Diego e Margherita intervistano il Bracco Baldo, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al Bracco Baldo!

Margherita:  Diego, oggi devo fare un favore a mia zia. Starà fuori tutto il giorno e mi ha chiesto di andare a casa sua per dare da mangiare al suo cane, un Bracco di nome Baldo. Vuoi accompagnarmi?

Diego:  Certo, con piacere! Magari posso usare il versoconver per fargli qualche domanda: ci sono cose che non capisco bene nel comportamento dei cani.

Margherita: Perfetto! Ecco, siamo arrivati. Entriamo dal cancello del giardino. Mia zia dice che Baldo adora stare all’aria aperta e la sua cuccia è fuori. Oh, guarda! Sta arrivando verso di noi, scodinzolando!

Diego: Che cane amichevole! Accendo subito il versoconver.

Baldo: Ciao Margherita, benvenuta! Mi hai portato la pappa? Sono un po’ affamato. E lui chi è? Un tuo amico?

Margherita: Ciao Baldo, sì, ti ho portato la pappa e anche un biscottino. Lui è Diego, un mio amico. Di solito, quando siamo insieme, ci piace intervistare gli animali con il versoconver del dottor Mundis.

Baldo: Oh, lo so già! Me l’ha detto la tua gatta, Milù, quando sono passato da casa tua con la zia. Mi chiedevo quando sareste venuti a trovarmi! Cominciavo a pensare che non vi interessasse parlare con un cane.

Margherita: Ma no, Baldo! Anzi, Diego ha già una domanda per te.

Diego:  Proprio così! Finalmente abbiamo il tempo per farla, Baldo. La mia prima domanda riguarda il rapporto tra cani e gatti. Ho sentito che Milù ti ha parlato di noi… quindi andate d’accordo? Non è vero allora il detto “sono come cane e gatto” per indicare inimicizia?

Baldo:  Eh, è un luogo comune. La gente pensa che cani e gatti non possano andare d’accordo, ma non è sempre così. Molti cani e gatti vivono insieme senza problemi e tutto dipende dall’indole, dalla razza, dalle abitudini e da come gli umani li educano. Spesso, se cane e gatto crescono insieme fin da piccoli, imparano a capirsi e convivono serenamente. Anche io e Milù ci conosciamo da quando eravamo cuccioli e andiamo d’accordo!

Diego:  Grazie Baldo, ora ho capito meglio.

Margherita:  Anch’io ho una domanda: perché si dice che il cane è il migliore amico dell’uomo?

Baldo: Beh, la spiegazione più semplice è che, se gli dai cibo e una casa, il cane ti è grato e fedele. Vivendo da secoli accanto agli umani, i cani hanno imparato a capire come si sentono e a stargli vicini nei momenti difficili. Anche in silenzio, sappiamo dare conforto. 

Margherita: Grazie delle spiegazioni, Baldo! Ora ti meriti proprio un biscotto!

Baldo: Gnam! Grazie! Ma… mi consigliate anche qualche bel libro?

Diego:  Certo! Ti consigliamo “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà” di Luis Sepúlveda. È un libro emozionante, scritto dall’autore per i suoi nipoti. Racconta la storia di un pastore tedesco che si chiama Fedele e che, da cucciolo, viveva libero tra i Mapuche, una popolazione che lo considerava parte della loro comunità e gli insegnava a rispettare la natura. Fedele era cresciuto con Aukamañ, il suo “fratello umano,” e con lui esplorava il mondo in armonia con la terra.

Poi, però, la vita di Fedele cambia: viene catturato dagli uomini bianchi, separato dal suo fratello umano e addestrato a cacciare. Anche se la sua vita diventa più dura, lui continua a dimostrare lealtà verso i suoi nuovi padroni. Ma un giorno, durante una caccia, Fedele sente un odore familiare che risveglia in lui i ricordi della sua prima vita con i Mapuche e lo riporta ai giorni di libertà e amicizia.

È un libro per bambini dagli 8 anni in su, che insegna l’importanza del rispetto verso tutti gli esseri viventi e ci ricorda come i cani, nonostante tutto, restino fedeli agli umani. Sepúlveda, attraverso questa storia, parla anche del legame tra uomo e natura e dei danni che a volte infliggiamo al nostro pianeta.

