(R)esistere attraverso la poesia: Forough Farrokhzad (Teheran, 1934 – 1967), di Barbara Gramegna

Proseguendo in un percorso ideale intorno alla poesia che si genera e alimenta nel e dell’esilio (vedi La mia scoperta di Nina Cassian), nella e della distanza, nella e della militanza – ma anche per e della resistenza – aprirò qui una finestra su una testimonianza di poesia persiana contemporanea della diaspora, con un precedente breve accenno all’opera ancora troppo poco conosciuta della troppo precocemente mancata Forough Farrokhzad (Teheran1934 – Teheran1967).

Mi riferirò infatti ad una raccolta curata da Rossella Renzi e Claudia Valsania dal titolo “Sia manifesta la tua voce – Forme di resistenza nella poesia persiana” uscita per Argolibri nel 2024 e presentata in diverse città d’Italia, fra le quali Bolzano, dove ho potuto partecipare personalmente.

Per il mio avvicinamento alla poesia persiana in generale devo e desidero ringraziare la “nutriente” frequentazione di una poeta e traduttrice persiana residente in Italia da quasi quarant’anni, presente nella suddetta raccolta con tre componimenti (“La forza della donna”, “Il coraggio”, “L’incertezza della libertà”), Nina Sadeghi.

Grazie a questa amica e a diverse occasioni che ci hanno visto collaborare in eventi culturali, sono entrata con curiosità, ma in punta di piedi, nella sua produzione poetica.

Sulle prime “leggo” i suoi versi da donna occidentale e ne colgo quindi un messaggio che, mi rendo conto solo successivamente, essere parziale e distorto. Pur apprezzandone globalmente le immagini, la simbologia e la forza espressiva, intuisco che mi mancano degli elementi per poterla apprezzare appieno e per riconoscere nei suoi versi la forte eco di una tradizione a me pressoché sconosciuta.

Da “La città dei sogni”: […] Nella mia città/piovono le mie credenze/sui corpi addormentati dei fiori/il giardino/prende una nuova freschezza/e la voce/nella gola della poetessa/trova la sua strada. (“Poetessa è femmina” di Nina Sadeghi, Galassia Arte, 2014, Roma). 

Individuo qui, infatti, la necessità di sottolineare come la forza generatrice della poesia riesca a farsi largo anche in spazi angusti e bui (la gola), e di come la poetessa trovi la sua voce, il suo sfogo, nonostante una paralisi dello scenario circostante (corpi addormentati dei fiori). Si tratta di allusioni sufficientemente forti alla necessità di “linfa vitale”, rimanendo nella metafora del giardino.

Il privilegio di potere però dialogare con lei mi consente di capire quali nuclei del suo poetare si rifacciano al misticismo sufi delle origini, e cosa, invece, la assimili preferibilmente alla poesia persiana moderna, sia nella forma che nelle tematiche (l’attualità politica e sociale, la condizione della donna, la riflessione sulla libertà ecc.): mi si traccia quindi un arco ideale che dalla poesia del XII secolo (quella di Rumi ad esempio) arriva ad un passato più recente sino ai giorni nostri.

Da “Un’altra Forough Farrokhzad” […] Tra le mie dita sono fiorite rose rosse/rosse/Ho portato lui/Nel giardino delle rose rosse/E sui petali di rose/Ho finalmente dormito con lui […] (ibidem)

Qui il legame con la tradizione è ancora più evidente; la simbologia della rosa e del giardino sono infatti topoi che ricorrono nella poesia persiana classica: la rosa (gol) e il giardino (bāgh o golestān) sono parte centrale di una serie di metafore che fonde e confonde amore terreno, bellezza estetica e profondo misticismo sufi. La natura è scenario e mezzo per elevare lo spirito.

L’esplicita dedica di questa poesia a Forough Farrokhzad mi invoglia però a prendere in mano i testi di questa poeta e artista del XX secolo.

