Intervista a Roberta Lepri per “La gentile” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 8 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.8 Roberta Lepri, “La gentile” (Voland).

In un’epoca dove i diritti delle donne alla libertà di scelta, all’indipendenza e all’autonomia, in primis di pensiero, vengono urlati nelle piazze e nelle istituzioni affinché vengano ascoltati e rispettati, mi sono imbattuta nel romanzo La gentile, ultimo lavoro di Roberta Lepri, già vincitrice dal Premio Chianti 2024 con DNA Chef

L’opera, che si presenta come un romanzo storico, sottolinea la necessità delle donne che abitavano un tempo non troppo lontano da quello attuale di affermare, attraverso il garbo, la propria identità femminile e lottare per l’autodeterminazione. 

Da una raccolta epistolare e una ricerca documentale sulla figura di spicco di Alice Hallgarten Franchetti, l’autrice disegna una parabola universale sulla colpa e sulla redenzione. 
​Non si tratta di una semplice cronaca storica, ma di una narrazione di scavo che utilizza la parola per illuminare gli angoli bui dell’interiorità delle protagoniste. Roberta Lepri dimostra una scrittura elegante e puntuale, capace di declinarsi in registri differenti per restituire la distanza tra i due mondi rappresentati. 


Da un lato abbiamo Alice, figura storica realmente esistita, che vive la filantropia come un disperato tentativo di colmare un vuoto affettivo; il suo registro è alto, riflessivo, intriso di una malinconia colta e corredato da un femminismo sottile appena accennato, ma preponderante. Dall’altro c’è Ester, figlia di contadini, per la quale l’autrice adotta un registro più asciutto, crudo e pragmatico, specchio di una realtà dove la sopravvivenza non ammette fronzoli linguistici. 

​Il rapporto tra le due donne è una spirale di DNA: vicine ma mai sovrapponibili, unite da un senso di responsabilità che diventa maledizione. Questa complessa dinamica è narrata con un forte distacco analitico: l’autrice osserva e descrive le differenti derive dell’animo umano senza giudizio, lasciando che i fatti risuonino nei comportamenti delle due protagoniste. Se Alice si rifugia nel rimpianto e nell’autoindulgenza della propria solitudine dorata, Ester incarna una cenerentola moderna che non aspetta il principe, ma impara a mettere da parte la gioia “come il grano in estate”, consapevole della sua estrema rarità e cogliendo il buono anche nella sventura con un coraggio senza pari.

Metafora del racconto è l’uroboro, simbolo di un’energia che si consuma e si rigenera, proprio come il legame indissolubile tra la baronessa Alice Hallgarten Franchetti e la giovane Ester, così come la forza di quest’ultima che riesce a rialzarsi con dignità anche in situazioni di estrema avversità. 


​Nonostante lo sfondo sia ricco di eventi cruciali (dalla Prima guerra mondiale all’ascesa del fascismo, fino alle ferite del secondo dopoguerra) la storia non schiaccia, ma funge da reagente chimico che svela la vera natura dei personaggi e ne caratterizza i dettagli. 

“La vita cambia di colpo e tu credi che non riuscirai a sopportarlo. Invece ti abitui e vai avanti. Poi, dopo un po’, quello che all’inizio pareva assurdo diventa normale. Continuare senza impazzire ha comunque un prezzo.” Questa citazione riassume la filosofia dell’opera: l’adattamento come forma di sopravvivenza, ma anche come mutilazione dell’anima. 

​Centrale è il tema della famiglia, come in altre opere dell’autrice, intesa non come luogo di accudimento ma come fonte di ferita e tradimento. Il romanzo ci ricorda che la cicatrice inflitta da chi dovrebbe amarti è l’unica da cui non si può fuggire, nemmeno attraverso la filantropia o la ricchezza. 

