Cosa succede quando visitiamo i luoghi di memoria dell’altro?

“Vi darò un cuore nuovo e metterò in voi uno spirito nuovo; Toglierò da te il tuo cuore di pietra e ti darò un cuore di carne” (Ezechiele 36:26). Questa immagine biblica, particolarmente significativa per ebrei, cristiani e musulmani, fa comprendere le questioni centrali di questo libro: come possa realizzarsi una maggiore disponibilità alla riconciliazione tra individui e gruppi che sperimentano la “sofferenza dell’altro”, anche nel bel mezzo di un conflitto prolungato come quello israelo-palestinese. Questo libro offre una raccolta di saggi scritti dai membri del team di un progetto transdisciplinare DFG tra l’Università di Jena, l’Università Ben Gurion, l’Università di Tel Aviv e il Wasatia Academic Institute.

Tra il 2013 e il 2021 ha avuto luogo il progetto tedesco-israelo-palestinese “Hearts of Flesh – not Stone: Encountering the Suffering of the Other” (“Cuori di carne – non di pietra: incontrare la sofferenza dell’altro”).

Con sede centrale presso l’Università Friedrich Schiller di Jena, sotto la direzione del Prof. Martin Leiner e la coordinazione del Dr. Francesco Ferrari, esso si è svolto in collaborazione con l’Università di Tel Aviv, l’Università Ben-Gurion del Negev, e il Wasatia Academic Institute. Un team trilaterale (tedesco-israelo-palestinese) ha studiato gli effetti della visita ai luoghi di memoria sulla volontà di riconciliazione tra gruppi. In particolare, nel contesto del conflitto israelo-palestinese, si è esplorato in che modo la visita di studenti palestinesi a campi di concentramento e sterminio come Buchenwald e Auschwitz, e di studenti israeliani ai luoghi della Nakba, possa avere conseguenze per i processi di riconciliazione tra questi due gruppi. 

Un simile assunto, si badi bene, non ha alla base la volontà di creare comparazioni livellatrici tra eventi storici che, in quanto tali, sono incommensurabili. Si tratta invece di riflettere, con i più accreditati metodi delle scienze umane e sociali, sul significato dai traumi collettivi che sono alla base di numerose identità di gruppo. Questo diventa particolarmente rilevante se si considera la spirale discendente che, partendo da un conflitto in corso, passa attraverso il misconoscimento della memoria dell’altro gruppo, conducendo alla disumanizzazione dell’altro (il che si lega sovente con il consolidamento della propria identità di gruppo) sancendo, in definitiva, il rinfocolamento delle ostilità. 

Incontrare la sofferenza dell’altro, visitare i luoghi di memoria su cui si basa la sua narrazione di gruppo, può allora spezzare tale spirale discendente – e aprire impensate risorse di pace e riconciliazione. 

Nel corso del progetto “Hearts of Flesh – not Stone” sono emersi diversi aspetti rilevanti per i processi di riconciliazione, che sono stati analizzati in profondità. Ad esempio:

  1. In che misura le narrazioni di gruppo siano importanti per la costruzione dell’identità di gruppo e non di rado portino a una tensione tra l’identità individuale e l’identità di gruppo; 
  2. In che modo l’empatia per la sofferenza dell’altro gruppo sia ostacolata dalla lealtà al proprio gruppo; 
  3. Come l’adozione della condizione di vittima come identità sia il risultato di un trauma culturale – e in che misura la competizione tra vittime influenzi un conflitto prolungato; 
  4. Perché la volontà di riconciliazione non possa essere separata dal riconoscimento dei bisogni fondamentali delle vittime e dei carnefici (nelle loro specifiche differenze).

A tal riguardo è sorto un volume collettaneo, “Encountering the Suffering of the Other: Reconciliation Studies amid the Israeli-Palestinian Conflict”, che qui presentiamo nella recensione del Professor Vladislav Dimitrov.

Francesco Ferrari 

“Encountering the Suffering of the Other: Reconciliation Studies amid the Israeli-Palestinian Conflict” (Vandenhoeck & Ruprecht, Gottinga 2023, 317 pagine).

“Encountering the Suffering of the Other: Reconciliation Studies amid the Israeli-Palestinian Conflict”, ovvero: “Incontrare la sofferenza dell’altro: Studi nel mezzo del conflitto israelo-palestinese” è un volume che approfondisce le intricate dinamiche del conflitto israelo-palestinese e le sfide della riconciliazione. Il libro, curato da Francesco Ferrari, Martin Leiner, Zeina M. Barakat, Michael Sternberg e Boaz Hameiri, offre una raccolta di saggi e prospettive che esplorano le complessità dell’incontro con la sofferenza dell’altro in questo conflitto di lunga data. In questa recensione, discuteremo i temi chiave, i punti di forza e le debolezze di questo contributo significativo agli studi sulla riconciliazione. 

Questo volume riunisce una gamma diversificata di studiosi, esperti e professionisti per esaminare gli aspetti multiformi dell’incontro con la sofferenza dell’altro nel contesto del conflitto israelo-palestinese. Il libro esplora le complessità della riconciliazione e il ruolo dell’empatia, della comprensione e del dialogo come possibile ponte tra israeliani e palestinesi. Attraverso vari casi di studio, analisi teoriche e narrazioni personali, gli autori mirano a far luce sulle sfide e sulle possibilità di riconciliazione in questo conflitto di lunga data.

Un primo tema-chiave è l’umanizzazione dell’altro. Il libro sottolinea la necessità di umanizzare entrambi i gruppi, riconoscendo la loro sofferenza e le loro esperienze condivise. Esplora come l’incontro con la sofferenza dell’altro possa portare a una maggiore empatia, comprensione e riconoscimento dell’umanità comune. Gli autori approfondiscono quindi il concetto di riconciliazione come potenziale guarigione delle ferite storiche e costruzione della fiducia tra israeliani e palestinesi. Esplorano vari approcci che mirano a promuovere la riconciliazione e a facilitare una pace sostenibile, tra cui: le iniziative di dialogo tra gruppi; il ruolo dei movimenti radicati nella società civile; i meccanismi di giustizia transizionale. 

