Remo Rapino: “Fubbàll” (Minimum Fax), di Gigi Agnano

“Certi giorni mi sento un albero di mele marce, altri un randagio smarrito che si allena a far finta di niente.

C’è un calcio che non esiste più da raccontare, un calcio periferico o di provincia giocato su campetti sterrati e polverosi, fatto di sacrifici e passioni autentiche, lontano dai riflettori, dal business e dai troppi soldi. In quegli stadi improvvisati, a bordo campo o dietro una porta senza rete, che ci fosse un sole africano, o il freddo e la pioggia, c’erano i tifosi, custodi di una passione che si tramandava di padre in figlio, che vociavano e urlavano, soffrivano e si dimenavano. C’era la poesia che va scritta di quei ricordi intimi, di un mondo di sentimenti che ancora scorre nelle vene di chi quel calcio perduto l’ha vissuto e masticato.

Con Fubbàll, Remo Rapino compone questo canto popolare, attacca con la colla di farina le figurine sull’album Panini dei calciatori anonimi, dimenticati, sempre perdenti tranne che in rare occasioni epiche, di un’epica da bar di paese che vale la pena celebrare e ascoltare.

Dodici biografie di uomini semplici – una per ciascun ruolo più quella dell’allenatore – che raccontano un calcio che si misura col sudore, le delusioni, i ricordi, le cicatrici e i rimpianti. Dodici uomini – avrebbe detto Gianni Mura e lo diceva di Pelè – “con niente di speciale”: dal portiere anarchico Milo il gatto con la dote del silenzio, che con quelle mani poteva fare solo il portiere o il carpentiere, al difensore coraggioso e macellaio, “limitato ma di cuore”, che si fa apprezzare non tanto per il talento ma per l’anima che mette in campo; passando per centrocampisti saggi e generosi, poesia e geometria, che fanno l’ uncinetto con i piedi “balzanti e sbirolenti”(Gianni Brera); fino all’attaccante segnato dalla vita e dagli infortuni. Dice il terzino Glauco: “non sempre la vita ti regala poesie, anzi spesso te le toglie”. 

I calciatori di Rapino ci portano con la mente alla poesia popolare di Saba, che in “Tre momenti” raccontava il calcio come un atto gioioso di comunione umana (“Festa è nell’aria, festa in ogni via,/ se per poco, che importa? “) e al Pasolini frequentatore assiduo a Bologna dello stadio Comunale e dei prati di Caprara (“i pomeriggi più belli della mia vita”), quello della rubrica “Il caos” per il settimanale Il Tempo dove poneva il suo sguardo critico sul “corpo dell’atleta”, evidenziando contraddizioni sociali e culturali che ancora oggi si rispecchiano nello sport. I personaggi marginali di Rapino hanno l’umanità e l’ironia delle voci di Soriano, quelle dei giocatori “tristi che non hanno vinto mai” di De Gregori, che affrontano la fatica e non si arrendono; richiamano alla memoria il calcio di “splendori e miserie” di Eduardo Galeano, per cui quando c’è la partita “si ferma il respiro del Paese, tacciono i politici, i cantori e i ciarlatani da fiera, gli amanti frenano i loro amori e le mosche interrompono il volo”.

Fubbàll è così la testimonianza che si fa canto corale di un calcio che non c’è più, ma che sopravvive pulito e genuino nei cuori di chi l’ha amato, un atto di memoria che restituisce dignità e valore a vite altrimenti anonime e sogni sui quali “si deve leggere la scritta Fragile”. Il lettore non legge solo storie di calcio, ma di quelle storie riconosce il pregio anche se il calcio non gli interessa affatto, perché Rapino, con uno stile in bilico tra l’ironico e il poetico, tratteggia esistenze polverose, intrise di nostalgia e va al nocciolo di un mondo complesso e passionale, profondamente umano. I suoi personaggi non sono supercampioni tatuati dalla testa ai piedi, ma persone normali che, come tutti noi, si accapigliano con la vita e perdono palla all’ultimo dribbling.

