Alan Sillitoe: La solitudine del maratoneta (Minimum Fax – trad. Vincenzo Mantovani), di Gigi Agnano

“La solitudine del maratoneta” è il primo di una raccolta di nove racconti dello scrittore britannico Alan Sillitoe (1928 – 2010) pubblicata nel 1959 con lo stesso titolo. Ha come protagonista Smith, un adolescente scontroso e senza futuro di un quartiere operaio di Nottingham, che viene condannato alla reclusione in un riformatorio per giovani delinquenti per aver derubato una panetteria. Il direttore del carcere – il “bastardo” – nota che il ragazzo ha un fisico adatto alla corsa e gli consente di allenarsi per un’importante gara podistica, la cui vittoria rappresenterebbe un’opportunità per il prestigio del Riformatorio.

“ «Noi vogliamo che qui si lavori sodo e onestamente, e vogliamo della buona atletica», disse anche. «E se tu ci darai queste due cose, sta’ pur certo che ti tratteremo bene e che quando ti rispediremo nel mondo sarai un uomo onesto». Be’, a momenti crepavo dal ridere… “

In cambio gli offre un carico di lavoro più blando e Smith, benché riluttante, accetta il baratto per godere del privilegio di una libertà mitigata, fatta di corse mattutine nella campagna intorno al riformatorio, quando nel silenzio dell’alba i piedi risuonano sulla terra e per il gelo “perfino gli uccelli non hanno il coraggio di cantare”

“ A volte penso che non sono mai stato tanto libero come durante quel paio d’ore in cui trotterello su per il sentiero fuori dai cancelli e svolto davanti alla quercia panciuta e nuda in fondo al viottolo. Tutto è morto, però va bene così, perché è morto prima di essere vivo, non morto dopo esser stato vivo. ”

Ma quando arriva il giorno della gara il ragazzo, pur di affermare i propri valori e rivendicare il suo spirito libero e la sua indipendenza, butta al vento la vittoria ed ogni possibilità di redenzione: dopo aver superato e distaccato tutti gli altri corridori, a pochi metri dal traguardo, smette di correre e perde volutamente la gara, consapevole che quel gesto di sfida e di ribellione al sistema repressivo carcerario e più in generale alla società gli costerà caro. 

“Quel bastardo rimbecillito del nostro direttore, quel negriero mezzo morto e incancrenito, è vuoto come una latta da benzina usata, e vuole che io e la mia vita di corridore gli diamo la gloria, gli mettiamo dentro sangue e vene pulsanti che non ha mai avuto…”

Nelle poche pagine di un racconto Sillitoe scrive qualcosa di potente e di provocatorio rappresentando le difficoltà e la crudezza della vita della classe operaia nell’Inghilterra del dopoguerra. Attraverso una narrazione in prima persona Smith racconta, con una serie di flashback, il suo passato travagliato, che non avrebbe potuto portarlo in altro luogo se non in un centro di detenzione minorile. Sono gli anni  disperati della morte per cancro del padre, di un’indennità che non basta a sfamarlo anche a causa della madre, trasandata e patetica, che la sperpera per cose superflue come una pelliccia, un tappeto, torte, un televisore. È il tempo dei piccoli furti e della rapina che lo metterà nei guai. In riformatorio però scopre il suo unico talento, quello per la corsa di resistenza. Correre sulle lunghe distanze comporta sacrificio, isolamento, alienazione e funge da evidente metafora del percorso esistenziale del ragazzo, schiacciato dalla solitudine, dalla povertà e dalle privazioni.

La natura del monologo interiore tende a sottolineare lo scontro tra “loro” e “noi”, tra coloro che sostengono e perpetuano il sistema che vuole intrappolare quelli come Smith e quelli come Smith che non stanno al gioco, i fuorilegge. All’inglese elegante del direttore e dei suoi amici fa da contraltare il linguaggio rozzo e colloquiale del narratore, che correndo in solitudine riflette e sviluppa un suo peculiare senso della moralità che non lascia spazio all’acquiescenza.