Il libro affronta quindi i dilemmi etici e le sfide incontrate negli sforzi di riconciliazione nel conflitto israelo-palestinese. Esamina dunque questioni come la presenza di divergenti narrazioni storiche, di non coincidenti politiche della memoria, di squilibri di potere e di attori esterni, facendo luce sulla rilevanza di queste sfide nel perseguimento della riconciliazione. Il volume riunisce i contributi di una serie di studiosi, professionisti ed esperti, offrendo un’esplorazione multidisciplinare del conflitto israelo-palestinese. Questa gamma di prospettive diverse arricchisce l’analisi e fornisce una comprensione completa e articolata delle complessità legate all’incontro con la sofferenza dell’altro.

Il libro presenta quindi una serie di casi di studio. Questi offrono esempi di vita reale, illustrando le complessità del conflitto e mostrando gli sforzi e le iniziative che sono state intraprese per promuovere la riconciliazione. Il libro è in equilibrio tra le discussioni teoriche e le considerazioni pratiche. Non solo approfondisce i quadri teorici e l’analisi concettuale, ma incorpora anche intuizioni pratiche ed esperienze di prima mano di persone e organizzazioni impegnate negli sforzi di riconciliazione. Questo equilibrio aumenta la rilevanza e l’applicabilità del libro sia per gli studiosi che per i professionisti. 

Tuttavia, sebbene il libro copra un’ampia gamma di prospettive all’interno del contesto israelo-palestinese, possiamo intravedere un paio di limiti del medesimo. L’inclusione di una gamma più ampia di voci, comprese quelle dei palestinesi e degli israeliani che vivono al di fuori della regione, potrebbe arricchire ulteriormente l’analisi e fornire ulteriori approfondimenti. Il libro si concentra inoltre principalmente sugli sforzi di riconciliazione nell’ambito della soluzione dei due Stati. Sebbene questo sia un approccio prevalente, sarebbe stato utile includere narrazioni e prospettive alternative esplorando visioni diverse per la pace e la riconciliazione, ampliando la portata della discussione.

In conclusione, “Encountering the Suffering of the Other: Reconciliation Studies amid the Israeli-Palestinian Conflict” offre un contributo significativo al campo degli studi sulla riconciliazione. Attraverso la sua variegata raccolta di saggi, il libro fornisce un’esplorazione sfumata delle complessità legate all’incontro con la sofferenza dell’altro all’interno del conflitto israelo-palestinese. Offre preziose intuizioni sulle sfide e sulle possibilità della riconciliazione, sottolineando l’importanza dell’empatia, della comprensione e del dialogo nella costruzione di una pace sostenibile. Anche se il libro potrebbe beneficiare di una gamma più ampia di prospettive e di narrazioni alternative, il suo approccio transdisciplinare, gli approfonditi casi di studio e la miscela equilibrata di teoria e pratica lo rendono una risorsa preziosa per gli studiosi, gli operatori e le persone interessate alle complessità della riconciliazione nel conflitto israelo-palestinese.

Vladislav Dimitrov

Vladislav Dimitrov è un ricercatore di media e comunicazione\teosofia\scienze politiche. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Kiev, Ucraina con la tesi su “Il management come oggetto di riflessione filosofica”. Attualmente è professore associato della New Bulgarian University, Sofia, Bulgaria, e professore associato all’Istituto di Kiev of Business and Technologies, Kiev, Ucraina ed è anche ricercatore ospite del Centro Jena per gli studi sulla riconciliazione (Università Friedrich Schiller, Jena). I suoi interessi scientifici riguardano la comunicazione, le scienze politiche, le campagne di pubbliche relazioni, le lobby e il concetto di riconciliazione religiosa nei paesi post-sovietici e si concentra sugli attuali scopi, obiettivi e compiti di riconciliazione utilizzando prospettive moderne. Ha collaborato con Erasmus Plus, British Councill, Freie Universität Berlin, Jena Center of conciliations Studies. Politologo con esperienza pratica elettorale. Ha pubblicato più di 50 articoli scientifici.

Francesco Ferrari è ricercatore e docente presso l’Università Friedrich Schiller di Jena e l’Università Goethe di Francoforte; collabora con l’Accademia di Scienze e Lettere di Magonza; è coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies; è autore di tre monografie dedicate al pensiero di Martin Buber e di vari saggi su e traduzioni di autori della filosofia e della cultura ebraica del XX secolo (tra cui Arendt, Buber, Derrida, Landauer, Scholem, Zweig); svolge attività di ricerca sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, ed è editore dell’epistolario di Martin Buber nel progetto Buber-Korrespondenzen Digital.

Francesco Neri: Istantanee di Caterina De Mari (Terra Somnia Editore)

ISTANTANEE (pag. 69, 10 euro, collana “fuoripista” Terra Somnia Editore) è l’esordio narrativo di Caterina De Mari che è una pittrice. E in effetti questo libro è formato da molti racconti, da ventuno racconti, che hanno l’agilità e la rapidità di una pennellata. La forma racconto, la narrazione breve, la corta distanza è tutt’altro che facile perché richiede la capacità non comune di concludere in uno spazio molto limitato una storia che, come tutte le storie, deve cominciare, svilupparsi e finire. E Caterina riesce egregiamente a misurarsi con le ristrette dimensioni narrative imposte dalla forma racconto. Non è un caso, non credo sia un caso, che anche il titolo del libro ISTANTANEE che compare su una copertina evocativa e delicata, rimandi alla stessa agilità e rapidità. Che cos’è infatti un’istantanea se non una rapida foto, un fermo immagine, un frame bloccato e messo a fuoco e poi offerto allo spettatore che in questo caso diventa lettore?

E allora forse non è un caso che la pittrice Caterina De Mari, abituata a maneggiare i colori e ciò che ‘si vede’, decida per il suo libro d’esordio un titolo che rinvia in modo scoperto al campo visivo, al campo del visibile. E infatti questi racconti di Caterina De Mari, brevi, addirittura fulminanti e certe volte persino crudi – penso a Il pavone, L’attimo, Vernice, L’attimo molesto (brevissimo), Tu prima di me – offrono al lettore scene e situazioni che sembrano fissarsi proprio negli occhi di uno spettatore che guarda: il lettore e lo spettatore, il lettore è lo spettatore, dal lettore allo spettatore mi verrebbe da dire.

