Lo scorso ottobre la plenaria di Strasburgo ha confermato l’immunità parlamentare di Ilaria Salis. Il risultato del voto è stato la risposta negativa alla richiesta di revoca delle autorità ungheresi che avrebbero voluto il ritorno in carcere della eurodeputata di AVS (Alleanza Verdi Sinistra). Richiesta avente il chiaro sapore di un regolamento di conti evidentemente lasciati in sospeso, suo malgrado, dalla giustizia ungherese, che aveva tenuto Ilaria in carcere per quindici mesi di detenzione dura, di udienze che l’avevano vista comparire di fronte ai giudici con le catene ai polsi e alle caviglie.
La storia di questa assurda detenzione preventiva, che è stata già di per sé stessa una condanna, è raccontata dalla protagonista in “Vipera” (Ilaria Salis, Feltrinelli, 2025, 224 pagine) ed è iniziata con l’arresto avvenuto a Budapest nel febbraio del 2023 e motivato dall’accusa di partecipazione al pestaggio di due militanti neonazisti intenti a rendere omaggio ai loro “eroi” nel “Giorno dell’Onore”. Una celebrazione, quest’ultima, che ogni anno si tiene a febbraio nella capitale ungherese per ricordare la “valorosa resistenza” dei militi nazisti tedeschi e dei loro alleati ungheresi durante l’assedio di Budapest svoltosi fra il dicembre del 1944 e il febbraio successivo.
Se il “Giorno dell’Onore” è tollerato dal governo di Viktor Orbán non altrettanto può dirsi delle manifestazioni antifasciste che dall’esecutivo danubiano e dai suoi sostenitori vengono considerate nient’altro che pericolose provocazioni di facinorosi e violenti.
Così Ilaria è finita nel mirino delle autorità giudiziarie di quel paese e ha dovuto subire una detenzione disumana lunga e inaccettabile, espressione di un sistema che considera le pene come strumenti esclusivamente punitivi e afflittivi, volti a piegare il ristretto e a privarlo della sua dignità. Da considerare che tutto ciò è avvenuto senza che vi fosse uno straccio di prova a sostegno dell’accusa rivolta all’autrice del libro. Accusa che parla di ferite gravi, addirittura potenzialmente mortali, in realtà guarite in sei-otto giorni. È l’inizio dell’incubo, dell’assurdo che diventa realtà e che viene narrato in sette capitoli densi, coinvolgenti, scritti in prima persona ma dedicati a chiunque subisca la privazione della libertà in maniera ingiusta o perché innocente o per condizioni di detenzione da considerare intollerabili: scarsa igiene, poca luce, sovraffollamento, privazione di diritti fondamentali. “Vipera” è quindi una voce che si leva per denunciare queste brutture che sovente caratterizzano la realtà carceraria, non solo quella ungherese, e che sottolinea lo stato di angoscia e il senso di abbandono diffusi fra i detenuti, con particolare valenza per quanti si ritrovano a scontare pene all’estero, senza poter contattare i propri cari, senza agevolazioni che in qualche modo superino le barriere linguistiche.
Il libro è anche il racconto di una vicenda che trasuda umanità, fatta di quotidianità dietro le sbarre, in poco spazio umido e poco illuminato da condividere con altre ristrette che hanno alle spalle storie pesanti. Donne finite nelle maglie di un sistema brutale cui si deve la trasformazione degli istituti di pena in discariche sociali e l’illusione dispensata all’opinione pubblica, alla gente, che c’è chi veglia sulla sua incolumità. È il refrain di certa retorica securitaria di cui abbiamo esempi chiari anche qui da noi che subiamo gli effetti di un’involuzione autoritaria degna di andare a braccetto col sistema di Viktor Orbán e, anzi, fiera di questo parallelismo.
“Vipera” è una storia di resistenza che descrive soprusi visti e subiti; l’autrice lo fa con un approccio privo, comunque, di livore; la sua denuncia è colma di voglia di giustizia, di lotta contro qualsiasi forma di potere che criminalizzi la povertà, tolleri o addirittura incoraggi l’emarginazione sociale e tenda a punire in modo “esemplare” i reati commessi da gente che ha perso la speranza non certo per distrazione o per recare noia ai cosiddetti benpensanti. Nella testimonianza di Ilaria Salis c’è il tunnel ma anche la luce in fondo, guadagnata dopo un percorso di sofferenza e angoscia sì, ma anche di speranza tenace, sorretta da ideali e amore per la vita.
Oggi l’autrice del libro si dedica ai problemi del carcere da eurodeputata, visita gli istituti di pena italiani, incontra i detenuti, denuncia le gravi carenze del nostro sistema penitenziario e, memore della sua esperienza, cerca di tenere alto il livello dell’attenzione sul caso di Maja T. Inspiegabilmente estradata dalla Germania, suo paese d’origine, Maja è ancora in carcere in Ungheria, accusata dello stesso reato, e rischia una pena sproporzionata a 24 anni di carcere. Non va lasciata sola.
Massimo Congiu
Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.