Baldo:  Sembra un libro davvero interessante! Grazie! Gnam gnam e grazie anche per il biscottino e la pappa, bambini! Sapete, non tutti i giorni si riceve una visita così interessante. Vi aspetto presto per altre chiacchierate… magari con un menù degustazione di biscotti diversi, eh?

Margherita:  Ahah, vedremo cosa possiamo fare, Baldo! 

Baldo: Perfetto, allora! Tenete a mente: qui c’è un Bracco affamato di storie e biscottini, pronto a scodinzolare alla prossima visita!

Cinzia Milite

Ahou Daryaei: cosa possiamo fare? di Francesca Chiesa

6 novembre 2024

Quando ho cominciato a scrivere questo contributo era il cinque di novembre, ieri.

Il tono della mia scrittura era improntato alla tristezza – per la vicenda di Ahou Daryaei, l’universitaria di Teheran che ha deciso di spogliarsi pubblicamente in segno di protesta contro gli agenti che l’avevano molestata perché non portava il velo – ma anche alla speranza che il giorno seguente, oggi, per la prima volta gli USA potessero avere un presidente non uomo e non bianco.

In riferimento a questa situazione avevo iniziato una riflessione a partire dalla domanda che sentivo risuonare nel web delle ragazze italiane.  

«Cosa possiamo fare?» 

Una domanda commovente, anche perché al momento ha una sola risposta: leggete!

Forse arriverà anche il momento in cui sarà necessario anche un aiuto più concreto: per adesso preparatevi, leggete, ma fatelo nella giusta prospettiva! 

Leggete in modo rivoluzionario, come è stato rivoluzionario per le ragazze iraniane leggere Lolita a Tehran. Leggere e scrivere è sempre una rivoluzione ma in modi diversi secondo i tempi e gli obiettivi.

Le scrittrici persiane oggi scrivono quello che le loro giovani lettrici – le più esposte alla morte per carenza di libertà – hanno bisogno di conoscere per continuare ad avere il coraggio di rischiare: che esiste un mondo dove ci si veste a piacere, si parla a voce alta senza paura, si fa l’aperitivo e si fanno mattane. Un mondo dove si ascolta musica e si balla anche nei parchi, dove ci si bacia quando se ne ha voglia e si fa all’amore senza paura.

Le ragazze persiane che vivono in Iran di un mondo cosÌ possono solo leggere e sognare.

Le ragazze persiane per continuare a vivere devono sapere che non sono sole, devono leggere e leggere: per sapere che le ragazze iraniane sono tante e quasi tutte pronte a cambiare il mondo.

Quello che avrei voluto scrivere alle ragazze italiane, è stato superato dai fatti. 

Ieri avrei voluto consigliare loro di non fermarsi alla narrativa contemporanea, ma di rivolgersi con profonda attenzione ai classici persiani perché è lì che troviamo le storie meravigliose delle regine preislamiche: autori che conoscevano e rispettavano il potere delle donne, donne che intrecciavano storie indimenticabili.

Questo, ieri. 

Oggi, sei novembre, è cambiato tutto: il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà un uomo appartenente a quel partito repubblicano che ha sempre appoggiato il regime degli Ayatollah. È decisamente difficile credere che la nuova amministrazione cambi orientamento e ponga tra le proprie priorità un appoggio alla lotta per la libertà che sta costando morti e sofferenze alle donne iraniane!

Oggi, a partire da oggi, chi vuole capire l’ Iran, i fatti che hanno determinato la situazione presente e quelli che molto probabilmente seguiranno, non può certo limitarsi a leggere la narrativa contemporanea o le opere classiche che cantano il glorioso passato delle regine achemenidi e sassanidi.

Oggi è tempo di guardare a un passato meno remoto.

Oggi, se siete tristi come me perché è sfumata l’ennesima speranza che le donne iraniane e le donne del mondo potessero avere un’alleata alla guida dell’Impero, lasciate da parte i quotidiani e leggete come hanno “contribuito” alla storia dell’Iran uomini che si chiamavano  Kermit “Kim” Roosvelt e Ronald Wilson Reagan.

Vi propongo tre libri che sono leggermente datati ma appaiono ancora oggi di una stupefacente attualità.

