Italo Calvino: “I nostri antenati”, di Valeria Jacobacci

Ero al liceo, secondo classico, quando ho letto i libri che avrebbero formato la trilogia “I nostri antenati”.  Circolavano gli scritti di Calvino, fra noi liceali, fuori programma,  il primo  era stato “Il sentiero dei nidi di ragno”, ancora interamente ispirato alla Resistenza. “Il barone rampante” ci colpì tutti straordinariamente, sarà poi il secondo della “trilogia araldica”. Pubblicato nel 1957, ci arrivava dopo una decina d’anni, quando non eravamo più troppo giovani per apprezzarlo ma già abbastanza maturi per comprenderne tutte le implicazioni culturali. Avevamo alle spalle quarto e quinto ginnasio e poi il liceo, ci inoltravamo verso l’anno della maturità. Calvino era l’autore capace di racchiudere, rappresentare ed esemplificare tutto quello che avevamo studiato fino a quel momento. Lo faceva evocando, ironizzando ed esaltando, al tempo stesso, l’intera letteratura precedente. Avevamo respirato epica fin dalle scuole medie, assorbito il Medio Evo, il Rinascimento dominava la scena e l’Ottocento filtrava dal panorama delle letture degli autori stranieri, letti per conto nostro, principalmente russi, francesi e inglesi, subito dopo arrivarono gli americani e il Novecento. L’anno dopo sul banco avremmo avuto, diversamente languidi, Pascoli e D’Annunzio, poi, sentinelle  del traguardo finale, Pirandello e Svevo. Sotto il banco, in primo liceo, avevamo Steinbeck ed Hemingway, in secondo, Calvino.  Calvino non somigliava a nessuno e in qualche modo li inglobava tutti. Non che ci fosse arrivato in totale antitesi, rappresentava, appunto, tutto quanto lo aveva preceduto, lo aveva per così dire riattualizzato, come uno stilista che gioca con sete e merletti, tirandoli fuori da una scatola magica e improbabile.

La trama del “Barone rampante” è a tutti nota: un ragazzino di dodici anni, sul finire del ‘700, in una località della Liguria che non esiste, di nome Ombrosa, rampollo di una famiglia aristocratica e di nome Cosimo Piovasco di Rondò, un giorno rifiuta di mangiare una disgustosa zuppa di lumache. Il barone, suo padre, gli ordina di farlo ma lui esce in giardino e si arrampica su un albero. Chi, cinquant’anni fa, non ha  rifiutato di mangiare un cibo che non gli piaceva? E chi non ha avuto un padre che si è imposto di farsi ubbidire, pena, per lui, la perdita di ogni autorità? Nessuno, cinquanta e passa anni fa. C’era chi si piegava e chi no, nessuno che, dopo essersi arrampicato su un albero, non ne sia mai più disceso. Cosimo lo fa: promette di non scendere mai più e non scenderà mai più.

Metaforicamente gli alberi sono tuttora pieni di gente che non è più scesa, ma non si vede. La ribellione però covava nel profondo e ben presto cominciò a farsi sentire in quegli anni che precedevano il ’68, sebbene fosse un messaggio che proveniva dal profondo di un subconscio culturale. Sì, è vero che Calvino aveva partecipato alla Resistenza, aveva raccontato della Resistenza, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, del 1947, in un immediato dopoguerra, tuttavia il protagonista era un bambino, e la prospettiva di un bambino è senza compromessi, priva di schemi mentali. In verità, a guerra finita, restavano ancora molti conti in sospeso e molta strada da fare, Calvino lo fa camminando su molti percorsi, viaggiando, scrivendo, interessandosi di scienze e letteratura, servendosi di stili e linguaggi diversi. Di tutti i suoi modi espressivi, quello che mi piacque, e continua a piacermi di più, è quello della fantasia e della fiaba, che si àncora alla cultura classica, alla storia e alla tradizione popolare, indifferentemente e a volte contemporaneamente.

Perciò Cosimo, il barone rampante, che passa la vita sugli alberi, è colui che osserva, da una prospettiva distaccata, tutto quello che gli accade intorno, riuscendo, tuttavia, a parteciparvi lo stesso. Non è un caso che, dall’alto, il protagonista osservi i fatti della Rivoluzione Francese e dell’avvento napoleonico, che partecipi alla guerra contro i Turchi e alla sconfitta dell’Impero Ottomano, e che, infine, si aggrappi a una mongolfiera, simbolo di progresso scientifico e tecnologico, e proprio da lì si lanci in mare, per morire senza rimettere più piede a terra, come aveva promesso. Si tratta del distacco dell’intellettuale, Calvino stesso, che aderisce alla Resistenza partigiana ma non è convinto del PCI, che ne esce quando vede, in concreto, la negazione di libertà del pensiero, della parola e dell’opinione, non gratuita, certo, ma indipendente, sì.   