La riflessione disincantata del finale è tanto sconcertante quanto vera: la vita è assurda e necessitiamo tutti della qualità dell’arrendevolezza di fronte agli eventi, una “gentilezza consapevole”, ascetica, filosofica, quasi buddista, che permette di cogliere piccole sfumature di colore in un’esistenza segnata dal buio di sofferenze e sogni infranti. 

La gentile è un romanzo che racconta la vita vera e che interroga il lettore sul costo della benevolenza e sulla crudeltà dell’esistenza. Roberta Lepri ci consegna una storia dove non ci sono vincitori, ma solo esseri umani che cercano di non soccombere sotto il peso del proprio destino. 
È un passaggio perfetto per chiunque voglia capire come il passato continui a vibrare nel presente, proprio come un filo intrecciato in un telaio antico.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Viktorie Hanišová: “Ricostruzione” (Voland, 2025, trad.Letizia Kostner), di Rita Mele

Se a noi de Il Randagio fosse dato di accompagnare il titolo del terzo libro di Viktorie Hanišová con una frase d’impatto e un sottotitolo, suonerebbero così: Ricostruzione: la fragilità come forza. Un romanzo che trasforma il trauma in scrittura, esplorando maternità sofferenti, ruoli di genere e memoria familiare. Pubblicato nel 2019 in Cechia, patria dell’autrice, arriva fresco di stampa nella traduzione italiana di Letizia Kostner per i tipi di Voland, nella collana AmazzoniRicostruzione si inserisce così nella chiusura, ci auguriamo momentanea, del triangolo letterario in cui Hanišová ha esordito nel 2015, dieci anni in cui la sua voce è stata conosciuta e apprezzata da critica e lettori, nelle dodici lingue in cui i suoi tre libri sono stati tradotti.

Sebbene l’autrice non dichiari il romanzo come puramente autobiografico, alla lettura emergono in filigrana la sua formazione e il suo background, fonti d’ispirazione evidenti per i temi trattati. Nata a Praga nel 1980 e laureata in lingue e letteratura ceca all’Università Carolina, Hanišová conosce a fondo la società e la storia del suo paese, in particolare il periodo post-comunista, e lo trasmette nella precisione con cui descrive l’atmosfera e le dinamiche sociali che accompagnano il trauma intergenerazionale della protagonista Petra. La narrazione della casa di famiglia e della provincia ceca, che accompagna il lettore lungo le 300 pagine del romanzo, cattura incessantemente mente ed emozioni, esplorando il peso dell’eredità storica e familiare sulla generazione nata a ridosso del crollo del comunismo.

Hanišová, che è più di una scrittrice, si è cimentata con successo anche come traduttrice ed è docente di lingue ed esperta filologa. Tra i suoi interessi si annovera la psicologia, che nei suoi tre romanzi emerge con chiarezza e senza forzature, con dovizia di dettagli appropriati. In Ricostruzione, la vivida analisi del trauma, dell’anoressia e dell’autolesionismo nel percorso della giovane protagonista suggerisce l’attenzione dell’autrice alla psicopatologia e al modo in cui traumi familiari non risolti si manifestano nel corpo e nel comportamento.

«Tutte le famiglie felici sono uguali; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.» Così apre Anna Karenina di Lev Tolstoj, e con questa frase risuona immediatamente l’esperienza raccontata da Hanišová in Ricostruzione, un romanzo scritto da una bambina di nove anni che cresce nello sguardo, nella percezione della realtà e nella qualità della coscienza, più che anagraficamente. La voce è fragile, frammentaria, incapace di nominare il trauma se non attraverso approssimazioni, silenzi e scarti improvvisi. Nel corso del romanzo si vede come il trauma frantumi la memoria e arresti la crescita, costringendo la coscienza a un linguaggio schematico, quasi diagnostico, simile a quello del DSM. Ogni trauma ha un suo linguaggio, e Hanišová lo osserva con lucidità poetica trasformandolo in scrittura narrativa.