E credo che non sia un caso che l’esordio narrativo di Caterina De Mari che come già accennato nasce come pittrice avvenga con dei racconti, con la forma racconto perché così come in genere un quadro lo si comincia e lo si finisce senza lasciarlo a lungo sul cavalletto allo stesso modo un racconto lo si comincia e lo si finisce, a differenza di un romanzo per esempio che richiede all’autore in genere un impegno di scrittura prolungato nel tempo. E allora l’importanza del suo lavoro di pittrice, l’importanza che ha il ‘visivo’ nel suo abituale lavoro con i pennelli e con i colori si riflette in questo libro in cui si riverbera l’atto del dipingere.

Un libro che aderisce alla realtà – penso in particolare ad alcuni racconti: Come tutte le famiglie, Troppo presto, Il velo insanguinato, La spiaggia, Sottovuoto, Il richiamo, Il pigiama – e restituisce al lettore la realtà, una realtà dura, a volte drammatica in quanto descrive rapporti e relazioni tossiche di cui le cronache quotidiane, purtroppo, sono piene. Ma in fondo Caterina con questo suo libro, con questi suoi racconti che non sono consolatori e che hanno il merito di non voler adulare o, peggio, accarezzare il lettore bensì di scuoterlo, sembra dirci che la scrittura e le parole possono avere una funzione importante, possono in qualche modo farci prendere consapevolezza, possono essere di ammonimento, possono persino trasformarsi in uno strumento di emancipazione della soggettività. Mi venivano in mente le parole di Susan Sontag, la scrittrice, filosofa e fotografa americana di New York – autrice del bel saggio “Sulla fotografia” pubblicato da Einaudi nel 1977 – convinta che le fotografie ci diano una grammatica e un’etica del vedere di una società diventata ‘moderna’ nel momento in cui si è posta come obiettivo quello di produrre e consumare immagini: “Le fotografie – scrive Sontag – sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata…fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che da una sensazione di conoscenza…”

Ecco questi racconti di Caterina De Mari sono “esperienza catturata”, sono il modo attraverso cui l’autrice si appropria di ciò che racconta e il modo attraverso cui stabilisce una relazione con ciò che ha deciso di catturare con le sue ISTANTANEE, un volume che per tutti questi motivi vale la pena leggere e sfogliare come se si trattasse di un album fotografico composto, appunto, da tante istantanee.     

                                                                                Francesco Neri

Francesco Neri è giornalista professionista dal 2002. Ha frequentato la scuola di giornalismo della Luiss di Roma. Ha lavorato come redattore per la casa editrice Editalia, per il quotidiano Il Manifesto, per Il Diario della settimana di Enrico Deaglio, per le pagine romane del quotidiano La Stampa, per l’agenzia Adnkronos. Collaboratore della rivista online Transizione.net. Docente a contratto presso l’università La Sapienza. E’ stato direttore responsabile del giornale POLIZIA E DEMOCRAZIA, versione cartacea e online. Ha lavorato e lavora per la RAI, Giornale radioUnomattinaBallaròLa Grande StoriaCaterpillar estate, Prima Pagina, Tutta la città ne parla. E’ inoltre autore Rai, televisivo e radiofonico, e conduttore delle trasmissioni della Rai  Passioni  e  Vite che non sono la tua  in onda su Rai Radio Tre. Ha curato il volume Dal nostro inviato, uscito da Editori Riuniti e ristampato da Bulzoni. Ha firmato, insieme al magistrato Catello Maresca, il libro uscito da Garzanti  L’ultimo bunker, la storia della cattura del capo dei capi del clan dei Casalesi Michele Zagaria, successivamente raccontata in televisione dalla trasmissione  La tredicesima ora di Carlo Lucarelli e dalla fiction televisiva di Rai Uno Sotto copertura 2.

Cinque giorni fra trent’anni di Francesco Fiorentino (Marsilio) – Nostalgia, oblio, ignoranza. Riflessione a partire da due romanzi di Fulvia Palmentura

«Non si perde (ripeti vanamente) / che quanto non si ha e non si è avuto/ mai, ma non basta il coraggio/ per imparare l’arte dell’oblio.» Le parole di Borges, come orme sulla terra bagnata, fanno strada: si può perdere solo ciò che non è mai stato nostro. Cosa ne fa dunque il tempo di ciò che non siamo riusciti a possedere? In quale nobile bottega quest’artigiano sapiente nasconde le domande irrisolte, le promesse della giovinezza, le identità ancora gestanti? Occorre dimenticare a lungo. Solo una sensibile distanza da ciò che è stato permette di voltarsi a guardare indietro. Farlo subito potrebbe pietrificare il futuro. È da futuro che si guarda il presente e non viceversa. Così, nel romanzo di Francesco Fiorentino, Cinque giorni fra trent’anni (Marsilio 2023), il giovane Arturo lasciando andare Roberta, probabilmente sta lasciando andare l’occasione della vita. Torna da Parigi, dove ha vissuto qualche mese con lei, per discutere la sua tesi di laurea, con unico rammarico: Roberta non lo aspetterà, è puro presente; così inaccessibile, non ha progetti. È il personaggio femminile forse più insondabile del romanzo. A differenza delle altre protagoniste di questi quadri, dipinti dall’autore, che hanno aspirazioni professionali più borghesi, Roberta è una proletaria, priva di ogni velleità culturale; canta in un Night Club, si lascia ammirare, raggiunge chi la circonda, ma non è mai raggiunta del tutto. Con stupore del lettore, Fiorentino, che non cela la sua predilezione per questo personaggio, le intitola il primo racconto, sebbene conosciamo Roberta solo a metà di questo primo capitolo e solo a partire dallo sguardo di Arturo. Una scelta molto interessante quella dell’autore, per nulla prevedibile: non è lo spazio del racconto a decretare il protagonista, ma la forza del personaggio che vive e non si lascia vivere, che sceglie, non si lascia scegliere; Roberta ha ciò che manca ad Arturo: il coraggio di stare nel presente e di essere padrone della propria vita. «Potessi vivere cinque giorni fra trent’anni per sapere che sto pensando a tutto questo soltanto con un po’ di nostalgia.