E, nel fitto dell’assurdità narrativa e fiabesca, lo scenario è quello della Liguria, dove ha vissuto, a Sanremo; la villa del barone Piovasco di Rondò è la villa di famiglia, dove i genitori, entrambi agronomi di fama internazionale,  sperimentavano novità botaniche. Calvino era nato a Cuba nel 1923, dove il padre aveva avuto un incarico ministeriale per la coltivazione della canna da zucchero, la madre era stata assistente della cattedra di Botanica all’Università di Pavia. In una foto, Calvino è con il fratello, seduto su un albero. L’argomento fantasioso non esclude infatti i riferimenti biografici, così Arminio, il personaggio del padre autoritario, ha come modello il padre dell’autore, Mario, e la madre di Cosimo, Corradina, è la madre, Eva. Il narratore, Biagio, fratello minore di Cosimo, è proprio il fratello minore dell’autore, Floriano. I tre rappresentano l’autorevolezza genitoriale e l’obbedienza filiale, lui, il protagonista, invece, fa eccezione. Personaggi e categorie, corrispondenze dei caratteri e dei ricorrenti fatti storici, appaiono in una prospettiva chiara, come solo nelle favole è possibile. Il personaggio di Viola, conosciuta da Cosimo da bambina, persa e poi ritrovata, è strutturato sul personaggio della Pisana, protagonista de “Le memorie di un Italiano” di Ippolito Nievo, lo afferma lo stesso Calvino, al quale i genitori hanno dato il nome Italo, affinché, vivendo all’estero, non dimentichi di essere italiano.  Viola è una ragazzina viziata e capricciosa ma dal temperamento forte e ardimentoso, l’unica che Cosimo possa amare.

E  l’arrampicata sugli alberi? Di certo influenzò un’epoca.

Il primo romanzo della trilogia, che apparve nel 1952 per Einaudi, curata da Calvino, che collaborava con la Casa editrice, è “Il visconte dimezzato”. Si sviluppa fra Seicento e Settecento, durante la guerra dell’Austria con i Turchi, lo lessi per secondo,  mi affascinò non meno dell’altro.  Sul finire del liceo le descrizioni della peste le avevamo lette forse tutte, quella manzoniana de “I promessi sposi”, la boccaccesca che incornicia il “Decameron”, la peste di Atene del V secolo, narrata da Tucidide, alcuni avevano letto, per proprio conto, “La peste” di  Albert Camus, di enorme successo,  Camus ebbe il Nobel per la letteratura nel 1957. “Il visconte dimezzato” era  diverso,  altro clima narrativo, altra espressività, anche qui una peste decima l’esercito, il visconte difende la cristianità ma è un losco figuro, vessatore e prepotente. Poi una palla di cannone lo divide  esattamente a metà, di lui rimane solo la parte malvagia, Medardo “il Gramo” (la parte destra), quella buona è andata perduta. Così pensano gli abitanti della terra alla quale fa ritorno dopo la guerra con gli infedeli (la Liguria), ma anche il buono, Medardo “il Buono” (la parte sinistra),  si salva, e proverà a rimediare ai mali provocati dall’altro se stesso. Le due parti si sfidano a duello per sposare Pamela, amata da entrambi, non vince nessuna delle due: mentre giacciono in fin di vita,  il medico, il dottor Trelawney, le ricuce insieme riportandole all’interezza.

Affascinante allegoria  umana, storica e politica! La peste è quella degli intoccabili e segregati lebbrosi, gli Ugonotti sono i religiosi che non ricordano più le parole dei salmi che cantano. Se la peste e la carestia si accompagnano alle guerre, la guerra stessa è lotta fra bene e male, così confusi e inestricabili che è impossibile porvi termine. E’ la guerra fratricida del Peloponneso narrata da Tucidide: la malattia che si trascinano dietro gli eserciti, con il suo corredo di cortigiane infette. Il ricongiungimento del bene e del male segna una tregua, fino alla prossima palla di cannone.  Fine della guerra è la pace, fine della pace è la guerra, in un ciclo che rincorre se stesso. Nessuno l’ha mai raccontato in modo divertente come Calvino: non è satira, non è tragedia, non è epica e non è poesia, è Calvino.

