Vito Mancuso: “Gesù e Cristo” (Garzanti, 2025), di Amedeo Borzillo

 “Gesù per me è un amico, prima era un Signore cui mi avvicinavo con inchino, genuflessione, ubbidienza e venerazione. Immerso nel mistero.”

Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, studi teologici napoletani, già docente all’Università San Raffaele di Milano, ha presentato a Napoli, in una sala dell’Archivio di Stato letteralmente gremita, “Gesù e Cristo”, un libro rivolto al grande pubblico, ben documentato, che integra storia delle religioni e filosofia, con alcune tesi molto originali, e che raccoglie le ricerche e le riflessioni di un’intera vita dedicata dall’autore alla questione cristologica.

Chi era Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Cosa ci raccontano i Vangeli ?

La tesi fondamentale è nelle prime pagine del libro: 

“Gesù nacque a Nazareth, Cristo nacque a Betlemme. Giuseppe era il padre terrestre di Gesù, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle, Cristo era figlio unico.”

Gesù predicava e denunciava le ingiustizie, Cristo compieva miracoli e toglieva i peccati del mondo. Gesù morì solo, gridando “perché mi hai abbandonato”, Cristo visse, con la morte, la sua vittoria. 

Mancuso propone una distinzione netta tra il Gesù storico – l’uomo di Nazareth con una famiglia e un padre terreno – e il Cristo della fede – figura teologica costruita dalla tradizione cristiana primitiva. 

L’autore non si limita a separare Storia e Idea, ma propone una loro ricomposizione su basi nuove: le due dimensioni non sono incompatibili ma costitutive dell’esperienza umana.

Secondo Mancuso i 4 vangeli canonici non sono biografie storiche ma opere teologiche con la finalità di suscitare fede nella persona e nel messaggio di Gesù, integrando tradizione orale, fonti e interpretazioni successive.

Sono quindi invenzioni?

No, i Vangeli non sono invenzioni: per l’autore sono testimonianze religiose basate su eventi storici reali, ma adattati per proclamare la fede nel Cristo risorto. Contengono un nucleo storico verificabile (esistenza di Gesù, battesimo, predicazione del Regno, crocifissione), ma anche elementi teologici non storici (miracoli, risurrezione come esperienza di fede). Mancuso vede i Vangeli come “testimonianze di fede che si basano sulla storia“, non sempre fedeli nei dettagli ma radicate in un Gesù reale.

Le critiche, soprattutto da parte dell’ortodossia ecclesiastica e della stampa a ispirazione cattolica, parlano di “discutibile ricostruzione”, di “abuso definirlo un testo teologico”, “un libro non cristiano”, “un testo provocatorio, impressionante più che interessante”,” un racconto, non un saggio teologico”,”uno scritto pieno di ovvietà…”

Invece Mancuso è l’alfiere della  necessità di un’evoluzione teologica: il Gesù storico è visto come l’unico dato oggettivo mentre il Cristo come una costruzione: però lui stesso ci dice che abbiamo bisogno di “religio”, cioè di qualcosa che guardi oltre e che accomuni la famiglia umana per responsabilizzarla, per costruire un collante sociale.

“Ciò che ancora oggi rende possibile la simbiosi “Gesù e Cristo” non è il mito della morte-risurrezione, ma la fede nel primato del bene e della giustizia che abitava l’anima di Gesù e che lo portava ad annunciare il regno di Dio. Il cristianesimo, in altri termini, è chiamato a essere finalmente onesto verso Gesù, collocando al centro non più il suo essere “vittima immolata” ma la sua fede e la sua spiritualità.”

La storia di Gesù merita di essere tramandata perché 

è la storia del Figlio di Dio: se anche non lo fosse, restano il Vangelo e la prassi del cristianesimo che ne deriva: fraternità, carità, giustizia, uguaglianza. Il cristianesimo, in altri termini, è chiamato a essere finalmente onesto verso Gesù, collocando al centro non più il suo essere “vittima immolata” ma la sua fede e la sua spiritualità.”

 Ed è questa onestà storica il valore aggiunto di questo libro, che risulterà particolarmente interessante per chi cerca una teologia radicalmente alternativa alla tradizione cattolica, e per chi desidera davvero confrontarsi con un approccio storico per ricercare la concreta umanità di “Gesù e Cristo”

Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, è docente del Master in Meditazione e Neuroscienze dell’Università degli studi di Udine. Ha fondato e dirige il Laboratorio di Etica MAST di Bologna. Autore di numerosi saggi, é editorialista del quotidiano “la Stampa”. 

Amedeo Borzillo 

“Ricette Letterarie”: Le ciambelle di Anton Čechov, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone le ciambelle di Anton Čechov, ispirate al racconto “Incubo” (Košmar, “Novoe vremja”, 29 marzo 1886), tratto dalla raccolta “Čechov, Racconti”, nell’edizione Garzanti in due volumi a cura di Fausto Malcovati. Il racconto ruota intorno alla figura di un sacerdote anziano e malato, Padre Jakov, che fatica a adempiere ai suoi doveri liturgici e che per questo motivo rischia di essere destituito a causa dell’intervento di Kunin presso il vescovo.

*** Le ciambelle di Anton Čechov ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Anton Čechov: “Incubo” (Košmar, “Novoe vremja”, 29 marzo 1886) 

TESTO:

“Padre Jakov era talmente immerso nell’operazione bere il te, che non potè rispondere subito. Alzò su Kùnin i suoi occhi grigi, stette a riflettere e come ricordandosi della questione che gli veniva posta, scosse il capo con gesto diniego. L’espressione di un piacere intenso e del più quotidiano e del più prosaico appetito, gli si diffuse da una orecchia all’altra, sul brutto viso. Degustava rumorosamente ogni goccia di tè, e, bevutolo sino in fondo, posò il bicchiere sul tavolo; ben presto lo riprese, ne guardò il fondo, mise ancora sul tavolo. L’espressione di piacere scomparve dal suo viso. Un po’ più tardi, Kùnin osservò il pope che prendeva una ciambella dal cestino, ne rompeva un pezzo, lo rigirava fra le dita, e infine lo sprofondava lesto in una delle tasche”. 

