Chi ha diritto a rappresentarsi. Said, la normalizzazione e i confini della rappresentazione, di Francesco Russo

Edward W. Said apriva Orientalismo con una frase presa da Marx: non possono rappresentare se stessi, devono essere rappresentati. Gli sarebbe bastata quella frase per farne un libro, ma la usò per mostrare come un intero apparato di sapere occidentale avesse costruito l’Oriente parlando al posto suo, decidendo per lui cosa fosse autentico, cosa fosse minaccioso, cosa fosse degno di dialogo. Non era un’operazione di conoscenza neutra: era un rapporto tra potere e sapere in cui la rappresentazione diventava strumento di dominio, perché descrivere l’Oriente significava già amministrarlo, e amministrarlo significava poterlo raccontare come si voleva. È la stessa domanda che, in queste settimane, hanno riproposto con insolita nettezza due manifestazioni italiane, un festival musicale a Firenze che ha messo sullo stesso palco un’artista israeliana e una palestinese, e i Giochi Universitari Europei tra Salerno e Avellino, a cui ha preso parte una squadra israeliana. Vale la pena vedere perché Said, letto fino in fondo, aiuta a leggerle meglio di quanto non facciano le cronache che se ne sono occupate.

Le linee guida contro la normalizzazione elaborate dal movimento BDS, acronimo di Boycott, Divestment and Sanctions, boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, nascono da una domanda gemella, posta su un terreno diverso ma non estraneo. Quando un evento riunisce sulla stessa piattaforma un’artista palestinese e una israeliana senza che la parte israeliana riconosca i diritti nazionali del popolo palestinese e senza che l’iniziativa costituisca una forma di co-resistenza contro occupazione e apartheid, quell’evento non produce un dialogo neutro tra due voci equivalenti. Produce un’immagine, quella di una simmetria che nella realtà materiale non esiste. Il festival fiorentino prevedeva, tra le altre cose, una marcia silenziosa da percorrere esplicitamente senza bandiere nazionali né striscioni, esponendo soltanto simboli della pace. È difficile immaginare un’illustrazione più precisa di ciò che Said intendeva quando descriveva, in Cultura e imperialismo, come il romanzo europeo dell’Ottocento, Austen, Conrad, Kipling, non si limitasse a riflettere l’impero ma lo rendesse pensabile, lo naturalizzasse in una struttura di atteggiamento e riferimento che rendeva il dominio talmente scontato da non richiedere più giustificazione. Chiedere a entrambe le parti di lasciare a casa i simboli nazionali produce lo stesso effetto: cancella con un gesto apparentemente rispettoso la sola cosa che distingue le due posizioni, cioè chi ha il potere e chi lo subisce, e la sostituisce con l’immagine di un cammino comune verso la riconciliazione.

C’è però un punto più profondo, e per arrivarci bisogna lasciare per un momento la Palestina degli anni Duemila e tornare a un testo meno citato, la conferenza che Said tenne nel 2001 al museo Freud di Londra, poi pubblicata come Freud e il non europeo. Said vi ricostruisce un argomento di Freud tanto scomodo quanto dimenticato: in L’uomo Mosè e la religione monoteistica, Freud sostiene che Mosè, il fondatore dell’identità ebraica, fosse egiziano, non ebreo, e che il monoteismo stesso fosse un’invenzione egizia trasmessa da uno straniero a un popolo che se ne appropriò solo in seguito. Il punto di Said non è filologico, è strutturale: se anche l’identità più definita, più rivendicata, più difesa nella storia occidentale porta dentro di sé, alla propria origine, una frattura non rimovibile, un elemento non-europeo che nessuna archeologia successiva può cancellare, allora nessuna identità collettiva può fondarsi legittimamente su un’unità chiusa e autosufficiente. Said osservava che lo Stato d’Israele, proprio attraverso la propria archeologia ufficiale, aveva lavorato per sigillare l’identità ebraica separandola da tutto ciò che, in essa, era originariamente non ebraico: esattamente il gesto opposto a quello che Freud, da ebreo, aveva compiuto sul finire della propria vita, insistendo sulla frattura invece di rimuoverla.