“Il cavaliere inesistente” è un omaggio ai poemi cavallereschi, non rifà il verso e non sbeffeggia, Carlo Magno e i paladini di Francia sono seri come l’opera dei pupi. Come i pupi i personaggi sono vuoti dentro, non hanno corpi ma sono pieni di ideali. “Ecchisietevoi” chiede  Carlo Magno alle armature schierate prima della battaglia, uguali a quelle che visitiamo nei musei, idea brillantissima che mi fece ridere di gusto quando lessi quella pagina la prima volta. Gli elementi del poema cavalleresco ci sono tutti, con le lotte fra mori e cristiani, gli inseguimenti e gli amori ingannevoli e fatali, fino al dissolvimento completo del cavaliere che, appunto, è inesistente.  Non manca  il riferimento a Don Chisciotte, con la figura dello scudiero del cavaliere inesistente, che qui è  Agilulfo, mentre Gurdulù è Sancho Panza. E’ però sparita la nostalgia per la cavalleria, che era propria del Cervantes: i contadini capiscono bene che possono farne tranquillamente a meno. E questo è un lieto fine. Così sembrò a noi ragazzi, che all’epoca in cui leggevamo Calvino eravamo al liceo. 

 La guerra è fra Mori e cristiani, l’imperatore ha duecento anni, la contesa molti di più. Siamo ancora oggi a contendere, dalla Chanson de Roland  ai giorni nostri la lotta si ripropone come una malattia endemica. Occidente e Oriente non vanno d’accordo, si odiano,  si fanno la guerra, poi fanno la pace, poi fanno la guerra. A volte i Mori vanno in Occidente e i Paladini veleggiano verso Oriente. I Mori non hanno cambiato abbigliamento, i Paladini non hanno più le armature: in giacca e cravatta, non hanno l’elmo con la visiera, perciò è difficile scoprire che dietro non c’è niente.                   

Il Mediterraneo è pieno di vele colorate.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Lavinia Capogna: “Il giovane senza nome”, di Silvia Lanzi

Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta, regista romana, disabile da una quindicina d’anni che ha già pubblicato otto libri, tra cui alcune sillogi poetiche, un saggio e un romanzo immeritatamente passato in sordina intitolato “Il giovane senza nome”.

La storia è ambientata nel 1200 e si svolge in alcune località italiane: un paese di incerta localizzazione, Firenze, Bologna, Roma, l’Umbria, le Marche ma anche Toledo e non mancano riferimenti a Napoli e alla Provenza.

Il racconto è molto avvincente e pieno di colpi di scena ma, come dice l’autrice, “non è un fantasy né un romanzo storico”.

È un romanzo con una trama accattivante imprevedibile.

Non anticipiamo nulla: quello che possiamo dire è che i personaggi, dal simpatico ed intenso Gutierrez, al delicato ma determinato Giovanni, dalla bellissima Beatrix alla volubile Vereda, dalla maligna Violante alla commovente Judith sono tratteggiati a tutto tondo e sono pieni di sfaccettature. Ma è Isabella, il personaggio femminile, ad essere al centro della scena: stanca e delusa cambierà in modo incredibile la sua vita.

E così Agnolo e Antoniazzo, il feudatario.

E certamente non vanno dimenticati Matteo L’Alchimista e Gabriel l’Alemanno, le cui intricate vicende rendono la storia ancor più avvincente.

Al centro del romanzo c’è un grande segreto che ovviamente non sveleremo in queste poche righe: al lettore scoprirlo.

Lo stile di Lavinia è chiaro e scorrevole, semplice ma mai banale: i 42 capitoli in cui è divisa questa storia, che non esiterei a definire sontuosa, aiutano a non smarrirsi nei numerosi eventi di cui è costellato il libro.

Il Medioevo che l’autrice ci narra è ricostruito con grande accortezza ma senza pedanteria e ha una forte valenza sociale: nella vicenda non troverete donzelle, draghi o regine, cavalieri e duelli ma la vita reale che vi sorprenderà tenendovi incollati alla pagina. È anche per questo, oltre che per il suo innegabile valore artistico, che “Il giovane senza nome” si presenta come un’opera innovativa nell’odierno panorama letterario italiano.