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Ricette Letterarie: Le ciambelle di Anton Čechov

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Ingredienti per circa 16 biscotti a forma di ciambella friabili e profumati al limone, perfetti da servire con il tè.

  • 150 g farina bianca per dolci setacciata
  • 80 g farina di mandorle
  • 125 g burro morbido 
  • 80 g zucchero a velo
  • 2 tuorli di uovo Medio
  • Scorza grattugiata di 1 limone (non trattato)

Nota: io ho seguito la procedura a mano, utilizzando un tarocco ma puoi utilizzare anche le fruste elettriche o l’impastatrice planetaria. La cosa importante è che il burro sia a pomata per cui ricorda di lasciarlo fuori dal frigorifero almeno sei ore prima di iniziare la preparazione o, ancora meglio, tutta la notte. Ti sconsiglio di scaldarlo al microonde o a bagnomaria perchè non si ammorbidisce in modo uniforme. Un’altra caratteristica di questi biscotti è la finezza, che si ottiene utilizzando la farina setacciata e sopratutto lo zucchero a velo

Procedimento

  1. In una ciotola capiente lavora il burro a pomata con lo zucchero a velo fino a ottenere una crema chiara e spumosa. Aggiungi la scorza di limone e continua a lavorare fin quando la scorza si fonde nella miscela.
  2. Incorpora i tuorli, uno per volta, facendoli assorbire bene all’impasto: otterrai una crema liscia e profumatissima.
  3. Aggiungi per prima la farina di mandorle, lavorala bene con il composto e poi aggiungi la farina precedentemente setacciata.
  4. Versa l’impasto sul tavolo da lavoro e forma velocemente un panetto. Dovrebbe avere la consistenza morbida ma soda, per poterla spremere agilmente nel sac à poche. Avvolgi il panetto nella pellicola e mettilo in frigorifero mentre ti prepari per stampare i biscotti.
  5. Prendi due teglie da forno e cospargile con un sottile strato di burro, poi fissa sopra ciascuna teglia un foglio di carta forno. È importante per formare i biscotti su una base ben ferma. Se hai il silpat antiaderente va benissimo.
  6. Metti l’impasto nel sac à poche con bocchetta dentellata da 13cm e forma sulle teglie delle ciambelle di diametro circa 5cm.
  7. Inforna in forno caldo a 165°C per 15 minuti, finché la superficie dei biscotti risulta leggermente dorata. Non devono scurirsi troppo.
  8. Una volta cotti, lascia raffreddare le ciambellone di pasta frolla completamente prima di staccarle dalle teglie. Puoi anche intingerne metà nel cioccolato fuso (fondente o bianco) ma sono già perfette così.

Italo Calvino: “Sotto il sole giaguaro”, di Dino Montanino

Sotto il sole giaguaro è un’opera di Italo Calvino pubblicata postuma, nel maggio 1986, dall’editore Garzanti. Calvino si proponeva di scrivere cinque racconti dedicati ai cinque sensi ma la morte improvvisa non gli consente di portare a termine il suo progetto. Il libro dell’86 contiene i tre titoli compiuti: Il nome, il nasoSotto il sole giaguaro, Un re in ascolto, dedicati rispettivamente all’olfatto, al gusto e all’udito. 

Il racconto Sotto il sole giaguaro è la storia di un viaggio in Messico. Chi racconta è il protagonista maschile che viaggia con Olivia, la sua compagna. Il racconto si apre con la descrizione di un dipinto. Siamo a Oaxaca, tra Città del Messico e il Chapas e, in una saletta che porta al bar dell’hotel dove sono ospitati i due viaggiatori, c’è una grande tela oscura che rappresenta “una giovane monaca e un vecchio prete, in piedi, affiancati, le mani leggermente staccate dal corpo, quasi sfiorandosi”. Una didascalia nella parte bassa del quadro ci racconta che lui era stato il cappellano e lei la badessa del convento. Si tratta del convento di Santa Catalina successivamente trasformato in albergo. Nella didascalia si trova un’affermazione strana che cattura l’attenzione dei due viaggiatori. Si dice che la donna, di nobile famiglia, era entrata in convento all’età di diciotto anni e che lui era stato il suo confessore; i due erano ritratti insieme per l’amore che li aveva legati per trent’anni. Quando lui era morto lei, più giovane di vent’anni, si era ammalata gravemente ed “era spirata d’amore per raggiungerlo in cielo”. Che amore poteva essere quello che legava il cappellano alla badessa? Sicuramente un “amore difficile” per citare Calvino al punto che il narratore sente di trovarsi “in presenza d’un dramma o d’una felicità” che impedisce ogni commento; che intimidisce, suscita timore e comunica un senso di malessere. Olivia, di fronte al dipinto, resta in silenzio poi esprime il desiderio di mangiare chiles en nogada, peperoncini rossobruni in salsa di noci. Perché, dopo la vista del dipinto, Olivia afferma di voler mangiare? Ce lo spiega il suo compagno, di viaggio e di vita. Pochi giorni prima, in un ristorante di Tepotzotlán, anche questo ricavato da un vecchio convento, i due avevano assaggiato pietanze preparate secondo le antiche ricette delle monache. Pietanze raffinate ed elaborate che richiedevano ore e ore di lavoro. Quelle monache passavano intere giornate in cucina? La curiosità di Olivia è legittima ma le viene spiegato che le figlie di famiglie nobili entravano in convento “portando con sé le proprie donne di servizio; cosicché per soddisfare i veniali capricci della gola, i soli a esser loro concessi, le monache potevano contare su uno stuolo alacre e infaticabile d’esecutrici”. Risultato: piatti nati da “vite intere dedicate alla ricerca di nuove mescolanze d’ingredienti e variazioni nei dosaggi, all’attenta pazienza combinatoria, alla trasmissione d’un sapere minuzioso e puntuale”. Piatti capaci di generare un’estasi barocca e ridondante, una mescolanza tra tradizione india e cultura ispanica che ricorda gli eccessi degli edifici coloniali. La sfida tra le antiche civiltà d’America e lo sfarzo barocco introdotto dai conquistatori dall’architettura si era estesa alla cucina dove era avvenuta una mirabile e inattesa fusione. “Attraverso bianche mani di novizie e mani brune di converse, la cucina della nuova civiltà ispano-india s’era fatta anch’essa campo di battaglia tra la ferinità aggressiva degli antichi dèi dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca…”.  