Un libro che commuove. Un libro per Gaza. Non solo perchè i ricavi delle vendite saranno devoluti ad ONG palestinesi, ma perchè serve a tenere acceso il riflettore sul genocidio, che continua seppur rallentato. La Palestina non è diventata una causa centrale solo per compassione per le sofferenze del suo popolo. È diventata la bussola morale del mondo perché il mondo comprende che ciò che accade in Palestina non è affatto limitato ai suoi confini. Se i leader globali permettono che un genocidio trasmesso in diretta streaming avvenga senza conseguenze, allora non c’è motivo di aspettarsi che i diritti umani vengano rispettati in nessun’altra parte del mondo. Montanari in questo piccolo libro sensibilizza, richiama la nostra attenzione sia con le parole sia con gli splendidi disegni di Marco Sauro, che vien voglia di ritagliare e farne quadri.
Questi libro è l’ideale strenna natalizia, per chi crede che un certo Gesù nacque in Palestina e per chi vuole che cessi la strage di civili e vinca la pace in quella terra martoriata. “Chi potrà perdonarci di avere vissuto in questo tempo? Come è possibile pensare che un bambino debba vivere o morire a seconda della nazione a cui appartiene? Norberto Bobbio ci insegna: non lasciamo il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza.”
Se Gaza muore, muore l’umanità. Per questo dobbiamo salvare Gaza. Perchè è Gaza che salva noi.
Tomaso Montanari (Firenze, 15 ottobre 1971) è uno storico dell’arte e saggista italiano, rettore dell’Università per stranieri di Siena dal 2021.
TORNARE A CASA. Marguerite Duras, La vita materiale e bell hooks, Elogio del margine
Abitare una casa.
Se poser, insediarsi delicatamente, costruire un involucro protettivo, chiudendosi una porta alle spalle; serrato lontano il mondo, con le sue asperità, respiriamo.
Abitare una casa.
Se poser, insediarsi delicatamente, trovare riparo in un’isola di senso, dove far crescere le idee e, attraverso una geometria di relazioni, spalancarsi al mondo.
Due modi di abitare che hanno in comune la casa come focolare ma che divergono nell’attimo in cui la porta chiusa alle spalle diventa zattera con cui traghettare verso un oltre da costruire.
Due modi del posizionamento delle donne in quel margine/periferia che è la casa, luogo crudele e tenero al contempo, attraversato senza posa da cure materne preoccupate di dar vita a un nido caldo.
La casa come microcosmo, cellula emotiva, luogo identitario, rifugio e prigione insieme.
La casa come spazio di resistenza, di opposizione al sistema per non lasciarsi assalire e assimilare.
Marguerite Duras e bell hooks, hanno decostruito il discorso sul focolare domestico, donandoci punti di vista destinati a incrociarsi e divergere nello stesso tempo.
Due autrici radicali che hanno tessuto la loro vita con la scrittura in una continua presenza a se stesse per cui ogni parola resa tra case abitate, cinema, aule universitarie, interviste, riflette il gioco acrobatico di non lasciarsi mai chiudere in forme stereotipate, nei poteri delle accademie o dei gruppi politici, accettando la sfida di essere oltre, parlando di amore, e di conflitto, del nostro corpo che invecchia, della morte ma anche della vita, perché la parola e la costruzione politica nascono nelle pieghe della nostra esistenza nelle cose che ci accadono e nei nostri sogni e desideri.
Marguerite Duras ha ricapitolato in se stessa il ‘900: il colonialismo, due guerre mondiali, la Resistenza, il femminismo, le avanguardie artistiche; gli uomini e le donne voracemente frequentati, gli amici da Godard a Lacan; il successo letterario e cinematografico; gli anni terminali devastati dall’alcol. Una vita lacerata, sempre inchiodata a un dolore non medicabile, la relazione con una madre che amò e odiò disperatamente per esserci stata, per non esserci stata. E di questa relazione è densa la casa tratteggiata in La vita materiale. Essa porta scalfita l’impronta materna, si fa spazio utero che accoglie, che nutre; arruffata e morbida, piena di angoli per ospitare, ha come centro la cucina e i suoi attrezzi, i ciuffi di lavanda seccata, le macchinette del caffè, le minestre da cucinare, la verdura da pulire.
“La casa è la casa di famiglia, serve a mettere i bambini e gli uomini per trattenerli in un posto fatto per loro, accogliere il loro smarrimento, distoglierli dallo spirito di avventura, di fuga, di cui sono dotati dall’origine dei tempi. Quando si affronta questo argomento, la cosa più difficile è raggiungere quel materiale liscio, senza asperità, che è il pensiero della donna intorno all’impresa pazzesca rappresentata da una casa. Quella della ricerca del punto di convergenza comune ai figli e all’uomo. Il luogo stesso dell’utopia è la casa creata dalla donna, quel tentativo a cui lei non sa resistere, e cioè di interessare i suoi cari non già alla felicità ma alla sua ricerca.”