Forough Farrokhzad vive poco, ma lascia una traccia indelebile nella vita culturale, artistica e politica dell’Iran e non solo quello degli anni ’50 e ’60; è una donna che può studiare, ma la sua vita familiare è scandita da codici e tradizione, in cui lei non decide nulla. La sua unica certezza è che la poesia sarà il suo veicolo di (r)esistenza alla condizione che le hanno imposto: quello di sposa e di madre.

Negli anni in cui vive Forough l’Iran assiste infatti ad una forte ingerenza americana, che causa la deposizione del primo ministro Mohammad Mossadeq e l’introduzione di un governo filo-occidentale, che avvia, attraverso una serie di riforme, un processo di modernizzazione, da un lato, ma che, per altri versi, mantiene inalterati le logiche di potere e il patriarcato.

Per ciò che riguarda la condizione della donna i messaggi lanciati dal governo di quegli anni sono dissonanti: dismissione del velo, ma divieto di voto, possibilità di accedere agli studi universitari ma conservazione dei privilegi maschili in ogni sede.  

Forough utilizza così la poesia per uscire dalla contenzione di un matrimonio combinato con un cugino e in cui la voce poetica le consente di parlare a nome e in nome di tutte le donne in sua eguale condizione. Un ulteriore proclama di volontà di affrancamento dal passato e da un presente non tanto diverso è rappresentato dalle sue scelte formali: il rifiuto del verso misurato e dei canoni a schemi fissi della poesia classica.

I temi sono quelli della vita e delle azioni domestiche quotidiane, che non la rappresentano nelle sue potenzialità, ma nei suoi limiti. La sua formazione artistica e la sua sensibilità la rendono inadatta e insofferente a qualsiasi costrizione; si sposa giovanissima e diventa madre, ma il matrimonio resiste solo tre anni, cosa che le costa la sottrazione del figlio Kamyar. Tormentata e ribelle, si unisce poi con il regista e scrittore Ebrahim Golestan. Da questo momento in poi Forough affronta nelle sue liriche anche i temi della passione amorosa (non quella sublimata per Dio espressa dai mistici) e dell’amore fisico con un’audacia che non lascia spazio a fraintendimenti.

Da “La conquista del giardino”: […]/Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna/con i papaveri bruciati del tuo bacio./E dell’intimità dei nostri corpi, serrata/e della nostra nudità che luccica/[…] (“La strage dei fiori”, Edizione Orientexpress, Napoli, 2007).

Una (r)esistenza poetica individuale quella di Forough che ci rimanda ad un altro tipo di (r)esistenza, quella corale del gruppo di autrici e autori della raccolta [sia manifesta la tua voce], in cui troviamo le poesie di: Ali Abdolrezaei, Mana Aghaee, Mina Assadi, Azam Bahrami, Aria Fani, Athena Farrokhzad, Maryam Hooleh, Granaz Moussavi, Leila Rahimian e Nina Sadeghi.

Si tratta di liriche civili, ovvero quelle che riguardano una comunità intera, che, pur partendo da una soggettività, escono da questa dimensione e da voce interiore, si fanno voce “manifesta” di una collettività, si trasformano in grido, in disperato appello, ma anche in spazio di catarsi e, forse, di futura salvezza.

Il famoso germanista Franco Fortini, in una sua lirica intitolata “Traducendo Brecht”, afferma: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi, invitando quindi, sempre e comunque, alla presa di parola, alla rivendicazione della libertà di espressione.

Il progetto sotteso alla pubblicazione di questa raccolta è proprio quello di “promuovere la libertà di espressione, di parola, di fare arte” perché “la poesia è intrinsecamente parte della cultura persiana […]. È un modo di stare nel mondo, un agire politico che diventa gesto di ribellione.”

Tutto quello che nell’Iran di oggi non è possibile.