La forza del romanzo risiede in questa prospettiva rigorosa: Hanišová rinuncia alla spettacolarizzazione del dolore e affida la narrazione a una lingua essenziale, frammentaria e misurata. Il ritmo della prosa, le pause, le ripetizioni e la precisione dei dettagli trasformano la lettura in un inventario emotivo: la protagonista annota con freddezza la propria “incapacità di concentrazione prolungata”, la tendenza a isolarsi, le oscillazioni emotive, come se compilasse schede cliniche della propria interiorità ferita. Ogni gesto quotidiano — il tremore delle mani, l’ansia che blocca la parola, il senso di colpa — diventa parte di un catalogo emotivo, mostrando con lucidità l’esperienza di una mente segnata dal trauma sin dall’infanzia. Il romanzo ci permette così di seguire Petra nei frammenti della sua esperienza interiore: la narrazione diventa lente attraverso cui osservare il mondo, le relazioni familiari e la memoria, trasformando la lettura in un vero e proprio inventario emotivo della fragilità e della resilienza.

I personaggi emergono attraverso lo sguardo analitico della protagonista: non ci sono antagonisti né figure salvifiche, ma riflessi, ostacoli intermittenti e frammenti di realtà da ricostruire. Il romanzo esplora con delicatezza le maternità sofferenti e le relazioni di genere: figure materne fragili o assenti, figure maschili distanti e legami che attraversano generazioni.

Attraverso il confronto tra presente e passato, Hanišová traccia un ritratto intenso dei ruoli di genere. Il femminile emerge nelle figure materne e femminili, spesso fragili o segnate da dolori profondi, confrontate con situazioni tragiche. Il maschile si manifesta in assenze, distanze emotive o rigidità comportamentale, contribuendo a modellare l’esperienza della protagonista e le dinamiche familiari. In molti casi, le figure parentali appaiono inadeguate o disfunzionali, incapaci di offrire protezione emotiva o stabilità, e diventano strumenti di trasmissione del trauma tra generazioni. Maschile e femminile si intrecciano e si influenzano reciprocamente, rivelando schemi di protezione, incomunicabilità e affetto in tutte le generazioni. In questo senso, la narrazione indaga anche come genere e qualità della genitorialità strutturino esperienze, crescita e relazioni familiari.

La lingua è asciutta, misurata, ogni parola scelta per restituire la sospensione del tempo interiore. 

La narrazione procede per accumulo, ritorni e frammenti, restituendo la percezione della memoria traumatica come pressione costante sul presente. Così, Ricostruzione diventa diario, inventario clinico e romanzo psicologico, dove la precisione dell’osservazione intensifica la soggettività.

Non è un caso se il romanzo dialoghi anche con le riflessioni pirandelliane sulla frammentazione della percezione e sull’inafferrabilità dell’altro: ogni sguardo, ogni gesto rivela mondi interiori complessi, come se le persone fossero spesso separate da un velo che solo la protagonista, nel suo osservare, tenta di sollevare. La chiusura del cerchio narrativo lo conferma con un’immagine potente e memorabile, quando Petra guarda come fosse la prima volta la foto della madre alla festa di Černošice:

Mia madre non guarda il suo presunto amante né fuori dalla finestra. Nella luce fioca e tremolante vedo che i suoi gelidi occhi celesti guardano diritto i miei.’

Questa frase finale non solo sancisce la presa di coscienza di Petra, ma concentra in un attimo il peso delle generazioni, dei traumi trasmessi e delle relazioni familiari complesse. La memoria familiare non si chiude mai: il passato ritorna, e con esso il carico emotivo di genitorialità spezzate e disfunzionali, rendendo il trauma tanto personale quanto transgenerazionale.

Collocato nella narrativa europea contemporanea, il romanzo dialoga con la tradizione centro-orientale dell’introspezione e della memoria traumatica. Lo stile ricorda, per intensità psicologica e introspezione, La campana di vetro di Sylvia Plath, mentre nel panorama ceco contemporaneo si colloca accanto a figure come Petra Hůlová, che esplorano con intensità la soggettività femminile e le dinamiche familiari e generazionali.