La casa che protegge è spazio esclusivo delle donne, teatro di una messa in scena volta a garantire lo star bene dei suoi abitanti; l’impegno nelle faccende domestiche, lungi dall’affondare la donna nella noia, diventa nell’ottica durassiana il tempo dell’ordine; fare la spesa, riordinare la casa, cucinare, dà vita a un ordine esteriore in grado di anticipare e favorire l’ordine interiore.
“L’ordine esterno e l’ordine interno della casa. L’ordine esterno, cioè l’assetto visibile della casa, e l’ordine interno che è quello delle idee, dei livelli sentimentali, dell’eternità di sentimenti verso i figli. Una casa come la concepiva mia madre, era per noi, in realtà. Non penso che avrebbe fatto lo stesso per un uomo né per un amante.”
La casa dentro, la casa materiale deve dare a chi la abita la certezza che, in quel nido caldo e protettivo, niente potrà mai accadere, fin quando a vigilare sarà la donna -madre dispensando tutto quello che occorre “per andare avanti, vivere, sopravvivere.”
Operando sul corpo della casa come un chirurgo col bisturi sul corpo ammalato di un paziente, la donna dovrà renderla sempre accogliente sgombrandola di tutto ciò che la sovraccarica, la ingombra; ma, gettare via, è arte non semplice da conquistare.
Comporta la rinuncia a tutto il dismesso tesaurizzato in armadi, bauli, cantine, dalla contabilità delle bollette pagate, agli abiti non più usati ma che un giorno, (quando?) potremmo rindossare, ai giocattoli, impolverati e speso rotti ma testimoni di un tempo che la memoria colora di magico. Forse, sembra suggerirci Duras, la tensione a inscatolare nasconde il tentativo di erigere un monumento a noi stesse, “ai nostri meriti”, a quella fatica titanica di dispensare cura irreggimentando il nostro tempo su quello degli altri. Totem fragile, pronto a dissolversi senza lasciare traccia perché la radice profonda nel quale affondano le donne è l’oblio di sé e l’impossibile felicità.
La casa guscio mostra così, pian piano, il suo lato oscuro, il buco nero nel quale la donna rischia di precipitare quando si fa spazio di torpore, di straniamento, dove corpi e vite vengono e si lasciano governare in una strisciante microfisica di poteri.
“Forse la donna secerne l’intima sua disperazione lungo le maternità, i vincoli coniugali. Forse perde il suo regno nella disperazione di ogni giorno, e questo per tutta la vita. Forse le sue aspirazioni di gioventù, la sua forza, il suo amore l’abbandonano defluendo proprio dalle piaghe fatte e ricevute nella più assoluta legalità. Forse è così. Forse, per la donna, si tratta di martirio. E la donna completamente realizzata nella dimostrazione della sua abilità, della sua sportività, della sua cucina, della sua virtù, è da buttare dalla finestra.”
Se la maternità è l’unico significante femminile, se la casa è il luogo dove coltivarlo, ci dice la Duras che la periferia, il margine da noi abitato è un posto dove si vive male, perché quel bimbo, quella bimba che teniamo in braccio alla fine si allontanerà dal nostro seno e guarderà altrove, vedrà il mondo, vorrà esplorarlo e incontrare qualcun altro e noi ci sentiremo inutili:
“Nella maternità la donna abbandona il proprio corpo al bambino. E i bambini le stanno sopra come su una collina, come in un giardino, la mangiano, la picchiano, ci dormono sopra e lei si lascia divorare.”
Di questo lungo banchetto cosa resta?
Forse solo lo scandalo della domanda.
La contraddizione tra il sogno di una casa come luogo dove tessere affetti e il bisogno di chi la abita di oltrepassare il limite, di andare oltre verso il mondo esterno, perché quella casa è anche lo spazio della paura e della solitudine trova un nuovo modo di essere declinata in bell hooks.
bell hooks: bell come la madre, hooks, come la bisnonna materna, minuscole entrambe le iniziali. Nella singolarità della scelta del nome con cui firmare le sue opere e la sua vita di attivista politica, femminista, nera, Gloria Jean Watkins, connota subito se stessa e la radicalità del suo pensiero. Due nomi femminili vengono intrecciati, a sfidare il patriarcale codice dei nomi declinato lungo l’asse maschile per dare vita a una genealogia costruita su “una lunga discendenza di donne schiette e volitive”, da celebrare sottraendole all’oblio.
Chi sono queste donne cancellate dalla storia? Perché raccontarle?
Per dipanare il filo teorico di bell hoks è necessario partire dal luogo della sua nascita, Hopkinsville, Kentucky, una città come tante del Sud rurale e segregato degli Stati Uniti, nei primi anni ’50. Lì, il sistema di apartheid era disegnato da una ferrovia che tagliava giorno e notte lo spazio. Di giorno i neri attraversavano i binari per andare a lavorare per i bianchi, la notte tornavano da dove erano venuti, al loro posto, in un pendolarismo silenzioso e agghiacciante che disegnava confini e regime economico.