I livelli di lettura della raccolta sono molteplici e quello forse più fruibile per chi non ce l’ha sottomano, è quella per nuclei tematici:

•la violenza (subita, assistita), la censura, l’esilio forzato, il sentimento della lontananza, ad esempio:

Un giorno torneremo/E quando si incontreranno i nostri rispettivi dolori per la vita di cui ci hanno privato/Qualcosa di orribile crollerà […] (di Athena Farrokhzad, da “I giorni dell’asino, estratto 88”)

•la poesia come vita, come voce manifesta, la donna come creatrice, “poeta” (da  fare, costruire, creare  – ποιέω), l’aspirazione alla libertà, ad esempio:

Un astuccio di colori verdi/e un vaso di fiori rossi/mi hanno invitata a sperimentare/quando l’amore si allenta al brulichio dei passeri.[…] (di Mina Assad, da “Poesie colorate”, traduzione dal persiano in inglese di Sheema Kalbasi, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

•il poeta come “tessitore di sogni” (رویا‌باف Roya-baf) e il sogno come dimensione della terza possibilità (tutto ciò che potrebbe essere e quindi, anche la libertà):

Ero qualcuno/Ho fatto la cosa più sciocca e sono diventato poeta (di Ali Abdolrezaei, da “Censura”, traduzione dal persiano in inglese di Abol Froushan, dall’inglese in italiano di Pina Piccolo)

La pluralità di voci e di stili della raccolta ci restituisce un quadro variegato di cosa succeda a livello culturale e linguistico nella “diaspora”, di come si individuino elementi comuni, ma diverse interpretazioni della nostalgia: dolce, disperata, speranzosa, orrorifica.

La poesia in Persia prima, in Iran poi, è patrimonio condiviso, viene recitata, cantata, è oggetto di festa durante la Notte di Yalda, Shab-e Yalda, antica festività che celebra il solstizio d’inverno, la notte più lunga e più buia dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre). In questa notte famiglie e amici si riuniscono intorno a una tavola imbandita con frutta ben augurante (anguria e melograno) per celebrare la vittoria della luce sulle tenebre e…leggere poesie!

Capiamo quindi forse meglio come la poesia possa rivestire nell’immaginario collettivo del popolo persiano ora il ruolo di messaggio divino, ora quello di viatico per la saggezza, ora di strumento di denuncia e di (r)esistenza, sia individuale che corale.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

Luciano Canfora: “Catilina. Una rivoluzione mancata” (Laterza, 2025), di Claudio Musso

«Il suo volto emanava furore, gli occhi promettevano crimini, e i discorsi che faceva grondavano arroganza» (Cicerone, Pro Murena).

Così Cicerone consegna Catilina alla memoria: non un progetto politico ma un carattere, non un conflitto storico ma una patologia morale. In questa fisionomia deformata si coglie già un’operazione compiuta: trasformare l’avversario in emblema del disordine. Eppure la storia romana non è nuova a figure di questo tipo. La tarda Repubblica è un organismo attraversato da fratture economiche e sociali, da guerre civili non del tutto sedimentate e da competizioni elettorali segnate da debiti e clientele. In un simile contesto la cosiddetta congiura non è un’eccezione mostruosa ma un sintomo. È da questa consapevolezza che muove questo intenso saggio di Luciano Canfora: quanto della ribellione appartiene ai fatti e quanto alla loro costruzione narrativa?

La sequenza tradizionale è nota e rassicurante nella sua linearità: sconfitto due volte alle elezioni consolari, Catilina tenta la via armata; Cicerone, che è il console in carica, ottiene il senatus consultum ultimum benché in forma forse troppo blanda rispetto ai suoi desideri; il 5 dicembre del 63 i congiurati rimasti a Roma vengono giustiziati; nel gennaio del 62 Catilina cade a Pistoia. Il cospiratore contro il salvatore della patria. Ma ogni linearità è spesso il risultato di un montaggio e Canfora si concentra proprio sulle giunture, sui punti in cui la narrazione mostra le sue cuciture.

