Ahou Daryaei: cosa possiamo fare? di Francesca Chiesa

6 novembre 2024

Quando ho cominciato a scrivere questo contributo era il cinque di novembre, ieri.

Il tono della mia scrittura era improntato alla tristezza – per la vicenda di Ahou Daryaei, l’universitaria di Teheran che ha deciso di spogliarsi pubblicamente in segno di protesta contro gli agenti che l’avevano molestata perché non portava il velo – ma anche alla speranza che il giorno seguente, oggi, per la prima volta gli USA potessero avere un presidente non uomo e non bianco.

In riferimento a questa situazione avevo iniziato una riflessione a partire dalla domanda che sentivo risuonare nel web delle ragazze italiane.  

«Cosa possiamo fare?» 

Una domanda commovente, anche perché al momento ha una sola risposta: leggete!

Forse arriverà anche il momento in cui sarà necessario anche un aiuto più concreto: per adesso preparatevi, leggete, ma fatelo nella giusta prospettiva! 

Leggete in modo rivoluzionario, come è stato rivoluzionario per le ragazze iraniane leggere Lolita a Tehran. Leggere e scrivere è sempre una rivoluzione ma in modi diversi secondo i tempi e gli obiettivi.

Le scrittrici persiane oggi scrivono quello che le loro giovani lettrici – le più esposte alla morte per carenza di libertà – hanno bisogno di conoscere per continuare ad avere il coraggio di rischiare: che esiste un mondo dove ci si veste a piacere, si parla a voce alta senza paura, si fa l’aperitivo e si fanno mattane. Un mondo dove si ascolta musica e si balla anche nei parchi, dove ci si bacia quando se ne ha voglia e si fa all’amore senza paura.

Le ragazze persiane che vivono in Iran di un mondo cosÌ possono solo leggere e sognare.

Le ragazze persiane per continuare a vivere devono sapere che non sono sole, devono leggere e leggere: per sapere che le ragazze iraniane sono tante e quasi tutte pronte a cambiare il mondo.

Quello che avrei voluto scrivere alle ragazze italiane, è stato superato dai fatti. 

Ieri avrei voluto consigliare loro di non fermarsi alla narrativa contemporanea, ma di rivolgersi con profonda attenzione ai classici persiani perché è lì che troviamo le storie meravigliose delle regine preislamiche: autori che conoscevano e rispettavano il potere delle donne, donne che intrecciavano storie indimenticabili.

Questo, ieri. 

Oggi, sei novembre, è cambiato tutto: il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà un uomo appartenente a quel partito repubblicano che ha sempre appoggiato il regime degli Ayatollah. È decisamente difficile credere che la nuova amministrazione cambi orientamento e ponga tra le proprie priorità un appoggio alla lotta per la libertà che sta costando morti e sofferenze alle donne iraniane!

Oggi, a partire da oggi, chi vuole capire l’ Iran, i fatti che hanno determinato la situazione presente e quelli che molto probabilmente seguiranno, non può certo limitarsi a leggere la narrativa contemporanea o le opere classiche che cantano il glorioso passato delle regine achemenidi e sassanidi.

Oggi è tempo di guardare a un passato meno remoto.

Oggi, se siete tristi come me perché è sfumata l’ennesima speranza che le donne iraniane e le donne del mondo potessero avere un’alleata alla guida dell’Impero, lasciate da parte i quotidiani e leggete come hanno “contribuito” alla storia dell’Iran uomini che si chiamavano  Kermit “Kim” Roosvelt e Ronald Wilson Reagan.

Vi propongo tre libri che sono leggermente datati ma appaiono ancora oggi di una stupefacente attualità.

  1. Il primo è “Mossadeq. L’Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della rivoluzione islamica del 1953“. Opera di un coraggioso diplomatico italiano, Stefano Beltrame, che lo pubblica nello stesso anno, il 2009, in cui Barack Obama ammette il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di stato che rovesciò, con l’aiuto del clero sciita, il governo nazionalista di Mohammad Mossadeq.
  2. Di Antonello Sacchetti, “Iran, 1979, pubblicato nel 2018: una acuta analisi della rivoluzione khomeinista in tutti i suoi chiaroscuri, compresa ll’oscura vicenda della occupazione dell’ ambasciata statunitense a Teheran, da parte di circa 500 studenti islamici aizzati dall’Imam Khomeini, che avvenne alle 6.30 del 4 novembre del 1979 e determinò la rovina politica del democratico Carter a favore del repubblicano Reagan. 

