Elias Canetti: Le voci di Marrakech (Adelphi – trad. Bruno Nacci), di Gigi Agnano

Ritenuta per molto tempo un’opera marginale, Le Voci di Marrakech (Die Stimmen von Marrakesch, pubblicato nel 1967) è invece senz’ombra di dubbio uno dei libri più belli e affascinanti di Elias Canetti. Ed essendo anche il più accessibile, può sicuramente considerarsi come il miglior viatico per affrontare l’universo complesso del pensiero del Premio Nobel bulgaro, naturalizzato inglese, di lingua tedesca.  

Nato come resoconto di un viaggio del 1954 al seguito di una produzione cinematografica, queste note, meglio dire queste impressioni e riflessioni offrono, in quattordici racconti senza alcuna trama, un sorprendente ritratto della città marocchina e dei suoi abitanti, con straordinarie descrizioni di piazza Djema El Fna, del suk, della Mellah (il quartiere ebraico) e dei loro frequentatori, mendicanti ciechi, bambini, poeti di strada, asini picchiati brutalmente e cammelli portati al macello, tutti, uomini e bestie, accomunati da una drammatica lotta per la sopravvivenza. 

Ma non si pensi di poter ridurre il libro di Canetti ad una guida turistica per quanto splendida, in quanto la descrizione della città è personale e disorganica e trascura luoghi d’interesse che il turista potrebbe ritenere imperdibili. Inoltre, le osservazioni della città sono spesso solo lo spunto per digressioni di carattere filosofico universale.

Quegli scorci, quelle piazze e quelle strade, quei vicoli dove perdersi è la normalità, quelle terrazze dei caffè, quei cortili che offrono rifugio dal caos e dai rumori, stimolano non solo l’esplorazione dei luoghi, ma soprattutto invitano ad intraprendere un percorso a ritroso in cui lo straniero viaggia verso se stesso: 

“Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza.”

In questo labirinto di strade e di mercati, di posti incantevoli e desolati, Canetti – un po’ flaneur alla Benjamin, un po’ Orwell che nel ‘39 aveva scritto di un suo viaggio in Marocco – tesse una ragnatela di storie vivaci, compone una sinfonia con le voci e i bisbigli, i mormorii e le urla di dolore e di gioia di una vasta gamma di personaggi; inquadra peraltro con le sue acute sequenze anche la pena degli animali, all’ultimo gradino nella scala degli sfruttati e dei derelitti.

Le prime pagine del libro immergono il lettore tra la folla di Djemaa el Fna, la piazza centrale di Marrakech, un microcosmo della città stessa con una sua particolare vitalità. Qui i cantastorie ipnotizzano e catturano il pubblico col racconto di antiche epopee, mentre acrobati, incantatori di serpenti, musicisti e artisti offrono il proprio talento a locali e turisti. 

Dalla piazza il narratore si sposta verso il suk, il labirinto di stradine dove riecheggiano le grida melodiche dei venditori d’acqua o i ritmi ipnotici di musica Gnawa che si fondono coi suoni anche religiosi della città, la chiamata alla preghiera dai minareti o i canti mistici sufi. 

Una moltitudine di voci ma anche una mescolanza di lingue incomprensibili di mercanti e artigiani e musicisti rivenienti da diversi contesti etnici, comunità culturali distinte che lavorano, vendono, contrattano, suonano gli uni accanto agli altri.

Ci sono uomini che cantano il nome di Allah; o un mendicante cieco, un marabù che si infila in bocca e mastica la moneta ricevuta in elemosina per identificarne il valore ma anche per dare la sua benedizione al donatore:

“Il vecchio aveva finito di masticare e sputò fuori la moneta. Si girò verso di me e il suo volto era raggiante. Recitò per me un versetto di benedizione che ripetè sei volte. La gentilezza e il calore da cui mi sentii pervaso mentre lui parlava, non li ho mai ricevuti da nessun altro essere umano.”

L’atmosfera è decisamente diversa nella Mellah, il quartiere ebraico che peraltro oggi è scomparso. Essendo Canetti sefardita di origine spagnola, la visita alla comunità giudaica di origine iberica dà al suo viaggio il sapore di un ritorno a casa, alle origini. In tal senso Marrakech non è un qualsiasi posto esotico, ma un luogo legato profondamente alla sua storia personale. 