Il suo non è un libro di riabilitazione né una biografia in senso stretto. Catilina è il prisma attraverso cui osservare le tecniche della memoria, la costruzione dell’emergenza, il rapporto fra legalità e potere. Prendere sul serio le fonti, Cicerone e Sallustio in primo luogo, poi Plutarco e Cassio Dione di età imperiale che disponevano di fonti che per noi oggi sono perse, significa metterle in dialogo, farne emergere le contraddizioni, leggere ciò che dicono insieme a ciò che tacciono. Il volume è, in questo senso, un vero coro di voci: alle testimonianze antiche si affianca la grande storiografia moderna che Canfora interpella con rispetto ma anche con spirito critico, mostrando come ogni ricostruzione sia figlia delle proprie categorie politiche e culturali.

La proposta catilinaria di cancellazione dei debiti, sostenuta dai ‘miseri’, indebitati, reduci sillani impoveriti, cittadini colpiti da crisi ricorrenti, non può essere liquidata come semplice demagogia. Non siamo di fronte a una folla indistinta ma ad un segmento reale del corpo civico. Catilina non è un santo: ex sillano, uomo ambizioso e spregiudicato, partecipe di una stagione di violenze. Ma, come accade spesso ai capi rivoluzionari, la sua biografia contraddittoria è parte della sua forza. Paradossalmente l’ex sillano adotta un linguaggio che richiama la tradizione mariana; sceglie di non ricorrere agli schiavi, volendo che lo scontro resti tra cittadini. Non guida una massa servile ma tenta un’alleanza tra aristocrazia marginalizzata e ceti impoveriti. L’aquila di Gaio Mario sul campo di Pistoia, la presenza di figure come Sempronia, figlia di Gaio Gracco, l’anti-ottimate per eccellenza, il fascino esercitato sui giovani delineano un orizzonte simbolico preciso, a Roma ma soprattutto nelle aree italiche. Non una setta isolata ma un progetto che intercetta tensioni diffuse.

In questo scenario la contraddizione tra i protagonisti si fa ancora più eloquente. Cicerone, homo novus di Arpino, privo di antenati illustri, si accredita come garante della nobilitas; mentre Catilina, esponente della gens Sergia, parla agli indebitati. Quando il secondo definisce il primo “inquilino di Roma”, la polemica personale rivela una frattura sociale più profonda. Cicerone è esterno alla congiura ma ne conosce i movimenti attraverso una rete di spie e le sue Catilinarie, rielaborate e pubblicate, sono insieme testimonianza e costruzione letteraria. Sallustio invece è interno a quell’ambiente: ne ha conosciuto uomini e dinamiche, pur non essendo congiurato. Scrive il suo Bellum dopo la morte di Cesare, in una Repubblica già tramontata. La demonizzazione di Catilina è anche meditazione sul declino collettivo e proprio questa intensità morale, a cui si aggiunge una buona dose di pentitismo per le adesioni giovanili, lascia intravedere una fascinazione trattenuta per l’energia del protagonista. Due sguardi diversi, entrambi decisivi nella formazione del mito.

Il 5 dicembre del ’63 segna un passaggio cruciale, che peserà non poco sul ‘curriculum’ di Cicerone: i congiurati arrestati a Roma sul Ponte Milvio sono giustiziati senza possibilità di appello al popolo. La difesa della legalità passa quindi attraverso la sospensione di una garanzia fondamentale. Il Senato si sporca le mani per salvare la Repubblica. È un precedente che incrina la narrazione edificante del trionfo dell’ordine come più volta raccontata dal console. Non è forse questo uno dei paradossi permanenti della politica, quando l’emergenza diventa categoria stabile?