“… e allora compresi che cos’era la solitudine del maratoneta in corsa attraverso la campagna, rendendomi conto che per quanto mi riguardava questa sensazione era l’unica onestà e realtà esistente al mondo e che io, sapendolo, non sarei mai stato diverso, quali che fossero le mie sensazioni in certi momenti, e qualsiasi cosa gli altri cercassero di dirmi.”

Sillitoe è un maestro nel presentare al lettore il dilemma morale del suo protagonista che sarebbe anche attratto dalla possibilità di riscattarsi grazie allo sport da un’esistenza a dir poco complicata, ma la rabbia, il suo istinto ribelle, il desiderio di battersi contro una società ingiusta finiranno col prevalere. È la dichiarazione di una guerra già persa, non essendoci alcuna speranza di un cambiamento sociale, ma almeno Smith si prende lo sfizio di vincere una battaglia, dimostrando che l’individuo può avere una capacità di resistenza superiore alle aspettative, imprevedibile. In questo senso, “La solitudine del maratoneta” a ben guardare non è la storia di una sconfitta, ma il racconto attualissimo di un giovane che, consapevole del suo suo status di perdente, si rifiuta di accettare i valori di una vecchia generazione che è evidente abbia fallito. E Smith è proprio la prova di quel fallimento: il sistema di detenzione non riabilita nessuno e i metodi del direttore che quel sistema rappresenta non riusciranno mai a cambiarlo e ad ammaestrarlo (come un “cavallo da corsa umano”).

La solitudine del maratoneta è un testo avvincente, poetico e di grande musicalità; è forse una delle migliori indagini letterarie sul tema della ribellione, un racconto schietto, poetico e inquietante come autentico, lirico e inquieto è il suo protagonista.

Anche se Sillitoe non amava l’etichetta, la critica lo inserisce nella schiera di autori contestatori degli anni ‘50, i cosiddetti “Angry Young Men”, Giovani Arrabbiati (tra questi il più famoso è molto probabilmente John Osborne di Ricorda con rabbia), caratterizzati dall’urgenza di tradurre in letteratura una rabbia furiosa e accomunati dall’origine operaia e da una critica profonda contro l’establishment sociale e culturale. Nello specifico, Sillitoe, che aveva lavorato in una fabbrica di biciclette dall’età di 14 anni, che veniva da una famiglia operaia spesso sull’orlo della fame e che conosceva il senso del conflitto di classe, è stato uno dei primi scrittori a mandare in frantumi con estremo realismo, una prosa priva di ornamenti e uno stile sobrio, la classica rappresentazione del proletariato sentimentale, melodrammatica e stucchevole che aveva caratterizzato fino a quel momento gran parte della letteratura.

Gigi Agnano

Franz Kafka (3 luglio 1883 – 3 giugno 1924) – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Franz Kafka nasce a Praga il 3 luglio 1883. E’ stato l’autore di pagine fondamentali della letteratura mondiale di tutti i tempi.

Attraverso opere come La Metamorfosi, il Castello e il Processo, ha raccontato l’assurdità e l’incomprensibilità del vivere umano.

Maestro Missile, a centoquarantuno anni dalla nascita, traduce la lezione di TEDEd sull’aggettivazione “kafkiano-a” che, com’è noto, descrive una situazione, un’idea, una condizione umana allucinante, assurda, incredibile, paradossale, tipica dell’opera del grande scrittore ceco. Ma al di là dell’uso ormai diffuso della parola, cosa rende qualcosa davvero “kafkiano”?


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

Ted Ed è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Maestro Missile qui traduce la lezione relativa all’aggettivo “kafkiano”.

Buona visione!

Ivan Sergeevic Turgenev: “Fumo” (Casa Editrice Sonzogno, 1918, trad. G.Bisi), di Valeria Jacobacci

“C’era folla, il 4 agosto 1862, alle quattro, davanti alla famosa Conversationhaus di Baden Baden. Il tempo era magnifico, gli alberi verdi, le case bianche della città civettuola, le montagne che la circondano, tutto spirava aria di festa e fioriva ai raggi di uno splendido sole; tutto sorrideva, ed un riflesso di quel vago piacevole sorriso errava sui volti, vecchi e giovani, belli e brutti.”