  1. Il primo è “Mossadeq. L’Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della rivoluzione islamica del 1953“. Opera di un coraggioso diplomatico italiano, Stefano Beltrame, che lo pubblica nello stesso anno, il 2009, in cui Barack Obama ammette il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di stato che rovesciò, con l’aiuto del clero sciita, il governo nazionalista di Mohammad Mossadeq.
  2. Di Antonello Sacchetti, “Iran, 1979, pubblicato nel 2018: una acuta analisi della rivoluzione khomeinista in tutti i suoi chiaroscuri, compresa ll’oscura vicenda della occupazione dell’ ambasciata statunitense a Teheran, da parte di circa 500 studenti islamici aizzati dall’Imam Khomeini, che avvenne alle 6.30 del 4 novembre del 1979 e determinò la rovina politica del democratico Carter a favore del repubblicano Reagan. 

Antonello Sacchetti conduce anche un interessante podcast su Youtube, dal titolo Conversazioni sull’Iran. In questi giorni potrebbe rivelarsi un ottimo strumento di aggiornamento.

  • Pubblicato nel 2016, “L’Iran oltre l’Iran. Realtà e miti di un paese visto da dentro” è stato scritto da Alberto Zanconato anche sulla base di una lunga e intensa esperienza come corrispondente dell’ANSA a Teheran (1994-1997 e 2001-2011); di grande interesse per illuminare la vera natura dei rapporti tra il “Grande Satana” (=USA) e l’Iran khomeinista.

Ecco qui: da insegnante coscienziosa quale ero – e innamorata dell’Iran com’era e com’è – spero di avere contribuito ad allargare l’area della coscienza.[1]


[1] Qui cito Allen Ginsberg, uno dei padri della beat generation.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

Anna Foa: “Il suicidio di Israele” (Editori Laterza), di Vincenzo Vacca

Anche con questo libro, “Il suicidio di Israele“, Anna Foa dimostra di essere una efficace divulgatrice della storia. Teniamo conto che questa importante intellettuale è stata docente di Storia moderna all’ Università di Roma “La Sapienza”. Inoltre, tiene frequentemente incontri pubblici su tematiche storiche.

A scanso di equivoci,  Foa nel libro citato tiene subito a precisare che “queste pagine contengono le riflessioni di un’ ebrea della diaspora di fronte a quanto sta succedendo in Israele e in Palestina. Esse nascono dal dolore per l’ eccidio del 7 ottobre e per quello per i morti e le distruzioni della guerra di Gaza. È lo stesso dolore per gli uni e per gli altri“.

L’ autrice ripercorre sinteticamente, ma proficuamente, la storia del sionismo, anzi, come lei tiene a precisare, la storia dei sionismi. 

Infatti, è  necessario esaminare l’ ideologia sionista e le sue trasformazioni dalla seconda metà dell’ Ottocento alla nascita dello Stato di Israele. 

Il sionismo, da non confondere con la politica di Israele, ha una lunga storia che nasce nel diciannovesimo secolo, e ritiene gli ebrei un popolo avente diritto al ritorno nella loro terra originaria, la Palestina. Un movimento di rinascita nazionale paragonabile al Risorgimento italiano. 

Foa tiene a sottolineare che il sionismo si pone non solo l’ obiettivo del “ritorno” in quella che allora era ancora una terra sotto il dominio ottomano, per poi divenire Palestina sotto protettorato inglese, ma anche quello di creare un ebraismo nuovo che cancelli i venti secoli di diaspora, mettendo fine, quindi, al fenomeno di minoranze di ebrei sparse tra le nazioni.

Nel libro si illustrano le varie correnti del sionismo e le diverse, per alcuni aspetti, sorprendenti tappe storiche che hanno originato l’ attuale situazione. 

A questo proposito voglio citare due fatti che possono stupire.

Il primo si svolge nel 1918 quando l’ emiro Faysal, capo della dinastia hashemita, e il presidente dell’ organizzazione sionista mondiale, Chaim Weizmann, stringevano un accordo che prevedeva una sostanziale accettazione da parte di Faysal della dichiarazione Balfour, appena emanata dagli inglesi.

La conferenza di pace di Parigi, stabilendo che la Siria diventasse un protettorato francese, contravvenendo alle promesse fatte allo stesso Faysal in cambio dell’ appoggio nella guerra, determinava una rottura tra i sionisti e il mondo arabo. Faysal diveniva re dell’ Iraq e il nazionalismo arabo, che aveva al suo centro la Siria, si spostava alla Palestina.