Ma torniamo a Olivia e al suo desiderio di mangiare. Da quando è iniziato il viaggio in Messico, la donna mangia in modo diverso. “Le labbra d’Olivia nel bel mezzo della masticazione indugiavano fin quasi a fermarsi, ma senza interrompere del tutto la continuità del movimento, che rallentava come non volendo lasciar allontanare un’eco interiore, mentre il suo sguardo si fissava in un’attenzione senza oggetto apparente, quasi come in allarme”. Ma, nonostante possa sembrare un approccio teso a vivere in solitudine l’esperienza della scoperta di nuovi sapori, in realtà la donna sente continuamente il bisogno di condividere le sue emozioni gustative coinvolgendo continuamente il suo compagno “come se in quel preciso momento i nostri incisivi avessero triturato un boccone di composizione identica e la stessa stilla d’aroma fosse stata captata dai recettori della mia lingua e della sua”. Il narratore gradisce moltissimo il bisogno di condivisione manifestato dalla sua compagna anche perché, dall’inizio del viaggio in Messico, l’intesa fisica con Olivia sta vivendo un momento di rarefazione e la nuova complicità costruita a partire dalla degustazione di cibi esotici porta l’uomo a notare con compiacimento come “certe manifestazioni della carica vitale di Olivia, certi suoi scatti o indugi o struggimenti o palpiti, continuassero a dispiegarsi senz’aver perso nulla della loro intensità, con una sola variante di rilievo: l’aver per teatro non più il letto ma una tavola apparecchiata”. Ma la speranza che dalla tavola apparecchiata si possa tornare alla ritrovata pratica dell’amore fisico è destinata, almeno per ora, a restare frustrata. La cucina messicana evoca e stimola il desiderio, ma si tratta di un desiderio che trova soddisfazione solo nell’ ambito che lo ha fatto nascere: il cibo. E, di conseguenza, si alimenta mangiando sempre nuovi piatti senza, per questo, investire l’intimità amorosa.

Tornando alla badessa e al cappellano, il narratore è convinto che, come stava accadendo a lui e a Olivia, anche quell’amore immortalato nel dipinto, se riusciamo a sconfinare oltre la cornice del quadro e al di là delle parole contenute nella didascalia, dobbiamo immaginarlo come un sentimento “perfettamente casto, e nello stesso tempo d’una carnalità senza limiti in quell’esperienza dei sapori raggiunta per mezzo d’una complicità segreta e sottile”.

Il racconto potrebbe finire qui. Utilizzando la metafora del viaggio potremmo dire che siamo arrivati alla meta. Il percorso del narratore e di Olivia li ha portati a una scoperta inattesa, a ritrovare una complicità nuova e mai immaginata. Ma quando si viaggia evitando di ancorarsi a programmi rigidi è possibile scoprire in ogni momento realtà e suggestioni impreviste. È quello che accade ai viaggiatori protagonisti del racconto che, come molti turisti in Messico, vanno a visitare, in prossimità di Oaxaca, gli scavi archeologici di Monte Albán. Monte Albán “è un complesso di templi, bassorilievi, grandiose scalinate, piattaforme per i sacrifici umani”. Tre civiltà si sono succedute a Monte Albán: Olmechi, Zapotechi, Mixtechi. La guida che accompagna il narratore e Olivia è un uomo grosso di nome Alonso che fornisce le sue spiegazioni accompagnandole con ampi gesti teatrali; si sofferma a lungo sui bassorilievi detti «Los Danzantes» che raffigurano scene legate a riti sanguinosi e a sacrifici umani. Si fa riferimento anche a gare sportive: “figure che corrono o lottano o giocano a palla”. Quella gare non hanno nulla di olimpico, di pacifico. Coloro che gareggiano sono prigionieri di guerra obbligati a entrare nell’agone per decidere chi di loro dovesse salire per primo sull’altare del sacrificio. E, con grande sorpresa di Olivia, si scopre che erano i vincitori a essere sacrificati per primi: avere il petto squarciato dal coltello d’ossidiana era un onore. La donna, sempre più incuriosita, chiede ad Alonso quale fine facessero i corpi delle vittime, le loro membra, le loro viscere. Le bruciavano? Alonso, interdetto e imbarazzato, risponde che non venivano bruciati, venivano lasciati in pasto agli avvoltoi. Olivia incalza l’uomo come se sapesse che non sta dicendo tutta la verità, come se avesse capito che c’è dell’altro che Alonso non vuole riferire. Lui continua a illustrare lo scavo ma Olivia è pensierosa e resta in silenzio per tutta durata della visita.   