Antonello Sacchetti conduce anche un interessante podcast su Youtube, dal titolo Conversazioni sull’Iran. In questi giorni potrebbe rivelarsi un ottimo strumento di aggiornamento.

  • Pubblicato nel 2016, “L’Iran oltre l’Iran. Realtà e miti di un paese visto da dentro” è stato scritto da Alberto Zanconato anche sulla base di una lunga e intensa esperienza come corrispondente dell’ANSA a Teheran (1994-1997 e 2001-2011); di grande interesse per illuminare la vera natura dei rapporti tra il “Grande Satana” (=USA) e l’Iran khomeinista.

Ecco qui: da insegnante coscienziosa quale ero – e innamorata dell’Iran com’era e com’è – spero di avere contribuito ad allargare l’area della coscienza.[1]


[1] Qui cito Allen Ginsberg, uno dei padri della beat generation.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

Anna Foa: “Il suicidio di Israele” (Editori Laterza), di Vincenzo Vacca

Anche con questo libro, “Il suicidio di Israele“, Anna Foa dimostra di essere una efficace divulgatrice della storia. Teniamo conto che questa importante intellettuale è stata docente di Storia moderna all’ Università di Roma “La Sapienza”. Inoltre, tiene frequentemente incontri pubblici su tematiche storiche.

A scanso di equivoci,  Foa nel libro citato tiene subito a precisare che “queste pagine contengono le riflessioni di un’ ebrea della diaspora di fronte a quanto sta succedendo in Israele e in Palestina. Esse nascono dal dolore per l’ eccidio del 7 ottobre e per quello per i morti e le distruzioni della guerra di Gaza. È lo stesso dolore per gli uni e per gli altri“.

L’ autrice ripercorre sinteticamente, ma proficuamente, la storia del sionismo, anzi, come lei tiene a precisare, la storia dei sionismi. 

Infatti, è  necessario esaminare l’ ideologia sionista e le sue trasformazioni dalla seconda metà dell’ Ottocento alla nascita dello Stato di Israele. 

Il sionismo, da non confondere con la politica di Israele, ha una lunga storia che nasce nel diciannovesimo secolo, e ritiene gli ebrei un popolo avente diritto al ritorno nella loro terra originaria, la Palestina. Un movimento di rinascita nazionale paragonabile al Risorgimento italiano. 

Foa tiene a sottolineare che il sionismo si pone non solo l’ obiettivo del “ritorno” in quella che allora era ancora una terra sotto il dominio ottomano, per poi divenire Palestina sotto protettorato inglese, ma anche quello di creare un ebraismo nuovo che cancelli i venti secoli di diaspora, mettendo fine, quindi, al fenomeno di minoranze di ebrei sparse tra le nazioni.

Nel libro si illustrano le varie correnti del sionismo e le diverse, per alcuni aspetti, sorprendenti tappe storiche che hanno originato l’ attuale situazione. 

A questo proposito voglio citare due fatti che possono stupire.

Il primo si svolge nel 1918 quando l’ emiro Faysal, capo della dinastia hashemita, e il presidente dell’ organizzazione sionista mondiale, Chaim Weizmann, stringevano un accordo che prevedeva una sostanziale accettazione da parte di Faysal della dichiarazione Balfour, appena emanata dagli inglesi.

La conferenza di pace di Parigi, stabilendo che la Siria diventasse un protettorato francese, contravvenendo alle promesse fatte allo stesso Faysal in cambio dell’ appoggio nella guerra, determinava una rottura tra i sionisti e il mondo arabo. Faysal diveniva re dell’ Iraq e il nazionalismo arabo, che aveva al suo centro la Siria, si spostava alla Palestina.

Il secondo si svolge, invece, nel 1925 ovvero quando veniva fondato un gruppo di duecento intellettuali, tra cui spiccava quello di Martin Buber, che auspicava la creazione di uno stato binazionale ebraico ed arabo dove ebrei e arabi godessero degli stessi diritti.

Anche la sinistra del movimento sionista era a favore di uno Stato binazionale e di una pacifica convivenza con gli arabi.

Ma nel 1936, il Gran Muftì organizzava una grande rivolta sia contro gli ebrei che contro gli inglesi mettendo fine a ogni ipotesi di accordo. Infatti, gli inglesi  reagivano con un piano che veniva accettato solo dagli ebrei, nella persona di Ben Gurion.