Qui lo sguardo dell’autore avverte l’urgenza di penetrare spazi privati, di andare nelle case e nei cortili, catturando momenti reconditi di vita familiare, di solidarietà tra vicini, di relazioni interpersonali. Se nella descrizione della varia umanità osservata negli spazi aperti Canetti ci costringe a confrontarci con i nostri pregiudizi, ad abbracciare la diversità, ad imparare la lezione di convivenza di Marrakech; dall’altra parte, nel mostrarci lo svolgersi nella Mellah della vita a porte chiuse, ci invita ad apprezzarne il senso della comunità, ad essere genuinamente empatici, a predisporci positivamente all’ascolto dei meno fortunati. Scrive: “La mancanza di tempo è mancanza di empatia per il mondo.”

Occupandosi di una città ancora all’ombra del protettorato francese, Il libro suscita e ha suscitato giocoforza dibattiti sulla difficile questione dei rapporti tra Oriente e Occidente, tra islam, ebraismo e cristianesimo, tra colonialisti e colonizzati, sfruttatori e sfruttati. L’autore è stato da più parti accusato, forse a ragione, di un approccio “orientalista”, secondo la definizione di Edward Said, per aver adottato un certo numero di stereotipi e di cliché: l’Oriente misterioso del genere Mille e una notte, il potere erotico delle donne orientali, la pigrizia degli arabi, i cammelli, i bazar, la violenza sugli animali, ecc… Un’altra accusa mossa all’autore è di scarso interesse per i problemi sociali, politici ed economici, non avendo tenuto conto delle forti tensioni tra popolazione locale e colonizzatori (il viaggio è del ’54 e l’indipendenza del Marocco verrà conseguita nel ’56). C’è stato anche chi ha tacciato Canetti di razzismo e di misoginia, laddove invece ci sembra che abbia proposto, come già detto, una visione sensibile ed empatica, mai giudicante, sottolineando gli aspetti di pluralità etnica, culturale e religiosa. Potremmo senz’altro sbagliare, ma non crediamo infatti che Le voci di Marrakech abbiano una finalità “ideologica”, o che l’intenzione di Canetti, fatta salva la dimensione etnologica e antropologica, fosse quella di produrre un lavoro di saggistica erudita, bensì un’opera decisamente letteraria, poetica e narrativa, che celebra la gioia per tutto ciò che è umano.

“Quando si viaggia si prende tutto come viene, lo sdegno rimane a casa. Si osserva, si ascolta, ci si entusiasma per le cose più atroci solo perché sono nuove. I buoni viaggiatori sono gente senza cuore.”

Le voci di Marrakech, infatti, sono prima di tutto un’esperienza mistica e sensoriale, che immerge i lettori nelle immagini, nei suoni e negli aromi di spezie e d’incenso. Un mondo in cui lingue, tradizioni, storie e religioni si fondono armoniosamente, creando un patchwork di vita ricco e complesso. Dalle vivaci piazze ai vicoli stretti e ai mercati, la capitale culturale del Marocco del ’54 emerge come una città che esalta le differenze e abbraccia la moltitudine. Un felice esempio di convivenza che vedrà un punto di rottura proprio nel ’67, l’anno di pubblicazione del libro che coincide con la guerra dei sei giorni; e che risulta di grande attualità ed interesse oggi se si considera col senno di poi il manifestarsi di integralismi e fanatismi nell’ultima parte del Novecento e in questo primo scorcio di millennio.

Voci, citazioni acustiche, suoni che sopravvivono a tutti gli altri suoni: ogni pagina del romanzo è come la traccia di una playlist o l’episodio di un podcast, ogni racconto mette il lettore all’ascolto. E a me che non amo particolarmente gli audiolibri è capitato tra l’altro di avvicinarmi a Le voci di Marrakech nella versione recitata a Radio 3 (“ad alta voce”) da Toni Servillo, che è un’esperienza facile da recuperare e che, in questo caso specifico, mi sento di consigliare. Segnalo infine che su YouTube è possibile reperire stralci di una lettura del 1985 dello stesso autore, vecchio, provato, ansimante, che risulta commuovente anche per chi non mastica alcuna parola di tedesco.

Gigi Agnano

Chetna Maroo: “T” (Adelphi, traduzione di Gioia Guerzoni), di Cristina Marra

Tre piccole donne private delle cure e dell’affetto della madre, Mona, Kush e Gopi, un papà silenzioso, un lutto da elaborare e trasformare in una vittoria sul dolore, è questo il microcosmo  dentro cui si muovono i personaggi di “T”, sorprendente esordio narrativo della scrittrice anglo-indiana Chetna Maroo, tradotto da Gioia Guerzoni per Adelphi.

 

Ex contabile, Maroo sceglie la strada della scrittura e di un romanzo di formazione dallo stile asciutto, essenziale e potente in cui il Western Lane, il centro sportivo che dà il titolo originale al romanzo pubblicato in Gran Bretagna e selezionato per il Booker Prize 2023, è il luogo scelto dal padre delle tre giovani come nuova casa, come rifugio in cui crescere e ascoltare il silenzio per imparare a giocare a squash e a rispondere con la loro voce. Gopi è la più piccola di casa, è lei la voce narrante che osserva e che gioca meglio delle sorelle mentre Mona cerca di crescere più in fretta, di occuparsi della casa mentre Kush rincorre la voce della loro Ma, la insegue di notte come un sogno o un sussurro cupo e ansioso.  Ad aiutare le tre sorelline, a forgiarle a formarle alla vita è il gioco dello squash. In quella T del campo da gioco fronteggiare la partita significa fronteggiare la vita con le sue solitudini e i suoi silenzi, significa soffrire e gioire. 

La voce della madre sembra riaffiorare dai suoni della lingua gujarati, idioma che le lega a lei, ma col padre è il non detto ad avere la meglio, e allora i movimenti, i gesti dello squash diventano espressione comunicativa. Il romanzo con ritmo sincopato alterna il racconto di parole soffocate e di contatti fisici evitati. La sofferenza dei quattro componenti di una famiglia spezzata si trasforma in bisogno di esprimersi a colpi da racchetta, di urlare, di sussurrare, di parlare col mondo. Il campo, la T ,è il nido soprattutto per Gopi la più talentuosa tra le sorelle. Gopi si dedica totalmente allo sport, conosce Ged e comprende cosa intendeva con quell’ essere selvagge la zia Ranjan e nessuno avrebbe saputo che io e un ragazzo bianco facevamo sport insieme. Nessuno avrebbe saputo che ci muovevamo l’uno intorno all’altra, sudando, passando le mani sullo stesso pezzo di muro macchiato, prima lui, poi io.

Gopi, imita, si forma, fa esperienza in un confronto costante con Jahangir Khan, famoso giocatore pakistano, un maestro, un esempio da seguire che il padre le mostra in video televisivi tutte le sere.

Movimenti fisici e silenzi vocali si susseguono e si scambiano quando sei in campo, durante una partita, in un certo senso sei solo. Ed è così che dovrebbe essere. Devi trovare una via d’uscita. Devi scegliere i colpi e crearti lo spazio di cui hai bisogno. Devi difendere la T. Nessuno può aiutarti. Nessuno può concentrarsi per te o avere paura di perdere al posto tuo. Eppure, a volte accade il contrario. In campo tutto ti sembra di essere fuorchè solo. La voce del passato tenta di farsi strada e di dare il testimone a Gopi. I gesti restano muti e i silenzi si riempiono di parole.

Le tre sorelle si sostengono, sono complici, si proteggono e anche l’ingerenza degli zii che propongono alternative al loro futuro insieme diventa motivo di nuove scelte e scoperte. Il silenzio del campo insegna a saper ascoltare una voce soltanto che è la propria, in campo la mente non è rivolta solo al colpo che stai per eseguire  e a quello con cui l’avversario potrebbe rispondere, ma anche ai due,tre, quattro colpi che seguiranno. Osservi la posizione dell’avversario e il suo gioco, fai calcoli. E’ così che scegli da che parte andare

La foschia col bagliore lattiginoso del sole, il tempo atmosferico con le sue luci e ombre esprime gli stati d’animo di Gopi così come i colori delle pareti di plexiglas di un azzurro pallido, glaciale, rendono il campo fuori dal tempo, lì Gopi può pensare, agire, scegliere e tentare di far uscire il padre fuori dal corridoio vuoto che non serviva a nulla  dove lo avevano relegato lei e le sorelle. Il racconto di quell’anno di allenamenti e di lutto attraverso la voce di Gopi si fa sentire in ogni pagina in cui lo squash diventa motivo di rinascita, di accettazione dei cambiamenti, di bisogno di crescere.

Cristina Marra  

L’incipit di “Pnin” di Vladimir Nabokov, traduzione di Elena De Angeli (Adelphi)

“L’attempato passeggero seduto accanto al finestrino sul lato nord di quella carrozza ferroviaria inesorabilmente in corsa, con un posto vuoto a fianco e due posti vuoti di fronte, altri non era che il professor Timofej Pnin. Mirabilmente calvo, abbronzato e rasato con cura, aveva un inizio piuttosto imponente, con la gran cupola brunita del cranio, gli occhiali cerchiati di tartaruga (che mascheravano un’infantile assenza di sopracciglia), il labbro superiore da primate, il collo solido e il torso muscoloso serrato in una giacca di tweed attillata, ma fine un po’ deludente, con due gambette sottili (al momento rivestite di flanella e accavallate) e due piedi dall’apparenza fragile, quasi femminei.

Le calze, cascanti, erano di lana scarlatta a losanghe lilla; le scarpe nere, tradizionali, gli erano costate più o meno quanto tutto il resto dell’abbigliamento (compresa la sgargiante cravatta da gorilla). Prima degli anni ’40, durante la compassata fase europea della sua vita, aveva sempre indossato mutande lunghe, con gli orli accuratamente infilati dentro quelli di impeccabili calzini di seta con la baguette, dai colori sobri, fermati da giarrettiere ai polpacci inguainati nel cotone.

In quei giorni, lasciar trapelare una fugace visione di quel candido indumento intimo tirando su più del dovuto una gamba dei calzoni sarebbe parso a Pnin non meno sconveniente che apparire davanti a una signora senza solino e cravatta; perfino quando accadeva che la malandata Mme Roux – concierge dello squallido caseggiato del XVI’ Arrondissement di Parigi dove Pnin, dopo essere fuggito dalla Russia leninizzata e aver completato gli studi universitari a Praga, aveva vissuto per quindici anni – saliva a riscuotere l’affitto in un momento in cui lui non indossava il faux-col, il verecondo Pnin ricopriva con mano pudica il bottone della camicia. Tutto questo era mutato radicalmente nell’impetuosa atmosfera del Nuovo Mondo. Oggi, a cinquantadue anni, Pnin andava pazzo per i bagni di sole, portava camicie e pantaloni sportivi, e quando accavallava le gambe esibiva studiatamente, deliberatamente, sfrontatamente un’ingentissima estensione di stinco nudo.

Così sarebbe potuto apparire a un compagno di viaggio; ma, se si eccettuano un soldato che dormiva a un’estremità e due donne completamente assorbite da un bambino all’estremità opposta, Pnin aveva la carrozza tutta per sé.”

Vladimir Nabokov: “Pnin”, traduzione Elena De Angeli (Adelphi)

La deriva letteraria di Milan Kundera e Bohumil Hrabal, di Antonio Corvino

Perché Milan Kundera se ne andò da Praga?
E perché Bohumil Hrabal invece restò?

Quale fu il discrimine, l’elemento scatenante?
E qual è il rapporto di Praga e dei Praghesi con Kundera e con Hrabal oggi?
Indifferenza? Amore? Rancore? Rabbia?
E la letteratura, la poesia di Kundera e di Hrabal dove nascevano e dove si
alimentavano?
Ho girato in lungo ed in largo Praga nel mio ultimo soggiorno. Sono andato in cerca dei
luoghi di Kundera e dei luoghi di Hrabal.
Cercavo la magia, questa volta la magia della poesia, della letteratura e con essa anche
qualche risposta a tutti quei quesiti.
E vi era ancora, latente dentro di me, un altro quesito che finalmente lasciai salire in
superficie: perché tutto questo mio interesse per le storie contrapposte dei due scrittori?
Non potevo fermarmi alla loro poetica? Al confronto dei loro paradigmi letterari e poetici?
O meglio ancora non potevo accontentarmi di leggere le loro opere e gustarle fino in fondo
come si fa quando ti trovi davanti ad un’opera d’arte? Goderla per il suo contenuto
estetico, emozionale e amen?

Il murales di Hrabal


Il fatto é che Praga dissemina la sua magia ovunque: nell’aria che respiri, nelle guglie
delle sue chiese, nelle Sinagoghe, nei vicoli di Staré Mesto, la vecchia città, quella raccolta
tra il Ponte Carlo e la piazza dell’Orologio, in Mala Strana, la piccola città con il Castello e
la Cattedrale, il vicolo degli alchimisti, nel muro dipinto dell’isola di Campa (Lennon Wall) e nella vena creativa dei suoi poeti e scrittori. Mi son fatto l’idea che questi ultimi traggano da quella
magia la loro forza, la loro immaginazione.
Perché alla fine il mistero che ti avvolge a Praga e che respiri a pieni polmoni è la magia
della dimensione primordiale dell’Umanità, i suoi valori ancestrali. Niente altro.
Certo ogni poeta, ogni scrittore possiede una cifra letteraria, creativa, immaginifica che lo
differenzia da tutti gli altri ma qui a Praga ciascuno alimenta quella cifra direttamente nella
magia che rende unica questa città. E se te ne allontani quella magia la perdi e diventi
qualcun altro.
É quello che successe a Milan Kundera allorché se ne andò o fuggì da Praga.
Cessò di essere un poeta ed uno scrittore legato alla magia, alla dimensione primordiale
ed ancestrale di questa terra. Cessò di essere un poeta e scrittore praghese.
Semplicemente.
Bohumil Hrabal si rifiutò di andarsene o di fuggire e restò immerso sino alla fine in quella
magia.
Perché tu puoi essere diverso da chiunque altro ma la magia in cui ti muovi é la stessa per
tutti.
Tereze, la protagonista de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” a cui Milan Kundera
affidò i sentimenti per la sua ormai ex città, la sente ancora, prepotentemente, la magia di
Praga. Ella si sarebbe voltata una , due, dieci, cento volte a guardare Praga mentre si
allontanava salendo lungo i viottoli della collina di Pettrin.
La città le si mostrava, la chiamava, la inondava di tristezza e di nostalgia, avrebbe voluto
trattenerla, ma sapeva che lei non si sarebbe fermata nonostante la guardasse e la
invocasse come la più bella di tutte le città del mondo.
Quel Romanzo scritto nel 1984 a nove anni dalla partenza o fuga da Praga è ancora
intriso di bellezza primordiale, di emozioni e sentimenti che scavano nei valori ancestrali
più profondi. Gli stessi che aleggiano, seppur violati, traditi e oscurati dal regime che nega
persino, anzi prima di tutto, la libertà individuale, ne “ Lo scherzo” il primo romanzo
praghese di Kundera del 1967 per nulla apprezzato dall’onnipresente regime.
Poi via via la scrittura di Kundera si stacca dalla dimensione primordiale che dà vita alla
magia della più bella città del mondo e diventa altra cosa. Diventa pensiero raffinato,
diventa ricerca intima e razionale del proprio essere e divenire sino a sfociare nel pensiero
disincantato seppure pervaso di quella stessa tristezza e malinconia di Tereze sulla collina
di Pettrin.

Molte scelte, potendo disporre del sapere necessario o magari delle conoscenze,
sensibilità acquisite strada facendo, forse non le avremmo fatte, comunque sarebbero
state diverse, sembra confessare Kundera nel suo ultimo scritto francese “La festa
dell’insignificanza
”.
Ma è qui che si erge, in tutta la sua forza, la scelta di Bohumil Hrabal.
Perché Hrabal non fuggì, non scappò e preferì tenersi stretta la magia della sua terra, una
magia che a sua volta si alimentava della volontà della gente letteralmente decisa a
vivere nonostante tutto.
Certo Il panorama urbano che poteva osservare Bohumil era diverso rispetto a quello in
cui era immerso Milan.
Il quartiere Liben in cui abitava Hrabal era un quartiere popolare dove giravano operai e
contadini, uomini e donne alle prese con una quotidianità dura. Le case erano povere
case, le piazze erano spiazzi invasi da erbacce, le trattorie erano poca cosa e a pranzo la
gente andava in una specie di grande mensa allestita dal regime da cui si portava via
qualcosa da mangiare frettolosamente. Il quartiere era in piano e nessuna guglia
disegnava l’orizzonte e nemmeno il Castello vi compariva. Solo case basse e le ciminiere
di qualche birrificio, i depositi dei rifiuti da mandare al macero compresi i libri non graditi al
regime. E ovunque, in ogni istante, la necessità di strappare la vita lavorando in una
fabbrica o un’altra, su un cantiere o un altro, cercando di coltivare alla meglio un pezzo di
terra, qualche patata, qualche ciliegio o pero o melo. Praga non passava di meglio a
Bohumil Hrabal quanto a condizioni di benessere materiale, ma gli consentiva di vivere in
una dimensione comunitaria piena e totale fatta di solidarietà e compassione, di amicizia e
sentimenti dove l’amore, quando scoppiava, era amore vero e durava una vita intera come
il suo amore per la moglie Pipsi. E non è che Bohumil non se ne rendesse conto. Certo la
fatica al termine della giornata lo sfiancava, come tutti. Certo trovava nelle birrerie il
conforto a giornate piene di fatica. Ma egli si muoveva consapevole della sua condizione
e di quella di tutta la gente che viveva lì. E sapeva che in quella gente vi era la fonte della
sua poesia e della sua magica creatività ironica e sarcastica, malinconica e pugnace.
E scelse di non andarsene.
Perché egli sapeva di potersi e doversi specchiare in quella gente così come quella gente
si specchiava in lui.
Era un intellettuale Hrabal, aveva fatto l’università, la facoltà di giurisprudenza.
Non era nato da una famiglia borghese o aristocratica né tanto meno la sua famiglia si era
riciclata nei quadri della nomenclatura del partito comunista.
Era nato per caso, frutto dei tentativi di una madre che provava a raddrizzare la vita che
andava per conto suo, ossia male.
E aveva fatto un sacco di lavori, e tutti manuali, per raddrizzare anche la sua vita, ma
sempre guardandola dritto negli occhi che poi erano gli occhi di quanti gli vivevano intorno
e che dovevano andare avanti nel bene e nel male, lavorando, in un contesto difficile
come poteva essere difficile il dopo guerra che aveva segnato la fine dell’impero
austroungarico in quella che allora era la Cecoslovacchia e che egli brillantemente
descrisse con sarcasmo ed ironia impareggiabili nel romanzo “Ho Servito il Re
d’Inghilterra” da lui ambientato nello straordinario, elegante nelle sue fioriture liberty, ed
esclusivo Hotel de Pariz, sempre a ridosso di Staré Mesto e dove chiunque può, come ho
fatto io con la mia amica praghese Eva, estimatrice ella pure di Hrabal, andare, ancora
oggi, a fare colazione o prendere un aperitivo o pranzare a prezzi assolutamente normali.

L’Hotel de Paris a Praga

Poi era seguita l’occupazione nazista e la guerra e l’avvento del regime sovietico che per
un ventennio, dal 1948 al 1968 avrebbe stretto in una morsa di silenzio il Paese intero
concedendo privilegi a pochi e miseria intrisa di violenza a tutti gli altri. E lui decise di
rimanere dove gli altri erano costretti a stare. Anche dopo la drammatica fine della
primavera praghese del 1968 che riportò nuovamente il paese sotto il calcagno della
dittatura sovietica.

Avrebbe potuto andar via.
Certo che avrebbe potuto.
Hrabal era uno scrittore noto in patria ed all’estero.
Dal suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” era stato tratto un film con sceneggiatura
da lui firmata che aveva vinto l’oscar come miglior film straniero, appena qualche anno
prima, nel 1966.
In seguito capi di stato esteri, con il poeta e drammaturgo praghese Václav Havel,
presidente della Cecoslovacchia finalmente libera, e Bill Clinton presidente degli Stati
Uniti in visita a Praga lo vollero incontrare e si recarono addirittura a trovarlo nella birreria
da lui frequentata, da “U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro).

“U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro)

Egli era il riflesso dell’anima praghese, l’interprete della sua magia. Colui che salvava il
sapere dei libri mandati al macero dal regime e che perpetuava la dimensione primordiale
ed i valori ancestrali dell’umanità violati dalla dittatura comunista praghese teleguidata dal
Cremlino. Colui che salvava la magia di Praga e la custodiva per i tempi a venire.
A Praga tutti amano Hrabal.
Lo sentono come l’espressione del loro stesso essere.
Sono andato in giro, con la mia amica praghese Eva, per il suo quartiere, il quartiere
periferico n.8.
Della sua casa al n. 24 della via Liben é stata salvata la facciata insieme a quella di altre
casette vicine, tutte trasformate in un murale di oltre duecento metri a lui dedicato, prima
di far posto alla metropolitana.
Bohumil vi appare insieme ai suoi gatti, alla sua macchina da scrivere, con il suo viso da
adolescente caparbio ed anche un po’ ingenuo, con il viso che gli ride mentre gli occhi
scrutano tutto ciò che esiste intorno a lui.
Brani dei suoi romanzi sono riportati nelle intercapedini dei muri.
Tutto intorno non c’è più nulla, solo una enorme ed anonima piazza, ma lo spirito di
Bohumil vi aleggia integro. E lo si incontra nel Teatro Pod Palmovkou e nelle trattorie del
quartiere che spesso prendono il suo nome.
Nel vecchio mulino sulle sponde del vicino canale che confluisce nella Moldava,
trasformato di recente in centro culturale, ho visitato una mostra a lui dedicata. Un gruppo
di artisti ungheresi l’ha organizzata per lui, a Praga, nel suo quartiere a due passi dalla sua
vecchia casa.
Lo stesso amore non lo trovi per altri scrittori. Almeno a me non è capitato di intercettarlo.
Il centenario della nascita di Kafka è passato invano a Praga.
La casa natale di Kafka in Staré Mesto fu demolita per far posto ad un nuovo palazzo.
All’angolo di esso un piccolo busto ricorda il grande scrittore mentre una scultura sotto
forma di spirale attorcigliata su stessa ne ricorda l’opera sulla vicina piazza. Scriveva in
tedesco Kafka e questo lo ha escluso dalla magia praghese. Celebrato nel mondo qui é
pressoché ignorato.
È la stessa sorte toccata a Mikan Kundera.
Anch’egli, una volta partito, smise di scrivere in ceco e prese a scrivere in francese. Oggi
viene addirittura considerato uno scrittore francese.
Della magia praghese é rimasta la nostalgia ed il rimpianto forse nascosti dentro alla sua
ultima opera “La festa dell’Insignificanza”.
Kundera partì da Praga nel 1975. Sette anni dopo la fine della primavera praghese
stroncata violentemente dai carri armati sovietici.
Milan era un privilegiato, viveva nella Nuova Città, quella attaccata a Staré Mesto ed a
Mala Strana con l’isola di Campa a due passi e la collina di Pettrin a far da sfondo. Il
teatro dell’opera e la facoltà di lettere e cinema da lui frequentata in gioventù erano da
quelle parti, lungo la Moldava. Anche l’elegante caffè Slavia era sulla stessa strada. Mi ci
sono recato, con Marisa, la mia amica italiana trapiantata a Praga, grande estimatrice di
Kundera. È grande il caffè Slavia. L’arredamento retrò ti rimanda piacevolmente indietro nel tempo. Il personale è gentile, i prodotti di qualità. Qui ci venivano gli intellettuali,
durante il regime comunista. Era una specie di zona franca, sempre che qualcuno non
raccontasse alla polizia politica cosa si diceva lì dentro.
Alle pareti le foto di scrittori, musicisti, poeti, intellettuali.
È antico il caffè Slavia ed elegante. Di fronte il teatro dell’opera frequentato dalla famiglia
Kundera.
Ci andava anche Kafka in quel caffè e pure Bohumil, ogni tanto, che ci incontrava i suoi
colleghi compreso Milan.
Il regime comunista era stato lieve per la famiglia Kundera. Il padre era direttore del
Conservatorio musicale e, si sa, l’appartenenza alla nomenclatura riservava privilegi tra i
soviet ma imponeva anche obbedienza e totale allineamento.
Come Bohumil ed altri intellettuali, sarebbe potuto restare e vivere la vita di quanti erano
rimasti. Certo il prezzo che il regime gli avrebbe imposto sarebbe stato caro. Magari
avrebbe comportato anche l’impegno alla delazione per denunciare gli intellettuali ribelli.
Scelse di andarsene a Parigi.
E probabilmente il suo capolavoro “l’insostenibile leggerezza dell’essere” fu l’ultimo riflesso
della magia di Praga che, allungatasi sino a lui attraverso la tristezza di Terese, è forse
sopravvissuta in fondo al suo animo per scomparire allorquando egli tagliò definitivamente
il cordone ombelicale rinunciando alla stessa sua lingua.
Sono stato al caffè Slavia per respirare l’atmosfera raffinata ed elegante cui era abituato
Kundera e sono salito sulla collina di Pettrin in cerca di qualche segnale che evocasse il
suo spirito senza tuttavia trovarlo.

Caffè Slavia

E mentre nel quartiere Liben ancora oggi tutti amano Hrabal così non è nella Nuova Città.
Quando lessi “l’insostenibile leggerezza dell’essere” mi innamorai di quel romanzo.
La fuga dello scrittore dalla dittatura comunista mi sembrò un’epopea degna di Odisseo.
La lotta di un uomo in nome e per conto dell’umanità intera.
Mi sbagliavo, quella era solo frutto di rievocazione, eco lontana di un mondo scomparso.
Era Hrabal e tutti gli intellettuali come lui rimasti nell’inferno comunista di una Praga
tramortita ma non doma, che avevano assunto su di sé la fatica di vivere e custodire la
magia.
E tuttavia l’eco di quella magia sopravvisse nella letteratura di Kundera, almeno mi illudo,
sino a manifestarsi nella resipiscenza nostalgica de “La festa dell’insignificanza ”.
Chissà, in essa, la riflessione dello scrittore forse fa il paio con la nostalgia di Terese che
sulla collina di Pettrin proprio non riusciva a staccare gli occhi dalla più bella città del
mondo.

