(R)esistere attraverso la poesia: Forough Farrokhzad (Teheran, 1934 – 1967), di Barbara Gramegna

Proseguendo in un percorso ideale intorno alla poesia che si genera e alimenta nel e dell’esilio (vedi La mia scoperta di Nina Cassian), nella e della distanza, nella e della militanza – ma anche per e della resistenza – aprirò qui una finestra su una testimonianza di poesia persiana contemporanea della diaspora, con un precedente breve accenno all’opera ancora troppo poco conosciuta della troppo precocemente mancata Forough Farrokhzad (Teheran1934 – Teheran1967).

Mi riferirò infatti ad una raccolta curata da Rossella Renzi e Claudia Valsania dal titolo “Sia manifesta la tua voce – Forme di resistenza nella poesia persiana” uscita per Argolibri nel 2024 e presentata in diverse città d’Italia, fra le quali Bolzano, dove ho potuto partecipare personalmente.

Per il mio avvicinamento alla poesia persiana in generale devo e desidero ringraziare la “nutriente” frequentazione di una poeta e traduttrice persiana residente in Italia da quasi quarant’anni, presente nella suddetta raccolta con tre componimenti (“La forza della donna”, “Il coraggio”, “L’incertezza della libertà”), Nina Sadeghi.

Grazie a questa amica e a diverse occasioni che ci hanno visto collaborare in eventi culturali, sono entrata con curiosità, ma in punta di piedi, nella sua produzione poetica.

Sulle prime “leggo” i suoi versi da donna occidentale e ne colgo quindi un messaggio che, mi rendo conto solo successivamente, essere parziale e distorto. Pur apprezzandone globalmente le immagini, la simbologia e la forza espressiva, intuisco che mi mancano degli elementi per poterla apprezzare appieno e per riconoscere nei suoi versi la forte eco di una tradizione a me pressoché sconosciuta.

Da “La città dei sogni”: […] Nella mia città/piovono le mie credenze/sui corpi addormentati dei fiori/il giardino/prende una nuova freschezza/e la voce/nella gola della poetessa/trova la sua strada. (“Poetessa è femmina” di Nina Sadeghi, Galassia Arte, 2014, Roma). 

Individuo qui, infatti, la necessità di sottolineare come la forza generatrice della poesia riesca a farsi largo anche in spazi angusti e bui (la gola), e di come la poetessa trovi la sua voce, il suo sfogo, nonostante una paralisi dello scenario circostante (corpi addormentati dei fiori). Si tratta di allusioni sufficientemente forti alla necessità di “linfa vitale”, rimanendo nella metafora del giardino.

Il privilegio di potere però dialogare con lei mi consente di capire quali nuclei del suo poetare si rifacciano al misticismo sufi delle origini, e cosa, invece, la assimili preferibilmente alla poesia persiana moderna, sia nella forma che nelle tematiche (l’attualità politica e sociale, la condizione della donna, la riflessione sulla libertà ecc.): mi si traccia quindi un arco ideale che dalla poesia del XII secolo (quella di Rumi ad esempio) arriva ad un passato più recente sino ai giorni nostri.

Da “Un’altra Forough Farrokhzad” […] Tra le mie dita sono fiorite rose rosse/rosse/Ho portato lui/Nel giardino delle rose rosse/E sui petali di rose/Ho finalmente dormito con lui […] (ibidem)

Qui il legame con la tradizione è ancora più evidente; la simbologia della rosa e del giardino sono infatti topoi che ricorrono nella poesia persiana classica: la rosa (gol) e il giardino (bāgh o golestān) sono parte centrale di una serie di metafore che fonde e confonde amore terreno, bellezza estetica e profondo misticismo sufi. La natura è scenario e mezzo per elevare lo spirito.

L’esplicita dedica di questa poesia a Forough Farrokhzad mi invoglia però a prendere in mano i testi di questa poeta e artista del XX secolo.

