Luigi Natoli: I Beati Paoli, di Sonia Di Furia

Nessun romanzo d’appendice fu mai tanto popolare quanto I Beati Paoli che Luigi Natoli, con lo pseudonimo di William Galt, scrisse appositamente per il Giornale di Sicilia, pubblicandolo in 239 puntate dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910. Qui viene proposto nell’edizione della Flaccovio editore che si fregia dell’introduzione di Umberto Eco (Rizzoli, nel 2024, ne ha proposto una nuova edizione con prefazione di Giorgio Vasta). 

L’autore si ispirò alle gesta dei componenti di una società segreta, il cui ricordo ancora oggi è mantenuto vivo da una costante tradizione orale; di una, quella dei Beati Paoli, che il popolo, con ostinazione, pretende essere stata formata da giustizieri e non da sicari.

Gramsci afferma che il romanzo d’appendice favorisce il fantasticare dell’uomo del popolo sull’idea di vendetta e punizione dei colpevoli dei mali sopportati; dobbiamo allora convenire che nel romanzo di Natoli ci sono tutti gli elementi per favorire tali fantasticherie e propinare un narcotico che attenui il senso del male.

Luigi Natoli, attento conoscitore della storia e dei costumi del popolo siciliano, non si limitò nella sua narrazione a prendere lo spunto delle leggendarie vicende della misteriosa setta, ma sviluppò l’intera trama del romanzo ambientandola con scrupolosa aderenza alla realtà storica e a quella topografica,  da cui l’azione dei numerosi protagonisti si discosta soltanto eccezionalmente e solo in quei pochi casi in cui esigenze letterarie lo impongono. Pochissimi i personaggi immaginari, ma anch’essi così abilmente inseriti nel carosello storico settecentesco da far sì che il lettore non distingua più la realtà dall’immaginazione.

Il romanzo di Natoli, sin dal suo primo apparire, fu seguito con grande interesse. Non entrò soltanto nelle case della povera gente e nelle portinerie delle abitazioni del medio ceto, ma conquistò l’interesse anche della borghesia siciliana. Per gli abitanti del quartiere del Capo, che per tradizione si ritenevano i legittimi discendenti della setta, il romanzo divenne al contempo sillabario e testo sacro, tenuto al capezzale del pater familias che, nelle lunghe sere d’inverno, ne leggeva i diversi capitoli a parenti e vicini che lo attorniavano ascoltandolo nel più religioso silenzio.

Il periodo in cui si svolgono i fatti narrati nel romanzo va dal 1698 al 1719. Esso segna una delle epoche più complesse per contrasti di idee e di principi. La guerra tra la Spagna e la Francia era finalmente cessata ma, dopo qualche anno, a Carlo III, morto senza lasciare eredi, era succeduto Filippo di Borbone, secondogenito del Delfino di Francia, che assunse il nome di Filippo V, riconosciuto ed acclamato a Palermo come re di Sicilia, inaugurando così il dominio della dinastia borbonica nell’isola, dove però esplodevano e venivano soffocate nel sangue sedizioni e rivolte.

Furono giustizieri o sicari i componenti di questa setta? Certamente l’uno e l’altro contemporaneamente. Giustizieri, quando operarono per vendicare delitti impuniti ed impedire soprusi; sicari, quando invece si prestarono ad eseguire vendette personali o allorché si servirono dell’alone di mistero che li circondava e dell’indubbio favore popolare per compiere delitti comuni.

Poche sono le notizie sulla setta dei Beati Paoli, ancora minori sono quelle relative ai suoi appartenenti. Si sa per certo che un famoso vetturino di nome Vito Vituzzu, probabilmente fu uno degli ultimi Beati Paoli. Il motivo per il quale i componenti della setta si chiamassero così e la data di inizio della loro attività rimangono alquanto incerti.

La Palermo settecentesca in cui sono ambientate le vicende è resa da Natoli, che si rivela profondo conoscitore della topografia coeva della città, in modo talmente reale da identificare perfino i più minuti particolari. Nel romanzo rivivono le piazze, le strade, i vicoli, i cortili, i palazzi dei nobili, i conventi e i monasteri, le misere abitazioni del popolo, ma anche la vita dei suoi abitanti, i loro usi e i costumi oggi i gran parte scomparsi.