“I binari della ferrovia sono stati il segno tangibile e quotidiano della nostra marginalità. Al di là di quei binari c’erano strade asfaltate, negozi in cui non potevamo entrare, ristoranti in cui non potevamo mangiare e persone che non potevamo guardare dritti in faccia. Al di là di quei binari c’era un mondo in cui potevamo lavorare come domestiche, custodi, prostitute, fintanto che eravamo in grado di servire, ci era concesso di accedere a quel mondo, ma non di viverci.”
In quella comunità separata, in una famiglia di sette figli, governata da un padre- padrone violento e dal silenzio rassegnato della madre, si costruisce il suo sguardo e la sua posizione nel mondo, nel solco della doppia oppressione che attraversa la comunità dei neri e la sua famiglia: la discriminazione razziale e l’asimmetria tra ruolo paterno e materno, tra parola maschile e silenzio femminile, entrambi espressione del patriarcato capitalista.
“Poiché il sessismo delega alle donne il compito di creare l’ambiente domestico e di provvedere ad esso, è stato soprattutto grazie alle donne nere se il focolare domestico si è costruito come spazio di cura e nutrimento da contrapporre alla feroce, disumana realtà dell’oppressione razzista, della dominazione sessista.”
Qui il pensiero di bell hook erode la storia da sempre narrata, la graffia nelle sue impalcature dando parola e significato politico alla resistenza silenziosa messa in campo dalle donne nere, trasformando la casa nel luogo della cura e della protezione:
“era dentro le case che si produceva tutto ciò che conta nella vita- il calore e la pace di un luogo dove sentirsi al sicuro, cibo per i nostri corpi, nutrimento per le nostre anime. È lì che abbiamo imparato ad avere fede. A renderci possibile questa vita, facendoci da guida e da maestre, sono state le donne nere.”
Maestre non attraverso l’articolazione di principi teorici messi in scrittura (moltissime erano analfabete) ma nel silenzio e nella solitudine delle loro azioni; al ruolo sacrificale da sempre loro attribuito dal sessismo per cui essere madri è solo l’incarnazione perfetta della naturale condizione femminile, hooks oppone la visione della libertà della scelta, e della re-visione tanto del ruolo quanto dell’idea di casa esercitata volontariamente dalle donne nere nella loro pratica.
Non un destino biologico a legarle al focolare faticosamente custodito ma la volontà di erigere luoghi dove tutti i neri potessero lottare per essere soggetti, non oggetti, dove, nonostante la povertà, la fatica, le privazioni, la dignità, che all’esterno veniva negata, potesse essere restituita.
Ripensando alla sua infanzia, alla porta che si chiudeva inesorabile dietro le spalle della madre, costretta come la maggior parte delle donne nere a servire nelle case dei bianchi, hooks scrive:
“Al suo rientro, dopo lunghe ore di lavoro, non si lamentava. Faceva di tutto per farci capire quanto fosse contenta di aver concluso la sua giornata di lavoro, di essere a casa; ma nello stesso tempo ci dimostrava che nella sua esperienza di lavoro come domestica al servizio di una famiglia bianca, in quello spazio di Alterità, non c’era nulla che le togliesse la sua dignità e il suo potere personale.”
Così la casa, àncora per i passi stanchi dei chilometri percorsi dalle donne nere per ritornare dai loro figli, si fa casa radice pronta a dipanarsi su un terreno che non aspetta altro che dare vita a nuovi frutti.
Casa dove accatastare fumo, libri, sciarpe, scarpe, umori, caffè, cibo, risate, pianti. Pareti dove parlare, porsi domande, nodi da sciogliere e riannodare: come sarà il tempo che verrà, come saremo in grado di costruire un mondo comune, come congiungere il pensare a un fare, un cercare una verità sempre da dirsi amalgamata alle tracce di vita che l’accompagnano, una riflessione che sappia abbracciare le azioni materiali, dal cucinare al discutere raccattando bambini che corrono o si accasciano addormentati, stufi della vita dei grandi.
Giovanna Senatore
Giovanna Senatore: laureata in Filosofia, ha insegnato Storia e Filosofia nei licei classici; formatrice in corsi di aggiornamento per i docenti lungo due tematiche: la letteratura attraverso lo sguardo del pensiero femminista, l’uso dello spazio e del linguaggio teatrale. Ha guidato laboratori teatrali in qualità di esperta in vari istituti scolastici. Fonda l’associazione culturale “Le macchine desideranti” curando la regia di tredici spettacoli dove corpi e parole possano colpire nella loro nuda e secca forza. Ha curato laboratori di scrittura a partire da testi incrociati di scrittrici che hanno ricamato tessiture preziose.
Theodor Fontane (Germania 1819 – 1898) era dai ritratti un classico personaggio ottocentesco, con grandi baffi, corpulento, un’aria arguta.
Di professione era farmacista ma mentre miscelava gli intrugli dell’epoca doveva immaginare molte cose; la sua attività parallela di scrittore è assai vasta: romanzi, racconti, poesie, articoli.
“Effi Briest“, pubblicato tra il 1894 e il 1895, dapprima in una rivista e poi in volume, è il suo romanzo più celebre, tradotto in numerose lingue.