Un’anima slava, quella di Grigorij Litvinov, si aggira nella cittadina termale di Baden Baden, assorta nella percezione di ogni sensazione, attenta a ogni sfumatura di colore che cala in prospettiva su abiti e acconciature, vincendo su ogni possibile imperfezione dello spirito o della materia. Una folla elegante passeggia in attesa del concerto. Ma l’incanto dura pochi istanti, l’immagine svapora, una nota falsa s’insinua nel mezzo della rappresentazione e non abbandona più la scena. Uno spirito critico, non più un’anima, muove il protagonista, da ora fino alla conclusione del romanzo. Che cosa tormenta questo raffinato, giovane gentiluomo? Una delusione. Forse la stessa del suo creatore, l’autore del libro, Ivan Sergeevic Turgenev ( 1818-1883). 

“Madame Bovary c’est moi”, dice Gustave Flaubert (1821-1880), suo contemporaneo. Che cosa ci sfugge di questo malessere che intorbida la società del tempo? O, invece, che cosa illumina il passato alla luce del presente o viceversa? Se Ivan Sergeevic “è” il suo personaggio, lo troviamo senz’altro immerso in una profonda malinconia, in un momento della sua vita in cui nessun successo letterario lo convince o soddisfa e un acre sentimento di sconfitta lo spinge nelle braccia di un personaggio intrinsecamente fragile, che gli procurerà il biasimo dei lettori, soprattutto in patria. Ma procediamo con ordine, come scrivono nel suo secolo.  L’edizione di “Fumo” qui presa in considerazione è quella di Sonzogno del 1918. Perché? 

Il libro che è in mio possesso, scovato per caso un pomeriggio uggioso, in uno scaffale della libreria (quando l’ultimo romanzo era stato letto, il cellulare era scarico e non potevo leggere su kindle) è appartenuto al mio zio materno, Luigi Medina. E’ segnato a penna il suo nome sul frontespizio della prima pagina, come si usava all’epoca, ed è annotata la data: “novembre – anno 2 dell’era fascista”. Le iniziali del nome appaiono con lettera minuscola:  “gino medina”, come “novembre”, al rigo di sotto. Deduco che siamo nel 1924 e che mio zio è un ginnasiale fra i quattordici e i quindici anni.  Non mi stupisce l’età precoce, anch’io leggevo i classici a quell’età, noto altre cose in questa pagina ingiallita dal tempo. Innanzitutto, il nome dell’autore, stampato come si pronuncia in italiano: “Turghenieff”, più rilevante è il nome proprio: una G. Una G. ? Il nome completo dell’autore è Ivan Sergeevic^ Turgenev. Non mi riesce di trovarne altri, da dove viene “G. Turghenieff”?  Il libro è evidentemente una ristampa dell’edizione Sonzogno del ’18, oppure la data indica semplicemente l’acquisto, la prima edizione italiana risale infatti al 1889, ed è per Treves, Milano. Nel testo di mio zio la casa editrice Sonzogno non pone data. Sul dorso, molto rovinato, si legge, in verticale, Linea CC, IL MONDO, Pampar. La traduzione è di G. Bisi. Dunque, un errore? La G. del traduttore è passata all’autore? Non è dato sapere. Intervengono però altre considerazioni. Il romanzo è stato composto a Baden Baden nel 1865, completato nel 1867, pubblicato a San Pietroburgo, solo in seguito tradotto in altre lingue. 

Quali erano nel 1924 i rapporti fra il regime fascista e la letteratura russa? Perché mio zio si firma con le iniziali minuscole? 