Quando rientrano in albergo scoprono che in una delle grandi sale dell’ex convento è in corso una manifestazione elettorale in occasione delle imminenti elezioni presidenziali. Tra i partecipanti compare Salustiano Velazco, un amico di Città del Messico che aveva dato alla coppia molti consigli sul viaggio che si accingevano a compiere. L’uomo va incontro ai due viaggiatori e si informa su quello che, fino a quel momento, hanno visto. Quando gli viene raccontato che sono di ritorno da Monte Albán, Salustiano fa fatica a contenere la sua emozione e, nel fragore della sala, comincia a parlare di sangue, coltelli di ossidiana, sacrifici. Lo fa con un misto di partecipazione ammirata e di sacro orrore e Olivia non si lascia sfuggire l’occasione di chiedergli quello che non era riuscita a sapere da Alonso: il cibo che gli avvoltoi non si portavano via… come finiva? Salustiano risponde e non risponde. Parla di sacerdoti che assumevano le funzioni del dio, di cerimonie segrete, di pasto rituale, di cibo divino… Olivia non si accontenta e chiede come si svolgeva questo pasto. L’interlocutore risponde che, in verità sono solo supposizioni, che forse anche i principi e i guerrieri partecipavano a quel pasto, che la vittima era già parte del dio perché trasmetteva la sua forza divina… e che “solo il guerriero che aveva catturato il prigioniero sacrificato non poteva toccare la sua carne… Stava in disparte piangendo”. Quello che Olivia aveva sospettato si rivela terribilmente vero. Le vittime venivano mangiate, il pasto rituale era fondato sul cannibalismo. Ma alla donna non basta questa sconcertante scoperta, vuole sapere di più. Chiede come veniva preparata quella carne perché, dicono, non è buona da mangiare e allora, forse, ci volevano condimenti forti, per coprire quel sapore. Ma magari quel sapore veniva fuori lo stesso, non era possibile coprirlo. E i sacerdoti? Non hanno lasciato qualche indicazione scritta. Sembra incredibile ma in pochissimo tempo siamo passati dalle raffinate preparazioni delle monache, all’ipotesi di un ricettario utile a preparare piatti a base di carne umana. Salustiano non può dare risposte precise. Ribadisce che quei riti restano avvolti nel mistero e che quella era una “cucina sacra… doveva celebrare l’armonia degli elementi raggiunta attraverso il sacrificio, un’armonia terribile, fiammeggiante, incandescente…”. Poi resta in silenzio e si congeda dalla coppia di amici. 

Durante la cena, Olivia e il suo compagno non possono fare a meno di ritornare sul cannibalismo e sulle modalità con cui venivano preparate le pietanze a base di carne umana. Forse, ipotizza Olivia, il sapore di quella carne “non si poteva, non si doveva nasconderlo… Altrimenti era come non mangiare quel che si mangiava… Forse gli altri sapori avevano la funzione d’esaltare quel sapore, di dargli uno sfondo degno, di fargli onore…”. Come in tutto il racconto, Olivia assume su di sé il ruolo dell’osservatrice attenta del mondo che la circonda. È una viaggiatrice-antropologa che indaga usando strumenti originali. Pone domande, come tutti gli antropologi, e si aspetta risposte esaustive. Ma la sua indagine va ben oltre le modalità consuete. Lei vuole scoprire il mondo anche attraverso i sensi, in particolare attraverso il gusto. E la scoperta del cannibalismo la porta a desiderare di squarciare il diaframma che separa la modernità, a cui lei e il suo compagno, in quanto viaggiatori-turisti, appartengono a pieno titolo, dalla misteriosa e indecifrabile cultura mesoamericana.  

Anche per il narratore l’incontro con il cannibalismo rituale rappresenta un elemento di forte novità. Lui, contrariamente alla sua compagna, non sembra interessato a scoprire i misteri che nascondono gli antichi riti precolombiani. Lui è interessato solo a Olivia, osserva lei perché vuole capire in che modo il rapporto della donna con il cibo messicano possa rappresentare l’occasione per ritrovare gli amplessi rimossi. E dopo le rivelazioni sui banchetti rituali nei quali si serviva carne umana, a cena, osserva Olivia con occhi nuovi. La guarda masticare ogni boccone delle pietanze che ha ordinato e gli sembra di sentire i denti di lei che lo azzannano, che si conficcano nella sua carne, sente la lingua della donna che penetra la sua bocca fino al palato e, poi indietro, sotto la punta dei canini. “Ero seduto lì, davanti a lei ma nello stesso tempo mi pareva che una parte di me, o tutto me stesso fossi contenuto nella sua bocca, stritolato, dilaniato fibra a fibra”. Una situazione di grande intensità ma, anche, di grande reciprocità. Perché mentre viene “masticato” da lei, sente di non essere vittima passiva delle sue fauci. Mentre era “divorato” si convince che sta trasmettendo a Olivia “sensazioni che si propagavano dalle papille della bocca per tutto il suo corpo: era un rapporto reciproco e completo che ci coinvolgeva e ci divorava”. Il narratore non ha la vocazione dell’antropologo. Ci appare, più che altro, un sognatore innamorato desideroso di indagare i comportamenti della sua compagna per immaginare tutte le possibili strade che lo portano a lei, per ritrovare l’intimità perduta. Per questo motivo, quando scopre il cannibalismo rituale, sogna di stabilire con Olivia un rapporto erotico attraverso il cibo arrivando a immaginare di essere “mangiato” per vivere fino in fondo un’unione totale: se mi mangi io posso entrare completamente in te provocando nel tuo corpo vibrazioni mai vissute. 

Ma è un’illusione. Olivia non condivide i desideri del suo compagno. Lo accusa di restare sempre chiuso in se stesso, indifferente al mondo, insipido. Insipido? Se lui è insipido la cucina messicana, forse, può venirgli in aiuto. I suoi sapori accesi potrebbero aiutare Olivia a nutrirsi di lui, della sua sostanza. Ma lei azzera ogni speranza. “La cucina è l’arte di dar rilievo ai sapori con altri sapori, ma se la materia prima è scipita, nessun condimento può rialzare un sapore che non c’è!”. Il viaggiatore, agli occhi di Olivia, è insipido perché non ha nessuna voglia, nessuna intenzione di rompere il diaframma che lo separa dal mondo arcaico. Lui resta un uomo del nostro tempo e le suggestioni che provengono dai cibi messicani lo attirano solo perché possono portarlo alla donna che desidera. 