Questi due fatti storici, tra i tanti che vengono raccontati nel libro, dimostrano che la convivenza tra arabi ed ebrei era possibile e lo può essere ancora, nonostante che la strada per raggiungere ciò diventi sempre più stretta. 

Come già accennato in precedenza,  Foa ci racconta dei sionismi per arrivare agli incontri e agli scontri con gli arabi. 

Nell’ ambito di questa ricognizione storica, l’ autrice menziona la minaccia tedesca del 1942 che incombeva sulla Palestina, venuta meno grazie alla sconfitta ad El Alamein dei tedeschi e degli italiani. Se questo non fosse avvenuto, gli ebrei presenti in Palestina sarebbero stati sterminati. Occorre ricordarlo a chi esalta sistematicamente il valore dei combattenti italiani di El Alamein, pur facendo grandi affermazioni di amicizia nei confronti di Israele.

Ma l’ aspetto fondamentale del libro di cui stiamo parlando sta soprattutto nel focalizzare gli estremismi che guidano attualmente gli opposti schieramenti. 

Da parte israeliana abbiamo Netanyahu che è a capo di un governo di estrema destra sostenuto dal partito “Potere ebraico”, rappresentato dal ministro Itamar Ben Gvir.

Questo partito è erede del partito Kach, di cui Ben Gvir è stato dirigente, un partito messo fuorilegge negli anni Ottanta. Il leader del partito Kach è stato espulso dalla Knesset in base ad una legge contro il razzismo.

Inoltre, lo stesso Ben Gvir è stato condannato nel 2007 per istigazione al razzismo. Egli sostiene la necessità di creare la grande Israele e di espellerne tutti i palestinesi.

Un altro ministro convintamente estremista è quello delle Finanze, Bezalel Smotrich, del partito sionista religioso Truma. Smotrich risulta coinvolto in atti illegali ed arresti. È un razzista ed è sostenitore dell’ espulsione degli arabi.

I citati ministri determinano la politica di Netanyahu. Infatti, se si dimettessero il governo cadrebbe. 

Secondo Foa, quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas hanno attaccato i Kibbutzim posti vicino al confine con Gaza, la maggior parte delle divisioni dell’ esercito israeliano erano state spostate sul confine con la West Bank (così è chiamata la Cisgiordania), lasciando sguarnito quello con Gaza. 

L’ esercito doveva servire a proteggere gli insediamenti illegali e le aggressioni dei coloni ai palestinesi su quel confine, in previsione di un ulteriore avanzamento di quello che dovrebbe diventare lo Stato palestinese, non a proteggere i kibbutz sulla Striscia: tutti formati da israeliani laici e di sinistra, impegnati nel mantenere rapporti di amicizia e aiuto con i palestinesi. 

Da parte palestinese abbiamo Hamas che nel 2006 ha vinto le elezioni a Gaza. Ne è seguita una guerra civile tra l’ OLP e Hamas vinta da quel’ ultima che attuava una dura repressione e una intensa opera di islamizzazione, aumentando il peso della legge islamica, uccidendo gli oppositori dell’ OLP e/o costringendoli all’ esilio.

Come noto, Hamas non riconosce il diritto di esistere allo Stato di Israele.

Di fronte a tutto ciò, Anna Foa auspica la costruzione in Israele di una società civile democratica, di cittadini liberi e uguali nelle loro diversità e questo fa a pugni con uno Stato ebraico incentrato sulla supremazia degli ebrei. In fondo, occorre una ulteriore trasformazione del pensiero sionista volto a evitare il “suicidio” di Israele. 

Leggere “Il suicidio di Israele” offre l’ opportunità di evitare banalizzazioni, luoghi comuni, di approfondire la conoscenza di quanto effettivamente è avvenuto in quella martoriata terra, ponendo le basi teoriche per un tentativo di riavvicinamento tra i due popoli, pur coscienti che non sarà facile rimarginare le ferite profonde e superare gli odî reciproci.

Vincenzo Vacca

Intervista a Valentina Calderone e Marica Fantauzzi per “Il carcere è un mondo di carta” (illustrazioni Ginevra Vacalepre, Momo edizioni), di Rita Mele

…ma in carcere esiste la felicità?