All’inizio del XVIII secolo, epoca in cui, come già detto, si svolgono i fatti narrati, la città era ancora compresa entro la cinta muraria secentesca, ma era già scomparsa la sua divisione nei quartieri dell’antico nucleo punico-romano, del periodo arabo e di quello sorto sulle aree del naturale interramento dell’antico porto.  Sontuosi palazzi di nobili potenti, grandiosi complessi conventuali occupavano buona parte dell’area urbana. I poveri, gli artigiani, i piccoli borghesi si concentravano nelle umili abitazioni degli antichi quartieri dove gli artigiani, riuniti in maestranze e congregazioni, innalzavano altre chiese ai loro santi protettori. Vicino al quartiere militare sorgeva l’antica reggia normanna, palazzo del viceré; in una delle piazze principali aveva il suo palazzo il Tribunale della Santa Inquisizione con le sue tremende prigioni.

Ma le vicende, i fatti e le azioni che vengono narrati non riguardano soltanto la città che emerge dal suolo. C’è un’altra Palermo nascosta, fatta di grotte, di cripte, di lunghi e tortuosi cunicoli; una vera e propria città sotterranea misteriosa e sconosciuta; regno incontrastato dei Beati Paoli che qui avevano il loro tremendo tribunale e attraverso la quale raggiungevano ogni luogo interno ed esterno di Palermo.

Dov’era precisamente il tribunale dei Beati Paoli? Secondo la tradizione il luogo di riunione dei componenti la setta fu identificato in una cavità sotterranea esistente nel quartiere del Capo, in prossimità della chiesa di S. Maria di Gesù. L’ingresso alla Palermo sotterranea era fornito dal primo piano di un’abitazione privata, casa Baldi, attraverso una porticina che percorre la superficie che copre una grotta sottostante. Giunti a una grata di ferro si ridiscendono cinque scalini di pietra rustica che portano a un piccolo altare, anch’esso di pietra, al lato del quale si trova una piccola stanza oscura che funge da nascondiglio. Al centro, un tavolo sul quale venivano poggiate le carte degli atti e dei segreti di quei micidiali giudici. Da lì si entrava nella grotta principale dove si trova un’ampia camera con sedie lungo tutto il perimetro, nicchie e scansie alle pareti, per deporvi le armi sia da fuoco che da taglio. Qui si riuniva la setta a lume di candela allo scoccar della mezzanotte. Oltre all’ingresso di casa Baldi, la grotta aveva un altro accesso attraverso una porticina che si apriva nel vicolo degli Orfani, ancora oggi esistente.

Sarebbe facile considerare I Beati Paoli un prodotto tardo del romanzo storico, ma la chiave giusta per leggerlo sta nel considerarlo un esempio di romanzo popolare, i cui ascendenti sono Dumas, Siie, Gramegna. Le vicende narrate si svolgono a partire dal 1713. Cavalcando il suo scheletrico ronzino, lo spadone al fianco, Blasco di Castiglione, cuore tenero, buontempone e testa calda, fa il suo ingresso a Palermo. Volendo scoprire il segreto della sua nascita, incontrerà don Raimondo della Motta che, pur di cingere la corona ducale, ha commesso ogni tipo di crimine; la splendida e turbolenta Donna Gabriella, che sa cosa vuol dire amare fino a morire; lo sbirro Matteo Lo Vecchio, campione di scelleratezza; Violante, bella come un sogno di purezza; il misterioso Coriolano della Floresta. Scoprirà una città di palazzi arabi, di chiese spagnole, di fortezze normanne, con i suoi quartieri e le sue catacombe dove si riunisce la setta dei Beati Paoli.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Italo Calvino: “Lezioni americane” (Leggerezza), di Sonia Di Furia

Il 6 giugno del 1984 Calvino fu invitato ufficialmente dall’Università di Harvard, Cambridge, nel Massachusetts, a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures. Si trattava di un ciclo di sei conferenze da tenere nel corso di un anno accademico, che per Calvino sarebbe stato quello del 1985- 1986. Purtroppo, la morte lo colse mentre vi stava lavorando. L’edizione che qui si prende in considerazione è pubblicata da Mondadori con il sottotitolo “Sei proposte per il prossimo millennio” e uno scritto di Giorgio Manganelli. Poiché sui temi e l’elaborazione delle Lezioni Calvino non ha lasciato né scritti né interviste, si fa integralmente riferimento alla nota introduttiva scritta per la prima edizione, quella del maggio 1988, dalla moglie Esther Calvino.