Il secondo si svolge, invece, nel 1925 ovvero quando veniva fondato un gruppo di duecento intellettuali, tra cui spiccava quello di Martin Buber, che auspicava la creazione di uno stato binazionale ebraico ed arabo dove ebrei e arabi godessero degli stessi diritti.

Anche la sinistra del movimento sionista era a favore di uno Stato binazionale e di una pacifica convivenza con gli arabi.

Ma nel 1936, il Gran Muftì organizzava una grande rivolta sia contro gli ebrei che contro gli inglesi mettendo fine a ogni ipotesi di accordo. Infatti, gli inglesi  reagivano con un piano che veniva accettato solo dagli ebrei, nella persona di Ben Gurion.

Questi due fatti storici, tra i tanti che vengono raccontati nel libro, dimostrano che la convivenza tra arabi ed ebrei era possibile e lo può essere ancora, nonostante che la strada per raggiungere ciò diventi sempre più stretta. 

Come già accennato in precedenza,  Foa ci racconta dei sionismi per arrivare agli incontri e agli scontri con gli arabi. 

Nell’ ambito di questa ricognizione storica, l’ autrice menziona la minaccia tedesca del 1942 che incombeva sulla Palestina, venuta meno grazie alla sconfitta ad El Alamein dei tedeschi e degli italiani. Se questo non fosse avvenuto, gli ebrei presenti in Palestina sarebbero stati sterminati. Occorre ricordarlo a chi esalta sistematicamente il valore dei combattenti italiani di El Alamein, pur facendo grandi affermazioni di amicizia nei confronti di Israele.

Ma l’ aspetto fondamentale del libro di cui stiamo parlando sta soprattutto nel focalizzare gli estremismi che guidano attualmente gli opposti schieramenti. 

Da parte israeliana abbiamo Netanyahu che è a capo di un governo di estrema destra sostenuto dal partito “Potere ebraico”, rappresentato dal ministro Itamar Ben Gvir.

Questo partito è erede del partito Kach, di cui Ben Gvir è stato dirigente, un partito messo fuorilegge negli anni Ottanta. Il leader del partito Kach è stato espulso dalla Knesset in base ad una legge contro il razzismo.

Inoltre, lo stesso Ben Gvir è stato condannato nel 2007 per istigazione al razzismo. Egli sostiene la necessità di creare la grande Israele e di espellerne tutti i palestinesi.

Un altro ministro convintamente estremista è quello delle Finanze, Bezalel Smotrich, del partito sionista religioso Truma. Smotrich risulta coinvolto in atti illegali ed arresti. È un razzista ed è sostenitore dell’ espulsione degli arabi.

I citati ministri determinano la politica di Netanyahu. Infatti, se si dimettessero il governo cadrebbe. 

Secondo Foa, quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas hanno attaccato i Kibbutzim posti vicino al confine con Gaza, la maggior parte delle divisioni dell’ esercito israeliano erano state spostate sul confine con la West Bank (così è chiamata la Cisgiordania), lasciando sguarnito quello con Gaza. 

L’ esercito doveva servire a proteggere gli insediamenti illegali e le aggressioni dei coloni ai palestinesi su quel confine, in previsione di un ulteriore avanzamento di quello che dovrebbe diventare lo Stato palestinese, non a proteggere i kibbutz sulla Striscia: tutti formati da israeliani laici e di sinistra, impegnati nel mantenere rapporti di amicizia e aiuto con i palestinesi. 

Da parte palestinese abbiamo Hamas che nel 2006 ha vinto le elezioni a Gaza. Ne è seguita una guerra civile tra l’ OLP e Hamas vinta da quel’ ultima che attuava una dura repressione e una intensa opera di islamizzazione, aumentando il peso della legge islamica, uccidendo gli oppositori dell’ OLP e/o costringendoli all’ esilio.

Come noto, Hamas non riconosce il diritto di esistere allo Stato di Israele.