Hanišová valorizza la propria formazione e la storia personale per trasformare la sensibilità verso linguaggio e memoria in riflessione universale sul trauma e sulla ricostruzione di sé. La traduzione italiana, curata da Letizia Kostner, restituisce con cura pause, silenzi e delicatezza della lingua originale.

Pubblicato nella collana Amazzoni dell’editore Voland, Ricostruzione si inserisce perfettamente nella linea editoriale che valorizza voci femminili innovative, capaci di raccontare il trauma e la memoria con intensità poetica.

Leggere Ricostruzione significa confrontarsi con l’intimità della fragilità umana, la complessità delle relazioni familiari e di genere, le genitorialità disfunzionali e la transgenerazionalità del trauma. La parola diventa strumento di ricostruzione, la coscienza impara a sostenere il dolore, e il lettore partecipa a questa esperienza di sopravvivenza e maturazione. Per noi de Il Randagio si tratta di un romanzo indispensabile, che lascia un segno profondo e duraturo. Leggetelo ascoltando la voce narrante e la vostra voce interiore: vi aspetta un’esperienza emotiva e letteraria.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Sebastiano Martini: “Il frastuono del mondo” (Voland, 2025), di Valeria Jacobacci

La vicenda inizia sul Molo Audace, ci troviamo a Trieste, protagonista un agente immobiliare di cinquantacinque anni, una persona comune, fatta eccezione per una sensibilità particolare che gli fa volgere lo sguardo intorno cogliendo ogni sfumatura, ogni colore e, soprattutto, ogni suono, o, meglio, rumore.

E’ un fastidioso acufene il segnale di un disagio interiore più profondo, che emerge come una rimozione freudiana ostinata e intransigente.  Lo vediamo scrutare il Grattacielo Rosso, come lo chiamano i triestini, un grande palazzo del Novecento, Palazzo Aedes, oppure Palazzo Berlam, dal nome dell’architetto.

E’ lì dentro che Orlando dovrà entrare per svolgere il suo lavoro di intermediario per l’affitto di appartamenti, incarico ricevuto via internet dal Gruppo Generali che nel Palazzo ha sede. L’incarico non è particolarmente prestigioso né abbastanza remunerativo da giustificare il viaggio da Asti, città dove risiede. Inoltre non è il solo ad essere stato ingaggiato, un gruppetto di persone aspetta come lui l’ora dell’appuntamento. Orlando non si unisce agli altri, aspetta per conto suo che siano le tre e mezza in punto, orario dell’incontro. Il senso di estraneità è contemperato dall’aria profumata di salsedine che il vento solleva mitigando la calura di un’estate particolarmente afosa.

E’ questo il pregio dell’autore, porgere ogni senso all’immaginazione di chi legge, trascinandolo in una realtà virtuale che è il segreto della letteratura.

Con Orlando Ferrero siamo in piedi di fronte alla mole del Palazzo Rosso, in fastidiosa attesa, dominati dalla struttura e sul punto di sparirvi all’interno. Messaggi affettuosi partono dal cellulare e trascrivono non le impressioni ma la concretezza degli impegni e delle azioni di sempre, concludendosi con “Un bacio”. Quel bacio tranquillizzante interrompe il fastidio dell’acufene e dell’attesa.

Dopo l’appuntamento di lavoro Orlando è libero di gironzolare in città, sceglie come alloggio l’Hotel Tre merli, con accesso al mare. Perché non andare a fare una nuotata? Quello che per gli altri è svago e refrigerio per lui è oppressione e fastidio, non gli piace il chiasso dei bagnanti e quello sovrastante dei bambini, quando la pausa del pranzo li sostituisce con l’acciottolio di piatti e bicchieri non è ugualmente possibile sostituirli con lo sciabordio delle onde sugli scogli o con quello dello stridio dei gabbiani.