Forough Farrokhzad vive poco, ma lascia una traccia indelebile nella vita culturale, artistica e politica dell’Iran e non solo quello degli anni ’50 e ’60; è una donna che può studiare, ma la sua vita familiare è scandita da codici e tradizione, in cui lei non decide nulla. La sua unica certezza è che la poesia sarà il suo veicolo di (r)esistenza alla condizione che le hanno imposto: quello di sposa e di madre.

Negli anni in cui vive Forough l’Iran assiste infatti ad una forte ingerenza americana, che causa la deposizione del primo ministro Mohammad Mossadeq e l’introduzione di un governo filo-occidentale, che avvia, attraverso una serie di riforme, un processo di modernizzazione, da un lato, ma che, per altri versi, mantiene inalterati le logiche di potere e il patriarcato.

Per ciò che riguarda la condizione della donna i messaggi lanciati dal governo di quegli anni sono dissonanti: dismissione del velo, ma divieto di voto, possibilità di accedere agli studi universitari ma conservazione dei privilegi maschili in ogni sede.  

Forough utilizza così la poesia per uscire dalla contenzione di un matrimonio combinato con un cugino e in cui la voce poetica le consente di parlare a nome e in nome di tutte le donne in sua eguale condizione. Un ulteriore proclama di volontà di affrancamento dal passato e da un presente non tanto diverso è rappresentato dalle sue scelte formali: il rifiuto del verso misurato e dei canoni a schemi fissi della poesia classica.

I temi sono quelli della vita e delle azioni domestiche quotidiane, che non la rappresentano nelle sue potenzialità, ma nei suoi limiti. La sua formazione artistica e la sua sensibilità la rendono inadatta e insofferente a qualsiasi costrizione; si sposa giovanissima e diventa madre, ma il matrimonio resiste solo tre anni, cosa che le costa la sottrazione del figlio Kamyar. Tormentata e ribelle, si unisce poi con il regista e scrittore Ebrahim Golestan. Da questo momento in poi Forough affronta nelle sue liriche anche i temi della passione amorosa (non quella sublimata per Dio espressa dai mistici) e dell’amore fisico con un’audacia che non lascia spazio a fraintendimenti.

Da “La conquista del giardino”: […]/Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna/con i papaveri bruciati del tuo bacio./E dell’intimità dei nostri corpi, serrata/e della nostra nudità che luccica/[…] (“La strage dei fiori”, Edizione Orientexpress, Napoli, 2007).

Una (r)esistenza poetica individuale quella di Forough che ci rimanda ad un altro tipo di (r)esistenza, quella corale del gruppo di autrici e autori della raccolta [sia manifesta la tua voce], in cui troviamo le poesie di: Ali Abdolrezaei, Mana Aghaee, Mina Assadi, Azam Bahrami, Aria Fani, Athena Farrokhzad, Maryam Hooleh, Granaz Moussavi, Leila Rahimian e Nina Sadeghi.

Si tratta di liriche civili, ovvero quelle che riguardano una comunità intera, che, pur partendo da una soggettività, escono da questa dimensione e da voce interiore, si fanno voce “manifesta” di una collettività, si trasformano in grido, in disperato appello, ma anche in spazio di catarsi e, forse, di futura salvezza.

Il famoso germanista Franco Fortini, in una sua lirica intitolata “Traducendo Brecht”, afferma: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi, invitando quindi, sempre e comunque, alla presa di parola, alla rivendicazione della libertà di espressione.

Il progetto sotteso alla pubblicazione di questa raccolta è proprio quello di “promuovere la libertà di espressione, di parola, di fare arte” perché “la poesia è intrinsecamente parte della cultura persiana […]. È un modo di stare nel mondo, un agire politico che diventa gesto di ribellione.”

Tutto quello che nell’Iran di oggi non è possibile.