Di fronte a tutto ciò, Anna Foa auspica la costruzione in Israele di una società civile democratica, di cittadini liberi e uguali nelle loro diversità e questo fa a pugni con uno Stato ebraico incentrato sulla supremazia degli ebrei. In fondo, occorre una ulteriore trasformazione del pensiero sionista volto a evitare il “suicidio” di Israele. 

Leggere “Il suicidio di Israele” offre l’ opportunità di evitare banalizzazioni, luoghi comuni, di approfondire la conoscenza di quanto effettivamente è avvenuto in quella martoriata terra, ponendo le basi teoriche per un tentativo di riavvicinamento tra i due popoli, pur coscienti che non sarà facile rimarginare le ferite profonde e superare gli odî reciproci.

Vincenzo Vacca

Marco Vitruvio Pollione: “Architettura” (Rizzoli, trad. Silvio Ferri), di Sonia Di Furia

Quando Marco Vitruvio Pollione, architetto romano del I sec. a.C., scrisse e dedicò il trattato “De Architectura” all’imperatore Cesare Augusto, si stava ideando una nuova strutturazione urbana della città di Roma, che fosse adeguata ai suoi compiti di grande capitale, in un momento storico in cui la costruzione degli edifici di maggior rilievo dimostrava l’enorme disponibilità di denaro, materiali e manodopera di cui poteva disporre l’autorità pubblica.

Il testo viene qui proposto nella preziosa edizione BUR Rizzoli, classici greci e latini, anticipata da un’approfondita introduzione dell’insigne archeologo classico Stefano Maggi e presentata, tradotta e commentata dallo studioso del mondo antico e della storia dell’arte greca e romana Silvio Ferri. L’architettura e l’urbanistica sono tra le attività umane più legate alle strutture e agli organismi sociali e politici: lo sono state soprattutto nel mondo antico. Oggi tale legame tende a non essere più così stretto, pur rimanendo prioritaria la gestione del problema urbanistico – architettonico.  

Se si vogliono comprendere le società che ci hanno preceduto o persino il quadro della vita attuale, è necessaria una vera e propria archeologia dei tempi moderni e contemporanei. Non si tratta di ricostruire il passato in quanto tale, ma piuttosto di rinnovare una relazione tra forma e società. Nel mondo romano, più che nel mondo moderno, lo Stato modella lo spazio urbano secondo le proprie strutture ideologiche. Il potere è in grado di definire e dichiarare la propria ideologia politica anche attraverso architetture e complessi architettonici in cui si riconosca. Alla politica governativa, che enfatizza l’impegno nei servizi pubblici per creare un’impressione di solidità e ricchezza e di interesse e protezione nei confronti del cittadino, si associa in questo modo quella delle classi elevate che esprimono così il loro appoggio all’impero, in nome del mantenimento di un equilibrio da cui esse stesse traevano la sicurezza del loro ruolo.

 Non dobbiamo però pensare a un’immagine esclusivamente monumentale di Roma: i grandi complessi emergono entro il tessuto articolato e vario dell’edilizia residenziale, della complessità della rete viaria e dei servizi pubblici più minuti (botteghe, fontane, latrine). Il complesso dei fori imperiali rappresenta la massima emergenza urbanistica della capitale dell’impero, ma tutta Roma viene caratterizzata, nell’arco di tempo che vide la loro realizzazione, da edifici che per il loro alto valore rappresentativo ne definirono l’immagine grandiosa destinata a durare nei secoli.

Nel tentativo di sistematizzare una materia contraddittoria ed estremamente varia, Vitruvio tratta di templi e teatri, di piazze e ginnasi, di porti e case private; stabilisce relazioni tra le misure del corpo umano e le dimensioni degli edifici e le loro proporzioni; esamina la formazione e la cultura dell’architetto, facendovi confluire più tradizioni; espone la sua teoria urbanistica della formazione della città, con la costruzione delle mura, la disposizione delle strade in funzione dei venti, la distribuzione degli spazi e degli edifici pubblici; dedica un intero capitolo all’idrologia e all’idraulica e l’ultimo alla meccanica.