Ma chi ti dice che non scoprirei invece d’avere perso l’occasione della mia vita?» confida Arturo al suo amico Guido. La nostalgia è lo stato d’animo di chi fa ritorno. Parafrasando Kundera (L’ignoranza, Adelphi 2003), che ragiona sui diversi esiti etimologici del termine nelle diverse culture, la nostalgia è il desiderio di ciò che è assente, di ciò che è stato o addirittura di ciò che non è mai stato, e in questo caso, non necessita l’idea di un ritorno. Ma è anche sofferenza dell’ignoranza. Vite che in un certo momento si sono tanto assomigliate, dunque, rischiano di non riconoscersi più. Ma cosa succede se l’eco della nostalgia giunge da molto più lontano di quello che immagineremmo? Cosa accade se sono i morti a non voler dimenticare e a farsi carico del ritorno?

Una telefonata da parte di uno studio notarile, all’incipit del romanzo, copre una distanza temporale di trent’anni, ma anche l’ignoranza affettiva di chi come Arturo ha scelto l’oblio: «Che può volere, dopo essere morto, Guido Clemente da lui?» pensa; «Dovrà di nuovo guardare a quella parte della vita che vorrebbe annegata nel tempo? Ce ne ha messo per diventare quello che è, non ha voglia di confrontarsi ancora con il sé stesso di allora». Guido ha nominato Arturo esecutore testamentario, sarà il supplente della sua volontà. L’espediente narrativo del ritorno dei personaggi dal carattere balzachiano, che dà vigore al racconto, concede e al tempo stesso nega loro l’oblio: ciascuno è nella propria narrazione ma anche in quella dell’altro.  La lontana giovinezza, condivisa da questi personaggi, sembra richiamarli al punto di origine per fare i conti con ciò che è rimasto irrisolto o, fino ad allora, volontariamente ignorato. «La vita che abbiamo alle spalle ha la pessima abitudine di uscire dall’ombra, di lamentarsi di noi, di metterci sotto processo» scrive ancora Kundera.

Quasi improvvisamente, il tempo trascorso sembra di nuovo secolarizzarsi. Quando si è giovani, le proprie solitudini possono rifugiarsi in stanze intimissime, o incontrare quelle altrui e organizzarsi in spazi di riflessione collettiva. Così, ci sembra di vederli Guido, Arturo, Elvira, Emilia, Ada, Lea e Carla, nei primi anni ’70, all’apice della loro giovinezza, mentre si riuniscono per il Collettivo o per i seminari dello stimato Professor Onofri, che sentono come un riferimento importante: «Gli incontri possono cambiare noi e il nostro futuro, alcuni si rivelano letali, altri si scoprono doni. Impersonare il destino per qualcuno dovrebbe sempre implicare un sentimento di responsabilità. Ma talvolta questo si rivela impossibile», scrive Fiorentino. In tutto il romanzo, ciascun personaggio sembra avere la responsabilità di ergersi a destino per un altro, può essere dono o pietra d’inciampo e tutti, in qualche modo, raccolgono un’eredità o un testamento anche da sé stessi: è così per Arturo, al quale Guido sembra lasciare la vita che avrebbe potuto vivere e di cui ora viene eletto supplente; è così per Emilia e Lea che vivono l’amarezza di desiderare ancora come si desidera a vent’anni, ma anche di fare i conti con la consapevolezza di una maturità che le ha cambiate; è così per Irina, che su richiesta del marito di Ada, che vuole fare ordine nell’armadio della moglie defunta, e forse nella sua vita, indossa ritualmente i suoi abiti, quasi fosse una liturgia del ricordo o del distacco. Ogni racconto è portato fino in fondo agli abissi, ma abbandonato alle soluzioni più imprevedibili o a domande che rimangono aperte. Si può scegliere di lasciare spazio al silenzio o di provare a colmarlo a tutti i costi con parole falsate. Così, l’ultima parola del romanzo non spetta ai vivi, ma ai morti che sentono

l’irrevocabilità della fine come una liberazione dalle aspettative ferite e dalle illusioni, ma anche come il limite oggettivo della propria narrazione: non potranno fare ritorno e saranno presto dimenticati. La mail lasciata da Carla ad Elvira vuole trattenere gli ultimi respiri concessi alla memoria, prima che si schiuda all’oblio: «voleva restare con quelli che l’amavano e per questo se li stava portando all’inferno con lei. […] Elvira sposta il cursore su ELIMINA e poi su RIMUOVI ELIMINATI». Nel romanzo di Fiorentino, la nostalgia come sofferenza dell’ignoranza, come si era detto prima, sembra essere il sentimento che lega i morti più dei vivi, che al contrario vogliono dimenticare.

Assetati di vista e di ricordo, i morti sono resistenti all’oblio, vorrebbero non andare mai via dallo sguardo altrui e faticano a perdonare ciò che fluisce, passa, cambia, nonostante la loro assenza. Se per Borges l’oblio è un’arte da imparare, a ragione Kundera scriveva: «Solo chi torna dopo tanto tempo può contemplare attonito e abbagliato la dea dell’ignoranza».

Fulvia Palmentura

Francesco Fiorentino, napoletano, ha studiato alla Federico II con Francesco Orlando. Dopo Venezia, ha insegnato letteratura francese all’Università di Bari, dove è professore emerito. Tra i suoi saggi pubblicati in Italia e in Francia, si segnalano le monografie su Balzac (Laterza), su Molière (Einaudi) e sul teatro del Seicento (Laterza). Ha curato l’edizione italiana del teatro di Molière (Bompiani) e sta preparando un’edizione di romanzi libertini (Bompiani). Per Marsilio ha diretto la collana di classici francesi «I fiori blu», e, insieme a Carlo Mastelloni, ha pubblicato due romanzi polizieschi: Il filo del male e Il sintomo. Nel 2021, sempre per Marsilio, è apparso il romanzo Futilità.