In Germania sono stati realizzati ben quattro film ispirati alla trama.
Uno, del 1974, molto bello, venne diretto da un ventinovenne Rainer Werner Fassbinder ed intensamente interpretato da Hanna Schygulla. Ci si potrebbe domandare perché un romanzo di fine ottocento ambientato prima in Pommern (Pomerania) e poi a Berlino, capitale del Königreich Preußen (Regno di Prussia) avesse attratto il regista più particolare del nuovo cinema tedesco.
Leggendo il libro si può comprenderne il motivo.
“Effi Briest” incomincia come un classico romanzo del tempo: Effi è una ragazza molto carina, diciassettenne, vivace, che vive spensieratamente insieme ai suoi amati genitori e ha tre care amiche. Suona un po’ il pianoforte, ricama, e non ha intenzione di sposarsi finché, inaspettatamente, non capita a casa loro un antico spasimante della madre, il barone Geert Innstetten, che ha 37 anni (un’età allora matura).
Il barone ha un prestigioso incarico amministrativo, è laureato in legge, è agiato e tutto fa prevedere che farà una bella carriera.
Egli chiede la mano di Effi. Sia lei, sia i genitori acconsentono.
Ma ben presto il romanzo, ispirato ad un fatto di cronaca vera che suscitò grande clamore, prende una piega inaspettata e si legge tutto d’un fiato.
In questa storia tutto sommato semplice non vi è nulla di scontato perché Fontane elabora il testo con maestria.
Innstetten è un personaggio impeccabile, tutto ciò che dice sembra ragionevole, è ligio alle convenzioni sociali, lavoratore modello, ambizioso ma paziente.
Effi non è innamorata di lui ma lo stima.
Egli la considera una bella fanciulla da dirigere e plasmare – un po’ come il Torvald di “Casa di bambola” di Henrik Ibsen (1879) considerava la moglie Nora.
Solo se lei si concede qualche battuta scherzosa sui suoi ammiratori, il suo sguardo diventa duro.
Ma dietro questa facciata si cela un marito freddo e senza alcun amore – anche se verso la fine egli dirà ad un amico di amare Effi. E forse per un attimo è sincero anche se per lui che cosa pensa la società è ben più importante della moglie.
Non le dà supporto quando lei prova nostalgia della casa paterna e della sua cittadina bruscamente lasciata per un’altra, prende in giro un gentilissimo spasimante di lei, un farmacista un po’ gobbo, premuroso e ammodo.
Nella piccola città prussiana in cui lui ha condotto la moglie, lei viene accettata di malavoglia dalla borghesia che Fontane descrive con pochi incisivi tratti: un ambiente di idee assai ristrette e molto conservatrici, si detesta sia la memoria di Napoleone, sia i cattolici, sia i moti libertari degli studenti, si invoca in modo retorico la patria, si osserva una religione di facciata, ci si scandalizza per i romanzi di Zola.
Tutto ciò diventa oppressivo per Effi. Incomincia ad avere strane impressioni, teme i fantasmi, viene turbata da una misteriosa storia accaduta anni prima (qui il romanzo risente un po’ del gotico inglese e Fontane era un ammiratore della letteratura inglese).
Entra un po’ in confidenza con Roswitha, una giovane cameriera, che al suo paese era stata quasi uccisa dal padre, un contadino, perché incinta e le era stata tolta la sua neonata data in “adozione” a chissà chi (queste estreme violenze accadevano realmente allora).
Dopo poco tempo Effi ha una bambina che ama molto e verso cui il padre ha un comportamento cortese ma non affettuoso, che invita sempre al dovere.
Finché nella cittadina non arriva il maggiore Crampas. Ex commilitone di Innstetten, Crampas non ha nessuna particolare qualità ma neppure grandi difetti, ha i capelli e i baffi biondi rossicci, è noto per fare una discreta corte alle signore nonostante abbia una moglie depressa e due figli.
Effi non rimane particolarmente colpita da lui, lo frequenta più per solitudine che per altro anche se Innestenn non approva le loro cavalcate sulla spiaggia d’inverno del mar Baltico.
Sarà Crampas a trascinare Effi in una relazione sentimentale ma l’adulterio non è il tema del romanzo, il tema è un formidabile atto di accusa verso la società bismarckiana. La cosa più sorprendente è che esso provenga da un borghese, un distinto farmacista che aveva la bizzarra mania di scrivere romanzi. “Effi Briest” ci ricorda che la società emana norme e comportamenti severi e che diventa crudele verso chi osi innocuamente infrangerli.
Probabilmente fu questo ad attrarre Fassbinder – l’adeguamento alle convenzioni sociali che può condurre al crimine.
E ciò rende “Effi Briest” un romanzo sempre attuale.
Non sono mancati paragoni con “Anna Karenina” (1877) di Lev Tolstoj e “Madame Bovary” di Gustave Flaubert (1856) anche se sono romanzi molto diversi fra di loro. Effi Briest nella sua vivace ingenuità è molto tedesca così come Anna Karenina è profondamente russa e Emma Bovary una francese di provincia.