In un primo momento Vitruvio non osa pubblicare i suoi “prolissi ed astrusi scritti sull’architettura”, come egli stesso li definisce, nel timore di incontrare il disappunto dell’imperatore, vedendo poi che egli ha cura, non solo del bene di tutti e dello Stato, ma anche degli edifici pubblici, stima che sia arrivato il momento di pubblicare l’opera. Questo trattato rimane l’unico di architettura antica a noi pervenuto e conserva intatto il fascino del passato, insieme al dibattito su chi pensa che l’architettura debba possedere regole ben definite e chi crede che si possa fare tutto sotto l’ispirazione della pura fantasia. Rimane la convinzione che pensare storicamente porta al recupero della dimensione umana del vivere, che è poi quello di cui ha bisogno una cultura che rischia di inseguire troppo i tecnicismi.

Così come già detto, per l’architettura e l’urbanistica, due facce della stessa realtà, non si tratta di riesumare l’esempio dell’antico, ma di considerare storicamente e criticamente una lezione che gli antichi sono ancora in grado di trasmetterci. Questo ha fatto un grande spirito moderno dell’architettura del secolo scorso, Le Corbusier, che visitando la città di Pompei guardò, fotografò, disegnò, annotò, ma soprattutto misurò. E poi scrisse: – Le misure sono la causa di questa bellezza – aggiungendo che la rilettura antiaccademica dell’antico gli aveva svelato i principi basilari della modernità. 

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Tsitsi Dangarembga: “Nevrosi” (trad. Stefano Pirone – Pidgin Edizioni), di Rita Mele

La soluzione è annullare il modo di pensare razzializzato e altri modi gerarchici basati su dati demografici come genere, sesso, religione, nazionalità e classe. E qualsiasi altra cosa che è stata e continua a essere gli elementi costitutivi dell’impero nel corso della storia e in tutto il mondo“.

Con il tuo lavoro, hai lottato contro ogni previsione, l’abbiamo visto, sei stata fermata, con ogni mezzo possibile, scrivendo, facendo film, facendo rumore per chi non ha voce e per la libertà di espressione nel tuo paese, lo Zimbabwe. Per favore, leggete la letteratura africana! Guardate oltre il vostro orizzonte. Siamo qui, siamo forti. Leggete cosa viene scritto nel continente. Non lasciate che questo rimanga un incidente isolato. Leggete libri africani”.

Ottobre 2021. Fiera del Libro di Francoforte. Consegna del Premio per la Pace. Scambio di battute ufficiali tra la scrittrice Tsitsi Dangarembga e la sua amica sociologa e scrittrice Auma Obama (sì, la sorellastra di Barack), che le ha consegnato il premio.

Scrittrice, regista, politica, Tsitsi Dangarembga è un personaggio straordinario. Dopo aver abbandonato gli studi di medicina a Cambridge, nel 1983 si sperimenta con successo in gruppi teatrali universitari e nel 1985, subito dopo la laurea in psicologia ad Harare, intraprende la sua carriera di scrittrice con la prima pubblicazione di una raccolta di racconti, per poi andare a studiare cinema a Berlino.

Ritornata in Zimbabwe ad Harare nel 2000, pochi anni dopo, entra in politica. Da allora ha continuato a denunciare la situazione nel suo Paese, nel 2020 è stata arrestata nel corso di una protesta antigovernativa perché ‘armata’ di un cartello We want better reform our Institutions, condannata e dopo sei mesi assolta in appello. 

Seguendo Tsitsi nei suoi andirivieni biografici, tipici degli stati nevrotici, scopriamo che quando taglia il nastro dei suoi 28 anni, compie quel passo sensazionale, dissidente, trasgressivo che, oggi, la riporta sino a noi nella traduzione di Stefano Pirone: debutta nel mondo come autrice di “Nervous Conditions, il primo romanzo scritto in inglese da una donna nera dello Zimbabwe, che ancora dopo 30 anni dalla prima edizione, nel 2018, la BBC, nomina come uno dei 100 migliori libri che hanno plasmato il mondo. 

Che cosa fa accadere Tsitsi, narrando in “Io”, in quel suo primo libro di una altrettanto appassionata e prismatica trilogia a cui, per il momento, ha messo un punto nel 2020 con “This Mournable Body“?