Said non passò indenne da quella conferenza. A rispondergli, quella sera al museo Freud di Londra, fu la psicoanalista Jacqueline Rose, che gli riconobbe l’audacia della lettura ma ne segnalò il rischio. Un’identità raccontata come costitutivamente rotta, osservò Rose, è un’immagine potente sul piano politico, ma Freud stesso mostra quanto il trauma non sfoci sempre nell’apertura verso l’altro: a volte sfocia nel dogma, nella chiusura difensiva, nella ripetizione cieca della ferita invece che nel suo riconoscimento. Rose non contestava la diagnosi di Said, la radicalizzava in un’altra direzione: se l’identità ebraica porta in sé una frattura non rimovibile, la domanda politica non è come richiuderla ma come renderla condivisibile con chi quella frattura la subisce da fuori. Citava, a questo proposito, una frase del teologo americano Marc Ellis, che si chiedeva cosa succederebbe se il centro di Gerusalemme fosse pensato come rotto, condiviso in quella rottura, invece che spartito tra vincitori e vinti. È la stessa alternativa che le linee guida anti-normalizzazione pongono in termini più prosaici quando distinguono coesistenza da co-resistenza: non due identità che fingono di essersi già ricomposte, ma due parti che riconoscono insieme, prima di ogni palco condiviso, dove passa la frattura e chi ne porta il peso maggiore.

Questo è il punto che le linee guida anti-normalizzazione, senza saperlo, portano avanti sul piano pubblico anziché su quello archeologico. Non chiedono a nessuno di rinunciare alla propria identità né di dimostrarsi puro; chiedono che nessun evento, nessuna piattaforma culturale o sportiva, si presenti come se la frattura di potere tra occupante e occupato fosse già ricomposta, come se bastasse mettere due voci sullo stesso palco per azzerare una storia di espropriazione. La coesistenza esibita come armonia già raggiunta è, in questo senso, l’esatto contrario del gesto che Said ammirava in Freud: invece di lasciare aperta la ferita che ricorda la relazione di forza, la richiude con un’estetica di riconciliazione che non è stata guadagnata da nessuna delle due parti.

C’è poi il terreno che Said ha esplorato in Covering Islam: il modo in cui esperti, media e istituzioni decidono chi ha credito per parlare a nome di un intero popolo, e chi invece resta muto per definizione. Ai Giochi Universitari di Salerno ha partecipato il Technion di Haifa, un’università che intrattiene rapporti di ricerca diretti con l’esercito israeliano e con le principali aziende belliche del paese. Le linee guida BDS sono esplicite su questo punto, forse quello meno compreso: non chiedono il boicottaggio di individui in ragione della loro origine o identità, ma della complicità istituzionale. Non è in discussione la persona del singolo atleta, è in discussione l’istituzione che lo forma e lo accredita. Ma la stessa vicenda ha portato alla luce un secondo squilibrio, più silenzioso: mentre gli atleti israeliani entravano in Italia senza bisogno di visto, da giugno a decine di studenti palestinesi già vincitori di borse di studio viene richiesta una certificazione linguistica di fatto impossibile da ottenere a Gaza. È la stessa domanda con cui abbiamo aperto, posta questa volta nella sua forma più letterale: chi ha diritto di attraversare un confine e presentarsi di persona, e chi può soltanto sperare che qualcun altro, altrove, decida di rappresentarlo.

Said questa condizione l’aveva raccontata anche dall’interno, da soggetto e non solo da teorico. In After the Last Sky, il libro che scrisse insieme al fotografo Jean Mohr per dare un’immagine ai palestinesi dispersi tra campi profughi, diaspora ed esilio, Said confessava la propria difficoltà a scrivere qualcosa di coerente sulla propria gente: non perché mancassero i fatti, ma perché ogni tentativo di raccontare una vita palestinese rischiava di scivolare o nella retorica della vittima innocente o in quella del militante integro, due immagini che un pubblico esterno sa già come consumare. Il libro nasceva da un’osservazione amara: i palestinesi erano stati fotografati moltissimo, quasi sempre come massa anonima o come minaccia, quasi mai come persone con una biografia propria che li rendesse irriducibili a un’unica cornice. Said scriveva di guardare le fotografie di Mohr e non sapere sempre se le stesse osservando da dentro, come uno dei soggetti ritratti, o da fuori, come lo sguardo occidentale che le avrebbe poi lette. È la stessa incertezza che percorre l’intero problema della rappresentazione con cui questo articolo si è aperto: non basta comparire nell’inquadratura, occorre chiedersi da quale posizione, e sotto quale controllo, si sta comparendo. Un atleta a cui viene chiesto un requisito impossibile da soddisfare non compare affatto; ma anche chi compare, se compare alle condizioni fissate da altri, dentro una cornice di armonia che altri hanno disegnato, rischia di ripetere la stessa esclusione in una forma più elegante.