I livelli di lettura della raccolta sono molteplici e quello forse più fruibile per chi non ce l’ha sottomano, è quella per nuclei tematici:

•la violenza (subita, assistita), la censura, l’esilio forzato, il sentimento della lontananza, ad esempio:

Un giorno torneremo/E quando si incontreranno i nostri rispettivi dolori per la vita di cui ci hanno privato/Qualcosa di orribile crollerà […] (di Athena Farrokhzad, da “I giorni dell’asino, estratto 88”)

•la poesia come vita, come voce manifesta, la donna come creatrice, “poeta” (da  fare, costruire, creare  – ποιέω), l’aspirazione alla libertà, ad esempio:

Un astuccio di colori verdi/e un vaso di fiori rossi/mi hanno invitata a sperimentare/quando l’amore si allenta al brulichio dei passeri.[…] (di Mina Assad, da “Poesie colorate”, traduzione dal persiano in inglese di Sheema Kalbasi, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

•il poeta come “tessitore di sogni” (رویا‌باف Roya-baf) e il sogno come dimensione della terza possibilità (tutto ciò che potrebbe essere e quindi, anche la libertà):

Ero qualcuno/Ho fatto la cosa più sciocca e sono diventato poeta (di Ali Abdolrezaei, da “Censura”, traduzione dal persiano in inglese di Abol Froushan, dall’inglese in italiano di Pina Piccolo)

La pluralità di voci e di stili della raccolta ci restituisce un quadro variegato di cosa succeda a livello culturale e linguistico nella “diaspora”, di come si individuino elementi comuni, ma diverse interpretazioni della nostalgia: dolce, disperata, speranzosa, orrorifica.

La poesia in Persia prima, in Iran poi, è patrimonio condiviso, viene recitata, cantata, è oggetto di festa durante la Notte di Yalda, Shab-e Yalda, antica festività che celebra il solstizio d’inverno, la notte più lunga e più buia dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre). In questa notte famiglie e amici si riuniscono intorno a una tavola imbandita con frutta ben augurante (anguria e melograno) per celebrare la vittoria della luce sulle tenebre e…leggere poesie!

Capiamo quindi forse meglio come la poesia possa rivestire nell’immaginario collettivo del popolo persiano ora il ruolo di messaggio divino, ora quello di viatico per la saggezza, ora di strumento di denuncia e di (r)esistenza, sia individuale che corale.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

“Ricette Letterarie”: Torta al formaggio svizzera da “L’ora di greco” di Han Kang, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker 📚 🍽

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

Pronti a mettervi ai fornelli? 🍲 Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la ricetta di una torta al formaggio citata ne “L’ora di greco”, della scrittrice coreana Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura nel 2024. Il cibo è un motivo ricorrente nei romanzi di Han Kang. Il rifiuto del cibo come metafora di dissoluzione personale e sociale è, per esempio, il tema centrale del suo capolavoro “La vegetariana”. Per saperne di più de “L’ora di greco” riportiamo di seguito il link della recensione del Randagio.

*** Torta al formaggio da “L’ora di greco” di Han Kang ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Testo da L’ora di greco (Adelphi, 2023). Traduzione di Lia Iovenitti.

Sceso sulla banchina, notai un ragazzo che mangiava, seduto fuori da una caffetteria. Viso regolare, capelli biondo chiaro. Salopette di jeans larga. Non ti assomigliava per niente, eppure mi fece pensare a te. Quando mi rivolse un sorriso, gli chiesi:

«Che cos’è? È buono?».

«Torta al formaggio svizzera» mi rispose levando il pollice. «Oggi è venerdì».

Entrai nella caffetteria, ne presi una uguale e andai a sedermi al tavolino accanto.

«Ma che c’entra la torta al formaggio con il venerdì?» chiesi.

«Si mangia di venerdì al posto della carne. Io, vabbè, non è che sia tanto religioso… ma è il giorno in cui è morto Gesù».

Il resto della conversazione non fu niente di speciale.

Dove sei nato? Di cosa ti occupi? Come si vive da queste parti?

Che altri posti vai a visitare? Cose così”.  