È la domanda che una bambina di otto anni ha rivolto a Valentina Calderone e Marica Fantauzzi, autrici di Il carcere è un mondo di carta.  Questo volume, illustrato da Ginevra Vacalebre e arricchito dai contributi di Luigi Manconi (leggi la postfazione di Manconi) e Giusi Palomba, affronta domande che spesso anche noi adulti ci poniamo sulla vita in carcere.

Noi de Il Randagio, che ci lasciamo guidare nel nostro percorso dai dubbi e dalle curiosità, abbiamo scoperto che “Il carcere è un mondo di carta”, non solo offre risposte adatte a tutti, “grandi e piccini”, ma, attraverso parole e immagini, ci fornisce una chiave anche per superare eventuali pregiudizi. Il libro suggerisce che l’alternativa al carcere può essere costruita insieme, trasformando la giustizia e promuovendo il cambiamento sociale.

Se il carcere, come recita il titolo del vostro libro, è un mondo di carta, chi sono i carcerati?

Valentina: I carcerati o – come preferiamo dire – le persone detenute sono uomini, donne, minori, che, nella maggior parte dei casi, rispondono a categorie sociali ben definite. L’immaginario collettivo pensa spesso che il carcere raccolga persone che hanno commesso atti di grandissima pericolosità sociale; quella che invece è l’evidenza, andando “dentro”, conoscendo le persone, parlando con loro, è che le persone che vivono in carcere sono, nella maggior parte dei casi, stranieri, persone con problemi di salute mentale o di dipendenze. Sono persone che la nostra società non vuole vedere “fuori”, di cui non sa prendersi cura, per le quali pensa che la soluzione sia rinchiuderle dentro un posto, un po’ per toglierle dal nostro sguardo, un po’ perché non sa bene cosa farne. Non sa bene come affrontare tutta la complessità sociale, che nelle nostre città, nel nostro Paese e nel mondo esiste. Il carcere diventa una soluzione non efficace a problemi molto più complessi e che non riguardano esclusivamente l’idea del male che abbiamo noi.

Cosa pensate si debba conoscere delle donne, degli uomini e dei minori che si ritrovano a vivere per mesi, anni o il resto della loro vita in quel “mondo di carta”?

Marika: credo che la prima cosa da conoscere sia la storia, la vita prima, durante e dopo l’ingresso in un istituto penitenziario. Le biografie personali hanno un peso decisivo per capire le traiettorie che porteranno all’istituzione carceraria. Conoscere queste vite innanzitutto permette di averne per certi versi meno paura, perché avvicinando queste persone si capisce che in molti casi quello che è successo a loro potrebbe effettivamente capitare a persone a noi vicine o a noi stessi. Allo stesso tempo, si mette in discussione una convinzione assoluta per la quale noi società civile, opinione pubblica associamo il carcere alla giustizia, laddove invece molto spesso, conoscendo quelle storie di detenuti si capisce che questa associazione tra giustizia e carcere è piena di falle e inciampa su se stessa più e più volte. La conoscenza delle storie aiuta quantomeno a sviluppare una visione critica del carcere.

A questo punto vorrei chiedervi come siete riuscite a mettere insieme la leggerezza della carta con la pesantezza della reclusione? 

Valentina: Vale la pena di dire due parole sul titolo, che per noi ha un doppio significato. Il significato più immediato è che la vita delle persone detenute passa attraverso dei fogli di carta, che vengono chiamati in gergo, le “domandine” (qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul linguaggio penitenziario e su come anche il linguaggio contribuisca a rendere queste persone non uomini, non donne, non minori). Ogni necessità in carcere va autorizzata e ogni richiesta, ogni esigenza viaggia attraverso un foglio di carta. E le carte fanno dei giri tortuosi, devono essere firmate, devono arrivare alla persona giusta, poi tornare indietro con una risposta e possono volerci settimane o mesi. A volte le carte si perdono… La soluzione dei problemi dei detenuti dipende da quella carta. L’altro aspetto però è che la carta è molto fragile, la si può deformare, si può rompere, si può appallottolare oppure – come nella copertina di  Ginevra Vacalebre – si può fare un aeroplanino e lo si può lanciare. Ed è un po’quello che volevamo trasmettere, l’idea che l’istituzione carcere non è un’Istituzione data per sempre, che le istituzioni si possono modificare – forse prima di tutto nelle nostre teste – provando a fare un percorso per renderci conto che probabilmente non abbiamo così tanto bisogno del carcere come è oggi e come lo pensiamo. È un’istituzione come tante altre e come tutte le cose umane si possono cambiare, si può anche pensare che eventualmente possano sparire. Invitiamo a riflettere che questa pesantezza data dall’architettura carceraria, questi muri molto grandi, questi cancelli, queste chiavi, la pesantezza del ferro e del cemento, in realtà nascondano la fragilità di quell’Istituzione. E su questa fragilità si può costruire un percorso che ci porti a idee alternative.