Il sottotitolo del volume, Una rivoluzione mancata, non svolge una funzione meramente evocativa ma enuncia la tesi interpretativa che ne orienta l’intero impianto argomentativo. “Mancata” non equivale a marginale, designa piuttosto una dinamica rivoluzionaria rimasta incompiuta, deviata o rifluita entro assetti diversi, anche per l’assenza di un adeguato livello di strutturazione e coordinamento politico. La morte di Catilina non estingue il conflitto sociale e istituzionale di cui egli si fa catalizzatore perché quelle medesime istanze riemergono nel primo triumvirato, nel passaggio dalla coniuratio alla cospiratio, e trovano nel cesarismo una forma di ricomposizione e insieme di radicalizzazione. Ne consegue che la sconfitta sul piano militare non può essere assunta come prova di una sconfitta sul piano storico. La cesura prodotta dalla congiura non si richiude: si ridefinisce, muta lessico e protagonisti, ma continua ad agire. In questa prospettiva, volutamente controcorrente, si può sostenere che Catilina fallisce come individuo ma riesce come sintomo: la sua “rivoluzione” sopravvive, trasfigurata, in quella che poi sarà l’esperienza cesariana.

Lo stile di Canfora accompagna questa indagine con una scrittura naturalmente colta e vigile, mai autocompiaciuta. Alterna pacatezza argomentativa e scarti critici, come se spazzolasse la storia contropelo. Non c’è volontà di demolire bensì di interrogare: le fonti, la storiografia e chi scrive di storia, le nostre certezze e conoscenze. E torna, in filigrana, un principio che il libro conferma con forza: la storia vera è spesso quella segreta, nascosta nelle pieghe dei racconti ufficiali.

Resta un’inquietudine feconda. La congiura non è più un episodio chiuso ma un problema aperto. Ogni volta che una domanda sociale viene tradotta in colpa morale e l’ordine si legittima attraverso l’eccezione, l’ombra di Catilina riaffiora, non come eroe da riabilitare o demone da esorcizzare ma come domanda irrisolta. Ed è forse questa la forza più autentica di questo testo: restituirci non una risposta definitiva ma il senso vivo di una crisi che continua a interrogare il nostro presente.

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Pablo Echaurren: “Il mio Baruchello” (Mauvais livres, 2025), di Edoardo Pisani

Vita da Echaurren

La biografia di un artista può anche essere la storia dei suoi maestri. Infatti si diventa artisti pure per tentativi falliti, per errori, per imitazioni ostinate ma sempre attente e rispettose, per frequentazioni e per ammirazioni. La biografia di Pablo Echaurren, uno degli artisti italiani più originali e eclettici, di un eclettismo che sa anche essere rivoluzionario, è intitolata al suo primo maestro, Gianfranco Baruchello (Il mio Baruchello, Mauvais livres, 2025). 

Tuttavia il Baruchello di Echaurren non può appartenere a tutti. Lo dice lui stesso: “Il mio Baruchello non sarà mai il vostro Baruchello. Questa è una certezza, una ricchezza.” E poco dopo aggiunge: “Non mi sono mai messo a fare ‘il pittore’. Non ho elaborato uno stile immutabile, un codice di riconoscimento immediato, una cifra da ripetere e replicare, da registrare come marchio di fabbrica. Non ho mai voluto essere inscatolato o imbarattolato per finire sullo scaffale del super-mercato estrogenato.” Sono parole forti, in un mondo nel quale gli artisti sogliono inchiodarsi alle croci delle loro supposte cifre stilistiche per essere accettati da un mercato spesso sordo e cieco ma sempre imperante.

Pablo Echaurren non è mai sceso a patti con i mercanti. La sua arte fugge da un capo all’altro di quell’immensa tela che è il suo estro: è libera e viva e perciò indomabile e mutabile. Il suo stile è sempre stato in rivolta (perfino contro se stesso) e non si è mai lasciato etichettare – e dunque abbindolare – da chicchessia. L’arte di Pablo Echaurren non può essere racchiusa in un barattolo, davvero: non è un passatempo per nababbi bramosi di innocue stravaganze da esporre nei loro salotti come fedeli cani tenuti al guinzaglio. 