Fontane registra accuratamente gli stati d’animo della sua eroina facendo di questo romanzo anche un romanzo psicologico.
Presumibilmente “Effi Briest” sarebbe piaciuto allo psicoanalista Erich Fromm che scrisse un saggio sui danni del conformismo, “Fuga dalla libertà” (1941).
Thomas Mann lo pose tra i sei libri che avrebbe portato con sé e il suo dissidio tra vita borghese e vita d’artista o sregolata ha qualche analogia con la vitalità di Effi Briest e la rigidità di Innestenn.
Tra parentesi, un personaggio del libro al quale sono dedicate solo poche righe si chiama Buddenbrook.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
“se solo queste case potessero raccontare la storia, quello che hanno visto e vissuto, quello di cui sono state testimoni”.
Case protette dal e nel tempo; case piene di luce, filtranti da porte e finestre, spalancate alla vita; case violate, sventrate, saccheggiate, ridotte in polvere; case spettrali, sbilenche, labirintiche.
Case dense di oggetti che hanno battuto il tempo restando immobili a preservare ricordi: divani segnati dalle impronte dei corpi a lungo sdraiati in cerca di pause, vestiti riposti in armadi densi di odori di chi li ha indossati, caraffe, tazze, bicchieri, gelosamente tramandati.
Case svuotate di oggetti e di memoria, case nude, porose, ridotte a buchi da cui nulla trapela, neanche la luce.
Case, luoghi della memoria reali e non, luoghi di spazi ma anche di sogni, luoghi gomitolo che aprono/serrano il confine tra un dentro e un fuori.
Case su cui ruotano parole: raccontano amori o solitudini, dolori o gioie, frammenti di vita che chiedono di essere letti e riletti, creando un’isola di senso, lungo i percorsi delle narrazioni, tramandate oralmente o impresse in libri, a garantire memoria.
Libri preziosi perché aprono connessioni impreviste e imprevedibili da scoprire e narrare, dando vita a un puzzle dove il disordine si fa ordine, pronto ad essere scompaginato sotto la spinta del tempo incalzante.
Suad Amiry, scrittrice per caso, architetta di professione, scrive nel 2013 un testo struggente e carico al contempo di uno humor dissacrante e feroce, Golda ha dormito qui.
Perché Suad Amiry?
Perché la storia di Suad Amiry, nata a Damasco da madre siriana e padre originario di Jaffa è la storia della Palestina, della perdita dei suoi territori, della violenza colonialista esercitata implacabilmente dallo stato israeliano, volto allo sradicamento del popolo palestinese dalla sua terra.
Suad Amiry sceglie di raccontarla da una angolatura particolare: l’espropriazione immobiliare praticata da Israele nel silenzio assordante del mondo, all’indomani della cosiddetta, dagli israeliani, prima guerra di indipendenza, tradottasi, drammaticamente, per i palestinesi come l’inizio dell’esilio (lacatastrofe, la Nakba,) e l’avvio della lotta per il diritto al ritorno.
Il 4 maggio del 1948
avendo onorato la parola data,
uno stato ebraico sulla Palestina,
gli inglesi fecero fagotto e se ne tornarono a casa.
Dissero che sentivano la mancanza della cucina di casa
roast beef e budino dello Yorkshire
con contorno di cavolo lesso.
Salirono a bordo delle loro navi e salparono
senza una parola di scusa
o di addio.
La Sposa non fu mai consultata
non il dicembre del 1917 quando sbarcarono
né tantomeno il 2 novembre del 1917 quando Lord Balfour
fece la sua dichiarazione
quel che Dio non aveva fatto per secoli
Lord Balfour lo portò a termine in sessantadue parole.
Quando arrivarono si chiamava Palestina
quando se ne andarono, era diventata Israele…
Il 4 maggio del 1948
si lasciarono alle spalle due popoli in lotta
uno più forte, l’altro più debole
il nuovo e potente giubilò e volle di più
“Quel che è mio è mio e quel che è tuo è mio anche quello
mentre il vecchio e fragile, spossessato e disumanizzato,
fu lasciato a piangere e a lamentarsi.
Suad Amiry scrive partendo dall’inizio del tutto e, subito, colpisce la decisione di alternare alla prosa il verso, lì, dove il dolore della ferita si fa più forte, lì, dove è necessario resistere al pianto e alla recriminazione per poter testimoniare.
La scrittura, quindi, come ultimo baluardo “contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità”, come testimoniava Edward Said.
La Palestina viene raccontata nel momento in cui tutto precipita e ciò che si palesa sono massacri, esecuzioni, bombardamenti senza fine sulle città della costa. Interi villaggi dati alle fiamme, cancellati in modo chirurgico giornali, teatri, caffè, i luoghi identitari di una vita comunitaria.
850 mila palestinesi, metà della popolazione araba della Palestina dell’epoca, furono costretti a darsi alla fuga, o, a emigrare. Quelli obbligati a sgomberare, caricati a forza su camion e navi; chi restava si ritrovava chiuso in ghetti militarizzati, in un paese nuovo di cui non parlavano la lingua, visti e vissuti come nemici.