Antonio Corvino*

* L’articolo è stato scritto dall’autore nel corso del recente soggiorno praghese ospite dell’Istituto Italiano di Cultura dove ha presentato il suo “Cammini a Sud”.

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni. 

Un assaggio di “Storia confidenziale dell’editoria italiana” di Gian Arturo Ferrari (Marsilio, 2022)

“Come alle origini di Roma, alle origini dell’editoria libraria italiana del Novecento ci sono due gemelli, o quasi. Come può succedere, e a volte succede tra gemelli, si odiano cordialmente per tutta la vita. Il primo chiama il secondo «quel gangster», il secondo si rifiuta anche solo di pronunciare il nome del primo. Angelo Rizzoli e Arnoldo Mondadori nascono a distanza di due giorni sul finire del 1889 e a distanza di otto mesi muoiono, entrambi ottantunenni. Sempre per primo Rizzoli, in nascita e in morte.

Angelo Rizzoli

Entrambi proletari, con le pezze sul sedere. Povero Mondadori, figlio di un contadino e calzolaio ambulante, analfabeta fino a cinquant’anni. Poverissimo Rizzoli che addirittura nasce già orfano perché suo padre, ciabattino e anche lui analfabeta, sconvolto da un licenziamento è andato mesi prima a uccidersi. Al cimitero di Musocco, per maggiore comodità. Le origini infime verranno più volte e orgogliosamente rivendicate da entrambi («una miseria nera, che non si può immaginare» dirà Rizzoli), secondo un cliché comune a molti capitani d’industria otto- e novecenteschi. Ma non comune nel caso degli editori: è vero che Louis Hachette, il più ricco editore dell’Ottocento, era figlio di una lavandaia, ma lei lavorava per il liceo Louis-le-Grand, grande di nome e di fatto, cosa che permise al figlio di frequentarlo. E da questa solida base di avviarsi alla gloria editoriale.

Arnoldo Mondadori

I nostri invece sono entrambi incolti. Mondadori ha la quinta elementare e molti anni dopo se ne lamenterà di frequente, civettando, con il suo banchiere e amico Raffaele Mattioli. Il quale un bel giorno, di fronte all’ennesima replica, gli dice: «Ma senta, caro Mondadori, secondo me lei ha studiato troppo. Guardi Rizzoli, che ha solo la seconda, e veda un po’ la strada che ha fatto.» (Per la verità in altre occasioni Rizzoli rivendicherà di avere anche lui la quinta, presa però alle serali.)

Entrambi, e questo è decisivo, all’origine tipografi, adepti dell’arte nera, con nel naso l’odore acre degli inchiostri. Arnoldo comincia da garzone nel retrobottega di una cartoleria di Ostiglia, nel mantovano, dove troneggia un torchio a mano in disuso, tra casse di caratteri impolverati e, più tardi, una macchina a manovella. Si stampano carte intestate, biglietti da visita, partecipazioni, moduli, registri, manifesti. Angelo, appena uscito dai Martinitt dove gli hanno insegnato il mestiere, compera in società con un altro operaio una pedalina usata. A rate e firmando un bel numero di cambiali, naturalmente. Rischiano anche di spaccarla quando cade dal carretto su cui la spingono dalla Stazione Centrale alla stanza in via Cerva che è la loro prima sede.

Smanovellando e pedalando entrambi, Mondadori e Rizzoli, prendono buona nota del fatto che tra il prezzo cui si può vendere la carta stampata e il costo della carta e della stampa c’è una bella differenza, ossia un possibile e notevole guadagno.”

brano tratto da Storia confidenziale dell’editoria italiana di Gian Arturo Ferrari (Marsilio editore)

Gian Arturo Ferrari, classe 1944, dopo essersi dedicato dal 1974 all’insegnamento universitario, sceglie nel 1989 l’editoria libraria, iniziando il proprio percorso professionale presso la casa editrice Boringhieri in qualità di assistente dell’editore. Direttore Libri alla Rizzoli, nei primi anni Novanta passa alla Mondadori Libri dove sarà dal 1997 al 2009 direttore generale e dal 2015 al 2018 vicepresidente. È stato editorialista del Corriere della Sera ed è presidente del Collegio Ghislieri di Pavia. È autore di Il libro (Bollati Boringhieri 2014), Ragazzo italiano (Feltrinelli 2020) e Storia confidenziale dell’editoria italiana (Marsilio 2022). Ad aprile 2024 è uscito La storia se ne frega dell’onore (Marsilio), un giallo sull’editoria durante il fascismo.