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Ricette Letterarie: Torta al formaggio svizzera

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Torta al formaggio svizzera

Ingredienti 

per una tortiera di diametro 24 cm

Per la pasta Brisèe

  • 200 g farina per dolci 
  • 2 g sale fino
  • 100 g burro freddo a pezzetti
  • 70 g acqua fredda

Per il ripieno

  • 280 g formaggi misti (a scelta Gruyère, Emmentaler, Cheddar, Brie)
  • 100 g panna fresca
  • 100 g yogurt magro
  • 1 uovo taglia M
  • Sale, pepe, noce moscata
  • 45 g farina autolievitante

Preparazione

Come prima cosa preparare la pasta Brisèe.

  1. Mescolare il sale nella farina. Aggiungere il burro e amalgamare fino a ottenere una “sabbia” friabile. 
  2. Aggiungere l’acqua e mescolare rapidamente per formare una pasta morbida.
  3. Coprire con la pellicola trasparente e mettere in frigorifero per 30 minuti.

Mentre la pasta riposa in frigorifero preparare il ripieno.

  1. Tagliare i formaggi a cubetti.
  2. Mescolare lo yogurt con la panna. Aggiungere l’uovo e mescolarlo al composto.
  3. Versare in una casseruola e scaldare leggermente. Poi inserire i formaggi tagliati a cubetti e mescolarli per farli sciogliere )non del tutto).
  4. Aggiungere il sale, pepe e noce moscata. Mescolare e lasciare raffreddare.
  5. Quando il composto di formaggi è freddo aggiungere la farina e mescolare con la frusta fino a renderlo omogeneo.

Assemblaggio

  1. Stendere la pasta su un foglio di carta forno e adagiarla nella tortiera.
  2. Bucherellare il fondo della pasta con una forchetta e versavi dentro il composto di formaggi.
  3. Ripiegare l’eccesso di pasta sulla superficie della torta e spennellarla con un poco di uovo sbattuto.
  4. Cuocere per 40 minuti nel forno preriscaldato a 180 °C.
  5. Lasciare raffreddare completamente prima di tagliare.

Buon appetito!

David Szalay: “Nella carne” (Adelphi, 2025, trad. Anna Rusconi), di Luciana Amato

 Il Booker Prize ha una peculiarità molto speciale: seleziona il presente. Se nel 2024 Samantha Harvey ci aveva trasportati nello spazio con Orbital, nel 2025 David Szalay ci riporta bruscamente a terra, anzi, “Nella carne”. Chi ha incrociato lo sguardo con la copertina bordeaux scelta da Adelphi, sulla quale campeggia la foto “Untitled (Wrestler with Helmet-Straight On)” di Luke Smalley, sa di non trovarsi davanti a una semplice biografia romanzata, ma a un esperimento di montaggio esistenziale che ha saputo conquistare la giuria del più ambito premio letterario di lingua inglese. Dopo l’annuncio della vittoria a novembre 2025, si sono rincorse recensioni e commenti intimiditi, oscillanti tra l’ammirazione e la sorpresa per un testo così straordinariamente semplice e al contempo conturbante, poiché connesso con il corpo: strumento imprescindibile della narrazione e della vita, carne che detta l’essenziale della sopravvivenza.

Istvàn è condotto attraverso l’esistenza dalla sua stessa fisicità e lo fa con accondiscendenza, quasi senza mai scegliere, venendo travolto e trasportato dalla propria carne e da quella altrui. La semplicità, adoperata qui in modo strumentale, è tuttavia ingannevole: quella di Szalay è permeata da un’acutezza che deriva dall’osservazione esemplare della realtà, esplorata senza giudizio alcuno. L’autore trasforma la vita in materia prima, la comprime in un linguaggio quasi primitivo per poi ricomporla nella complessità delle costruzioni sociali in cui siamo immersi, e questa peculiarità trasforma la lettura in un’esperienza quasi sensoriale. Il libro si snoda come una ripresa diretta attraverso capitoli che aprono e chiudono finestre sulle diverse fasi della vita del protagonista, lasciando anche abbondanti zone d’ombra sulle quali ogni lettore può riversare la propria immaginazione. Assistiamo così a una trasformazione che non proviene dalla pulsazione verso grandi passioni, ma da una sorta di arrendevolezza: Szalay lascia che il suo personaggio si faccia “vivere dalla vita”.