E intanto i diritti di queste persone che fine fanno?

Marika: i diritti di queste persone, a proposito di carta, in realtà sono quelli previsti dalla Carta costituzionale, sanciti dall’articolo 27, per cui una pena non può essere lesiva della dignità dell’essere umano. A cascata ne segue tutta un’altra serie di diritti che fa capo alla persona detenuta, tra cui il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione. Ma l’istituzione carceraria attuale è evidente che non riesca a tener fede all’articolo 27 e quindi scricchiola tutto l’impianto di diritti immaginato dai padri e dalle madri costituenti.

Qual è il percorso che avete seguito per arrivare a capire che quel mondo di carta possa essere sostituito? 

Valentina: pensiamo all’efficacia delle misure che vengono messe in campo rispetto all’individuazione di un problema. Il carcere è un posto che separa dalla società chi ha commesso un reato, e quindi una delle domande da porsi è: come è possibile insegnare, reinserire, rieducare al reingresso se separiamo nettamente le persone dalla società? Ci sono strumenti, misure alternative al carcere che provano ad avere uno sguardo diverso e a includere l’autore del reato all’interno di una situazione comunitaria, che possono essere per esempio i lavori di pubblica utilità. Ci sono poi i “tentativi” introdotti dalla riforma Cartabia che riguardano per esempio la giustizia riparativa e che provano a costruire un dialogo tra chi ha commesso il reato e chi lo subisce. Avere una prospettiva abolizionista significa provare a capire in che modo interrompere un ciclo di violenza. Noi crediamo che sia molto importante far sapere quanto le carceri siano endemicamente, costituzionalmente violente: non è costruendo il carcere migliore del mondo che questa violenza riusciamo ad eliminarla. Occorre provare ad astrarci un po’ dalla contrapposizione tra perdono e vendetta, che sono sentimenti umani, emozioni. Ma le emozioni non dovrebbero essere prese come spunto per governare questi fenomeni, per costruire politiche. Credo invece che dovremmo provare a ragionare in termini di riparazione, in termini di giustizia trasformativa, che è un concetto a noi molto caro. Dovremmo riconsiderare il reato come a qualcosa che avviene all’interno di una comunità, che la ferisce e di cui però la comunità stessa si deve prendere la responsabilità. E siamo molto grate a Giusy Palomba, che ha scritto un bellissimo libro su questo e che abbia deciso di scrivere anche la nostra prefazione.

Quindi, se capisco bene, guardate a un sistema della giustizia che si possa risanare proprio attraverso la riconciliazione tra vittime e colpevoli. 

Valentina: nel libro che ha la forma di un abbecedario la “V” si sdoppia in “vittime” e “vendetta”. Quando si parla di questi temi il rischio è sempre quello di sentirsi dire “sì, però a voi non ve ne frega niente della vittima”. Io penso che la vittima – sarebbe meglio dire “il sopravvissuto” o il sopravvivente -, chi sopravvive al reato abbia tutto il diritto di sentirsi ferito, di non avere alcuna intenzione di avere un contatto o un confronto, di provare rabbia per tutta la vita. Questa componente è assolutamente delicata e del tutto personale. La possibilità di incontro deve essere totalmente libera. Però io penso anche che ci meritiamo come collettività di poter accedere a degli strumenti che ci aiutino a gestire e a elaborare la rabbia, il dolore, la frustrazione, che peraltro non fanno bene a nessuno. E allora provare collettivamente, a livello sociale, a trovare degli strumenti di elaborazione collettiva, di trasformazione può portare un benessere a tutte le componenti della società. 

Il vostro libro ha la forma di un abecedario e fa pensare che si rivolga soprattutto ai più giovani.  A chi si rivolge esattamente?

