Nel percorso di chi si avvicina al teatro come parte dell’espressione letteraria, Bertolt Brecht sembra essere una tappa obbligata e L’anima buona del Sezuan ne è una sublime dimostrazione. Scritta tra il 1938 e il 1940, durante gli anni dell’esilio, sembra discostarsi, almeno nella sua struttura scenica e narrativa, dal teatro epico che tanto gli stava a cuore. La parabola, l’intervento degli dei, il travestimento di Shen Te in Shui Ta e l’andamento quasi fiabesco della vicenda sembrano infatti avvicinarla più alla tradizione del teatro morale che alla radicale destrutturazione dell’illusione scenica propria di altre opere. La domanda che la attraversa è profondamente brechtiana e marxiana, osservazione critica dei rapporti umani e sociali: può l’individuo essere buono in un mondo che rende la bontà impossibile?

Tre dei arrivano sulla terra e cercano ospitalità, ma alla richiesta di un alloggio segue ogni volta un rifiuto. L’unica disposta ad accoglierli sotto il suo tetto è la prostituta povera ma buona Shen Te. Agli dei Shen te racconta dei suoi problemi finanziari e loro, per ricompensarla, le regalano un’ ingente somma, con la quale Shen te aprirà un negozio di tabacchi. Promette quindi a se stessa e agli dèi che aiuterà tutte le persone in difficoltà economiche, ma non passerà troppo tempo per rendersi conto dell’impossibilità di tener fede alla promessa fatta. Shen Te infatti aiuta generosamente i bisognosi e gli svantaggiati, ma in breve tempo finisce per ridursi di nuovo in miseria. I questuanti si affollano intorno al suo negozio, lei li implora di avere riguardo, di non distruggerlo perché è un regalo degli dei!
Prendetevi quello che c’è, ma non distruggetelo!
Shen Te: Perché è tanto cattiva? ( rivolgendosi al pubblico)
Non è una fatica, calpestare il prossimo? Le vene della fronte si gonfiano nello sforzo della rapacità.
Tesa naturalmente, la mano dà e riceve con uguale agevolezza; invece, quando avida afferra, si stanca. Ah, che tentazione donare! Che dolcezza essere gentili! Una buona parola sfugge dalle labbra come un sospiro di benessere.
Shen Te deve difendersi dalla sua stessa bontà. Per di più resta incinta dell’aviatore Yang Sun, di cui si è innamorata, ma anche lui pensa soprattutto a sfruttarla. Comprende allora che la bontà, da sola, non basta, e s’inventa un cugino immaginario, Shui Ta, per potersi comportare in modo diverso, più duro; diventa così un capitalista spietato, la cui ricchezza cresce in maniera direttamente proporzionale alla sua cattiveria coi lavoratori. Progressivamente Shen Te è costretta a lasciare il posto sempre più spesso, fino a scomparire, a Shui Ta, che viene però accusato della sua scomparsa. Portata in giudizio, Shen Te si accorge che i giudici sono gli stessi dei a cui aveva fatto la promessa ed è costretta a svelare che Shen Te e Shui Ta sono la stessa persona.
Shen Te: Si, sono io. Shui Ta e Shen Te in una sola persona.
Come un fulmine
Il vostro antico comandamento di esser buona e di viver bene
Mi ha squarciata in due parti.
Non so come è accaduto. Ma mi era impossibile essere buona per gli altri e per me stessa.
Troppo faticoso soccorrere me stessa e il prossimo.
Lassù, al nulla incantato ho promesso di aiutare gli altri.
A quel punto fa cadere la maschera per manifestare la sua vera identità.
Per essere buono l’uomo deve chiudersi in una personalità privata e dispiegare pubblicamente una personalità cattiva. Ma gli dei non comprendono, ritengono la doppia esistenza della buona Shen Te un fraintendimento e spariscono in una nuvola rosa
Ah, com’è difficile il vostro mondo! Aggiungono gli dei: Troppa miseria,
troppa disperazione! Lasciateci far ritorno lassù, al nulla incantato!
Mentre Shen Te, disperata, tende le braccia verso di loro, gli dèi scompaiono verso l’alto sorridendo e facendo cenni della mano.
Deve cambiare l’uomo? O il mondo va rifatto?
Ci vogliono altri dèi? O nessun Dio affatto?
Non v’è modo di uscir dalla distretta
Se non che voi pensiate fin da stasera stessa
Come a un’anima buona si possa dare aiuto
Perché alla fine il giusto non sia sempre battuto.
Presto, pensate a come ciò sia attuabile!
Una fine migliore ci vuole! È indispensabile!
Scritta negli anni del difficile esilio dalla Germania nazista in quanto comunista convinto, L’anima buona del Sezuan è insieme una importante riflessione di carattere sociale e di accusa alle distorsioni del capitalismo ma anche sui misteri del male. Shen Te è buona, ma gli altri approfittano della sua bontà. La società in cui vive sembra offrirle una sola possibilità di sopravvivenza, vivere nell’ambiguità, usare la maschera per nascondere ciò che è.
La dolorosa avventura della giovane Shen Te, la cui rettitudine d’animo viene messa a dura prova dalle divinità alla ricerca di uomini e donne che siano in grado di sopravvivere in modo retto nel mondo moderno, è una efficace riproposizione in chiave moderna di un tema millenario.
Da Giobbe a Gandhi, passando per Gesù Cristo, ci si è sempre dovuti confrontare con il paradosso di una vita virtuosa che non mette al riparo dalla sofferenza e dalla morte. Shen Te non sembra fare eccezione: per poter continuare ad aiutare gli altri è costretta a dar vita a un alter ego, Shui Ta, che ne diviene l’immagine speculare. Se la virtuosa e timida Shen Te, disposta a farsi carico delle necessità altrui, è sfruttata e derisa da chiunque, il suo contraltare Shui Ta, che incarna l’istinto di protezione di sé, è cinico e spietato, ma rispettato per il suo successo. Shen Te rappresenta una purezza morale così radicale da apparire incompatibile con il mondo in cui vive; Shui Ta incarna invece il pragmatismo necessario ad affrontarlo, ma, separato dalla compassione di Shen Te, quel pragmatismo può trasformarsi in calcolo e sconfinare nella crudeltà. La riproposizione di un circolo in un eterno ritorno dell’uguale da cui ciò che definiamo umano non si è mai liberato.
Il pensiero gandhiano si innesta bene con le considerazioni che nascono affrontando L’anima buona del Sezuan. Come intervenire sulla natura del male? Assenza del male è santità. E’ ciò a cui ci richiama Hesse, nel suo Lupo della steppa, finita la speranza in un percorso della Storia in cui si realizza il bene, esso si realizzerà nelle singole grandi personalità nelle figure dei santi, grandi filosofi, poeti, scrittori, artisti. Per l’uomo è impossibile liberarsi dal male ci si può solo sforzare di farlo, anzi si deve farlo. L’esistenzialista, che si sente gettato sulla terra e tenta di compiere il bene senza alcuna ricompensa, è l’immagine tragica che accompagna l’umano in un mondo secolarizzato. L’essere-per-la-morte di Heidegger porta questa condizione fino alla sua conseguenza più radicale: l’uomo è chiamato ad assumere la propria esistenza sapendo che essa è finita e che nessuno può sostituirsi a lui nella scelta. Ma l’uomo funziona come nell’esperimento di Pavlov? Se siamo stati educati a fare il bene perché attendiamo una ricompensa religiosa o sociale che sia, non rischiamo di confondere la moralità con il condizionamento? Forse la sfida più radicale consiste proprio nel compiere il bene quando nessuna ricompensa ci è promessa: quando non vi è un Dio a garantire il senso, né una Storia a garantire il compimento. Liberarsi dal condizionamento di fare il bene per essere ricompensati è forse una delle grandi sfide dei secoli a venire. La protagonista Shen Te non ha sbagliato nel creare il cinico Shui Ta, è un comportamento profondamente umano. L’errore che porta al fallimento finale starebbe semmai nell’aver ceduto alla vigilanza su se stessa in nome della sopravvivenza propria e del proprio figlio. Non è la difesa del sé il problema, ma quando esso si separa dalla compassione. Forse la soluzione al dilemma di Shen Te non consiste nel diventare Shui Ta, né nel rimanere Shen Te. Potrebbe consistere nell’imparare a tenere insieme le due parti: la capacità di difendersi senza trasformare la difesa di sé in sopraffazione; la durezza necessaria ad agire senza perdere la compassione.
L’ambientazione della storia nel Sezuan, nome immaginario che ricorda la regione cinese del Sichuan, tradisce la fede comunista di Brecht, una fede che è speranza di cambiare il mondo. La domanda che rimane aperta è: come può l’uomo fare il bene senza diventarne vittima e senza trasformare la necessità di sopravvivere in una giustificazione del male? Infine, ci possiamo riuscire senza Dio?
Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