Due decenni prima che lo Zimbabwe ottenesse l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il 18 aprile 1980, e mettesse fine al governo della minoranza bianca, quando ancora quello Stato dell’Africa orientale, senza mare, era Rhodesia meridionale, semplicemente Rhodesia, la tredicenne Tambudzai Sigauke inizia le scuole superiori. Sulle sue spalle riposano le speranze economiche dei suoi genitori, fratelli e sorelle e della famiglia allargata, e dentro di lei arde il desiderio di indipendenza. Una cronistoria di formazione con andate e ritorni nel tempo, in una terra oramai fuori dal tempo politico, eppure, con le radici culturali mai eradicate dal colonialismo e dall’imperialismo culturale. 

Nervous conditions“, oggi “Nevrosi“, traccia il viaggio di Tambu verso la sua individuazione femminile e la crescita della sua personalità in una nazione che si ritrova anch’essa ad individuarsi socialmente e politicamente, nello sforzo di cambiare ed emergere sulla scena internazionale. Tambu si presta, nel divenire della storia, a rispecchiare i tormenti intimi e familiari originati e accentuati dalla colonizzazione. Fin da piccola, Tambu è fatta sentire diversa dalla sua famiglia, tanto che la discriminazione razzista e sessista innestata dai colonizzatori con i loro modi da bianchi ha plasmato, corrotto, il modo in cui vede il mondo e sé stessa, e il modo in cui la sua gente (famiglia, amici, colleghi) la vede. I temi dell’alterità, della perdita del senso di sé, della sofferenza da migrazione di ritorno, della cesura culturale e sociale ancorché spaziale e temporale e del razzismo radicato formano la costellazione che prende forma nel racconto scandito, minuzioso e potente di Tsitsi Dangarembga, alias Tambu.

Le figure femminili che popolano le scene e i ritratti di famiglia che percorrono il racconto sono numerose e dai densi profili che lasciamo scoprire ai lettori di Nevrosi. Due le protagoniste, forse l’una l’altra faccia dell’altra: Tambu, appunto, che incarna il desiderio di migliorare la propria condizione di ragazza del villaggio e di donna, attraverso l’istruzione ‘bianca’ che tutto consente solo se vuole, di cui presto ne vedrà le crepe che le daranno una sensazione crescente di soffocamento, sino a pensare con sospetto che, forse c’è qualcosa che non va in quella dinamica colonizzatori-colonizzati. 

Nyasha, la cugina ‘bianchizzata’ di Tambu, è la ragazza che soffre per la migrazione di ritorno. Ha difficoltà a reintegrarsi in quella società rhodesiana così diversa da quella che aveva sperimentato in Inghilterra dove i genitori si sono trasferiti per molti anni. La terra africana delle radici ritrovata da Nyasha diventa traumatica a tal punto da scontrarsi duramente con il padre e porre in essere strategie di evitamento, estraneamento e allontanamento sino a trovare rifugio fatale nell’anoressia.

Qui il mal d’Africa è tutt’altro che quello degli esotici viaggiatori. Corrisponde piuttosto al senso del titolo Nervous Conditions preso in prestito dall’introduzione di Jean-Paul Sartre a I dannati della terra di Frantz Fanon: 

La ‘condizione nervosa’ del nativo è una funzione di atteggiamenti che si rafforzano a vicenda tra colonizzatori e colonizzati che condannano i colonizzati a ciò che equivale a un disturbo psicologico.

Nevrosi, che torna in Italia grazie all’editore napoletano PIDGIN, è un libro semibiografico che descrive e anticipa i moti psichici che accompagneranno l’autrice lungo il corso della sua vita, in un caleidoscopio di affetti, nostalgia, isolamento, desiderio, bisogno di riscatto e tensione verso la libertà, non già solo liberazione.

Il talento di Dangarembga è proprio quello di aver preso la sua autobiografia e averla trasformata in un romanzo tanto poliedrico quanto altamente realistico, popolato di personaggi e di altrettanti profili psicologici, maschili e femminili, ognuno a proprio modo ‘danneggiati’ dall’interferenza straniera e dal sessismo. Sebbene le sue donne non sfidino apertamente e non rovescino i sistemi repressivi, non incidano una volta per tutte sui modi di pensare prevalenti, la loro forza e il loro successo sembrano essere radicati nel desiderio incrollabile di avere successo dove altri hanno fallito.

Al punto che neanche la morte di una persona cara può fermarle, anzi apre per loro passaggi nuovi seppur contraddittori…ma questo lo lasciamo scoprire ai lettori e alle lettrici di Nevrosi.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare