Emmanuel Carrère: “I baffi” (Adelphi), di Maddalena Crepet

Cosa ti ridi sotto quei baffi Analisi metaforica di Emmanuel Carrère

Il protagonista del romanzo I baffi, però, non ride affatto. Un bel giorno, un architetto di mezza età parigino decide di fare un cambio di look: si taglia i baffi di netto. È quello che, a tutti gli effetti, gli esperti di narrazione definirebbero “l’incidente scatenante”. Da lì, infatti, nulla è più come prima. E non solo perché il suo aspetto fisico è decisamente mutato – ora al posto dei baffi compare solo una macchia sbiadita dovuta alla mancanza di abbronzatura nella zona pilifera –, ma soprattutto perché da lì si innescano una serie di vicende, fraintendimenti, giochi, sfide, che determinano nel protagonista una confusione immane. La moglie, Agnès, lavora come ufficio stampa in una casa editrice francese. È bella, algida, di lei conosciamo non l’interezza, quanto piuttosto parti di corpo, vivisezioni. È come se Carrère ci volesse restituire uno sguardo non composto da un’omogeneità, quanto piuttosto da una scomposizione: è qui il nodo centrale. L’architetto non ci restituisce mai un’immagine di sé totale, ma sempre frammentata, e, in quei frammenti, fra quei frammenti, si insinua, si insedia, il seme del dubbio. Lui è convinto di aver sempre avuto i baffi lunghi, che, soltanto ora, ha deciso di tagliare. Lei è convinta dell’esatto contrario: il marito non ha mai avuto i baffi, fissato com’è nel radersi tutte le mattine.

L’architetto annaspa, suda freddo, non capisce. La sera della rasatura vanno a cena da una coppia di amici. È l’occasione perfetta per far comprendere ad Agnès che si sbaglia, che lui ha sempre posseduto un bel paio di baffi, che solo ora ne è privo! E invece nessuno pone domande, tutto scorre come se nulla fosse accaduto, come se il suo aspetto fosse sempre lo stesso, forse qualche segno di affaticamento di troppo, ma è solo eccesso di lavoro! 

Si cade con tutte le scarpe in una sorta di tragicommedia pirandelliana dove la parte è per il tutto, e il naso viene sostituito dalla parte inferiore del volto. Ogni elemento di realtà, ogni verità, sembra vacillare, sembra essere messa in discussione. Non solo i famigerati mustacchi, ma anche la cena dagli amici, l’opinione dei colleghi – anche loro sgomenti di fronte alla convinzione cieca del protagonista –, perfino quella di una donna per strada, tutto è vero e falso al contempo, quindi tutto è indefinito, vago, sfumato. Il lettore inizia a seguire questo filo di perle, e le perle non sono più le certezze, ma i dubbi stessi, ci cammina sopra con il passo dell’equilibrista, sperando quasi, alla fine, di non trovare più un’oggettività, ma un buco nero. E quel buco nero arriva davvero, con un finale che oggi riterremmo splatter, che Carrère probabilmente definirebbe, tuttora, come l’unico possibile. 

I baffi non è solo una tragicommedia, non è solo la risata dark, il racconto grottesco di un uomo che ha perso i suoi baffi, e, con essi, sé stesso. È una grande metafora, o meglio, una metafora nella metafora: da una parte abbiamo l’ombra lunga della moglie, dell’intransigente Agnès, o della folle Agnès, o della irreprensibile Agnès; di lei sappiamo che le piace scherzare, manipolare la realtà, è insomma avvezza allo scherzo che sfocia in qualcosa di più grande, forse ingestibile. Sembra che ogni volta che il protagonista si allontani da lei, esca dal suo cono d’ombra, respiri, viva nella libertà di credere a ciò che davvero è. Ma è autoconvinzione o tossicità? Agnès appare una presenza tossica nella vita del povero architetto; anche quando decide di prendere il primo volo, e finire niente di meno che a Hong Kong, lei lo insegue, si fa trovare nella sua stanza d’albergo, lo convince, ancora una volta, che tutto sia normale nella sua assoluta anormalità. È quella che la generazione dei nativi digitali classificherebbe come un malessere. O meglio, rappresenta, incarna, appieno questo concetto. L’altra metafora, quella contenitiva, è di carattere esistenzialista, o, per meglio dire, relativista: quanto ciò in cui crediamo, di cui siamo fermamente convinti, è vero? Quanto il nostro punto di vista può stridere, finanche confliggere, con quello altrui? E quanto, più in particolare, noi dipendiamo da quel punto di vista altrui? 