Marika: il libro è rivolto a tutte le fasce di età, ma con una attenzione particolare a quelli che abbiamo definito preadolescenti e adolescenti. Noi parliamo di questi temi in occasioni molto “adulte”, in ambienti lavorativi, accademici, universitari e via discorrendo, comunque tra adulti. Detto questo, ci siamo chieste se attraverso un dialogo con chi ancora è immune o comunque non completamente assorbito dalla retorica carcerocentrica; se tramite questo dialogo con delle giovani generazioni sarebbe stato possibile addirittura adottare, immaginare delle parole diverse, dei linguaggi diversi e quindi un immaginario diverso. Quindi abbiamo pensato che potesse avere senso raccontare loro quello che è dal nostro punto di vista l’ambiente carcerario, adottando una sorta di abecedario che è descrittivo delle condizioni e degli spazi detentivi. Però allo stesso tempo volevamo dire loro che la parola utopia esiste e che ci può essere qualcosa di alternativo allo status quo, che bisogna attivare tutte le energie per affrontare in maniera prioritaria il tema delle disuguaglianze. 

Valentina e Marika vi ringrazio anche a nome dei lettori del Randagio per averci parlato di una tematica complicata, di grande interesse e che induce a riflettere.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Luigi Manconi: “Condividere ciò che è oscuro” – postfazione a “Il carcere è un mondo di carta” di Valentina Calderone e Marica Fantauzzi (Momo Edizioni)

Condividere ciò che è oscuro**

“Potrebbe sembrare un’idea eccentrica e, per certi versi, malaugurata quella di parlare di carcere a preadolescenti e adolescenti. Da una parte perché la prigione è uno dei luoghi più orribili delle nostre evolute società e, dunque, presentarla ai minori rischia di avere un effetto depressivo e di confermare una concezione minacciosa e intimidatoria della giustizia. Mentre sarebbe bello poterla immaginare, la giustizia, come uno strumento di affermazione della libertà e del diritto. Il pericolo è, insomma, che il solo parlare di carcere e carcerati rafforzi un’idea oscurantista e vendicativa della pena. Dall’altra parte, è vero che tra ragazzi e prigione non c’è quella siderale distanza che si può ipotizzare. Non mi riferisco solo al fatto che nel nostro sistema penitenziario da decenni si trovino reclusi alcune decine di bambini dai 0 ai 3 anni e che questi innocenti assoluti sembrano destinati irrevocabilmente a restare reclusi in una cella con le proprie madri. Non si limita a questo la presenza dell’infanzia e dell’adolescenza nelle nostre carceri, escludendo quanti siano detenuti negli istituti minorili. 

Complessivamente, si può stimare intorno ai 120-130 mila i minori che, nel corso di un anno, entrano in contatto con l’ambiente carcerario: sono i figli e i nipoti dei detenuti che, con una certa regolarità, visitano il proprio parente. Il che pone immediatamente dei problemi di notevole significato: come vengono accolti questi minori all’ingresso dell’istituto? Quale rapporto si instaura in quel tempo così ristretto e coatto destinato al colloquio? Quale immagine del genitore ne riporteranno? Problemi giganteschi che, a quanto so, nessuno ha mai pensato di affrontare. Fin qui si è parlato di quei minori che hanno un qualche rapporto diretto con il carcere, ma la stragrande maggioranza, evidentemente, non ne ha alcuno. Questo libro si rivolge a loro e ai volontari, ai maestri, ai docenti, ai mediatori culturali, ai giornalisti, agli assistenti sociali, agli psicologi, alle sorelle e ai fratelli maggiori e ai genitori. Vuole offrire parole e concetti adeguati al livello di età e conoscenza dei giovani lettori; ed è pensato per una lettura che non sia fatta in solitudine, bensì in circostanze che consentano scambi di opinioni e giudizi e apprezzamento o dissenso, comunque condivisione.

L’intento di questo libro è quello di consentire a questi bambini e a questi ragazzi di “familiarizzare” col carcere. Può sembrare una prospettiva del tutto superflua e, per certi versi, temibile. Perché potrebbe portare alla costruzione di un immaginario capace di aggiungere angoscia ad angoscia. Ma ciò che conta è accrescere la consapevolezza che il carcere non è qualcosa di estraneo alla vita dei cittadini, un angolo oscuro della società da cui prendere le distanze. Una discarica sociale da tenere ai margini e oltre i margini delle comunità. Al contrario: il carcere è una parte integrante della collettività e, si può dire, di noi stessi. Il luogo dove vengono segregati i cattivi per impedire loro di fare ulteriore male e per tranquillizzare la nostra buona coscienza inducendoci a pensare che il fatto di non vederli più – perché chiusi dietro quelle mura – possa rendere più ordinata e sicura la nostra vita sociale. Di conseguenza, rompere il tabù e abbattere le mura è la prima operazione da fare. 