Remo Rapino, abruzzese, è stato docente di storia e filosofia. Dal 1993 ha pubblicato numerose opere di poesia e narrativa. Nel 2019 esce con Minimum Fax il suo romanzo più noto e apprezzato “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, che si aggiudica l’edizione 2020 del Premio Campiello, risulta finalista del Premio Napoli e candidato allo Strega. Sempre con Minimum Fax ha pubblicato nel 2021 “Cronache dalle terre di Scarciafratta” e nel 2023 la raccolta di racconti Fubbàll, vincitore del Premio per la Letteratura Sportiva Gianni Mura. In questi giorni è in uscita la sua ultima fatica dal titolo “La Scortanza”.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Valerio Aiolli per “Portofino blues” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep.4 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.4 Valerio Aiolli, autore di “Portofino blues” (Voland, 2025).

La lettura di “Portofino Blues” di Valerio Aiolli è un’immersione profonda e inquietante nel mondo dorato e marcio delle élite italiane tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni 2000.

Il libro, che fonde cronaca e finzione, si serve del mistero della scomparsa della contessa Francesca Vacca Agusta per tracciare un ritratto impietoso di una società in disfacimento.

​L’autore sceglie una struttura narrativa complessa e non lineare, un mosaico di voci, testimonianze, articoli di giornale, frammenti e dettagli delle giornate della contessa e di chi le ruotava attorno e pensieri intimi dei personaggi che sfociano nella fiction.

Questa tecnica frammentaria non solo tiene alta la tensione, ma serve anche a svelare, strato dopo strato, un mondo fatto di apparenze, dove il lusso ostentato nasconde un vuoto interiore e una profonda solitudine.

Il tono a volte distaccato e a volte immersivo, ci porta dentro ad ogni capitolo, con un gioco di luci sui fatti di cronaca narrati e sui risvolti delle indagini, alternati alle ombre della vita e dei ricordi degli attori principali della vicenda.

“Fuori” e “Dentro” sono i distinguo che accompagnano il lettore facendogli comprendere dove inizia la fiction e finisce la realtà. Una efficace espediente narrativo in cui si succedono stile da reportage e flusso di coscienza.

Il variare temporale tra il “prima” e il “dopo” la tragica scomparsa della contessa crea un’atmosfera sospesa,  in cui Portofino stessa diventa un personaggio, un luogo “blues”, di sofferenza, di lamento e solitudine che riflette l’ambiguità dei suoi abitanti.

​Al centro del romanzo non c’è solo il “caso” Vacca Agusta, ma una critica sociale tagliente. Aiolli lega la vicenda personale della contessa a eventi storici come Tangentopoli, puntando il faro sul legame indissolubile tra potere, denaro e corruzione. Il libro svela come il mondo del “jet set” sia spesso un’illusione, un circolo vizioso di arrivismo e dipendenze, dove la ricchezza non è quasi mai genuina, ma una contaminazione dovuta alla vicinanza a “supernova altolocate.”

​Le figure femminili sono descritte in modo particolare: non sono semplici vittime, ma “tigri servili a comando,” donne che usano la loro bellezza e il loro fascino come armi per sopravvivere e scalare posizioni sociali.  Un tipo di femminilità che suscita negli uomini paura, spingendoli a comportamenti violenti per mantenere una imposta immagine “maschia.”

​Oltre al ritratto sociale, il romanzo si spinge nella quotidianità dei personaggi. La ricostruzione degli ultimi momenti e pensieri della contessa, nei capitoli finali, è particolarmente toccante.

Emergono i temi della paura di invecchiare, come sintomo della non accettazione della morte. L’autore ci invita anche ad una analisi profonda su quanto la ricerca disperata dell’eterna giovinezza e di un’immagine perfetta sia un’altra metafora del vuoto di un’epoca che ha fatto della superficialità il suo credo.