Quando quell’anno fu rimandato in Greco, quel ginnasiale lettore di romanzi vestiva alla marinara e con quell’abito di lana fu costretto a studiare in città per tutta l’estate, mentre la famiglia era a Castellammare per la villeggiatura. L’aura romantica restava in qualche modo  nell’aria, ancora vivi certi ideali risorgimentali, molta severità negli studi; dall’altra parte, un’avanzata dei modi della propaganda fascista. Quell’uso della minuscola si può spiegare come una ribellione futurista. E quella data? Anno 2 dell’era fascista… era così che scrivevano a scuola? Nonostante l’antibolscevismo della politica mussoliniana, tutta presa nel combattere il comunismo, nei primi decenni del ‘900 i rapporti fra la Russia e l’Italia  erano di collaborazione economica e diplomatica, nella speranza di un appoggio sovietico nell’occupazione dei Balcani. La letteratura russa, e quella straniera in genere, erano accettate, la censura nell’editoria era piuttosto blanda. Per vari motivi la restrizione arrivò più tardi, quando i romanzi russi, grazie anche alla loro traduzione in italiano dal francese, erano già stati diffusi con discreto successo. L’anima slava aveva avuto il tempo di essere conosciuta. Alcuni editori andavano controcorrente, nonostante il divieto per i giornali di pubblicare letteratura straniera in terza pagina. Ovviamente i motivi delle restrizioni avevano diverse motivazioni e andavano dai modelli dei personaggi femminili, contrari agli ideali fascisti, alle ideologie politiche di autori seguaci di Lenin o Trotsky, fino a ragioni di natura razziale con il diffondersi dell’antisemitismo.  Tuttavia, l’editore Polledro esaltava “Il genio russo” , la casa editrice Slavia valorizzava il testo di partenza contro il “principio di italianità”.  Proprio in virtù di questo principio infatti i nomi stranieri erano italianizzati o scritti come sono pronunciati, come appunto “Turghenieff” nel libro di mio zio. Resisteva, comunque, una certa considerazione, fino a quando la rivista “Il popolo di Roma” pubblicò un articolo titolato  “Che c’importa del genio slavo”? 

Torniamo così a Grigorij Litvinov, il protagonista di FUMO, e alla crisi sentimentale, psicologica e morale  che travolge il giovane uomo nell’inebriante aria primaverile della cittadina termale di Baden Baden, nella Foresta Nera, al confine fra la Germania e la vicinissima Francia, affollata soprattutto dall’alta società pietroburghese. La descrizione dei personaggi che popolano le scene del romanzo richiama i dipinti dei pittori impressionisti. Come in quei dipinti, la leggiadria e l’eleganza delle signore sono in perfetta armonia con la bellezza della stagione e del paesaggio; queste donne appaiono molto lontane da una perfezione di maniera, sembrano però fluide, in evanescente movimento di sentimenti destinati a svaporare.  Accanto alla purezza della forma si fa subito strada la presenza di elementi discordanti: “… le facce imbellettate ed incipriate delle mondane parigine  riuscivano a distruggere quest’impressione generale d’allegrezza… gli accenti striduli del loro gergo francese nulla avevano di comune col cinguettio degli uccelli.”   Questa descrizione ci riporta immediatamente al tema del disinganno, oltre che a una dichiarazione d’insofferenza verso i modi e le mode specificamente “occidentali”, in particolare verso l’ineludibile dipendenza dalla cultura francese.  Al di là di questa istintiva avversione per le apparenze, Grigorij cade nel più comune degli inganni che il potere femminile e le tentazioni del garbo e della bellezza possano riservare. Non resiste al fascino di una donna.

Accade  che in attesa della cugina Tatiana, che dovrebbe sposare, Grigorij incontra Irina Paulovna, sua fidanzata dieci anni prima.  Il fidanzamento era andato in fumo perché la fanciulla, alla vigilia delle nozze, gli aveva preferito un generale fornito di un ottimo patrimonio, in grado di riscattare la sua pur nobile famiglia dal dissesto finanziario e garantire a lei una vita piena di agi nel cuore della buona società. La scelta era avvenuta non senza lacrime e sofferenze anche da parte della ragazza, costretta a scegliere secondo “ragione” calpestando il “sentimento” (parafrasando Austen, che si muove in un ben diverso contesto sociale e ambientale). La fascinazione che travolge i due a Baden Baden è potente, in grado di trasformare le loro vite. Grigorij è pronto a cedere pur sentendosi estraneo a qualunque influenza romantica: “Byronismo, romanticismo del 1830!” esclama in una conversazione, mentre dichiara il suo scetticismo in ogni campo, e mentre osserva con disgusto la sala da gioco, i personaggi corrotti, vuoti e falsi che l’affollano. Il casinò era stato costruito a imitazione di Versailles, troppa ostentazione di lusso! Da autentico romantico e malgrado l’ironico distacco, Grigorij si abbandona a una storia d’amore “degna di Anna Karenina” come osserverà Piero Citati ai nostri giorni, quando lo spirito slavo, a fondo studiato da Ettore Lo Gatto, titolare fino al 1965 di letteratura russa all’Università di Roma, è stato finalmente rivalutato nella sua pienezza. Citati, sensibile alla lettura diretta dei testi molto di più che all’esegesi,  coglie il senso attualizzante dell’autore. 