Personalmente ho avuto modo di osservare quanto l’incontro di un detenuto o di un gruppo di detenuti con gli studenti di una scuola abbia portato a straordinari risultati di conoscenza. Una conoscenza, anche, per così dire “sociologica”: apprendere quali siano gli ambienti e i percorsi di vita che portano al reato può essere un’importantissima occasione di crescita intellettuale e morale per giovani e giovanissimi. Sapere che la pena, lungi dal maturare, può contribuire alla regressione di coloro che la subiscono è un motivo prezioso di riflessione. Imparare che il male espresso dal reato non è qualcosa di estraneo e di inimmaginabile e nemmeno di inevitabile e fatale può contribuire, come poche altre esperienze, allo sviluppo della personalità. Il libro di Valentina Calderone e di Marica Fantauzzi ha un pregio particolare: si impegna a dire la verità, senza censure e senza alcuna cosmesi. La rappresentazione del carcere che propongono non viene in alcun modo abbellita o addolcita: è una macchina che produce all’infinito crimine e malattia, sofferenza e morte. Ed è questa la ragione per la quale si dovrebbe lavorare per la sua progressiva estinzione. E far sì che il carcere, inteso come cella chiusa, non sia più necessario e diventi superfluo, sostituito – se non in casi di straordinaria gravità – da altre forme di sanzione e di pena.  Anche di questo si deve poter parlare ai ragazzi e questo libro lo fa, nella speranza che i nostri figli e i nostri nipoti siano abbastanza maturi e liberi dai pregiudizi da poter immaginare e realizzare un sistema delle pene che, a differenza di quello attuale, non mortifichi e umili la dignità della persona.”

**per gentile concessione di Luigi Manconi

 

20 giugno – Giornata Mondiale del Rifugiato, di Gigi Agnano (grafica di Anna Di Rosa)

“Rifugiato: sostantivo maschile, persona che ha trovato rifugio in luogo sicuro; part., individuo che, in seguito alle vicende del proprio paese, ha ottenuto asilo politico in un paese straniero.” 

Più brevemente, “rifugiato” fa pensare a uno che in qualche modo ce l’ha fatta, nel senso che respira. Respira a dispetto dei vari decreti “Sicurezza” o “Cutro” che i nostri fantasiosi politici si affannano ad introdurre nel sistema normativo italiano per ridurre protezione ed accoglienza. 

Chi invece non ce l’ha fatta sono gli oltre 28.000 migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo dal 2013 al 2023 (di questi, 22.300 lungo la rotta del Mediterraneo centrale). 

Chi non ce l’ha fatta sono le “decine” di migranti “dispersi” – pare fossero 66, di cui 26 bambini – che erano sulla barca a vela che si è ribaltata lunedì al largo delle coste calabresi. 

Chi non ce l’ha fatta sono il papà e la mamma della tredicenne superstite che i genitori li ha visti morire tra le onde.

E non ce l’ha fatta Satnam Singh, il lavoratore indiano, che sempre lunedì, nei campi vicino Latina, è stato schiacciato da un macchinario che gli ha tranciato il braccio destro e le gambe. Singh lavorava da due anni senza contratto e pare che dopo l’incidente sia stato abbandonato ancora vivo davanti casa con il braccio tagliato in una cassetta per la raccolta degli ortaggi. E’ morto dopo due giorni di agonia, non ce l’ha fatta.

Abbiamo un’umanità che annega vicino casa nostra, che muore di botte e di sevizie un po’ più in là in Libia, in Tunisia, in Turchia, o di stenti nel Sahara. Che quando arriva, se arriva, viene sfruttata come neanche le bestie meriterebbero.

Abbiamo miliardate di soldi pubblici italiani ed europei, cioè nostri, che vengono spese perché l’umanità muoia. 

In questo mare magnum c’è, a titolo d’esempio, il simpatico accordo con l’Albania che ha un costo previsto (e sottolineerei “previsto”) di 653 milioni, di cui 252 per le spese di trasferta dei funzionari ministeriali. Soldi nostri perché l’umanità muoia.

Oggi, 20 giugno, è la “Giornata mondiale del Rifugiato”. Noi del Randagio vogliamo celebrarla perché ogni essere umano abbia diritto a sperare e sognare.

Gigi Agnano