Pablo Echaurren è anche uno scrittore di talento. I suoi libri sono pieni di giochi di parole, di calembour, di pernacchie al potere costituito, di prese per i fondelli di un certo modo di fare arte fin troppo ingessato e innocuo. Ciononostante finora – fino a questo libro: Il mio Baruchello – non aveva mai raccontato di come è diventato l’artista che è. Per la prima volta quindi abbandona il tono guascone e scanzonato dei libri precedenti e fa un omaggio al suo maestro, Gianfranco Baruchello, scrivendo anche un sentito memoir sulla propria gioventù artistica. 

In Il mio Baruchello Echaurren ci racconta degli anni Settanta, dei suoi capelloni, di Duchamp, delle sue letture caotiche e appassionate, di un padre che non è mai stato tale, del suo padre sostitutivo (Baruchello), degli indiani metropolitani, dei tanti fumetti che ha disegnato (strepitosi!), in definitiva del suo essere un artista emarginato e inclassificabile in un mondo culturale che tenta invece di etichettare e classificare ogni cosa al fine di addomesticare – peggio: di corrompere – l’arte e gli artisti. Ecco, la sua arte non si addomestica né si disinnesca: quelle di Pablo Echaurren sono bombe punk che non possono fare a meno di esplodere in faccia all’osservatore. Forse per questo i critici non amano parlarne.

Gianfranco Baruchello aveva uno studio nel quartiere di Monte Sacro, a Roma, che è stato anche il quartiere di Ennio Flaiano, “padre” di quel marziano che atterra a Roma con grandi clamori ma viene poi ignorato o deriso da tutti. Echaurren scrive: “Per non essere scambiato con un pittore consacrato, tutto basco e tavolozza, per sentirmi un marziano flaianeo rispetto a quei colleghi sempre preoccupati di non apparire abbastanza ispirati, per uscire dal recinto e non cadere nella trappola dello stile e della ripetizione, a un certo punto mi sono dato all’illustrazione e al fumetto. Quasi fosse uno sfregio all’onorabilità della casta.” E a pensarci è sempre in questa guisa, fuori dagli schemi e dalle caste, fugando la vacuità della ripetizione e l’ampollosità di ogni riconoscenza “critica”, che Pablo Echaurren è stato e rimane ciò che è: un ribelle, un punk, talora un irregolare arrabbiato, comunque un vero artista non da catturare ma da salvaguardare. Lasciamolo libero, quindi, pur tenendocelo stretto. Nell’arte i veri ribelli sono rari. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gianni Denaro: “Armadio di famiglia” (Minimum Fax, 2026), di Loredana Cefalo

La sua raccomandazione non mi è affatto chiara, ma nell’immaginarmi sbraitante e instabile come mamma, un moto di terrore mi spinge a chiederle: – E quindi che devo fare? Vedo i suoi occhi dirigersi verso la copia de «Il mestiere di scrivere» che avevo, in precedenza, appoggiato per terra. Lo fa vistosamente, come se volesse accompagnare il mio sguardo – suggerirmi dove guardare. Quando anche io poso gli occhi sul libro, lei conclude: – Ne scriva.” 

Nella sua opera d’esordio, Armadio di famiglia (Minimum Fax), Gianni Denaro – designer di moda siciliano – compie un’operazione di delicata archeologia domestica. Non è solo un memoir, ma un ricalcato disegno stilistico che descrive gli interni di una famiglia cristallizzata, dove il destino dei personaggi non si legge nelle azioni, ma nelle pieghe dei vestiti, nella trama delle stoffe e nelle fotografie che fissano un’appartenenza a una vera e propria tribù.

Per Denaro, l’abbigliamento è l’unità di misura di tutte le cose. Significativo è l’episodio delle scarpe infantili, “copia sputata” di quelle del padre: un marchio di fabbrica, un’estensione del concetto meridionale di famiglia come possesso e identificazione.