Grigorij e Irina si amano di nascosto, all’insaputa del marito di lei, fin quando non progettano di fuggire insieme. Per andare dove? A Grigorij non importa, ma a Irina, sì! Sul binario del treno che dovrebbe portarli lontano, la donna è immobile, attonita e affranta, seduta sulla panchina desolata della stazione. A lui non resta che recuperare la cugina, sposarla e ricominciare la vita borghese nella “madre Russia”, momentaneamente abbandonata per un’indimenticabile stagione a Baden Baden. 

Questo finale non piacque a nessuno. Chissà, poteva forse piacere proprio a quell’ideale fascista che voleva la donna angelo del focolare domestico. L’impeto e la passione romantici avrebbero voluto un’eroina suicida e un amante disperato. Neanche l’ideale patriottico ottocentesco si salva in quest’opera che vede solo “Fumo” nelle prospettive umane. C’è chi vi ha visto perfino la satira di Herzen, l’intellettuale russo che si era opposto all’autoritarismo della Russia zarista ed era stato seguace di Bakunin.

Torno alla torrida estate del 1924, quando un ginnasiale leggeva “FUMO” fra una traduzione dal greco e una lista di verbi irregolari da mandare a memoria. Che idea si fece dell’amore? E della patria? Il fascismo accompagnò la sua giovinezza. Riuscì a influenzarlo? Per quanto ne so, fu capitano nella seconda guerra mondiale, tornò con una gamba invalida. La fidanzata non l’aveva aspettato, essendo molto bella, sposò durante la guerra un uomo ricco più anziano di lei di parecchi anni. Lui svolazzò da una relazione all’altra. Non si sposò. Forse perché pensava che il suo patrimonio, o meglio, i guadagni della professione di avvocato, non sarebbero stati sufficienti, non potevano bastare per mantenere quella posizione agiata che una moglie degna delle sue aspettative avrebbe meritato. 

Su Amazon sono in vendita libri usati. Fra questi ho visto anche un’antica edizione di “FUMO”. Costa sei euro!  Che vergogna! Chi può desiderare di venderla? Le anime non sono in vendita. Esistono edizioni nuove in ottimo stato, la vera letteratura non smette di essere pubblicata! Io pertanto vado a conservare il mio vecchio e buon esemplare!

p. s. Dovevo immaginarlo che G. era Giovanni! Ivan è Giovanni, ecco spiegata la G. davanti a Turghenieff. Eppure Ivan era tutt’altro che insolito! All’epoca in Italia il nome Ivan era di moda, il ragazzino, in villeggiatura a Castellammare, che piaceva moltissimo a mia madre, si chiamava Ivan. Mia madre aveva sette o otto anni, il nonno prendeva per l’estate una bella villa in collina, nel verde. Al mare si andava giù in carrozza (anche se le auto erano in uso) nel pomeriggio andavano a fare passeggiate nei boschi. Passarono alcuni anni, ogni estate erano lì. Una volta i ragazzi andarono giù su un calessino, un gruppetto di quattro o cinque, a una svolta il calesse sbandò e finirono gli uni sugli altri, Ivan ne approfittò e baciò mia madre. Primo bacio. Era l’ultima estate, l’anno dopo Ivan non venne e neanche i seguenti, forse veniva da una città del nord. Mio zio andò all’Università e mia madre incominciò il ginnasio.