Fulvia Palmentura ha studiato Lettere e poi Scienze dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Attualmente frequenta il terzo anno del Corso di Dottorato in Lettere, Lingue e Arti a Bari, e lavora a un progetto di ricerca dal titolo “Il romanzo di formazione francese al femminile tra XIX e XX secolo”.

Riscoprire Martin Buber di Francesco Ferrari

Da alcuni mesi, la guerra è tornata, in Europa e alle porte dell’Europa. Riscoprire le riflessioni di un grande filosofo come Martin Buber (Vienna 1878 – Gerusalemme 1965), fermamente persuaso che la prima causa della guerra fosse l’umana incapacità di pensare la pace, è allora non solo stimolante intellettualmente, ma anche rilevante concretamente.

Il percorso umano e intellettuale di Buber ben si condensa nell’epiteto “costruttore di ponti”, tributatogli dall’allievo Ernst Simon. Egli rivolse infatti la propria vita e il proprio pensiero a riparare relazioni danneggiate tra individui e tra gruppi. Nei suoi scritti e nel suo agire, Buber si dedicò a superare l’estraniazione che separa singoli esseri umani, l’essere umano e Dio, la persona dal suo mondo sociale e culturale, popoli e stati, l’ebreo dall’ebraismo, ma anche dal cristiano, dall’arabo, dal tedesco. Gli scritti di Buber possono essere letti come una sfida alle condizioni anonime e alienanti della vita moderna, e, con il primato della relazionalità che essi affermano, ci insegnano a recuperare presenza, interezza e capacità di incontrare, in una parola: riconciliazione nelle nostre vite.

Buber era nato a Vienna l’otto febbraio 1878 da una facoltosa famiglia della borghesia ebraica di lingua tedesca dell’Impero Austro-ungarico. All’età di tre anni, sua madre Elise abbandonò il nucleo familiare: un evento traumatico, un “incontro mancato” che lo accompagnerà, come un’ombra, per tutta la vita. Il piccolo Martin venne affidato allora alle cure dei nonni paterni a Leopoli, all’estremo margine orientale della monarchia asburgica. Il nonno Salomon era un esperto editore di Midrash e di testi rabbinici; la nonna Adele, un’appassionata lettrice del classicismo e del romanticismo tedesco. In questo contesto, Buber fa conoscenza diretta del chassidismo, una corrente mistica dell’ebraismo esteuropeo che, in diversi suoi scritti, avrà modo di tematizzare nei termini di cabbalà divenuta ethos, santificazione del quotidiano e superamento dello iato tra sacro e profano. Alcune polarità peculiari del suo pensiero prendono già avvio in questi primissimi anni: germanicità ed ebraicità, ebraismo occidentale ed orientale, società e comunità, religione istituzionale e religiosità mistica.

Nel 1896 Buber torna a Vienna, per iscriversi all’università: sceglie come facoltà filosofia e storia dell’arte. Ha come maestri Georg Simmel e Wilhelm Dilthey, ed è un avido lettore di Nietzsche, Kant e Schopenhauer. Buber, però, non è affatto un intellettuale isolato in una torre d’avorio: in ogni stagione della sua vita entrerà in contatto con diversi movimenti letterari e politici. Chi vuole accostarsi allo studio del suo pensiero non può prescindere dall’analizzare i network di cui egli fu parte integrante. Una fonte particolarmente ricca a riguardo è l’epistolario del filosofo. Esso consta di oltre 40.000 lettere indirizzate a oltre 7.000 destinatari, ed è attualmente oggetto del grande progetto “Buber Korrespondenzen Digital” che, finanziato dall’Accademia di scienze e lettere di Magonza, si svolge presso le Università di Francoforte e di Jena, sotto la guida dei professori Christian Wiese e Martin Leiner.

La prima pubblicazione di Buber risale al 1897: è in lingua polacca, ed ha per oggetto scrittori viennesi come Arthur Schnitzler e Hugo von Hofmannsthal. Nei medesimi anni, la politica lo chiama, con una forza ancora maggiore: Incontri decisivi sono quelli con il pensatore e attivista anarchico Gustav Landauer e con il leader sionista Theodor Herzl. L’influsso di Landauer è rinvenibile fin da una conferenza buberiana del 1901, al cui centro sta la comunità, intesa come espressione genuina del legame tra uomo e uomo. Essa si contrappone tanto al monopolio della forza dello stato quanto all’anonimato della società: è una “comunità postsociale”. Da Herzl, Buber è invece nominato, nel medesimo anno, caporedattore del periodico Die Welt: nelle sue pagine, il giovane filosofo formula un sionismo culturale, che, incentrato sulla rinascita della creatività del popolo ebraico, contrasta apertamente la visione di uno stato ebraico propugnata dallo stesso Herzl – è il “rinascimento ebraico”. Quelli dell’università sono dunque anni indubbiamente intensi per Buber. Tra Vienna, Lipsia, Zurigo, Berlino e ancora Vienna, essi culminano nel conseguimento del dottorato nel 1904, con una tesi sul problema dell’individuazione in due filosofi cristiani: Nicolò Cusano e Jakob Böhme.