Carrère non ci pone di fronte a facili soluzioni, risoluzioni. Ci fa annaspare, a volte in cerca di una boa, a volte contenti di stare in mare aperto. È liberatorio nella sua crudeltà. E così anche noi ci ritroviamo in quella vasca da bagno, la stessa in cui, per la prima volta il protagonista decide di mutilarsi, e poi lo fa davvero, lo facciamo anche noi. Affoghiamo nelle domande, senza che ci possa essere una risposta univoca, una strada facilmente percorribile. Non siamo pazzi, forse siamo solo terribilmente umani.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Intervista a Roberta Lepri per “La gentile” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 8 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.8 Roberta Lepri, “La gentile” (Voland).

In un’epoca dove i diritti delle donne alla libertà di scelta, all’indipendenza e all’autonomia, in primis di pensiero, vengono urlati nelle piazze e nelle istituzioni affinché vengano ascoltati e rispettati, mi sono imbattuta nel romanzo La gentile, ultimo lavoro di Roberta Lepri, già vincitrice dal Premio Chianti 2024 con DNA Chef

L’opera, che si presenta come un romanzo storico, sottolinea la necessità delle donne che abitavano un tempo non troppo lontano da quello attuale di affermare, attraverso il garbo, la propria identità femminile e lottare per l’autodeterminazione. 

Da una raccolta epistolare e una ricerca documentale sulla figura di spicco di Alice Hallgarten Franchetti, l’autrice disegna una parabola universale sulla colpa e sulla redenzione. 
​Non si tratta di una semplice cronaca storica, ma di una narrazione di scavo che utilizza la parola per illuminare gli angoli bui dell’interiorità delle protagoniste. Roberta Lepri dimostra una scrittura elegante e puntuale, capace di declinarsi in registri differenti per restituire la distanza tra i due mondi rappresentati. 


Da un lato abbiamo Alice, figura storica realmente esistita, che vive la filantropia come un disperato tentativo di colmare un vuoto affettivo; il suo registro è alto, riflessivo, intriso di una malinconia colta e corredato da un femminismo sottile appena accennato, ma preponderante. Dall’altro c’è Ester, figlia di contadini, per la quale l’autrice adotta un registro più asciutto, crudo e pragmatico, specchio di una realtà dove la sopravvivenza non ammette fronzoli linguistici. 

​Il rapporto tra le due donne è una spirale di DNA: vicine ma mai sovrapponibili, unite da un senso di responsabilità che diventa maledizione. Questa complessa dinamica è narrata con un forte distacco analitico: l’autrice osserva e descrive le differenti derive dell’animo umano senza giudizio, lasciando che i fatti risuonino nei comportamenti delle due protagoniste. Se Alice si rifugia nel rimpianto e nell’autoindulgenza della propria solitudine dorata, Ester incarna una cenerentola moderna che non aspetta il principe, ma impara a mettere da parte la gioia “come il grano in estate”, consapevole della sua estrema rarità e cogliendo il buono anche nella sventura con un coraggio senza pari.

Metafora del racconto è l’uroboro, simbolo di un’energia che si consuma e si rigenera, proprio come il legame indissolubile tra la baronessa Alice Hallgarten Franchetti e la giovane Ester, così come la forza di quest’ultima che riesce a rialzarsi con dignità anche in situazioni di estrema avversità. 


​Nonostante lo sfondo sia ricco di eventi cruciali (dalla Prima guerra mondiale all’ascesa del fascismo, fino alle ferite del secondo dopoguerra) la storia non schiaccia, ma funge da reagente chimico che svela la vera natura dei personaggi e ne caratterizza i dettagli. 

“La vita cambia di colpo e tu credi che non riuscirai a sopportarlo. Invece ti abitui e vai avanti. Poi, dopo un po’, quello che all’inizio pareva assurdo diventa normale. Continuare senza impazzire ha comunque un prezzo.” Questa citazione riassume la filosofia dell’opera: l’adattamento come forma di sopravvivenza, ma anche come mutilazione dell’anima. 

​Centrale è il tema della famiglia, come in altre opere dell’autrice, intesa non come luogo di accudimento ma come fonte di ferita e tradimento. Il romanzo ci ricorda che la cicatrice inflitta da chi dovrebbe amarti è l’unica da cui non si può fuggire, nemmeno attraverso la filantropia o la ricchezza. 

La riflessione disincantata del finale è tanto sconcertante quanto vera: la vita è assurda e necessitiamo tutti della qualità dell’arrendevolezza di fronte agli eventi, una “gentilezza consapevole”, ascetica, filosofica, quasi buddista, che permette di cogliere piccole sfumature di colore in un’esistenza segnata dal buio di sofferenze e sogni infranti. 

La gentile è un romanzo che racconta la vita vera e che interroga il lettore sul costo della benevolenza e sulla crudeltà dell’esistenza. Roberta Lepri ci consegna una storia dove non ci sono vincitori, ma solo esseri umani che cercano di non soccombere sotto il peso del proprio destino. 
È un passaggio perfetto per chiunque voglia capire come il passato continui a vibrare nel presente, proprio come un filo intrecciato in un telaio antico.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Virginia Woolf (25 gennaio 1882 – 28 marzo 1941) – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Adeline Virginia Stephen – Woolf sarà il suo nome da sposata – è stata tra i più importanti scrittori inglesi, voce innovatrice del romanzo modernista e pioniera del femminismo letterario. Nata a Londra il 25 gennaio 1882 in un contesto intellettuale vittoriano, perde precocemente i genitori e una sorellastra, lutti che coincidono con le prime crisi depressive che l’accompagneranno per tutta la vita. Studia Storia e Lettere Classiche al King’s College di Londra e nel 1912 sposa Leonard Woolf, con cui fonda una piccola casa editrice, la Hogarth Press, e anima il Bloomsbury Group, una cerchia di artisti, scrittori ed economisti. Autrice di romanzi fondamentali nella storia della letteratura mondiale – come La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Orlando (1928), Le onde (1931) -, nonché di saggi in cui critica la società patriarcale, le gerarchie di generi e la dipendenza economica delle donne (Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee), la Woolf si toglie la vita il 28 marzo del 1941. A 144 anni dalla nascita, Maestro Missile ci propone la traduzione della lezione Ted-Ed dedicata alla grande scrittrice inglese.

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Napoletano in pillole: Lezione 3, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“T’aggia fà abballà ‘ncopp’ ô cerasiello” è una di quelle minacce napoletane che fanno ridere mentre mettono in riga. Nel sottotesto c’è una regola sociale antica: non montarti la testa, non alzare troppo la voce, non trasformare una discussione in un comizio.

Letteralmente questa espressione è assurda (far ballare qualcuno su una piantina di peperoncino), ed è proprio lì il trucco: l’esagerazione serve a dire “ti tengo in tensione, ti faccio passare la voglia di fare il gradasso”. Qui “ballare” non è inteso come “divertirsi”, bensì come agitarsi, strafare, mettersi in mostra.

Il cerasiello diventa così un palcoscenico pericolante: fragile, inadatto a sostenere pesi e vanità. Per questo l’area semantica del detto incrocia un’altra espressione molto comune: “stà ‘ncopp’ ô cerasiello”, usata in tono sarcastico per prendere in giro chi si mette in cattedra, chi è borioso e supponente.

Nella pratica quotidiana, il contesto è quasi sempre relazionale: una lite tra amici, una persona che “sale di tono”, qualcuno che fa il saputello. E allora la frase diventa un modo elegante di chiudere la partita senza fare danni, strappando una risata e raffreddando gli animi. Ma intanto il colpo arriva preciso: scendi di tono, prima che ti fai male da solo. 

Simona Iaccio e Stefano Russo

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Buon divertimento!

Ilaria Salis:”Vipera” (Feltrinelli), di Massimo Congiu

Lo scorso ottobre la plenaria di Strasburgo ha confermato l’immunità parlamentare di Ilaria Salis. Il risultato del voto è stato la risposta negativa alla richiesta di revoca delle autorità ungheresi che avrebbero voluto il ritorno in carcere della eurodeputata di AVS (Alleanza Verdi Sinistra). Richiesta avente il chiaro sapore di un regolamento di conti evidentemente lasciati in sospeso, suo malgrado, dalla giustizia ungherese, che aveva tenuto Ilaria in carcere per quindici mesi di detenzione dura, di udienze che l’avevano vista comparire di fronte ai giudici con le catene ai polsi e alle caviglie. 

La storia di questa assurda detenzione preventiva, che è stata già di per sé stessa una condanna, è raccontata dalla protagonista in “Vipera” (Ilaria Salis, Feltrinelli, 2025, 224 pagine) ed è iniziata con l’arresto avvenuto a Budapest nel febbraio del 2023 e motivato dall’accusa di partecipazione al pestaggio di due militanti neonazisti intenti a rendere omaggio ai loro “eroi” nel “Giorno dell’Onore”. Una celebrazione, quest’ultima, che ogni anno si tiene a febbraio nella capitale ungherese per ricordare la “valorosa resistenza” dei militi nazisti tedeschi e dei loro alleati ungheresi durante l’assedio di Budapest svoltosi fra il dicembre del 1944 e il febbraio successivo.

Se il “Giorno dell’Onore” è tollerato dal governo di Viktor Orbán non altrettanto può dirsi delle manifestazioni antifasciste che dall’esecutivo danubiano e dai suoi sostenitori vengono considerate nient’altro che pericolose provocazioni di facinorosi e violenti.

Così Ilaria è finita nel mirino delle autorità giudiziarie di quel paese e ha dovuto subire una detenzione disumana lunga e inaccettabile, espressione di un sistema che considera le pene come strumenti esclusivamente punitivi e afflittivi, volti a piegare il ristretto e a privarlo della sua dignità. Da considerare che tutto ciò è avvenuto senza che vi fosse uno straccio di prova a sostegno dell’accusa rivolta all’autrice del libro. Accusa che parla di ferite gravi, addirittura potenzialmente mortali, in realtà guarite in sei-otto giorni. È l’inizio dell’incubo, dell’assurdo che diventa realtà e che viene narrato in sette capitoli densi, coinvolgenti, scritti in prima persona ma dedicati a chiunque subisca la privazione della libertà in maniera ingiusta o perché innocente o per condizioni di detenzione da considerare intollerabili: scarsa igiene, poca luce, sovraffollamento, privazione di diritti fondamentali. “Vipera” è quindi una voce che si leva per denunciare queste brutture che sovente caratterizzano la realtà carceraria, non solo quella ungherese, e che sottolinea lo stato di angoscia e il senso di abbandono diffusi fra i detenuti, con particolare valenza per quanti si ritrovano a scontare pene all’estero, senza poter contattare i propri cari, senza agevolazioni che in qualche modo superino le barriere linguistiche.

Il libro è anche il racconto di una vicenda che trasuda umanità, fatta di quotidianità dietro le sbarre, in poco spazio umido e poco illuminato da condividere con altre ristrette che hanno alle spalle storie pesanti. Donne finite nelle maglie di un sistema brutale cui si deve la trasformazione degli istituti di pena in discariche sociali e l’illusione dispensata all’opinione pubblica, alla gente, che c’è chi veglia sulla sua incolumità. È il refrain di certa retorica securitaria di cui abbiamo esempi chiari anche qui da noi che subiamo gli effetti di un’involuzione autoritaria degna di andare a braccetto col sistema di Viktor Orbán e, anzi, fiera di questo parallelismo.

“Vipera” è una storia di resistenza che descrive soprusi visti e subiti; l’autrice lo fa con un approccio privo, comunque, di livore; la sua denuncia è colma di voglia di giustizia, di lotta contro qualsiasi forma di potere che criminalizzi la povertà, tolleri o addirittura incoraggi l’emarginazione sociale e tenda a punire in modo “esemplare” i reati commessi da gente che ha perso la speranza non certo per distrazione o per recare noia ai cosiddetti benpensanti. Nella testimonianza di Ilaria Salis c’è il tunnel ma anche la luce in fondo, guadagnata dopo un percorso di sofferenza e angoscia sì, ma anche di speranza tenace, sorretta da ideali e amore per la vita.

Oggi l’autrice del libro si dedica ai problemi del carcere da eurodeputata, visita gli istituti di pena italiani, incontra i detenuti, denuncia le gravi carenze del nostro sistema penitenziario e, memore della sua esperienza, cerca di tenere alto il livello dell’attenzione sul caso di Maja T. Inspiegabilmente estradata dalla Germania, suo paese d’origine, Maja è ancora in carcere in Ungheria, accusata dello stesso reato, e rischia una pena sproporzionata a 24 anni di carcere. Non va lasciata sola.

Massimo Congiu

Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.