A chi obietta che tutto questo tradisce l’antiessenzialismo di Said, l’autore che rifiutava ogni blocco identitario compatto e che si scagliò contro lo scontro di civiltà di Huntington proprio perché presupponeva culture stagne e reciprocamente ostili, la risposta è già nella lettura di Freud appena ricostruita. Said non chiedeva di sostituire un’identità chiusa con un’altra identità chiusa, chiedeva di riconoscere che ogni identità, ebraica, palestinese, europea, porta dentro di sé una frattura costitutiva che nessuna politica di purezza può sanare. Il bersaglio delle linee guida non è mai la persona in quanto ebrea o israeliana, ma l’apparato istituzionale che pretende di presentare come naturale e già risolta una relazione di potere che tale non è. È la stessa distinzione che Said tracciava tra la critica dell’orientalismo come sistema e il rifiuto di trasformarla in un’ostilità verso l’Occidente come blocco monolitico: non l’Occidente era il nemico, ma un apparato che produce sapere al servizio del dominio, indipendentemente dalle intenzioni soggettive di chi vi partecipa.

Il punto più said-iano di tutta questa vicenda, forse, è proprio quello meno notato: la lotta contro la normalizzazione è anzitutto una lotta sulla forma della rappresentazione, non sui contenuti dichiarati. Non importa che cosa dicano, letteralmente, le due artiste sul palco di Firenze, o che cosa dichiari un ateneo nel presentare la propria squadra a Salerno; importa che cosa quella forma comunica a chi la osserva da fuori. È la stessa intuizione che ha attraversato tutta l’opera di Said: il potere non ha bisogno di dichiarare se stesso quando può contare su forme culturali che lo rendono invisibile, ospitale, perfino gradevole. Un festival di pace che mette insieme una voce israeliana e una palestinese senza toccare l’occupazione, o una vetrina sportiva che accredita senza distinzioni un’università-arsenale, sono, in questo senso, eredi dirette della Description de l’Égypte di Napoleone che Said analizzava nella postfazione del 1994 a Orientalismo: un’opera oggettiva, elegante, apparentemente equidistante, che tuttavia parla dal punto di vista di chi ha già vinto, mentre chi ha pagato il prezzo della conquista resta fuori campo, non invitato, come lo storico egiziano al-Jabarti che rimase sconosciuto a Napoleone.

Resta da chiedersi cosa significhi tutto questo per chi, in Italia, decide ogni anno quali festival sponsorizzare, quali squadre accreditare, quali cartelloni di pace o di sport allestire. Chi lo fa, quasi sempre, non agisce per convenienza cinica ma in buona fede, convinto che accostare due nomi o due bandiere sia già un gesto politico nella direzione giusta. È proprio questa buona fede il problema che Said, attraverso Freud, aiuta a mettere a fuoco: nessuna identità è mai un’unità chiusa da esibire come riconciliata, e decidere chi siede allo stesso tavolo, chi scende in campo e a quali condizioni, è già una scelta politica, non uno spazio libero dalla politica in cui rifugiarsi.

Riferimenti bibliografici

Edward W. Said, Orientalismo, Feltrinelli, Milano, 1991 (ed. orig. Orientalism, Pantheon Books, New York, 1978).

Edward W. Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti, Roma, 1998 (ed. orig. Culture and Imperialism, Knopf, New York, 1993).

Edward W. Said, Covering Islam, Pantheon Books, New York, 1981.

Edward W. Said, Freud e il non europeo, in Freud and the Non-European, Verso, Londra, 2003.

Edward W. Said, fotografie di Jean Mohr, After the Last Sky: Palestinian Lives, Columbia University Press, New York, 1999 (I ed. 1986).

Jacqueline Rose, “Response to Edward Said”, in Edward W. Said, Freud and the Non-European, Verso, Londra, 2003.

Timothy Brennan, Places of Mind: A Life of Edward Said, Farrar, Straus and Giroux, New York, 2021.

BDS Movement, Linee guida contro la normalizzazione, Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC).

Francesco Russo*

* Francesco Russo è avvocato cassazionista, interno all’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale di Napoli, dove si occupa di contenzioso civile, amministrativo e tributario. Scrive di diritto, intelligenza artificiale e spazio pubblico per Pressenza, Filodiritto e altre testate giuridiche e culturali. Ha pubblicato Il principio del risultato. AI e decisione pubblica (Amazon KDP, 2025) e sta lavorando a un secondo progetto editoriale sullo stesso tema.