Buber trascorre un paio d’anni a Firenze, dove assiste ad alcuni spettacoli teatrali di Eleonora Duse che lo impressioneranno durevolmente, per poi stabilirsi in Germania: Dapprima nella capitale Berlino, e quindi, a partire dal 1916, a Heppenheim an der Bergstrasse, un piccolo centro non molto lontano da Francoforte. Negli anni che precedono la Prima guerra mondiale, Buber lavora come lettore per la casa editrice Rütten & Loening. Qui, diventa caporedattore della serie Die Gesellschaft (ovvero: la società), una pionieristica collana in 40 volumi a più autori, in cui è già presente il termine “interumano”, che diventerà peculiare del suo pensiero dialogico. Buber si volge quindi, con crescente intensità, a mito e mistica di diversi popoli e religioni: chassidismo, taoismo, cristianesimo medievale, induismo, islam – l’afflato della religiosità non conosce per lui limiti confessionali. La questione del senso dell’ebraismo in un mondo non-ebraico è comunque oggetto privilegiato della sua riflessione, tanto in termini religiosi quanto di identità di popolo: con i Tre discorsi sull’ebraismo di Praga egli assurge a punto di rifermento per un’intera generazione di giovani ebrei mitteleuropei. Il pensiero politico-religioso di Buber, fortemente intriso di superomismo nicciano e del culto dei popoli, ma anche di una concezione mistica-messianica dell’esperienza vissuta, fa sì che egli saluti con favore lo scoppio della Prima guerra mondiale.

A partire dalla primavera 1916, tuttavia, grazie anche alle critiche mossegli dall’amico Landauer, egli rivede le proprie posizioni lealiste e belliciste. Sulle colonne del periodico Der Jude, da lui fondato proprio nel 1916, Buber interpreta la guerra in corso come l’esito del monopolio della forza da parte di stati-nazione indifferenti alla sorte del popolo ebraico, che combatte al loro servizio in una sorta di atroce guerra civile. Buber si trova così a un crocevia: il suo distanziarsi dalla mistica e il suo congedarsi dal nazionalismo si accompagnano alla svolta dialogica del suo pensiero, che trova classica formulazione nel suo capolavoro Ich und Du (ovvero: Io e Tu), iniziato sempre nel 1916 e pubblicato nel 1923.

Con Io e Tu, Martin Buber entra nella storia della filosofia come uno dei maestri del “pensiero dialogico”. Buber definisce il dare e ricevere la parola come un evento fondamentale, tanto tra uomo e uomo quanto tra l’uomo e il divino (in particolare nella Bibbia). Il linguaggio mostra come l’Io e il Tu sono legati da un vincolo di originaria coappartenenza, per cui “in principio è la relazione”. La relazione non è tuttavia per Buber una proprietà che risiede nel soggetto, bensì è l’aprioridell’essere. Quanto chiamiamo “io” non è un punto di partenza, bensì di ritorno. “Non vi è alcun io in sé”, scrive allora il filosofo, bensì l’insuperabile differenza ontologica tra l’Io della relazione Io-Tu e l’Io della relazione Io-Esso. Nella relazione Io-Tu, l’Altro è incontrato nel pieno rispetto dell’ineffabilità del suo essere, nella sua presenza inoggettivabile, irriducibile a qualsivoglia articolazione, qualitativa o quantitativa. La relazione Io-Tu permette di rivolgersi all’Altro in un dialogo franco e senza riserve, che, in quanto tale, richiede ricettività, apertura, financo vulnerabilità. C’è dialogo dove a un appello segue una risposta. In termini etici, la relazione Io-Tu definisce allora il nostro agire come responsabilità. In termini politici, essa ha come luogo di realizzazione la comunità, la cui incarnazione concreta è localizzata da Buber nel socialismo dei kibbutz (in antitesi al comunismo dei soviet). Si tratta allora di porsi in ascolto del Tu, in antitesi a quel ripiegamento su di sé monologico che pare una modalità predefinita nella nostra media quotidianità.

La relazione Io-Tu sfida il pensiero occidentale, in cui il darsi del soggetto vuol dire separazioneda un oggetto – che ben presto diventa funzionalizzazione, strumentalizzazione, reificazione. Nei termini di Buber: una relazione Io-Esso.Il nostro essere in relazione con gli altri si compie allora in base a un’antitesi fondamentale: incontrare come un Tu oppure utilizzare come un Esso. Relazione significa in Buber dialogo, coappartenenza, ma anche differenza. Sarebbe infatti profondamente sbagliato leggere il pensiero dialogico buberiano in termini di unio mystica, di sussunzione fusionale di Io e Tu. Affinché un dialogo possa aver luogo, occorre che ognuno dispieghi la propria voce: dia-logos significa discorso di due. È nella insuperabile distinzione dell’Io e del Tu che risiede il fondamento del dialogo, cosicché chi dice dialogo dice anche diversità, e quindi dissenso. Buber stesso testimonia con la propria vita e con il proprio pensiero una concezione “agonistica” del dialogo, in qualità di ebreo di lingua tedesca, sempre e di nuovo pronto a impegnarsi in dibattiti con un Tu che di volta in volta assume le sembianze del teologo cristiano, dell’attivista palestinese, financo del membro del partito nazionalsocialista.

La critica allo stato-nazione inaugurata da Buber nel 1916 ha come esito anche una revisione del sionismo in senso teocratico: essa implica lo scioglimento del vincolo del potere temporale, contrapponendo a esso l’affermazione della sola legittimità della sovranità divina. Se Dio vige come unico legislatore, ogni Führer terreno è allora un usurpatore: non si deve pertanto confondere la teocrazia con una ierocrazia o con una teologia politica, di cui essa costituisce in vero l’opposto.Una simile prospettiva pone Buber in stretta continuità tanto con il pensiero anarchico e antipolitico di Landauer quanto con il socialismo religioso del teologo evangelico Leonhard Ragaz, da cui egli mutua la tesi per cui fede significa non obbedienza a una religione, quanto edificazione del regno di Dio qui e ora. Questo significa agire in nome di verità e giustizia, al pari dei profeti dell’Antico Israele. Per Buber, non vi è autonomia del politico dall’etico. Tale principio vale anche per la definizione delle relazioni tra arabi e ebrei nella Palestina mandataria inglese, come emerge dal suo impegno all’interno dell’associazione pacifista Brit Shalom, di cui è cofondatore nel 1925. Il messaggio della Bibbia ebraica diventa sempre più importante per Buber. Ancora nel 1925 egli dà avvio, insieme all’amico Franz Rosenzweig, a un’impresa colossale: una nuova traduzione della Scrittura in lingua tedesca, che Buber porterà a compimento nel 1961, dopo il tragico tramonto della simbiosi ebraico-tedesca.