Tuttavia, superate le prime cinquanta pagine, accade qualcosa di insolito: il dispiacere istintivo che la lettura traduce spesso con l’immedesimazione, svanisce. L’incantesimo dell’empatia si rompe per lasciare spazio a un piano superiore di comprensione. Szalay, infatti, sembra spingerci deliberatamente lontano dal testo, distanziandoci per permetterci di cogliere l’intera scena come osservatori esterni, mentre Istvàn resta immerso — suo malgrado e quasi senza consapevolezza — nel flusso degli eventi. Il protagonista si arrabatta, sbaglia, inciampa in disgrazie o fortune e coglie occasioni senza mai possedere una visione d’insieme, come fosse all’oscuro di se stesso. In questo, egli è lo specchio di molti di noi: un essere vivente che agisce nel particolare senza comprendere il generale. Ma soprattutto Istvàn ci rispecchia perché incontra la Storia: come la guerra del Golfo o la pandemia, per citarne due. Sono eventi che permangono sempre sullo sfondo, mai colti davvero nella loro enormità, ingredienti di una scenografia dove sono le azioni e gli accadimenti di questa vita — banale e complessa al contempo — ad emergere. Questo rispecchiarci, così violento nell’incapacità di essere a noi stessi presenti e di cogliere la portata del momento storico che abitiamo, l’apatia con cui accettiamo quello che ci accade, è la cifra più complicata da gestire in questa lettura.

Il lettore non è dunque un complice emotivo, ma uno spettatore che raccoglie i cocci di un’esistenza. In questo processo di osservazione distaccata, finiamo paradossalmente per ritrovare frammenti della nostra stessa storia, o di chi ci ha preceduto e seguirà. La vicenda di Istvàn diventa così un ciclo perenne di fatalità, dove il linguaggio nudo di Szalay non serve a spiegare il destino, ma a mostrarlo nella sua cruda e ineluttabile fisicità. Protagonista per attimi chiusi in sacche temporali che attraversa senza mai riuscire a svincolarsi dalla propria semplicità, Istvàn come personaggio letterario è sorretto da una scansione dei periodi dettata dalla necessità di brevità e sintesi. Si avverte un puro piacere stilistico e formale che denota una sorveglianza e una capacità di misura quasi scarnificata: ottima la traduzione in questo senso, dove l’iperbole tipica della lingua italiana è stata contenuta, per rispettare lo stile di Szalay che scrive il meno indispensabile per ottenere l’effetto più esplosivo possibile.

La cifra linguistica di Istvàn è una parola che diventa quasi simbolo: l’“ok” che usa in ogni contesto, conferendo a questo termine una straordinaria quantità di significati e declinando superficialmente la realtà. Qui sta la palese trovata stilistica e filosofica dell’autore: esattamente in questi “ok” ripetuti come un mantra, in questi dialoghi scarni che vengono trasformati nella testa di chi legge e risultano dunque passibili di molteplici interpretazioni. Ed è nel rapporto con le donne, presenze anch’esse fugaci ma essenziali, che riescono ad emergere con più efficacia le sensazioni di solitudine e distacco che contraddistinguono l’opera. In definitiva, lo straniamento di Istvàn non è una posa intellettuale, ma una condizione biologica. Szalay ci consegna un protagonista che attraversa il mondo senza mai appartenervi del tutto, protetto e insieme isolato dal suo guscio di carne. Restiamo noi, lettori-osservatori, a contemplare il montaggio di questa vita banale e assoluta, realizzando con un brivido che la solitudine di Istvàn non è diversa dalla nostra: è il sentire di chi, pur immerso nel flusso della Storia, finisce per rispondere al destino con un semplice, ineluttabile “ok”.

Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa. 

Milan Kundera: “L’identità” (Adelphi), di Maddalena Crepet

Il prezzo dell’identità Itinerario anagrafico di Milan Kundera

L’identità non è solo un titolo, è un titolo-manifesto. In esso, infatti, Kundera racchiude già tutto il senso insito nella storia a cui ci stiamo approcciando. Chantal e Jean-Marc sono una coppia da anni, costruita, per sua stessa costituzione, sulle macerie di un precedente matrimonio, quello di Chantal, con un altro uomo, abbandonato proprio per dare spazio all’amore trascinante nei riguardi di Jean-Marc. Lo schema, potremmo dire quasi “classico” del tradimento/sostituzione, ci viene però presentato nell’esatto momento in cui proprio questo secondo idillio amoroso sembra incrinarsi. E il punto di rottura è una frase pronunciata un giorno qualunque da Chantal, “Gli uomini non si voltano più a guardarmi”.

È una di quelle battute di dialogo che qualunque avvezzo alla scrittura, alla letteratura, sa essere doppiamente rivelatrice. E dello stato psicologico della protagonista, della sua struttura più intima, e dell’avanzamento della trama. Capiamo che se da una parte una frase detta con tanta disinvoltura da una moglie a un marito che ha speso la mattinata a inseguirla per mezza spiaggia nel suo ondivago e confuso vagare, non è solo una frase innocente, non è solo una sequenza di parole come sarebbe stata “ho finito le sigarette, amore”, ma è la coltellata, il colpo di grazia, il famoso dito nella piaga, dall’altra è quello che narrativamente si definisce un plot twist: la trama avanza, viene stravolta, e noi con lei. Chantal non ci appare più come la Donna Angelo, biondissima, celestiale, ma di una distanza quasi glaciale, siderale, capace di una freddezza fuori scala. Ciò che la preoccupa non è tanto che il desiderio fra lei e Jean-Marc sia calato, che la tensione erotica sia scemata, quanto tutto ciò abbia avuto un impatto su di lei, quanto ciò sia rappresentativo di una decadenza fisica, di un suo essere non solo più desiderata, ma soprattutto desiderabile. Da qui, assistiamo a due movimenti, uno, ancora, psicologico, e l’altro, ancora, di trama: il primo ha a che fare stavolta con Jean-Marc, che, dopo essere stato raggelato dalla frase della moglie, viene completamente annientato da un senso di gelosia atavico, animale. Decide così di iniziare a scrivere lettere di corteggiamento a Chantal, spacciandosi per uno sconosciuto, un anonimo adulatore. Qui il confine fra altruismo ed egoismo si assottiglia sempre di più. Il gesto di Jean-Marc ci appare in un primo momento come uno slancio, quasi disperato, d’amore verso la moglie, per farla sentire di nuovo bella, attraente; più andiamo avanti nella lettura però, e più l’interpretazione perde di significato, per assumerne un altro, ben più egoistico. Jean-Marc la vuole controllare. Vuole ristabilire un senso di dominio su Chantal, persa a capire chi sia il suo spasimante. La donna si convince che si tratti del barbone che vive in una strada non distante dalla loro abitazione, inizia a fantasticare su questo amore impossibile, finché non scopre che il mittente, l’unico reale, è proprio suo marito. Realtà e finzione si mischiano sempre di più, in uno stato che sembra quasi di allucinazione. Jean-Marc disprezza ormai quella moglie per cui, malgrado ciò, non riesce a non provare gelosia. L’odio, si sa, ha in sé il seme dell’amore. La vede vecchia, invecchiata, stanca, sciatta. Non rinuncia comunque a inseguirla. E più la insegue, più Chantal si perde in un mondo di fantasia; finisce a Londra, riflette con alcuni colleghi sul quanto la monogamia sia irreale, sia una favola che ci raccontiamo, e che ci hanno raccontato. Vuole addirittura finire in un’ammucchiata, perdersi in un’euforia che è, in fin dei conti, l’unica risposta di senso compiuto al senso preordinato della vita: procreare. Religione, cultura, dogmi, feticci, si mischiano in unico calderone, e finiamo per chiederci un’unica cosa, forse anche l’unica davvero sensata: chi siamo noi per gli altri?