Con l’amico Salustiano Velazco vanno a visitare uno scavo ancora poco conosciuto. C’è una statua che rappresenta una figura umana semisdraiata che tiene un vassoio posato sul ventre. È il chac-mool. Su quel vassoio venivano offerti al dio i cuori delle vittime. Il narratore chiede come avveniva l’offerta agli dei e Salustiano prefigura varie ipotesi. “Potrebbe essere la vittima stessa, supina sull’altare, che offre le proprie viscere sul piatto… O il sacrificatore che assume la posa della vittima perché sa che domani toccherà a lui…”. In quei riti misteriosi non è facile stabilire la linea di confine tra il carnefice e la vittima. Vigeva una sorta di reversibilità dei ruoli e la vittima accettava di essere tale perché “aveva lottato per catturare altri come vittime…”. Il narratore tira le conclusioni: i sacrificati potevano essere mangiati perché erano loro stessi mangiatori di uomini. Ma Salustiano non lo ascolta perché sta parlando del serpente, l’animale che simboleggia la continuità della vita e del cosmo.

Dopo la visita al chac-mool il narratore crede di aver capito dove ha sbagliato con Olivia: per essere mangiato da lei deve essere lui, per primo, a mangiarla. La sera a cena ordinano due piatti di gorditas pellizicadas con manteca, polpette mantecate al burro, e lui le divora immaginando di mangiare “tutta la fragranza di Olivia attraverso una masticazione voluttuosa”. Quando, dopo cena, si ritrovano in camera da letto, per la prima volta, dopo tanti giorni, ritrovano l’intesa fisica che sembrava assopita. Le proiezioni fantastiche del narratore sono state finalmente appagate. Lui e Olivia hanno fatto l’amore, è riuscito nel suo intento e il racconto, ancora una volta, potrebbe terminare qui.

Ma il viaggio in Messico continua nei territori dei Maya e, di conseguenza, continua anche il racconto. E, nel finale, ci attende una svolta che potrebbe mettere in discussione molte delle nostre osservazioni. A Palenque il narratore visita il Tempio delle Iscrizioni. Olivia, che non ama salire le scale, decide di non seguirlo. Assistiamo ad un improvviso rimescolamento dei ruoli. Lei, l’antropologa indagatrice, resta da sola “confusa nella folla di comitive chiassose di suoni e colori che i torpedoni scaricavano e ingurgitavano di continuo nello spiazzo tra i templi”. Rinuncia per sempre a cogliere il mistero che ammanta quelle affascinanti civiltà e si lascia risucchiare dalla modernità, dalla caciara dei turisti numerosi e disattenti. Lui, al contrario, sale fino al bassorilievo del Sole-giaguaro ed entra nella cripta sotterranea dove c’è la tomba del re-sacerdote. Quando ritrova la luce e comincia la discesa prova una sensazione inattesa. “Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo”. L’uomo che ha vissuto tutto il viaggio nella posizione privilegiata di osservatore di Olivia ha scoperto una vocazione nuova? La sensazione di vertigine che lo avvolge, l’esperienza panica che vive, per un attimo ci fanno pensare a uno scambio di ruoli. Come se dopo gli amplessi notturni, Olivia avesse ceduto al suo compagno il suo desiderio di aprire un varco per andare oltre i limiti angusti della modernità. Ma è un attimo, un’illusione. La “selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese” sono lì davanti a ricordare che il nostro destino è segnato. Pure i viaggiatori più attenti e raffinati, coloro che sono capaci di cogliere la raffinatezza dei cibi esotici e la misteriosa e inquietante profondità di civiltà arcaiche, sono ancorati al tempo limitato e angusto del turismo di massa che può solo immaginare di collegarsi al tempo ciclico e tragico che caratterizzava le civiltà precolombiane. Ma, nonostante tutto, anche nel tempo del turismo di massa il viaggio può assumere una funzione importante. Forse non sarà mai possibile varcare la soglia che dall’oggi ci conduce nei meandri delle società del passato, ma due viaggiatori sensibili come Olivia e il suo compagno riescono a trovare comunque una strada originale per ritrovarsi. Quando sono a tavola, nell’ultima scena del racconto, i denti dei due amanti, per la prima volta, si muovono lentamente con pari ritmo e il loro sguardi si fissano l’uno nell’altro con l’intensità dei serpenti. “Serpenti immedesimati nello spasimo di d’inghiottirci a vicenda, coscienti d’essere a nostra volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e assimila incessantemente nel processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini tra i nostri corpi e la sopa de frijoles, lo huacinango a la veracruzana, le enchilladas…”.

Il cannibalismo universale riferito al rapporto tra i due protagonisti chiude la storia con una suggestiva e problematica ipotesi di pratica dell’amare e del viaggiare che, fino alla fine, non può prescindere dalla degustazione condivisa di cibi raffinati. 

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali.

Claudio Magris: “Tempo curvo a Krems” (Garzanti), di Maurizia Maiano

Claudio Magris, germanista e scrittore nato a Trieste nel 1939, non ha certo bisogno di presentazioni. È stato definito il “cantore” della finis Austriae e della cultura mitteleuropea: basti pensare a opere come Lontano da dove o Danubio. Ha dedicato attenzione anche ad autori italiani di confine, come Biagio Marin e Italo Svevo, e più in generale alla crisi della letteratura contemporanea. Accanto ai saggi, è autore di narrativa: tra le opere più significative vi è Tempo curvo a Krems, che dà il titolo ad uno dei cinque racconti della raccolta pubblicata da Garzanti nel 2019.