La rilevanza delle questioni teologiche cresce progressivamente nel suo pensiero: nel 1926, Buber dà avvio a un periodico interreligioso, Die Kreatur, di cui condivide la redazione con un collega protestante e a uno cattolico. Aumenta nondimeno il suo impegno pedagogico, tanto in senso teoretico quanto con i corsi che egli tiene al Freies Jüdisches Lehrhaus, istituto per la formazione degli ebrei adulti diretto proprio da Rosenzweig. Nel 1930 Buber è quindi nominato professore di Scienza ed etica dell’ebraismo all’Università di Francoforte, senza che sia in possesso di una tesi di abilitazione: un riconoscimento, quindi, che gli viene tributato per meriti scientifici e chiara fama. Buber è in costante ascesa, una stella di prima grandezza nella cultura ebraico-tedesca della Repubblica di Weimar.

Le elezioni tedesche del 1933 cambiano tutto. In peggio, naturalmente, per Buber, che nel gennaio del medesimo anno aveva esposto il proprio sionismo teocratico al convegno “i fondamenti religiosi di un movimento völkisch”, anche in presenza di membri del partito nazionalsocialista. Con la presa del potere di Hitler, Buber è destituito dall’incarico di professore universitario fin dal 1933. Tuttavia, egli non si perde d’animo. Si batte con diverse iniziative pedagogiche in favore dell’ebraismo tedesco, che assumono i tratti di una vera e propria “resistenza spirituale”. Nel 1938 Buber migra a Gerusalemme, dove ricopre la prima cattedra di filosofia sociale presso quell’Università ebraica di cui è uno dei padri, avendo propugnato la causa della sua fondazione fin dai tempi della sua militanza sionista di inizio secolo. Ed è proprio insieme al presidente dell’Università ebraica di Gerusalemme Judas Magnes che, nel novembre 1938, Buber si fa promotore di una lettera a Gandhi, in cui pone una serie di aperti interrogativi sulla possibilità della nonviolenza in circostanze estreme come quelle della Notte dei cristalli. A pochi mesi di distanza, quasi presagendo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, egli ci consegna quindi una riflessione importante: quella per cui la pace deve essere qualcosa di più di una mera assenza di guerra: occorre, nelle sue parole, una “grande pace”, pensata e praticata in maniera proattiva.

Buber è dunque tra i primi filosofi che interpretano lo sterminio degli ebrei come un evento epocale, che impone di rimettere radicalmente in discussione la relazione tra l’uomo e Dio, anticipando di diversi anni le cosiddette “teologie dell’Olocausto”. Negli anni del Secondo dopoguerra, quindi, Buber promuove dialogo, pace e riconciliazione, tanto tra ebrei e tedeschi, ricevendo importanti onorificenze come il Premio per la pace dei librai tedeschi, quanto tra arabi e israeliani, sostenendo la causa di un binazionalismo democratico e paritetico. Le sue parole, che esprimono una ferma condanna dello strapotere del principio politico e l’auspicio di una rinascita dell’interumano, lanciano quindi, in piena Guerra Fredda, un monito a riconoscersi entro una comune umanità, affermando la fratellanza universale come valore capace di impedire che libertà e uguaglianza degenerino, rispettivamente, in un individualismo di matrice statunitense e in un collettivismo di stampo sovietico.

Negli ultimi anni della sua vita, Buber esprime sempre più intensamente la propria solidarietà a favore di gruppi subalterni, oggetto di violazioni dei diritti umani, diventando, ad esempio, membro onorario del Comitato Americano per l’Africa nel 1957, dopo essere stato contattato da Martin Luther King e Eleanor Roosevelt. Un paio d’anno dopo, egli è quindi nominato Premio Nobel per la Pace da parte del segretario delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld. Nel 1960, infine, Buber manda un significativo messaggio in occasione della morte di Adriano Olivetti, così come, nel medesimo anno, è a Firenze, dove partecipa attivamente ai Colloqui Mediterranei fondati e organizzati da Giorgio La Pira.

C’è un sintagma che condensa il lungo e per certi versi tortuoso itinerario di vita e di pensiero di Martin Buber: “Umanesimo ebraico”. Umanesimo non significa in questo caso coltivare le belle lettere in una concezione erudita o salottiera del sapere: si tratta invece di imparare a distinguere e a difendere l’umano dall’inumano. Per Buber si tratta, nella fattispecie, di un umanesimo “ebraico”, ovvero, “biblico”, ispirato da quel libro dei libri che raccoglie e testimonia l’incontro tra l’umano e il divino come evento del dare e ricevere la parola. Nel 1953, in occasione del suo discorso per il conferimento del già ricordato Premio per la pace dei librai tedeschi, egli dava un volto metastorico al proprio “umanesimo ebraico”, profilando lo stagliarsi di un fronte trasversale con cui l’Homo Humanus si contrappone all’Homo Contrahumanus. Questo è, per lui, il vero luogo di uno scontro campale, il cui epicentro è stato invece additato, con fatale errore, di volta in volta, nella diversitàculturale, religiosa, ideologica. Tale conflitto non contrappone superuomini e subumani, come affermava l’ideologia nazionalsocialista, né americani e sovietici, né ancora un sedicente Occidente ebraico-cristiano contro un Oriente musulmano o sino-indiano: in esso si combattono invece, in ogni tempo e in ogni luogo, Umanesimo e Antiumanesimo. Dinnanzi al fronte trasversale dell’Homo Humanus, tutte le configurazioni politiche incarnate dallo stato-nazione si mostrano come vestigia transeunti. A queste, Buber contrappone la propria fede nella coappartenenza Io-Tu in una comune umanità. Sfidando cinismo e sfiducia, in un mondo segnato dalla montante tirannia dell’Io-Esso e dall’inestinguibile piaga della guerra, l’ultima parola di Martin Buber è allora quella della riparazione di relazioni danneggiate: quella della “riconciliazione”.