Dopo il racconto grottesco, noir, de I baffi di Carrère (vedi articolo), il tema dell’identità torna da vero protagonista. Con Kundera non ci sono più scappatoie, se non l’espediente onirico. Al centro c’è ciò che forse da sempre affascina di più lo scrittore in quanto tale, e quindi l’uomo osservatore, ovvero la constatazione che quello che lo sguardo altro ci restituisce non è mai quello che noi desideriamo ci restituisca. E in questo scollamento c’è tutta la disperazione umana. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

La mia scoperta di Nina Cassian, di Barbara Gramegna

Devo ammettere che, sino a poco tempo fa, non conoscevo Nina Cassian e il suo nome così “italiano”, un po’ veneto, mi ha simpaticamente attirato. Si tratta di uno pseudonimo; il suo nome completo è Renée Annie Cassian Mătăsaru. Me ne inviò una poesia un amico e così nacque la voglia di conoscerla meglio. Spesso bisogna ringraziare i nostri amici dell’anima per doni così preziosi.

Le informazioni che si trovano su di lei non sono ricchissime, alcuni dati sulla sua vita in Romania, che dura fino all’età di 41 anni e poi l’esilio negli Stati Uniti, dove muore a 89 anni.

Anche le traduzioni in italiano non sono molte e l’unico volume che ce la offre in un’edizione e in una traduzione linguisticamente attuale, di Anita Natascia Bernacchia, è quello uscito nel 2013 per Adelphi, a cura di Ottavio Fatica e dal titolo “C’è modo e modo di sparire 1945 – 2007”.

Il volume di Adelphi consente di gettare un ampio sguardo sulla produzione di Nina Cassian, sulle sue poesie fisiche, d’amore, di solitudine, sarcastiche, amare e poco convenzionali.

Nina Cassian nasce in Romania, a Galati, sul Danubio, nel 1924, da una famiglia ebrea, trascorre l’infanzia a Brașov in Transilvania, per poi trasferirsi a Bucarest a metà degli anni ’30. Cresce come artista poliedrica: recita, suona il pianoforte, dipinge e illustra libri per l’infanzia, traduce (Brecht, Celan, Morgenstern, Ritsos).

Due fra i poeti rumeni più in vista, Tudor Arghezi e Ion Barbu, la incoraggiarono a pubblicare, così escono i suoi versi per la prima volta nel 1945 sul giornale “Romania Libera” e, due anni dopo ancora nel volume  “La scara 1/1”, criticato però dal regime comunista come “decadente”. 

Il governo filo-sovietico si afferma in Romania all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, e si consolida maggiormente in seguito e dal 1965 con l’era Ceausescu assume tratti sempre più repressivi.

Nina cerca quindi per opportunità, non per opportunismo, di cui non è capace, di adeguarsi per un po’  alla linea retorica ed encomiastica vigente, ma la sua personalità dominante e orgogliosa non viene ben sopportata dai “compagni”.  

Dopo diversi tentativi di produzione di “poesie proletarie”, assolutamente lontane dal suo personale, irriverente modo di poetare, si rivolge, a partire dagli anni ’50, alla letteratura per l’infanzia, settore in cui trova la sua voce più autentica.

Nel 1985 riceve un invito in qualità di visiting-professor negli Stati Uniti, qui le giunge però la notizia dell’arresto e successiva uccisione dell’amico e dissidente Gheorghe Ursu. Questo evento determina la svolta della sua vita personale e letteraria, Nina decide di chiedere asilo politico e non rientrare più in Romania. La reazione del governo Ceausescu non si fa attendere, la sua casa viene messa sotto sequestro, i suoi libri rimossi da biblioteche e librerie, messi all’indice.