Agli esuli restava solo il pianto:
“Avevano perso la casa, il giardino, il frutteto, il campo, la terra dove erano nati. Persi erano mare e montagne, colli, valli e pianure, laghi e sorgenti e il letto dei fiumi, siti archeologici e campi beduini, villaggi, paesi e città.”
Ma, il cuore pulsante del dolore si materializzava per tutti nella sottrazione di “ciò su cui si regge una vita equilibrata: le fondamenta profonde chiamate casa”.
Il racconto di Suadapre sulle case abbandonate, con gli armadi pieni di vestiti, le fotografie, le tavole apparecchiate, i fiori nei cortili, le piante nel soggiorno, le tazze di caffè e i bricchi ancora caldi di una bevanda lasciata lì in attesa di un ritorno mai avvenuto, e, torte d’arancia pronte ad esser divorate dalle mani ingorde dei piccoli.
I muri rubati impunemente trascinano via anche le anime, la memoria, i gesti, gli affetti in loro racchiusi. Stanze smarrite verso cui si muovono le azioni di chi, appellandosi alla giustizia, cercava di riabitarle, strappandole agli israeliani che le avevano occupate.
Lotta destinata a infrangersi contro il muro di una legge scandalosa promulgata da Israele nel 1950; con lo scopo di gestire i beni – compresi contanti, azioni, mobili, libri, società, banche e altri beni mobili – di cui erano entrati in possesso in seguito alla fuga disperata dei palestinesi, gli israeliani dichiaravano i legittimi proprietari arabi assenti presenti: esistenti per lo Stato di Israele ma inesistenti quanto a diritti di proprietà. La comunità palestinese fu così costretta a vivere, quotidianamente, l’assurdità di avere qualcuno che viveva nella casa della propria famiglia senza poterci più mettere piede.
È di questi present absentees, Suad Amiry, lei stessa present absentees, si fa voce parlante, in cerca di storie e appartenenza, da narrare, raccogliendo frantumi di ricordi, fotografie sopravvissute ai pochi album recuperati e salvati dalla distruzione e, storie raccontate da chi cercava, anche nell’angoscia e nel timore, di ricordare per non spegnere la memoria di quanto accaduto.
Suad Amiry sa che è necessario ascoltare con estrema attenzione per poter dar voce a un dolore che non si cancella; e così scorrono uomini e donne con il loro fardello di racconti. Di casa in casa il libro disegna una città scomparsa, giardini tranciati via con i loro profumi, finestre piombate, mura crivellate di proiettili. Eppure, la città scomparsa riappare viva e palpitante, densa di emozioni mai cancellate, quando le storie procedono catturandoci nel labirinto dei loro abitanti, dove riaffiorano libri giocattoli, dipinti, libri di musica, tappetti e foto di famiglia mai più restituiti.
Tra le narrazioni in cui mi sono persa, seguendo il viaggio della scrittrice tra i vicoli di una Gerusalemme a noi sconosciuta, mi fermerò sui ritratti di Andoni, Gabi e Huda Al-Imam.
Andoni, il più celebrato tra gli architetti palestinesi, aveva negli anni ‘30 progettato e realizzato la casa per la sua famiglia, che era solito chiamare Nour Hayati (luce della mia vita). Dopo le espropriazioni del 1948, cercò ogni via legale per riottenere il permesso di tornare ad abitarci. Aveva tutti i documenti legali, tutte le carte e le fotografie che attestavano la sua proprietà, gelosamente custoditi in una cartella rossa. Con questi, nel 1968, si presentò alla corte israeliana che riconobbe senza alcun dubbio la proprietà della casa. La gioia di aver vinto la causa si spense immediatamente perché la corte gli fece notare che non risiedendo nella propria casa era una absentee landlord.
A nulla valsero le proteste: nell’atrio del tribunale lì dove si raccoglievano le persone per avere giustizia da Israele, Andoni, con il suo corpo immenso che lo faceva svettare sugli altri, comunicò il suo sdegno e la sua impotenza. Non più con parole, ormai, bruciate, inascoltate perché private di senso da una legge insensata ma con la potenza e la violenza annichilente della risata e del silenzio:
Prima si rotolò dalle risate
poi si piegò su se stesso
tenendosi lo stomaco, poi l’addome
quindi cadde a terra, disteso sulla schiena, i piedi in su a
scalciare l’aria,
quell’aria che traboccava dalle sue risate.
Continuò a ridere, a ridere, a ridere, e ancora a ridere
finché la risata si spense
poi ci fu silenzio
e ancora silenzio
un silenzio totale
un’immobilità totale
un silenzio di tomba.