Per poter dare vita alle vicende narrate in questo volume, Lavinia Capogna ha condotto un’ampia ricerca storica leggendo approfonditamente i lavori dei principali storici (prevalentemente italiani e francesi) che si occupano di questo periodo per certi versi ancora misterioso: nel romanzo vengono menzionati accuratamente ma senza prolissità, strumenti musicali e cibi, affreschi e testi letterari che contribuiscono a creare una cornice accurata e verosimile.

Il romanzo racconta anche di vicende amorose assai delicate, sia etero che omosessuali che l’autrice tratta in modo peculiare, inquadrandoli al di là dei frequenti luoghi comuni.

Nella storia si riscontra anche un’accurata ricerca psicologica che trova il suo culmine nella storia dei bambini tessitori che si dimostra un pezzo di alto livello letterario.

Concludo dicendo che vale davvero la pena di perdersi tra le pagine di questo libro che le case editrici si sono lasciate sfuggire in modo poco saggio.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Intervista a Mara Mattavelli, di Lavinia Capogna

Mara Mattavelli, poetessa, il talento di cogliere il kairos

Mara Mattavelli, poetessa, ha già pubblicato due raccolte di poesie, “Parole in fiore” e “Le farfalle di Nabokov” che si distinguono per i loro notevoli accenti sensibili e toccanti: impressioni, stati d’animo, eventi che l’autrice esprime in versi liberi in una felice armonia tra musicalità e significato. Immagini che rimangono. Nella sua opera mai una parola di troppo, una nota stonata, una lezione di morale, una celebrazione di sé stessa o una cupa disperazione. Emerge invece con forza una lucidità che sa cogliere il momento perfetto, il kairos dei Greci, nella quotidianità.

Le poesie di Mara non si perdono nel cammino ma diventano un seme che matura e germoglia per lettrici e lettori, hanno un loro stile inconfondibile che le distingue nel mare magnum della poesia contemporanea e che per questo invito a scoprire.  

D) Vuoi raccontarci Mara come e quando è nata la tua ispirazione alla poesia?

R) La poesia è sempre stata un genere letterario che mi ha interessato, sin dai tempi della scuola superiore prima e poi all’Università dove ho potuto approfondire i testi dei più importanti poeti inglesi e francesi della storia. Sono stata attratta più dalla poesia rispetto alla prosa per la sua capacità di mettere il lettore in contatto diretto con il profondo dell’autore. Leggere poesia è per me un atto di pura empatia.

È nell’immediatezza del verso e in ciò che riesce a “svegliare” che ho trovato un legame speciale con il testo poetico. Ho sempre letto molta poesia ma la scrittura è venuta a me solo più tardi, in un momento particolare della mia vita in cui nacque l’urgenza di esprimermi per alleggerire il peso della quotidianità e sfuggire dall’appiattimento umano e culturale che mi circondava.

La mia chiamata alla poesia è stata dunque tardiva ma illuminante, sia per il mio percorso di essere umano in primis sia, successivamente, per quello di scrittrice. Ho iniziato a scrivere in versi liberi per poi passare a componimenti metrici con i quali le immagini hanno acquisito più forza grazie all’utilizzo degli accenti e del ritmo.

Sono ispirata dalla natura e dalle situazioni che vivo nel quotidiano. Le due dimensioni spesso si interfacciano dando luogo a poesie intimiste ma anche di invito a scardinare l’ordine costituito, una sorta di ribellione alle ingiustizie mediata dalla potenza delle parole a cui mi affido in ogni slancio di ispirazione.

D) Quali sono i poeti, del passato o del presente, che più ti accompagnano nel tuo percorso?

R) Sono moltissimi i poeti che amo leggere e tutti diversi tra loro per collocazione storica, per temi e stile poetico.

Amo i poeti romantici inglesi, Wordsworth in particolare, per la sua capacità di elevare la contemplazione della natura a una dimensione tale da risvegliare l’immaginazione del lettore rendendolo partecipe delle emozioni descritte. Pensando ai nostri grandi poeti posso ricordare Montale e Penna, per giungere ai più contemporanei Dario Bellezza, Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga e Elio Pecora. Trovo poi grande vicinanza nel sentire nei versi di Antonia Pozzi, autrice di poesie così moderne e dirette anche oggi. La considero una delle più grandi poetesse italiane per i temi universali che propone e per la semplicità del linguaggio che la colloca fuori dal tempo e dallo spazio.

D) In un mondo dominato dalla tecnologia e con feroci guerre in corso, quale può essere il ruolo della poesia? Può la poesia recare conforto?