In questi testi i protagonisti fanno i conti con un tempo che sembra fermarsi, ma che continua a scorrere inesorabile verso la foce del Danubio. Non il Mar Nero, come si direbbe seguendo la geografia, ma Krems: la cittadina della Wachau che, nel racconto, diventa simbolicamente l’Oceano, un cerchio che abbraccia il mondo. Le sue acque scorrono e, nello stesso istante, ritornano; le rive si specchiano l’una nell’altra. È l’immagine di un tempo che smette di espandersi in linea retta e si curva, trovando una suggestiva raffigurazione anche nella copertina del libro.

Che cos’è un’immagine, se non l’intrinsecamente  statico in contrasto con lo scorrere eracliteo? I cerchi concentrici creati da un sasso gettato nell’acqua: un punto in cui passato e futuro si incontrano nell’eterno presente. E’ qui che letteratura e scienza si sfiorano. Può la letteratura illuminare concetti della fisica quantistica e, viceversa, la fisica aiutare la comprensione della letteratura? In queste pagine le immagini scientifiche si adagiano morbidamente sul racconto, trasfigurando la realtà in simbolo.

Il “cono di luce” di Penrose, per esempio, mostra che nulla può viaggiare più veloce della luce: alla base sta il passato, al vertice il futuro, all’interno un agitarsi di punti, di monadi che, incontrandosi, generano infinite possibilità. Stati finzionali (si chiamano così in fisica quantistica gli stati potenziali, tutto ciò che potrebbe essere) che, in letteratura e in filosofia, diventano lo spazio dell’anima: ciò che tutto contiene. L’indeterminismo quantistico, con le sue possibilità multiple, trova un’eco nell’invenzione letteraria, che crea universi possibili e li rende esperienza umana.

Il tema centrale del libro resta però la vecchiaia: un avanzare per indietreggiare, come scrive Magris:  ci si inoltrava in un territorio sconosciuto per sottrarsi alla realtà che premeva da tutte le parti spigolosa ed invadente. Il mondo continuava ad affluire generoso verso di lui ma a poco a poco aveva sentito  la necessità di arginarlo, di deviare se possibile quel fiume e di erigere qualche barricata contro la vita che avanzava. È il tempo in cui si erigono argini e si cercano ripari contro l’invadenza del mondo, mentre tutto continua a fluire intorno. 

Tempo curvo a Krems è il racconto più complesso della raccolta: qui il tempo fisico si piega e diventa quasi metafisico, toccando le corde dell’interiorità.

Lo spunto narrativo nasce da un episodio casuale: durante una conferenza a Krems, una signora triestina ricorda al protagonista la compagna di liceo Nori, di cui egli era innamorato a diciassette anni. Quel nome riaccende memorie sopite, che sembrano tornare a vivere come presenti. Il fatto che Nori le avesse parlato di lui lo stupì alquanto, ma si lasciò viziare da quella fantasia come da una musica. Era una dilazionata rivincita. Qualche tempo dopo, un amico a Roma gli dice di aver incontrato Nori e di aver parlato con lei di lui. Incuriosito, l’uomo la chiama: ma mentre tenta di presentarsi, dall’altro capo del telefono riceve un saluto festoso, come se fossero amici di lunga data. Un evento banale diventa allora un cortocircuito spazio-temporale, in cui effetto e causa si confondono, e il presente sembra modificare retroattivamente il passato.

Magris gioca qui con le teorie della fisica e le trasforma in metafora esistenziale: può un passato che non è mai stato realmente vissuto essere creato da un evento successivo? Può il presente riscrivere ciò che è stato? Così, la legge newtoniana dell’azione e reazione e la relatività di Einstein diventano immagini narrative della memoria, del desiderio di eternità, della tensione tra apparire ed essere. Quella  familiarità  al telefono era dunque l’effetto di una conoscenza reciproca che per forza doveva esserci stata nel passato e quindi  modificava quest’ultimo, risaliva nel tempo a creare, decenni addietro, qualcosa che allora non c’era stato.  Può un passato che non è mai esistito  essere modificato dalla casualità di un evento presente?

Potremmo continuare con l’esperimento  di John Archibald Wheeler della doppia fenditura ed eseguito in laboratorio. L’ossservazione può influenzare retroattivamente il passato di un evento quantistico. La realtà non è fissata finché non viene misurata e l’osservatore gioca un ruolo attivo nella creazione della realtà.  Da qui la sua famosa sintesi: “Nessun fenomeno è un fenomeno fino a quando non è un fenomeno osservato.” 

In un esperimento classico decidiamo l’assetto prima che il fotone parta. Nel delayed choice (scelta ritardata), invece, il fisico decide dopo il passaggio del fotone durante il percorso.

Incredibilmente, l’esito sembra “adattarsi” alla scelta finale, come se la decisione presente influisse retroattivamente sul comportamento passato. Possiamo usare quanto affermato da Wheeler per lasciare una conclusione aperta al racconto di Magris?

La riflessione si allarga alla nostra epoca, segnata dal culto della giovinezza nella convinzione di poter sfuggire alla fugacità e transitorietà dell’esistenza. Magris, al contrario, offre una visione in cui il passato si allinea al presente, e la morte stessa diventa forma di eternità: Muori e divienicosì veramente sei,  riecheggia la massima goethiana. Eterno  dileguare, eterno  essere,  il  fiore  muore nel  frutto,  dunque  è  il  frutto. Non solo gli esseri viventi, ma anche gli oggetti, gli elementi del paesaggio  subiscono mutamenti  temporali dilatandosi in un tempo infinito.  Ma se non c’è più quel tempo, se non esiste, si può dire cos’era, com’era? Il non-essere non è. La Storia non si fa con i se e con i ma. Un semplice detto popolare che si applica alla Grande Storia e alla Storia personale di ogni uomo.  