Il romanzo adotta il tono di una cronaca storica che resta sugli oggetti, scoprendo che proprio lì, sulla superficie delle cose, si è depositata la verità. Denaro scrive come se scattasse una polaroid, sollevando quel sottile “velo di polvere” che protegge e nasconde il non detto. 

​Il linguaggio gioca un ruolo fondamentale. Il siciliano stretto, da cui il protagonista tenta di affrancarsi durante gli anni universitari a Roma, emerge nelle battute fulminanti della nonna o della madre. Termini come “reclamata”, per descrivere una donna troppo appariscente, diventano neologismi di un’educazione discriminante, capace di definire l’altro in una sola parola.

Il protagonista si muove in un perenne stato di inadeguatezza, una voce narrante che osserva ma non aggredisce, che soffre senza mai urlare. 

Il legame con la madre è un filo di seta, sottile e malinconico, che unisce due solitudini inscindibili. Proprio questo filo sottile è il cuore del racconto, un rapporto che descrive la depressione, non per diagnosi, ma per immagini: i pomeriggi passati a dormire su una poltrona davanti alla porta del negozio, esposta allo sguardo imbarazzato dei passanti, o il peso soffocante di una cascata di abiti che scivolano dall’armadio. La riflessione su come questa “inabilità alla vita” sia diventata un’eredità genetica è molto chiara, portando il protagonista a rintanarsi nello stesso perimetro domestico, tra il desiderio di proteggere la madre e la vergogna per la sua fragilità.

​Anche quando riesce fisicamente a staccarsi per andare a Roma, studiare e cambiare vita non serve a sciogliere questi nodi. Denaro ci ricorda che la distanza è un’illusione se non si risolvono le dipendenze affettive. 

La sua scrittura, riflessiva e discorsiva, agisce come una seduta psicologica o una didascalia a margine di un album di famiglia: cerca di capire se sia possibile, attraverso la parola, ricostruire un ricordo o, finalmente, se stessi.

Armadio di famiglia è  un libro che parla a chiunque si sia sentito un “figghij compl’cat”, a chi ha cercato nella cultura una via di fuga. Con uno stile che mostra le immagini, ma sempre molto misurato, Denaro trasforma l’armadio di casa in un confessionale, dimostrando che la letteratura può forse “costruire una madre dal niente”, ma soprattutto può insegnare a riconoscerci nelle ombre di chi ci ha preceduto e ad affrancarci da esse.

Sabato 7 marzo alle 18.30 Gianni Denaro è a Roma alla libreria Spazio Sette. Intervengono Ilaria Camilletti, Barbara Ruiz e Giulia Angeli. Di seguito il link della presentazione:

https://www.minimumfax.com/event/gianni-denaro-a-roma-2026-03-07-2013/register

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Veronica Raimo: “Non scrivere di me” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Ognuno si salva da soloLa scomposizione di un falso mito nella letteratura di Veronica Raimo