R) Per quanto riguarda l’imporsi dell’intelligenza artificiale credo che la poesia possa considerarsi al sicuro. L’intervento della tecnologia, a mio parere, non potrà mai sostituirsi a un genere letterario espressione dell’unicità di chi scrive. Il ruolo della poesia sta nel conservare la singolarità del suo messaggio che è poi espressione delle diversità dei suoi autori. 

In un momento così tragico di guerre e conflitti penso che si abbia ancora più bisogno di poesia come atto di resistenza e tentativo di salvezza. La poesia accende un faro sulle nefandezze della guerra e diventa denuncia ma ancora prima riflessione profonda sul senso della vita. La parola vive nella poesia e crea radici alle quali aggrapparsi per non essere risucchiati dalle brutture nemiche dell’umanità. Personalmente ho scritto dei versi in questi giorni così bui per dimostrare il mio sdegno a tanta insensatezza umana, per schierarmi dalla parte della non indifferenza che è morte ed ignavia.

D) Stai lavorando a dei nuovi progetti?

R) In questi mesi sto presentando il mio ultimo lavoro “Le farfalle di Nabokov” e continuo a scrivere accogliendo l’invito di chi vuole sapere di più delle mie poesie. A tal proposito vanno i miei ringraziamenti all’intervistatrice Lavinia Capogna, poeta e regista dotata di grande sensibilità e preparazione unica. 

Ti ringrazio molto. Buon lavoro! 

Lavinia Capogna*

Due poesie inedite di Mara Mattavelli:

I

Cresci dentro la vita e ti guardi

sempre fuori dal vetro che brilla,

manca il viso che presti ma torna

sempre quando ti fermi a pulire

le tue smorfie di cera sul piatto. 

Non ti torna l’abbozzo per strada,

sfugge al mondo l’impervio tuo stare.

II

Non chiedo il permesso

per adombrare

il sole alto da dietro

le tende aperte,

mi duole poco 

la luce sotto 

il coperchio.

Si fa più forte

nel segreto,

chi non ci crede

lascia agli altri

solo un abbaglio.

Mara Mattavelli: nata a Orzinuovi (BS) nel 1975, ha pubblicato la prima raccolta di poesie “Parole in fiore” nel 2022, a cura dell’editore bresciano Marco Serra Tarantola. Nella primavera del 2024 una piccola raccolta poetica, “Le farfalle di Nabokov”, è stata pubblicata sulla rivista svizzera Fluire, edizioni Alla Chiara Fonte, di Mauro Valsangiacomo, da cui è nata nel 2025 la seconda silloge, con lo stesso titolo, edita da Gattogrigio Editore. Alcune sue poesie sono state inserite nell’Antologia “Poeti del quotidiano prossimo all’infinito”, a cura di Franco Piol, edizioni Croce e nell’Antologia “Nuovi poeti degli anni ’20” a cura di Andrea Donna.

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

“Ricette Letterarie”: il pollo arrosto alla Calvino, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone il pollo arrosto alla Calvino ispirandosi ad una ricetta attribuita proprio all’autore ligure. Il pollo arrosto è poi presente anche nel “Barone rampante” che si apre con la descrizione dettagliata di un pranzo di famiglia, in cui il pollo (e il tacchino), simboli della tradizione, vengono mangiati con le mani da Cosimo, il protagonista, che così contravviene ogni regola di buona educazione. Il barone rampante fu pubblicato nel 1957 da Einaudi e vinse il Premio Viareggio.

*** IL POLLO ARROSTO ALLA CALVINO ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Italo Calvino: Il barone rampante (1957) 

TESTO:

“Nostro padre, nostra madre sempre lì davanti, l’uso delle posate per il pollo, e sta’ dritto, e via i gomiti dalla tavola, un continuo! (…) Veniva servito un tacchino, e nostro padre a guatarci se lo scalcavamo e spolpavamo secondo tutte le regole reali, e l’Abate quasi non ne assaggiava per non farsi cogliere in fallo, lui che doveva tener bordone a nostro padre nei suoi rimbrotti. Del Cavalier Avvocato Carrega, poi, avevamo scoperto il fondo d’animo falso: sotto le falde della sua zimarra turca (egli aveva passato gran parte della sua vita nel Levante), faceva sparire cosciotti interi per poi mangiarseli a morsi come piaceva a lui, nascosto nella vigna. (…) L’unico che si trovasse a suo agio era Battista, che scarnificava pollastri con un accanimento minuzioso, fibra per fibra, con certi coltellini appuntiti che aveva solo lei”. 