​Come va a finire la vicenda? Il libro lascia al lettore la scelta fra il credere all’ipotesi del suicidio della protagonista o alla congiura di interessi omicida. Ci si schiera per l’una o l’altra possibilità durante il percorso di lettura, ma il mistero non è svelato.
Resta a voi, accomodarvi sul divano e immaginare, attraverso le pagine, com’è andata davvero. Come in una docu-fiction letteraria, dove è la nostra personale sensibilità rispetto ai fatti narrati a fare da guida.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Georgi Gospodinov: “Il giardiniere e la morte” (Voland, trad. Giuseppe Dell’Agata), di Gigi Agnano

Nell’ultimo canto dell’Odissea assistiamo a uno dei momenti più intensi e toccanti della letteratura universale. Ulisse, dopo un decennio di peregrinazioni, torna a Itaca in incognito e, travestito da mendicante, si reca al podere dove lavora il padre Laerte, ormai anziano e in abiti trasandati. Non riconosciuto, Ulisse lo elogia per la cura delle piante e, solo dopo qualche tentennamento, si rivela, ma Laerte scettico gli chiede una prova. Ulisse gliene fornisce due: mostra la cicatrice di una vecchia ferita lasciata da un cinghiale e elenca con precisione gli alberi da frutta (peri, meli, fichi, viti) che il padre gli aveva donato da bambino. La commozione è tale che Laerte sviene tra le braccia del figlio.

Se si volesse immaginare una serie televisiva, l’ultimo libro di Georgi Gospodinov, “Il giardiniere e la morte”, tradotto da Giuseppe Dall’Agata e pubblicato da Voland, rappresenterebbe probabilmente il “sequel” dell’episodio omerico.

Con un incipit che trasforma il lutto in poesia – “Mio padre era un giardiniere. Ora è giardino.” -, Gospodinov elabora un commosso addio al padre; un testo intimo che rappresenta con estrema delicatezza la tenerezza e il dolore imparagonabili che si provano dinanzi al tramonto e alla perdita di un genitore.

Scritto su un taccuino con la stessa mano che ha stretto quella del padre malato di cancro, il libro è una raccolta di frammenti, di ricordi che attraversano le diverse stagioni della vita di entrambi, di riflessioni sull’invecchiamento e la malattia, di aneddoti che trasudano malinconia ma anche un lieve umorismo (“le storie divertenti per ogni evenienza”). Emerge così il ritratto di un uomo forte, temprato da una vita dura, riservato, spesso assente, incapace di dimostrare l’affetto con abbracci o baci, eppure generoso nell’affrontare le difficoltà con un “niente di grave”, una formula per non essere di peso ai figli, per rassicurarli, equivalente ad un “non preoccupatevi, va tutto bene”.

A chi è chiuso e introverso spesso accade di dedicarsi a un’attività solitaria e il padre, infatti, riserva tutte le sue attenzioni e  la sua gentilezza ad un giardino. Gli si dedica con ostinazione – arando, seminando, innaffiando – anche e soprattutto quando la diagnosi è chiara, le forze cominciano a mancare e la malattia inizia a prendere il sopravvento. È la sua lotta contro l’inevitabile. È evidente la metafora che interessa Gospodinov come figlio e scrittore: le piante e gli alberi per il giardiniere sono come per il narratore i ricordi e le storie, gli sopravvivono. Il giardino come la pagina scritta, mantiene viva la memoria di chi se ne prende cura; continua a crescere, a fiorire e a produrre frutti anche quando chi lo ha piantato non c’è più. Il giardino come la scrittura, come ogni atto di creatività e di cura, è un presidio di vita contro la morte.

Già in “Fisica della  malinconia” Gospodinov aveva fatto ricorso al mito di Sherazade, la narratrice delle “Mille e una notte”. Come Sherazade guadagna un giorno di vita dispensando ogni notte una storia nuova, così ne “Il giardiniere e la morte” le storie che l’autore raccoglie nel taccuino e la cura del giardino da parte del padre sono un modo per ritardare la fine, per resistere al dolore e mantenere vivo ciò che è prossimo a sparire. 

Scrive Gospodinov: “Questo non è un libro sulla morte ma sulla malinconia per la vita che se ne va”. O ancora: “Mio padre è morto e mio padre sta morendo – sono due frasi del tutto diverse. La prima è un fatto, una conclusione, l’altra è un romanzo”. In tal senso, “Il giardiniere” più che un libro sulla fine – che in quanto fine non ha più nulla da raccontare – è paradossalmente un libro sulla vita (“La morte è un ciliegio che matura senza di te”). 