Ogni singolo rumore è insopportabile e amplificato, non serve coprirlo con la musica in cuffia, percepita come falsa, neanche il silenzio è possibile, perché allora il rombo del sangue nelle orecchie o del respiro si impongono petulanti e inarrestabili.

Dopo un breve riposo Orlando è per strada, in cerca di un posto appartato dove prendere un caffè lontano dai turisti. Gli affari si portano avanti senza troppi inconvenienti, fra il fastidioso ronzio dell’albergo e i giretti per una città bella ma oppressa dalla calura.

Solitudine e acufeni intervallati dai messaggi al cellulare. Che cosa ha realmente condotto Orlando Ferraro a Trieste? Un nome prende forma in una pagina del giornale “Il Piccolo”, sfogliato per caso al tavolino di un bar. E’ Simone Nardi. Si fa strada nel buio di un passato adolescenziale del tutto dimenticato. L’acufene incalza, bisogna consultare un otorino, perché non farlo nei tempi vuoti a Trieste, senza aspettare di far ritorno ad Asti?

Ci troviamo seduti in una sala d’attesa, ognuno seduto con un cellulare fra le mani, Orlando sofferma lo sguardo sulle pareti, dove sono esposte fotografie dell’artista Anne Gerdes. Bambini, di solito neonati o appena sbocciati nella corolla di un fiore, fiabescamente rappresentati dall’obiettivo della fotografa australiana, alludono a una possibile realtà di felice poesia.

Poi tocca sottoporsi alla visita, soddisfacente per l’udito di Orlando , definito perfetto, del tutto insoddisfacente per l’acufene, che non ha nessun possibile rimedio. Impossibile liberarsene.

Come è impossibile liberarsi del nome Simone Nardi. L’amico dei quindici anni emerge dal passato, è l’inizio di una serie di flash back.  Appuntamenti in un luogo convenuto per i compagni di scuola, “la fioriera”, sicuramente dotata di “muretto”, ad Asti, come nelle città degli anni ’70, un po’ ovunque in Italia. Amicizie e primi amori, una ragazza amata da entrambi, Orlando e Simone,  un futuro davanti e la passione condivisa per una chitarra, che Simone suona benissimo mentre Orlando sta provando  come si fa a ricavarne i motivi di moda. Poi una notte, un incidente. A Trieste Simone si è trasferito con la famiglia dopo quella notte che ha segnato un destino.

Sono passati quarant’anni ma, per quanto ci si possa illudere, il passato non passa, non come avevamo pensato che sarebbe passato. Impiccato e imbavagliato, un uomo che si chiamava Simone Nardi è stato ritrovato sotto un ponte. Che cosa l’ha indotto a uccidersi? Qualcuno l’ha ucciso? E’ possibile rintracciare la famiglia? Quale rapporto può esserci con l’antico incidente? Comincia così un thriller, non solo nell’intreccio della vicenda, ma nell’intimo della coscienza di Orlando Ferrero.

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Valentina Santini: “Latte guasto” (Voland, 2025), di Valeria Jacobacci

La  Maremma di Grosseto fa da sfondo a questa narrazione di Valentina Santini, classe 1983, scrittrice e sceneggiatrice di lavori televisivi, psicologa, editor e copywriter. L’indagine psicanalitica è peculiare di questo romanzo, interamente raccontato dall’interno di una coscienza, quella della protagonista, che ha perso la possibilità di rivelarsi attraverso le parole perché non ha voce per pronunciarle. Le parole in realtà ci sono e occupano tutto lo spazio esistenziale ma non servono a niente; la bambina, Viola, protagonista fragile e spettatrice di vicende più grandi di lei, ne è soffocata e oppressa ma incapace di liberarle dal profondo di se stessa: il mutismo selettivo, in seguito a un episodio traumatico, glielo impedisce.   Lo sfondo della vicenda è rappresentato dalle condizioni penosamente drammatiche di un piccolissimo centro, è Quattrostrade, vicino Ribolla.

