conosciuta come Mariele Pirovano. Due nomi, una sola donna. Due coscienze che convivono nello stesso corpo.
Mariele è la madre che ha avvelenato la propria famiglia con lentezza e meticolosità. Non per odio, ma per amore. Affetta dalla sindrome di Münchhausen per procura, credeva che far ammalare fosse un modo per proteggere, per essere indispensabile, per salvare. Per diventare la madre perfetta. “Luca, Andrea e Clara…L’unico modo che avevo per sentirmi vicina a loro era questo. Non conosco altra maniera di amare. Se amo, avveleno, e poi curo. Non esiste formula diversa, per me”, rivela la protagonista. Mara, invece, è la donna che ha preso coscienza dell’abisso che portava dentro. Ha scontato la sua pena, cambiato città, assunto una nuova identità. Ma il passato non si lascia cancellare così facilmente.
All’interno della sua nuova casa a Milano, Mara ha costruito la sua “torre d’avorio”, che dà il titolo al romanzo. Una torre reale e metaforica, realizzata con scatoloni bianchi che delimitano lo spazio e conservano i ricordi di una vita passata. Un sistema chiuso, progettato con precisione quasi enigmistica, dove ogni passaggio è calcolato al centimetro, ogni apertura è sorvegliata. Una torre labirintica e claustrofobica, in cui Mara ha deciso di continuare a punirsi per ciò che ha commesso, ma soprattutto per imporsi fisicamente un senso di colpa che sul piano emotivo non riesce a provare. Questa è la soluzione che Mara ha trovato per impedire a sé stessa di fare ancora del male alle persone che ama: vivere in totale isolamento e non amare. Non amare mai più nessuno.
Quando, però, un evento imprevisto rompe l’equilibrio di Mara, la torre comincia a crollare, lasciando entrare il sospetto e la paura. Una piccola macchia di umidità nel suo appartamento la costringe ad andare al piano di sopra e a scoprire il cadavere del suo vicino, assassinato con la digitalis purpurea, lo stesso veleno utilizzato da lei per avvelenare la sua famiglia. Diventa subito chiaro che qualcuno vuole incastrarla.
Da qui, il romanzo accelera e si apre a un mondo di fughe, incontri e rivelazioni. Tornano le donne del REMS, la struttura psichiatrico-giudiziaria dove Mara ha vissuto per otto anni: Moira, Fiamma, Maria Grazia e Beatrice. Donne diversissime tra loro, unite da una frattura profonda dell’identità. Non si sono scelte: si sono trovate nella stessa rovina e lì hanno costruito un legame che non ha bisogno di parole e che nasce da una sopravvivenza condivisa.
La Barbato le tratteggia con affetto e, al tempo stesso, ferocia, donando a ciascuna una voce, un passato e una dignità. C’è qualcosa di cinematografico nella loro coralità: l’eco di Thelma e Louise e di Ragazze Interrotte. L’amicizia tra queste donne è una delle componenti più affascinanti del romanzo. È un filo invisibile che resiste al tempo, al silenzio, persino al tradimento. Personaggi vivi, intensi, scolpiti con sensibilità e precisione dalla Barbato, che in ciascuna di loro ha lasciato – come dice in chiusura del libro – un pezzo di sé.
Lo stile del romanzo è ipnotico, il ritmo serrato ma mai artificiale. Ogni svolta narrativa è giustificata, ogni colpo di scena ha un prezzo. La Barbato racconta questa storia con mano precisa, e non ha timore di spingersi nel grottesco. Lo fa con consapevolezza e rigore. Ecco allora che una madre che avvelena i figli – senza sensi di colpa, perché crede di amarli – diventa una figura troppo scomoda per sembrare credibile. Tutto troppo, qualcuno potrebbe obiettare. Ma forse è proprio questo il punto: disturba perché può essere reale. La Torre d’Avorio non cerca il realismo convenzionale: vuole turbare, interrogare, scuotere il lettore. Non su ciò che è probabile, ma su ciò che è possibile.
Il male, ci ricorda la Barbato, non è sempre eccesso di violenza: è anche distorsione dell’amore, manipolazione, cieca dedizione. E può annidarsi dove meno lo aspettiamo. Chi lo rifiuta come esagerazione, forse, lo sta solo negando per paura.
Ma questo non è un romanzo sul male. E non è neppure un romanzo sull’assoluzione. Mara non vuole essere perdonata. Non cerca redenzione, né comprensione. La Torre d’Avorio è un romanzo sull’accettazione del proprio abisso, sull’impossibilità di separare definitivamente il prima dal dopo, sull’eredità di ciò che abbiamo fatto e che continua a camminarci accanto.
Questo thriller psicologico non lascia indifferenti. Si legge con disagio e con smarrimento crescente. E quando si arriva alla fine, non resta un messaggio chiaro da portare con sé, ma un dubbio che continua a parlare anche dopo l’ultima pagina:
È davvero possibile cambiare?
Si può vivere dopo aver scoperto di essere stati il nemico?
Angela Molinaro
Angela Molinaro: Laureata in Filologia Classica, insegna Latino, Greco e Cultura dell’Antichità nel cuore dell’Inghilterra. Ama trasmettere ai suoi studenti il fascino del mondo antico e la bellezza della parola. Viaggia con la stessa curiosità con cui legge: per incontrare mondi e conoscere storie. Per questo vive con la valigia sempre pronta e un libro nello zaino. Scrive e collabora con case editrici e riviste letterarie per dare forma a pensieri che nascono tra una lezione, un aereo e le fusa dei suoi due gatti neri.
“Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez è con ogni probabilità il romanzo più famoso della letteratura latino-americana e rappresenta uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale. Noto per aver dato vita al cosiddetto “realismo magico” mescolando elementi fantastici con eventi storici, il racconto è ambientato nell’immaginario villaggio di Macondo e narra le vicende di sette generazioni della famiglia Buendia.
Maestro Missile traduce la lezione di TED Ed su “Cent’anni di solitudine”.
Buona visione!
Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.
TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.