 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

L’incipit di “Il popolo è immortale” di Vasilij Grossman, trad. di Claudia Zonghetti (Adelphi)

AGOSTO

“Una sera d’estate del 1941 l’artiglieria pesante avanzava lungo la strada per Gomel’. I cannoni erano talmente enormi che gli addetti ai carriaggi – pur esperti e che molto avevano già visto – guardavano con curiosità ai loro imponenti fusti d’acciaio. L’aria della sera era intrisa di polvere, le facce e le uniformi degli artiglieri erano grigie, rossi gli occhi. Solo pochi procedevano a piedi, la maggior parte cavalcava gli armamenti. Un soldato beveva un po’ d’acqua dal suo elmetto d’acciaio: le gocce gli scivolavano lungo il mento e, bagnati, i denti brillavano. Si poteva pensare che quell’artigliere stesse ridendo, ma così non era: la sua faccia era assorta e stremata.

«Aeeeeerei!» cantilenò in un grido il tenente che apriva la fila.

Sul bosco di querce accanto alla strada sfilarono veloci due aeroplani. Preoccupati, gli uomini li seguirono con gli occhi commentando:

«Sono nostri! Sono I-16, gli “iii-ho”!». «No, sono tedeschi: Junkers, o forse Heinkel».

E, come sempre in quei casi, qualcuno sfoderò la solita battuta: «Sono nostri ti dico, meglio mettersi al riparo!».

Gli aerei tagliavano la strada in perpendicolare, dunque erano sovietici: di norma, se avvistavano una colonna, i tedeschi viravano e alla strada si mettevano paralleli, per sventagliarla con le mitragliatrici o scaricare qualche bomba da poco.

Potenti trattrici spostavano i pezzi di artiglieria lungo la via principale del paese. Fra le case bianche di calce e argilla e i giardinetti di campagna tempestati di dalie gialle ricciute e peonie rosse che ardevano al sole del tramonto, fra le donne e i vecchi con la barba bianca seduti sulle panche, tra i muggiti delle vacche e l’abbaiare variegato dei cani, gli enormi cannoni che scivolavano oltre nella pace della sera facevano un’impressione strana, insolita.”

Vasilij Grossman: “Il popolo è immortale”, trad. di Claudia Zonghetti (Adelphi)

Massimo Congiu: “Giacomo Matteotti – l’assassinio, il processo farsa e la cancellazione della memoria” (4 Punte Edizioni), di Vincenzo Vacca

Giacomo Matteotti per una serie di buone ragioni è diventato l’ icona per eccellenza tra le conseguenze che la profonda natura criminale del fascismo italiano ha prodotto. Ucciso nel 1924 da sicari fascisti a seguito del suo noto discorso in Parlamento con il quale denunciò i brogli, le minacce, le aggressioni che dominarono ampiamente le elezioni politiche nazionali che avvennero conseguenzialmente alla approvazione della nuova legge elettorale nota come “legge Acerbo” dal nome del proponente della stessa. 

Con tale meccanismo elettorale la lista che avesse raggiunto il 25% dei voti avrebbe automaticamente acquisito un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei parlamentari. Ma Mussolini non voleva correre alcun rischio e, quindi,  le squadracce fasciste imperversarono durante le operazioni di voto.

Matteotti,  dando ancora una volta prova della sua determinazione, non si fece alcun scrupolo a denunciare tutto ciò nonostante che fosse ben consapevole dei gravissimi rischi a cui andava incontro.

Già nel parlarne nella Camera dei deputati fu continuamente interrotto e minacciato pesantemente.

Il bel libro di Massimo Congiu “Giacomo Matteotti – l’ assassinio, il processo farsa e la cancellazione della memoria” fornisce al lettore una articolata ricostruzione storica della biografia personale e politica di questo martire della libertà e della democrazia. 

Grazie alla scorrevolezza della scrittura di Congiu, il libro offre un  importante contributo alla ricerca storica sia per “gli addetti ai lavori” sia per chi si approccia per la prima volta ad acquisire una certa conoscenza degli eventi menzionati.