In questa località, nel 1954, quarantatré persone morirono in un’esplosione di gas, avvenuto nella miniera di carbone Camorra, che fu in seguito chiusa. Nessuno risarcì le famiglie di quanti vi avevano lavorato ed erano morti. Si parlò di un semplice evento casuale. Il villaggio minerario della Montecatini era sorto intorno alla miniera e dopo l’incidente cessò di dare da vivere ai superstiti. Restavano i campi e gli orti.

Diversi anni dopo, in un orto entra Viola, che frequenta le scuole elementari e non si sente del tutto accettata dalla madre, cupa e schiacciata da una vita di donna tradita, e dal padre, amareggiato dall’aver perso il lavoro ed essere poi restato invalido in un incidente, presso la stazione di Scarlino, dove è operaio.

Viola entra in un giardino dopo la scuola per rubare ciliegie da dividere con l’amica del cuore, Sara. E’ una bambina come le altre ma entra in quel giardino e quando ne esce non parla più. Da quell’orto esce una piccola persona ingabbiata in un segreto che non può essere rivelato. La memoria però è intatta e le parole fluiscono in un quaderno che racchiude la sua storia. Su questa vicenda, la vita di una bambina confidata al suo diario, si riflettono il dolore e la solitudine di personaggi intrappolati in destini angusti e in drammi irrisolvibili. Al quaderno dell’infanzia segue quello dell’adolescenza e, infine, il terzo, destinato a chiudere la vicenda e a liberare le parole che dai quaderni voleranno fuori e saranno forse finalmente pronunciate.

Il pregio della scrittura di questo “Latte guasto” sta nel flusso del pensiero che trasporta il lettore nella mente di Viola e in qualche modo lo trasforma in Viola. E’ il mistero della mente umana, sede dell’individualità di ognuno, mai davvero comunicabile all’esterno. La mente è anche lo specchio dove si riflettono gli altri, spiati e indagati dalla singolare prospettiva di chi può solo congetturare sulla realtà altrui e su come funzionano le cose, come sono fatti i singolari meccanismi delle vicende umane.

Viola si porta dentro il suo segreto e contribuisce in questo modo alla rovina della madre, dentro di lei c’è invece l’unico desiderio di non farla soffrire e di proteggerla dalla verità. Bambini, adolescenti e adulti sono chiusi in compartimenti stagno dai quali è impossibile liberarsi. L’incomunicabilità è trasversale a età, temperamento e condizione sociale. Il padre e la sua amante sono adulti consapevoli della propria colpa, che nascondono per vergogna e rimorso; i ragazzacci, pronti alla violenza e allo stupro, sono rozzi e ignoranti, non possono crescere, troppo vigliacchi e istintivi. Paolo, unico personaggio positivo, è capace di amare Viola nonostante il suo mutismo ed è disposto a farlo anche a costo della vita. In scena entra anche la musica con la sua magia. Alla morte improvvisa del padre, Viola va a lavorare, come badante di una ragazza gravemente malata, in casa di un maestro di canto e pianoforte, del quale una delle allieve è Sara, l’antica compagna di scuola di Viola. La musica che arriva dal pianoforte non ha bisogno di parole per esprimersi ma Sara canta e le parole volano libere. Tuttavia nessuno è veramente libero, neanche la morte porta la libertà, i morti non sono mai davvero morti,  qualcosa di loro torna continuamente indietro.

Per fuggire via e ritrovare la voce, affinché le parole possano librarsi in libertà, c’è bisogno del fuoco, un fuoco liberatorio e purificatore. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Edurne Portela: “Maddi oltre il confine” (Voland, trad. di Giulia Di Filippo, 2025), di Silvia Lanzi

Il nuovo libro di Edurne Portela “Maddi oltre il confine” inizia come un monologo, anzi come una lunga preghiera a Dio, in cui la protagonista racconta di sé.