Francesco Ferrari

Francesco Ferrari (Genova 1986) è ricercatore e docente presso l’Università Friedrich Schiller di Jena e l’Università Goethe di Francoforte; collabora con l’Accademia di Scienze e Lettere di Magonza; è coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies; è autore di tre monografie dedicate al pensiero di Martin Buber e di vari saggi su e traduzioni di autori della filosofia e della cultura ebraica del XX secolo (tra cui Arendt, Buber, Derrida, Landauer, Scholem, Zweig); svolge attività di ricerca sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, ed è editore dell’epistolario di Martin Buber nel progetto Buber-Korrespondenzen Digital.

Mary Shelley pioniera della letteratura distopica femminile di Cristiana Buccarelli

Nel 1816 il cielo d’Europa è oscurato da un vulcano che ha eruttato un anno prima in Indonesia; per un anno non ci sarà estate e per due anni non ci saranno raccolti; c’è molto freddo, ci sono carestie e fame, inoltre è da poco finita l’avventura di Napoleone: ci sono veri e propri esodi di masse di gente in Occidente, spesso sotto la guida di qualcuno che annuncia la fine del mondo.

In quest’atmosfera apocalittica la giovanissima Mary Shelley si ritrova a Ginevra con il compagno e in seguito marito Percy Shelley, la sorellastra Claire e John Polidori a casa lord Byron. <<Fu un’estate piovosa e poco clemente>> affermò Mary dopo molti anni <<la pioggia incessante spesso ci costrinse in casa per giornate intere>>. E proprio una di quelle sere Lord Byron propose un gioco: ognuno avrebbe dovuto scrivere una storia di orrore e di fantasmi. Mary prese quel gioco molto sul serio, forse anche spinta dall’ambizione di dimostrare a Lord Byron il suo talento e in quella notte di tempesta la sua fantasia le donò un’idea visione che poi diventerà il suo primo romanzo Frankestein ovvero il moderno Prometeo, pubblicato anonimo nel 1818.

 <<Vedevo- a occhi chiusi ma con una percezione mentale acuta- il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla ‘’cosa’’ che aveva messo insieme. Vedevo l’orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all’entrata in funzione di qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una cosa terrificante perché terrificante sarebbe stato qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo>>.

Mary insieme al poeta Percy Shelley, condurrà in quegli anni un’esistenza libera da convenzioni sociali e girovaga, in quanto essi ebbero tutto un loro modo particolare di costruirsi la vita in maniera anticonformista, vivendo come se fossero usciti da un romanzo e circondati da amici a loro volta poeti e scrittori. Mary Shelley, che può considerarsi una sognatrice e una ribelle, uno spirito libero e rivoluzionario, soprattutto in ambito letterario, era la figlia di due progressisti intellettuali inglesi: il filosofo politico e scrittore William Godwin e la femminista antesignana Mary Wollstonecraft.

Mery sarà a sua volta una precorritrice dei tempi, destinata a rivoluzionare la storia della narrativa; infatti darà vita al filone letterario della fantascienza con Frankestein e con il racconto Valerius, il romano resuscitato al senso narrativo del viaggio nel tempo, attraverso il personaggio di un antico romano che si risveglia nella Roma contemporanea all’autrice. Inoltre la Shelley ha creato il filone letterario della fantascienza apocalittica con il romanzo The last man (1826), in cui narra di un’epidemia del 2076 che viaggia per via aerea (vi ricorda qualcosa?) e che provocherà l’estinzione dell’umanità; ad essa sopravviverà un unico uomo, che però sarà anche lui destinato alla dipartita. 

‘’Noi uomini abbiamo l’illusione di poter controllare la natura, in realtà alla natura basta fare così con il dito e può di nuovo distruggerci’’ dice l’autrice.

Mary Shelley può considerarsi una medium del suo tempo e al contempo una donna che pur non facendo dichiarazioni ideologiche femministe, tuttavia lotta per le donne attraverso gli argomenti letterari che propone. Ciò può ravvisarsi in particolare in Valperga, vita e avventure di Castruccio principe di Lucca’’ (1823), romanzo in cui l’autrice affronta in senso critico il tema di una civiltà patriarcale e guerriera in cui gli unici due personaggi femminili della narrazione sono invece la personificazione di una possibile società pacifista. 

Come è noto, dopo la morte in Italia del marito Percy Shelley, la scrittrice ritornerà in Inghilterra e si dedicherà totalmente alla scrittura, soprattutto per mantenere il suo unico figlio rimasto in vita, Percy Florence.

Si vogliono ricordare, oltre al racconto Valerius di cui si è già accennatoaltri racconti fantastici della grande autrice, ripubblicati da poco nella raccolta Metamorfosi e altre storie gotiche (Ed. La vita felice 2015) a cura di Franco Venturi. 

Nel primo racconto della raccolta, Tranformation, riportato per la prima volta sul The Keepsake nel 1831una pubblicazione annuale a cui la scrittrice contribuì con diversi racconti, si narra la storia fantastica di Guido che in preda all’orgoglio cede per qualche giorno le sue belle sembianze a un nano mostruoso in cambio di un forziere di tesori, rischiando così di perdere per sempre il suo aspetto e il suo amore. Il secondo racconto, The mortal immortal, scritto per The Keepsake nel 1833 narra di Winzy, che vive già da 323 anni ed è diventato immortale dopo aver bevuto l’elisir preparato dal suo mentore e alchimista Cornelio Agrippa, ma quest’ultimo morirà presto, in seguito anche la sua adorata moglie Bertha e il protagonista si sentirà condannato a una vita eterna e infernale.

Invece il terzo racconto, The Evil Eye, pubblicato anch’esso sul The Keepsake nel 1829, è la storia di Dmitri un albanese che subirà degli oltraggi dalla vita, diventerà un combattente feroce, ma alla fine si riconcilierà con l’esistenza.

Si tratta di una raccolta che rappresenta un piccolo capolavoro letterario in cui l’autrice realizza con un linguaggio aulico e attraverso la grande forza creativa che la caratterizza, una profonda indagine nell’animo umano: infatti la Shelley con questi piccoli racconti di letteratura gotica, attraverso il macabro e il soprannaturale, tratteggia le nostre paure più ancestrali e i nostri tormenti più inconsci.  

Cristiana Buccarelli