Infatti, benché l’opera descriva l’esperienza dolorosa di accompagnare il padre fino all’ultima soglia, Gospodinov riesce a trasmettere una sensazione primaverile di rinascita, una “luce morbida” e un calore consolatori. Il libro ci dona un sillabario della tenerezza, una grammatica delle emozioni familiare a chiunque abbia affrontato un’esperienza simile. Più che un romanzo, il libro sembra nascere come un percorso di scrittura terapeutica teso a elaborare il lutto, che l’autore ha solo successivamente deciso di condividere con i lettori. 

“Dei padri si scrive con maggiore difficoltà. Forse perché nell’infanzia continua a esistere un invisibile cordone ombelicale con la mamma, lei è ovunque intorno a te, lei ti prepara il pranzo, lei si prende cura di te quando sei malato, ti mette la mano sulla fronte, lei è l’aria in cui tu nuoti. Il padre è una cosa più opaca, incerta e oscura, talvolta minaccioso, spesso assente, aggrappato al bocchino della sigaretta, lui nuota in altre acque e altre nuvole”.

Pur potendo apparire confinato nell’ampia gamma di scritti spesso tutti uguali sulla perdita dei genitori, inclini a cadere in cliché sdolcinati e in lacrimevoli luoghi comuni (romanzi un po’ furbi che sfruttano il fatto che il lettore non fatica ad identificarsi e a commuoversi); “Il giardiniere e la morte” si distingue per il rigore di una prosa essenziale, misurata e lontana da qualsiasi enfasi. Gospodinov offre una narrazione priva di artifici melodrammatici, ricca di autentica intensità emotiva e profondità di pensiero, che si inserisce in modo coerente e significativo nel suo straordinario percorso narrativo. 

“Mio padre se n’è andato. Non so cosa fare.”

Come tutta la produzione pregressa (“Romanzo naturale”, “Fisica della malinconia”, “Cronorifugio”), anche “Il giardiniere” si confronta con i temi e le riflessioni cari all’autore bulgaro: il tempo, la memoria, la perdita, la malinconia. E come spesso accade nei suoi libri, una vicenda intima diventa l’occasione per raccontare una storia collettiva: la morte del padre coincide simbolicamente con la fine di un mondo e di una generazione cresciuta a cavallo della caduta del regime.

Quello che in quest’opera forse un po’ manca – parliamo di un libro scritto, per ammissione stessa dell’autore, in soli quattro mesi – è lo slancio di originalità, la ricchezza di sfaccettature, di riflessioni, di digressioni bizzarre, di spunti geniali che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti. Se Gospodinov dovesse un giorno – magari anche quest’anno – aggiudicarsi un meritatissimo Nobel, probabilmente non sarà per quest’opera; tuttavia “Il giardiniere e la morte”, per il suo carattere delicato e commovente, potrebbe rappresentare un ottimo primo approccio alla narrativa dell’autore di “Cronorifugio” e di “Fisica della malinconia“, che comunque conferma il suo immenso talento e la statura di una delle voci più importanti della letteratura contemporanea. 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Krisztina Tóth: “Gli occhi della scimmia” (Voland, trad. Mariarosaria Sciglitano), di Vincenzo Vacca

Il libro di Krisztina Tóth “Gli occhi della scimmia”, tradotto da Mariarosaria Sciglitano, è da considerare una opera letteraria capace di scavare nel destino delle persone che vivono sotto la cappa dei regimi autocratici. 

Può apparire distopico, ma, in realtà, il contenuto del libro rispecchia, in tutto o in parte, una concreta situazione in cui vivono già diversi popoli sotto la cappa asfittica di regimi tirannici che, non solo negano i diritti fondamentali dei cittadini, ma controllano con ogni mezzo le vite private delle persone con lo scopo di soffocare sul nascere qualsiasi comportamento che, in qualche modo,  possa generare delle forme di ribellione o di semplice dissenso nei confronti del regime autoritario.

Nel libro si ipotizza che nel Paese in cui si racconta la storia – senza precisare né il nome, né il periodo e questo lo rende ancora più profetico – sia avvenuta una guerra civile che si è conclusa con l’ avvento di un sistema politico dispotico. 

Questo, naturalmente, ha effetti anche sulla vita quotidiana di tutti gli abitanti che saranno indotti in modo diretto o indiretto a badare esclusivamente alle piccole incombenze delle loro esistenze, al ménage famigliare e a come conservare il proprio lavoro. 