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Ricette Letterarie: il pollo arrosto alla Calvino

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Pollo arrosto con patate novelle

Ingredienti (per 4-6 persone)

  • 1 pollo intero (circa 1,5–1,8 kg), pulito e eviscerato
  • 2–3 spicchi d’aglio
  • 1 mazzetto di rosmarino
  • Qualche rametto di timo
  • Qualche foglia di salvia
  • 1 limone (non trattato)
  • Scorza grattugiata di ½ limone
  • Sale e pepe q.b.
  • 80g olio extravergine di oliva
  • 700 g di patate novelle (con la buccia ben pulita)
  • Circa 250 ml di brodo di pollo (preparato in anticipo)

Preparazione

  1. Trita finemente timo, rosmarino, salvia, aglio e scorza di limone con un poco di sale grosso. Poi spennella il pollo con l’olio extravergine di oliva e massaggialo bene con il battuto aromatico, avendo cura di coprire anche le parti sotto le cosce e le ali. 
  2. Inserisci all’interno della cavità qualche spicchio d’aglio schiacciato, due rametti di rosmarino e il limone tagliato in spicchi. Infine chiudi la la cavità con lo spago da cucina e lega le cosce in modo che il pollo mantenga la forma durante la cottura.
  3. Adagia il pollo in una teglia leggermente unta, coprilo con un foglio di alluminio e cuoci in forno preriscaldato a 220°C per 30 minuti.
  4. Nel frattempo, taglia le patate novelle a metà (senza sbucciarle), condiscile con olio, sale, pepe e due spicchi di aglio, rosmarino, timo e salvia. Mescola bene per distribuire l’olio uniformemente.
  5. Passati i 30 minuti di cottura del pollo, togli la stagnola e bagnalo con il brodo caldo. Poi prosegui la cottura in forno del pollo a 180°C per circa 40–50 minuti, insieme alle patate (in una teglia a parte o nella stessa teglia). Ogni tanto gira le patate e bagna il pollo con poco brodo se ti sembra che si stia seccando. Il pollo è pronto quando è ben dorato e la carne risulta tenera (si taglia “come il burro”). Per una pelle ancora più croccante, negli ultimi 5 minuti puoi alzare la temperatura del forno a 200°C o attivare il grill. 
  6. Infine servi il pollo ben caldo con le patate, qualche erba aromatica e spicchi di limone.

Italo Calvino: “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, di Silvia Lanzi

Ho conosciuto Calvino, come molti, sui banchi di scuola: ho amato particolarmente Marcovaldo e le sue tenere e tragicomiche avventure.
L’ho ritrovato, scrittore per adulti quando, qualche tempo fa, ho letto, su consiglio di mia moglie, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Ed è stato subito amore. Il libro è qualcosa di strepitoso, un incrocio tra matrioska e labirinto: storie dentro storie dentro storie. Racconti divergenti che si intrecciano come il filo di un gomitolo di lana. Iniziano. Si interrompono e si inseguono. Quando ne inizi una ti prende forte e vorresti sapere come finisce. Ma inevitabilmente viene interrotta da un’altra – e con quella nuova succede lo stesso e via così fino all’ultima pagina.


A volte si tratta di storie volutamente assurde o quantomeno improbabili e grottesche, ognuna scritta con uno stile diverso, unico, che intrigano e spiazzano e nelle quali sono nascoste suggestioni e rimandi a diversi altri autori. Calvino dissemina ogni storia di riferimenti apparentemente fantasiosi che sembrano creati ad hoc – gruppi etnico/linguistici dai nomi buffi e poco probabili, opere che sembrano pseudobiblia – che però, in effetti, sono reali.
Segno senz’altro della grande erudizione dell’autore ma messi lì con una tale naturalezza, che sembrano parole e concetti di uso quotidiano, talmente banali da non dovercisi neanche soffermare.
Il Calvino del “Viaggiatore” è sublime e frustrante.
Sublime perché è scritto in maniera pressoché perfetta. L’autore infatti, ammicca al lettore, lo coinvolge fattivamente, direi che lo costringe ad amare l’intrecciarsi delle storie che scrive; frustrante perché, alla fine, la storia che dà il titolo al libro non compare nemmeno.
E a me è venuta voglia di scriverla come una sorta di appendice-omaggio quasi un’esigenza fisica. Chissà che qualcuno non l’abbia già fatto.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).