Una pennellata dopo l’altra, questo dialogo interiore ci restituisce Maddi, piano piano, e così il lettore si trova nel cuore della sua vicenda quasi senza accorgersene.

Credo che sia questo uno dei punti forti del libro: una narrazione che non soverchia, ma porta quasi per mano chi si accosta a questa storia che parla di una donna straordinaria che si dà da fare come corriere: in tempo di guerra – siamo negli anni ’40 del secolo scorso – inizia a contrabbandare beni voluttuari al di là del confine – in Spagna, per integrare i guadagni di un’attività non sempre florida. La sua vicinanza alla Resistenza, che all’inizio non la segna più di tanto, con il prosieguo della vicenda, complice anche la requisizione del suo hotel da parte dei nazisti, diventa la sua ragione di vita, e da tiepida simpatizzante ne diventa un membro molto attivo.

Maddi è una donna forte, insolita per quei tempi: divorziata, manda avanti un albergo con un socio molto più anziano di lei e, per sbarcare il lunario nei momenti di poco afflusso turistico si dedica ad un commercio non proprio legale. Molto religiosa, non manca mai alla messa domenicale dove viene regolarmente umiliata non potendo accostarsi all’eucarestia.

Insieme a lei ci sono tanti altri protagonisti che influenzeranno grandemente la sua vita: un figlio non esattamente suo, l’anziano socio (poi marito), varie figure della Resistenza da cui si farà coinvolgere un po’ alla volta (uno tra tutti il pizzicagnolo del suo paese), la nipote che la seguirà nella sua avventura, un sacerdote un po’ particolare…

Il racconto di Maddi, a cui la Portela dà un particolarissimo accento spesso drammatico ma anche ironico e forte, nasce da un incontro fortuito dell’autrice con un archivio storico dove è documentata, in modo spesso frammentario e contraddittorio, la vita di María Josefa Sansberro, nata a Oiartzun (una cittadina dei Paesi Baschi spagnoli) nel 1895 e che negli anni ’30 gestiva un albergo molto popolare ai piedi del monte Larrún, al confine tra Spagna e Francia.

È proprio per colmare alcune lacune e risolvere contraddizioni che la Portela ha iniziato ad inventare. Non ad inventare tout court, ma ad immergersi nel personaggio di Maddi per farne emergere tutta la complessità. E a compulsare decine se non centinaia di testi, tra cui studi, memoir, saggi, volumi, lettere e diari per dare spessore agli altri personaggi, ai luoghi e agli ambienti in cui si svolge la vicenda. Non contenta delle letture fatte, la Portela ha parlato a lungo con chi Maddi l’ha conosciuta e con figli e nipoti di chi, purtroppo, è morto nel frattempo.

Ne risulta un romanzo corale, in cui la fantasia e la verosimiglianza hanno riempito in modo superbo gli interstizi lacunosi e privi di documentazione. 

Una denuncia contro la barbarie dell’uomo, un memoir antifascista perché, afferma l’autrice, non è possibile non schierarsi.

Maddi diventa così la portavoce di tutti quegli individui, uomini e donne, che hanno concretamente fatto qualcosa contro l’atrocità nazista e di cui si sono perse tracce e nomi.

La storia di Maddi diventa una parabola e uno sprone per non dimenticare.

Edurne Portela ci accompagna in un luogo lontano, sia nello spazio che nel tempo, per farci conoscere una donna concreta, forte e testarda, una donna vera, che con le sue luci e ombre ci fa rivivere in modo privilegiato, uno dei periodi più bui della nostra storia recente.

Silvia Lanzi*

Edurne Portela presenterà “Maddi oltre il confine” a Napoli, alla libreria Luce di Lorenzo Marone giovedì 4 dicembre alle 18.30; e a Roma, alla Nuvola Centro Congressi dell’EUR (Sala Antares), il 6 dicembre alle 14,30 nell’ambito di “Più Libri Più Liberi”.

*Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).