È certamente il caso di sottolineare, tra l’ altro, come l’ autore narra l’ Italia uscita dalla prima guerra mondiale. Una guerra che il nostro Paese aveva vinto, ma che era costata diverse   centinaia di migliaia di morti, nonché un numero impressionante di mutilati e di persone devastate psicologicamente.

A tutto ciò si aggiungense un quadro economico disastroso che non permise, e in buona parte non si volle, attuare concretamente le promesse che furono  fatte per giustificare l’ ingresso in guerra dell’ Italia: un lavoro per tutti, ma soprattutto un pezzo di terra da garantire ai contadini.

Naturalmente,  questo creò una rabbia diffusa accompagnata pericolosamente dallo sdoganamento della violenza avvenuta negli anni del conflitto bellico.

In questa situazione va inclusa la mitizzazione della Rivoluzione d’ ottobre avvenuta in Russia. Facciamo “come in Russia ” fu uno degli slogan di maggior presa durante il cosiddetto biennio rosso e terrorizzò le classi dirigenti a tal punto che si  avvalsero delle squadre fasciste sia per opporsi violentemente alle variegate manifestazioni di protesta avvenute in quei due anni (1919 – 1920) ma anche per soffocare qualsiasi espressione di democrazia negli anni successivi.

I ceti  liberali, incapaci di gestire i nuovi e drammatici problemi venutisi a creare con la fine della prima guerra mondiale, si illusero di poter utilizzare i fascisti solo per riportare l’ ordine. Non capirono, ma non lo capirono neanche le forze socialiste e democratiche, e tanto più i comunisti che nel ’21 fondarono il nuovo partito, cosa stesse nascendo e sempre più rafforzandosi: un movimento reazionario di massa che aveva come fine imprescindibile la costruzione di uno Stato totalitario.

Pochi intuirono questo aspetto e Matteotti era tra questi. Lo  intuì grazie alla sua finezza intellettuale ma anche perché  vide di persona nel suo Polesine cosa facevano effettivamente i fascisti: minacciare, aggredire, uccidere.

Una violenza, anche omicida, predicata e praticata sistematicamente.

Matteotti diventò un leader amato e rispettato nella sua zona d’ origine perché diresse  quotidianamente le lotte finalizzate all’ ottenimento di diritti per i contadini e gli operai e, allorquando fece il suo ingresso in Parlamento, non perse la sua passione e la sua forte determinazione.

Infatti non si lasciò intimorire da leader più anziani di lui e intervenne in Aula ogni volta che gli si diede la possibilità, dimostrando che la sua combattività non trovò sosta. 

Il libro di Congiu ripercorre molto bene questo percorso politico di Matteotti come anche il lascito morale di questo glorioso socialista riformista. 

Il termine “riformista”  diede adito allora come adesso a una serie di equivoci e contestazioni, e spesso a vere e proprie abiurie. Ma per “riformista” Matteotti intendeva che il raggiungimento del socialismo dovesse avvenire mediante una graduale, ma tenace costruzione di ampliamento della democrazia a tutti i livelli. Non puntare, quindi, verso una palingenesi di rottura dell’ esistente, ma introdurre nella vita istituzionale, politica e sociale sempre maggiori diritti e libertà. 

Nonostante il silenzio imposto dal regime fascista su Matteotti, il cui nome non si potè neanche pronunciare, quando Roma fu liberata egli, dopo pochi giorni, fu subito celebrato da una moltitudine di persone. Come non ricordare, inoltre, che diverse bande partigiane vollero denominarsi “Brigate Matteotti”.

In realtà,  Giacomo Matteotti è stata una figura etica e politica poliedrica, non riducibile alla sola, terribile e ingiusta fine della sua vita.

Congiu, con il suo libro, contribuisce a svelare il valore del leader socialista ucciso dal fascismo perché le sue idee, se lette con l’ opportuna sensibilità,  possono contribuire alla partecipazione politica odierna. 

Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista – scrive per Il Manifesto, MicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli -, è studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale e svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4 Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza.

Vincenzo Vacca