Tempo curvo a Krems rimane di raffinata filosofia per l’anima,  ci invita a riflettere sul valore del passato, della memoria che diventano eterno presente: la leggera brezza estiva che entrava dalla finestra, vicina al telefono, era un vento degli spazi infiniti, in cui tutto è presente e simultaneo, il roteare di un pianeta e la luce di una stella che giunge da tanto lontano. Forse il Danubio nei pressi di Krems era l’Oceano. Per noi Krems diventa la metafora che abbraccia i passaggi della vita e medita sul crepuscolo dell’esistenza. E cos’è la vita eterna se non la limpida luce che splende negli occhi immortali di Nori, che non invecchia. Paradosso temporale poiché la trasformazione sul cono di luce all’infinito è possibile solo per corpi fisici senza massa. La familiarità tra i personaggi è descritta come un effetto della relatività ristretta di Einstein secondo cui  si tratta di fenomeni che  avvengono in assenza di gravità dove due eventi non possono essere ordinati nello spazio-tempo in modo assoluto, mentre il tempo curvo fa parte della relatività generale dove la gravità causata da massa e energia determina la curvatura dello spazio e quindi il tempo scorre in modo diverso a seconda  della sua posizione gravitazionale. Allora l’amore, l’amore tra i personaggi è oggetto di un maleficio o di un paradosso temporale?

Un P.S. al commento

Quanti libri ci consentono un viaggio nel tempo, in quanti libri ritroviamo luoghi in cui abbiamo vissuto, esperienze simili del nostro vissuto, ricordi che si affacciano e che attraverso le pagine riviviamo. Nel regno dei libri, tra le sue pagine, tutto acquista un’aureola di strana bellezza, il segno diventa simbolo, ciò che non avremmo mai potuto vedere. È come sentirsi parte di un mondo di eletti in piena consapevolezza.

Ho comprato il libro perché il titolo Tempo curvo a Krems mi ha fulminato, cosa racconterà Magris, anche Magris conosce Krems? Un luogo in cui avevo vissuto da ragazza.  Krems, cittadina della Wachau, valle in cui scorre il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che  si rispecchiano  sempre  nelle  sue  onde e sulle cui rive si stagliano silenziosi, severi e colmi di Storia conventi che accoglievano le scuole per i cadetti della nobiltà ed alta borghesia austro-ungarica come Stift Goettweig, che vedevo dalla finestra della mia stanza ed ancora Stein, Klosterneuburg, Stift Melk und Weisskirchen. Tutto mi riporta indietro nel tempo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Pier Paolo Pasolini: “Petrolio” – una partita ancora aperta, di Sonia Di Furia

Non è facile scrivere di Petrolio e non è opportuno esprimere pareri soggettivi, quindi ne parlerò e basta. E proverò a ragionare sulle emozioni, le sensazioni e i pensieri che questa lettura mi ha costretto a provare.

 Non è mia prassi soggettivizzare una storia, ma l’onestà fino alla scomodità di questa mi costringe a scriverne cercando una qualche angolazione che mi convinca.

Mi imbattei nel titolo quando, durante il mio lavoro di docente di letteratura e storia, lo trovai collegato ai fatti delle stragi di Milano del 12 dicembre 1969 e di Brescia e Bologna dei primi mesi del 1974 per i quali, in un articolo scritto sul Corriere della Sera, intitolato “Che cos’è questo golpe”, Pasolini affermava di conoscere i nomi dei responsabili di quello che veniva chiamato golpe, delle stragi, del vertice che ha manovrato, ha gestito, ha dato disposizioni.

Decisi di andarlo a prenotare personalmente in edicola, quando ancora mi piaceva e non mi pesava (solitario lupo irpino) il contatto fisico e colloquiale con le persone; andai a ritirarlo, portando con me le 638 pagine dell’edizione Oscar scrittori moderni del 2005. 

Proseguii le mie ricerche alla scoperta del mondo pasoliniano, del quale non mi ero interessata granché, troppo presa in quegli anni dai poeti tra le due guerre del ‘900. Lessi Patmos, rappresentabile come orazione laica per voci e megafono; poemetto scritto all’indomani, 13 e 14 dicembre, della strage di piazza Fontana. Patmos era il nome dell’isola greca in cui l’apostolo Giovanni aveva scritto l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, contenente le rivelazioni relative al destino finale dell’umanità, fatte da Gesù Cristo al suo servo Giovanni. Patmos era l’asciutta e composta reazione dell’autore alla notizia, a casa di Antonioni con Moravia, che un ordigno di sette chili di tritolo era esploso alle 16:37 nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e aveva causato 17 morti e 86 feriti.

Tornai alla lunga e difficile lettura del romanzo non finito, al quale Pasolini stava ancora lavorando quando fu ucciso, tra il primo e il 2 novembre 1975, e cominciai a chiedermi presto perché avesse voluto parlare di bassi impulsi sessuali, restituendomi una scomoda visione dell’uomo dietro lo scrittore, plausibilmente forzata. Pensai di abbandonare, ma la lettrice che era in me mi suggeriva di andare fino in fondo se volevo provare a capire che uomo era Pasolini e cosa mi stava dicendo.

Continuai la lettura e contemporaneamente presi ad ampliare la conoscenza sulla sua produzione. Fu inevitabile imbattermi (Appunto 103° a) nella “Lettera a Malvolio”, poesia emblematicamente polemica che Montale aveva scritto in risposta a Pasolini, il quale aveva in un certo senso censurato “Satura” per l’atteggiamento tiepido dimostrato dal poeta sugli argomenti più controversi della politica contemporanea: il conflitto sociale, le stragi e, a livello internazionale, la guerra del Vietnam. 