S. non vuole essere salvata da sé stessa, da quell’identità ridotta a un’iniziale puntata, a una negazione, Non scrivere di me. S. è quella negazione, o forse ci è diventata. Non vuole sentirsi sbagliata per questo, non vuole vedere negli occhi degli altri, delle sue amiche più strette, del suo ex fidanzato, di quello ancora prima, preoccupazione. Ma preoccupazione, per cosa? A trentacinque anni compiuti, un lavoro da cameriera, l’interruzione volontaria della scrittura, delle sue poesie, della tesi, di tutto, S. riavvolge il nastro. Quello che potrebbe sembrare a tutti, anche a loro, ai suoi cari, un autosabotaggio risulta più che altro un diritto invocato, non troppo lontano all’eutanasia. S. vuole smettere di soffrire, ma non può smettere di dimenticare ciò che l’ha portata a tale sofferenza, o, meglio, ciò che l’ha incarnata. Dennis May è un regista in erba, talentuoso, carismatico, ombroso, indubbiamente calamitante. S. non se ne invaghisce, se ne ossessiona. E come si può interrompere non più un piacere superficiale, nemmeno sottocutaneo, ma quel qualcosa che diventa totalizzante, che fagocita, ingurgita, avido, ogni parte di sé? Tutto sembra precipitare in un pozzo senza fondo, scale infinite che percorriamo insieme alla protagonista. Il primo incontro, il primo invito, le prime lusinghe, i primi sospetti. Più la situazione le sfugge di mano, più Dennis si rende impalpabile, inafferrabile, più S. vede solo e soltanto lui. Non più il fidanzato premuroso, Gionata, non più l’amica, Chiara, solo Dennis, e ciò che lui potrebbe essere, e con ogni probabilità non sarà mai. Ma fin dove si può spingere l’atrocità? Fin dove quella rivolta a sé? Fino a che punto ci si può annullare per essere assorbiti da un’altra presenza, da un’altra luce? Fino a che punto ci si può spegnere? Scendiamo quelle scale, un gradino alla volta, e speriamo, lo speriamo davvero, che sia l’ultimo, che il suo passo ora si arresterà, e il nostro con il suo. Tutti sembrano volerla riportare alla realtà: l’amica che le vede sempre più deperita, persa, il fidanzato che accetta un ruolo subalterno e ci continua a porre, proprio in virtù di questo ruolo, l’ancor più scomoda domanda, Fin dove siamo disposti ad amare? Perfino il relatore di S. si mostra scettico quando la studentessa paragona il cinema di Dennis a colossi inarrivabili. Più ci inabissiamo più capiamo che ci sarà un buio ancora più buio, e che anche i nostri di occhi impareranno ad adeguarsi all’oscurità.

Impariamo anche a comprendere che quando ci si innamora della propria ossessione più di qualsiasi altro elemento vivente e non vivente, finanche più dell’oggetto stesso del proprio amore distorto, non esiste via di fuga, scappatoia, strada parallela. Esiste un unico centro, e da quel centro, da quella casella non si avanza, non si indietreggia. S. lascia Gionata, volta le spalle all’amica per un eccesso di premura che non le vuole più vedere dipinto addosso, non torna più nel paese da cui proviene. Allora pensiamo, Ora annegherà, si farà trascinare dalle correnti degli abissi. Ma è proprio in quel momento, nell’esatto istante in cui si decide di processare, di attraversarle quelle correnti, è in quel momento che la testa torna a guardare il cielo, a uscire dall’acqua più nera. S. lo fa attraverso la letteratura, la scrittura. Sembra quasi una metafora, e forse lo è. O forse è semplicemente il punto in cui si è persa, quello in cui si deve andare a riprendere. 

Veronica Raimo non ci fornisce risposte a tutte le domande che sorgono nel corso della lettura. Come ogni scrittore degno di essere davvero chiamato tale, non facilita il percorso al lettore, glielo complica. E se è vero che la letteratura è come la vita, nulla ci assomiglia di più di quella della Raimo. Niente lo è più di quella fetta di cheesecake, che non è nemmeno proustiana, non ha proprio niente di proustiano, è solo una deliziosa fetta di cheesecake attorno a cui ci si confessa, ci si lascia, ci si innamora, e a volte tutte queste cose messe insieme. E noi, proprio come S., siamo in quel bar, serviamo caffè e piatti freddi, ascoltiamo le esistenze degli altri, le osserviamo, le registriamo, senza filtri. Le rubiamo, indubbiamente. Ma anche questo, si sa, non è mica niente di nuovo. King diceva, Fiction is the truth inside the lie. E, per quanto detesti qualsiasi forma di citazionismo, trovo non solo che non ci sia nulla di più veritiero, ma anche niente di più calzante: la fiction è la verità dentro la bugia.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.