Infatti, una protagonista del libro a un certo punto dice: “…Del mio lavoro all’ università,  è brutto a dirsi ma è così,  mi vergognavo alquanto. Imbottivamo le teste degli studenti di menzogne, nella migliore delle ipotesi di mezze verità,  inorridivamo se qualche volta ci facevano delle domande.  Non sapevamo mai se ci stessero davvero chiedendo qualcosa o se si trattasse solo di una provocazione…”.

È il caso di evidenziare che, tra gli  esiti  della menzionata guerra civile, emerge una esasperata diseguaglianza sociale tale che coloro che fanno parte dei ceti poveri vengono confinati in  zone del Paese circoscritte con l’ unica preoccupazione che entrino il meno possibile in contatto con i componenti dei ceti privilegiati. Una diseguaglianza sociale codificata, ritenuta insormontabile, data una volta per tutte.

Uno dei protagonisti principali del libro è un certo dottor Kreutzer, psichiatra, che tiene quotidiane sedute psicoanalitiche, ma il vero scopo di tali sedute non è quello di guarire i pazienti. Il vero scopo è un altro e lo scoprirà il lettore. 

Inoltre, Kreutzer è una persona afflitta da una serie di ossessioni che vengono meravigliosamente e terribilmente raccontate dall’ autrice con qualche punta di ironia. Sì, anche di ironia perché il libro ha il pregio di una sua scorrevolezza, senza perdere una acuta finezza letteraria.

Sono davvero esilaranti le modalità con le quali la scrittrice descrive i rapporti tra il dottor Kreutzer e la sua famiglia, in particolare con la moglie, restituendo al lettore un idealtipo di una persona che fa parte dell’ ingranaggio tirannico a cui si è già accennato. 

Ma un aspetto del libro che va particolarmente sottolineato è il fatto che l’ autrice sia riuscita a raccontare come anche persone non esattamente in cima alla scala sociale, grazie a un abile intreccio di omertà e sottili ricatti creati astutamente dal regime, si rendono complici di ingiuste e illegali azioni che tornano utili alla costruzione di un consenso di massa.

Infatti, basti pensare che a un certo punto una donna che lavora in un ospedale afferma: “…La maggior parte delle volte portavano giù i pazienti nell’ ufficio dell’ interrato per fargli firmare vari documenti. Bisognava provvedere quando erano ancora fisicamente in grado di farlo, vale a dire quando gli si poteva ancora mettere in mano una penna…la maggior parte di chi scriveva le dediche redigeva una lunga e dettagliata confessione dei crimini commessi durante la guerra civile, risarcendo spontaneamente lo Stato con la cessione di beni mobili e immobili…”.

Non manca l’ indicazione degli effetti di una certa campagna sovranista, così egemone di questi tempi, a tal punto che una donna dice (al lettore il compito di scoprire chi): “…c’erano alcune parole che la signora… era in grado di pronunciare solo con voce strozzata o accompagnandole con determinati gesti e mimica. Una di queste era la parola “straniero”. Quando in un dato contesto capitava questo termine, lei abbassava la voce e pronunciava la parola in modo sommesso, con prudenza, come un monaco medievale il nome di Satana, quasi a temere che al proferirla la persona potesse materializzarsi là, nel soggiorno…”.

La Tóth riesce a far percepire al lettore anche un tipico clima dei regimi assolutistici facendo riferimento a una certa entità, superiore a tutto e a tutti, che per l’intero libro viene indicata solo con un acronimo: “GUN”. E solo alla fine del libro viene svelato (anche questo lo scoprirà il lettore proseguendo la lettura). Può sembrare una cosa di poco conto, invece, a parere del sottoscritto, questo artificio letterario, considerato il contesto, rende l’intera narrazione ancora più immersa in una realtà sinistra, fortemente foriera di angoscia se non di terrore.

La lettura de “Gli occhi della scimmia” è stimolante. Ci pone di fronte a gravi domande sul presente e sul futuro prossimo. Ci fa assaporare cosa possono diventare, e in parte già sono diventate, le nostre vite in un contesto sociale e politico opprimente.

Vincenzo Vacca