Mentre andavo avanti nella lettura di Petrolio, leggevo che quel libro presupponeva un pubblico di lettori che nessun Dio dei libri era ancora riuscito a creare in Italia. Mi sentivo investita di una grave responsabilità.

 Le descrizioni paesaggistiche erano poetiche; le analisi sociologiche lucide e analitiche. Petrolio era bello, poetico, a tratti dannatamente scandaloso, e mi obbligava a demolire i miei muri mentali e mi invitava a non rifiutare le bassezze descritte senza filtri e autocensure perché, se avessi voluto capire la vita e il mondo, la mia conoscenza di essi avrebbe dovuta essere ampia o per lo meno avviata. Mi trovavo davanti a un libro che pareva uccidermi e farmi risorgere ad ogni Appunto.

Andando avanti Pasolini mi spostava da una dimensione all’altra e mi segnalava che lo spirito critico, una volta messo in moto, non poteva fermarsi (se non per un atto artificiale di volontà). La sua capacità descrittiva era visionaria, come non avevo ancor incontrato in nessun altro scrittore, se non in Dante.

D’un tratto mi parlava di politica e affermava che ai politici non importa niente dei poveri e agli intellettuali dei giovani; della borghesia italiana, la quale per lo 0,06 per cento legge ogni tanto un libro e di essa lo 0,01 per cento avrebbe finito per costituire l’élite intellettuale che avrebbe dovuto dissociarsi dalla società in cui operava. In realtà non era così. La vera e propria intelligencija, quella che veramente contraddiceva la borghesia e veramente si opponeva ad essa, era ancora più ristretta: alcune migliaia di persone sparse qua e là per la nazione. L’occhio di Pasolini luccicava di ironia nel guardare le cose, gli uomini, “i vecchi imbecilli al potere”, “i giovani che credono di incominciare chissà che”.

Continuando il mio viaggio esplorativo in quella vita e in quel mondo, nelle dinamiche sociali nazionali e internazionali, mi imbattevo nella Santità, attraverso la quale si può raggiungere il Potere ed era proprio il Diavolo a dirlo: <<tu otterrai il Potere attraverso la Santità!>> scomparendo, dopo essersi fatto una risatina rassicurante.

Sapevo che non sarei uscita indenne da quelle pagine, o almeno uguale a prima, e insistevo.

Avendo Carlo, il protagonista, il suo alter ego in un secondo Carlo, avrei potuto incorrere nell’errore di considerare quegli scritti un romanzo sulla dissociazione, al contrario si parlava dell’ossessione dell’identità e la sua frantumazione. “La dissociazione è ordine” precisava Pasolini, “L’ossessione dell’identità e la sua frantumazione è disordine”. 

 E arrivai all’Appunto 43° “La continuità della vita quotidiana” in cui Pasolini metteva in scena una complessa impalcatura sintattica per spiegare che i tempi verbali del presente e del passato remoto testimoniavano la volontà di concepire la storia come unica e unilineare, mentre l’imperfetto incoativo (il ripetersi abitudinario delle azioni per un periodo lungo) riportava il dato dello spessore della storia. La vita, insomma, che diventava ricordo. 

Pasolini m’illuminava, ma mi portava anche sulle montagne russe.

Procedevo con i dati dell’Africa, e dell’Eni che aveva investito miliardi senza trovare petrolio; poi del Medio Oriente, nel golfo Persico precisamente, dove il petrolio era stato trovato ed era potuto entrare in funzione lo Scarabeo, la famosa piattaforma galleggiante. Seguiva l’amara considerazione riguardo la trasformazione del mondo, la distruzione di culture tradizionali e reali, sostituite da quella nuova alienante e omologante; l’interruzione della vita nei villaggi e nei campi, svuotati e contaminati dalle nuove civiltà che li ricopriva di immondizia, rifiuti, oggetti innaturali. E poi la morte di Feltrinelli e la lotta per il potere fra “opposti estremismi”, in un’Italia avviata verso “l’Edonismo del Consumo” durante “il Governo Andreotti”.

Arrivai all’Appunto 97 e alla nota 53. Carlo entrava nelle sale del potere e raggiungeva il <<cerchio più stretto della Rosa>>, con chiara allusione all’Empireo del Paradiso di Dante. In fondo, motore immobile, stava Saragat. Leggevo i nomi illustri di De Gasperi, Segni, Mancini. Tutti erano presi dal gioco del potere; tutti interessati all’Eni e l’Iri che, nel frattempo, mettevano a disposizione fondi ai partiti. 

La capacità che aveva Pasolini di leggere le dinamiche politiche e sociali mi impressionava; la sua cultura era vasta, estesa e profonda; il coraggio della sua denuncia disarmante. Citava autori e testi mai sentiti, come Anna Banti e “La villa abbandonata”, in cui un popolo barbaro di invenzione si insediava nella pianura padana intorno a una villa romana abbandonata. Metafora del mondo contadino che, di conseguenza, era crollato, aveva perduto i propri valori, al posto dei quali si era affermato quello del superfluo. I miseri cittadini erano ormai presi dall’angoscia del benessere, corrotti e distrutti “dalle mille lire di più, che una società sviluppata aveva infilato loro in saccoccia”. Erano uomini incerti, grigi, impauriti. Nevrotici. 

Il mio viaggio finiva lì e, pensando di trovare risposte, Pasolini me ne aveva messe ancora di più in testa. Decisi allora di leggere “L’odore dell’India”.

Petrolio è uno Zibaldone, e a questo tipo di opere difficilmente si mette la parola fine. E poi c’è la questione del capitolo scomparso. 

Alla maniera montaliana, prendendo le distanze da ogni posa letteraria o pretesa di assurgere a verità, e giocando un po’ con le parole, sfido chiunque a leggere Petrolio, in una partita ancora aperta.

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.