Ha così inizio, non senza trauma, la vita americana di Nina Cassian. La recisione è una ferita che emergerà da diversi suoi passaggi poetici e dalla continua ricerca di nuove appartenenze, come capitato a molte e molti autrici e autori esuli.

Nina Cassian saluta con stupore il fatto che le sue parole possano in un altro luogo e in un’altra lingua produrre un effetto: parole nuove anche per lei, parole che scaturiscono da una sostanza di sé, sia fisica che spirituale, diversa da quelle nella sua lingua d’origine.

Hannah Arendt, che, per motivi non lontani da quelli di Nina Cassian, si ritrova, oltre quarant’anni prima, suo malgrado anche lei cittadina americana, fa proprio del discorso sulla lingua “madre” un nodo del suo pensiero filosofico. 

Il linguaggio ha infatti un ruolo decisivo per potere appartenere o non appartenere al mondo, non si tratta di mera “esecuzione linguistica”, ma indica la facoltà inalienabile del “prendere parola”, dell’”avere voce” nel senso civile e politico.

Entrambe esuli sono costrette ad abitare l’inglese e trovare nella nuova lingua una seconda madre-patria, una genitorialità, una casa del cuore, del pensiero, del “verbo”.

Distaccandosi entrambe fisicamente dal proprio Paese, operano, non senza sofferenza, anche una “dislocazione” del pensiero che deve ricollocarsi trovando parole nuove.

In “Ermetica” la Cassian fornisce un’immagine macabra del pensiero-grido, che abbisogna di un altro luogo in cui venire “conficcato”; l’associazione ad un verbo preciso, fisico indica qui un’urgenza espressiva libera e istintiva che fa uso di parole-lancia acuminate per potere andare a segno. Quando però la libertà viene inibita e l’urgenza espressiva non trova sfogo, anche la consistenza della lingua, neutralizzata, cambia, fuoriesce “pendula” e afasica.

Se ci fosse un luogo dove conficcare un altro grido

quale potrebbe essere, la roccia o il mare

 o l’occhio dell’uccello della notte, fisso e tondo, 

duro come la pietra, 

giallo come la luna? 

Ah, tutto è impenetrabile. 

E il grido viene fuori dalla bocca

pendulo come lingua d’impiccato.

Il rapporto di Nina Cassian con la parola, non si può dire certo statico; è traduttrice, abituata quindi a traghettare concetti, ad esplorare mondi fonetici e lessicali, inventa lingue come la spargă e la leopardă, caratterizzate da sonorità onomatopeiche, giocose e sovversive, ma trovare una nuova identità linguistica nell’inglese la mette in crisi, la fa sentire inadeguata, le pone un problema identitario e di riposizionamento.

Emblematici a questo proposito i versi:

Pur se verrò sepolta

in una terra aliena:

risorgerò un giorno

nella lingua romena.

Quasi a significare che, pur avendo ceduto al compromesso di appartenere al mondo attraverso l’inglese, questo ha comportato una sua morte spirituale, in confronto alla quale, la morte del corpo e l’accettazione di venire sepolta in terra straniera, sono comunque sopportabili.

Il tema del tormento legato all’esilio (fisico o metafisico, forzato o cercato) – pensiamo ad Ugo Foscolo, come ad uno dei primi esempi letterari più conosciuti – è qualcosa che non esita solo in poeti, artisti e intellettuali in dolorose reazioni.

Anche l’emigrazione produce, infatti, nelle persone, pur con velocità e processi diversi, sentimenti  simili: la necessità di ridefinire il concetto di identità, la ricerca di nuove appartenenze, la nostalgia, l’afasia prodotta dalla mancata conoscenza della lingua e quindi la frammentazione dei diversi domini della propria vita (sfera privata, professionale, scolastica, civile), la decostruzione di concetti familiari a favore di una riattribuzione di significati, la necessità di sentirsi rappresentati ed esercitare in maniera attiva la cittadinanza.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.