12 giugno 1983: inaugurazione del “Tourjeman Post Museum”, il Museo della riconciliazione. In fila per entrare il figlio di Andoni, Gabi: da quando aveva avuto notizia dell’apertura del museo, aveva cominciato a raccogliere ritagli di giornali e di riviste arabe, ebraiche, inglesi, francesi e tedesche che documentavano l’importanza dell’evento, sottolineando che la sede un tempo era stata avamposto israeliano e che le modificazioni apportate all’edificio come le strette finestre blindate, erano state lasciate a testimonianza della violenza del conflitto e della lotta israeliana contro la prepotenza dei cecchini giordani che, per diciannove anni, avevano fatto fuoco contro le case israeliane dall’altra parte del confine.” per decisione israeliana il danno è stato conservato a testimonianza”. A testimonianza di cosa? Era la domanda che Gabi si poneva mentre lentamente procedeva seguendo la lunga coda.
Giunto nell’atrio, lo vediamo lanciare, distratto, uno sguardo al salone sulla destra, cancellare i rumori e il chiasso che lo circondava per rimuovere il tavolo di vetro rotondo e risistemare al suo posto un paio di divani Chippendale bianchi e beige, due sedie Art déco in cuoio rosso e un tavolino da caffè in mogano.
Ma il suo comporre lo spazio veniva interrotto dalla voce della signorina alla cassa che gli chiedeva il pagamento del biglietto.
Pagare per entrare? E mentre la folla protestava per la perdita di tempo provocata dalla sua insistenza a non sottostare all’acquisto del biglietto, i polmoni di Gabi iniziarono a dare fiato a una risata sempre più nevrotica che salendo dall’atrio “raggiunse la foresteria, la sala da pranzo, quindi l’ampia cucina. Si fece strada verso le stanze della famiglia al piano di sopra, infilandosi nella camera da letto dei genitori, nella camera da letto rosa di sua sorella, nella camera da letto blu di suo fratello George e infine nella sua. La risata penetrò in ogni cassetto e in ogni angolo degli armadi della sua stanza, ma gli album di fotografie non si vedevano da nessuna parte”.
Quegli album che testimoniavano il suo passato, la sua infanzia, i suoi ricordi di adolescente erano scomparsi e con essi era stata cancellata ogni prova che avesse mai avuto una vita a Gerusalemme, che avesse abitato in quella casa.
Sì, il museo, dedicato al dialogo, alla coesistenza, era la casa meravigliosa sottratta ad Andoni: nella brochure, nessuna traccia di chi l’aveva progettata, amata, abitata.
Il museo della coesistenza aveva saputo bene insabbiare la verità.
Huda Al-Imam è l’altra grande voce a cui dà corpo Samir Amyn:
Quando Huda, il 7 giugno 1967, vide il volto di suo padre inondato di lacrime perché gli era stato impedito di entrare nella sua casa di famiglia a Gerusalemme giurò a se stessa che non avrebbe dato il permesso a nessun israeliano di vivere in pace nella casa di suo padre. Ogni sabato, da quarantacinque anni, teneva fede al voto fatto. Si presentava davanti la sua abitazione, entrava nel giardino, e, immancabilmente, si lasciava arrestare dalla polizia chiamata dai nuovi occupanti. Ormai la polizia conosceva bene Huda, i giudici la conoscevano, e lei conosceva bene tutti i giudici. Ma continuava ad insistere: moderna Giovanna D’Arco, così la chiama Samir Amyn, guidata dalla sua ossessione, era pronta ad organizzare, bastava contattarla, ogni sabato dei tour in cui portava le persone, a volte interi pullman di turisti alternativi, a vedere le antiche case palestinesi. Tra quelle anche quella in cui aveva alloggiato Golda Meir, la madre per il popolo israeliano, l’Israele prepotente e bugiardo che aveva occupato una terra non sua. Huda non lasciava scorrere via, nei racconti con cui accompagnava le visite, che la Meir nel prendere possesso della “sua villa, si assicurò che la scritta araba fosse sabbiata per occultare il fatto che il Primo ministro di Israele abitasse in una casa araba”.
In Huda risuona tragicamente l’ossessione di non potersi fermare, perché, come precisa Samir Amyn, la maggior parte dei palestinesi, perseguitata dal passato e torturata dall’iniquità del presente, non può essere libera, perché è la Palestina ad occupare ogni pensiero:
Mi lascerai mai andare?
Per una vita
Un anno
Un mese
Un’ora
Un minuto
Anche solo un secondo
No”.
Giovanna Senatore
Giovanna Senatore: laureata in Filosofia, ha insegnato Storia e Filosofia nei licei classici; formatrice in corsi di aggiornamento per i docenti lungo due tematiche: la letteratura attraverso lo sguardo del pensiero femminista, l’uso dello spazio e del linguaggio teatrale. Ha guidato laboratori teatrali in qualità di esperta in vari istituti scolastici. Fonda l’associazione culturale “Le macchine desideranti” curando la regia di tredici spettacoli dove corpi e parole possano colpire nella loro nuda e secca forza. Ha curato laboratori di scrittura a partire da testi incrociati di scrittrici che hanno ricamato tessiture preziose. Venerdì 23 maggio, al teatro Bolivar di Napoli, va in scena il suo ultimo spettacolo “mai SUPPLICI”.