Il termine Poetry significa in questo caso ogni forma di comunicazione poetica- letteraria, musicale, figurativa e la scelta del tema è totalmente libera. Le Norton Lectures presero inizio nel 1926 e sono state affidate nel tempo a personalità come T. S. Eliot, Igor Stravinsky, Jorge Luis Borges. Era la prima volta che venivano proposte a uno scrittore italiano. Questa libertà è stato il primo problema che Calvino dovette affrontare, convinto di quanto fosse importante la costrizione nel lavoro letterario. Una volta definiti i temi da trattare e alcuni valori letterari da trasmettere nel terzo millennio, cominciò a dedicare quasi tutto il suo tempo alla preparazione delle conferenze, arrivando a sviluppare idee e materiali per almeno otto lezioni e non soltanto le sei previste e obbligatorie. Al momento di partire per gli Stati Uniti, delle sei lezioni ne aveva scritte cinque. Manca la sesta, Consistency, l’avrebbe scritta ad Harvard. Naturalmente queste sono le conferenze che Calvino avrebbe letto. Ci sarebbe stata certamente una nuova revisione prima della stampa, ma senza importanti cambiamenti. Le differenze tra le prime versioni e le ultime riguardano la struttura, non i contenuti. Questo libro riproduce il dattiloscritto come è stato trovato sulla sua scrivania, e in perfetto ordine, ogni singola conferenza in una cartella trasparente, l’insieme raccolto dentro una cartella rigida, pronto per essere messo nella valigia.

Calvino ha lasciato il testo senza titolo italiano. Aveva dovuto pensare prima al titolo inglese “Six memos for the next millennium” ed era il titolo definitivo. Impossibile sapere cosa sarebbe diventato in italiano.

L’autore dedica le conferenze ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che gli stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Cominciare e finire. In prefazione così dice: – Il millennio che sta per chiudersi ha visto nascere ed espandersi le lingue moderne dell’Occidente e le letterature che di queste lingue hanno esplorato le possibilità espressive e cognitive e immaginative. È stato anche il millennio del libro, in quanto ha visto l’oggetto- libro prendere la forma che ci è familiare. Forse il segno che il millennio sta per chiudersi è la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte della letteratura e del libro nell’era tecnologia cosiddetta postindustriale. La mia fiducia sul futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici. –

La prima conferenza è dedicata all’opposizione leggerezza- peso. Calvino sostiene le ragioni della leggerezza, non perché consideri le ragioni del peso meno valide, ma perché solo sulla leggerezza pensa di avere più cose da dire. 

Due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube o, meglio, un pulviscolo sottile o, meglio ancora, come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni. Alle origini della letteratura italiana ed europea queste due vie sono aperte da Guido Cavalcanti e Dante Alighieri.

Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può essergli rivelato in una visione indiretta.  La pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario (Dal sangue di Medusa nasce un cavallo alato, Pegaso). Perseo uccide Medusa, taglia la sua testa e la porta con sé; quando deve lavarsi le mani, la adagia delicatamente al suolo reso soffice da uno strato di foglie su cui stende dei ramoscelli nati sott’acqua (Ovidio, Metamorfosi, IV, 740-752). Quanta delicatezza d’animo serve per essere un Perseo, vincitore di mostri. Medusa è il mostro per antonomasia; la Gorgone con il potere di pietrificare chiunque incroci il suo sguardo; colei che evoca paure ancestrali e ha influenzato l’arte e la cultura nei secoli.

Edward Coley Burne- Jones: nascita di Pegaso e Crisaore (1885)

Si pensi alla raffigurazione di Perseo che uccide Medusa, in una metopa del tempio C di Selinunte (seconda metà del VI secolo a.C.); a una Medusa sul frontone occidentale del tempio di Artemide a Corfù (580 a.C.); allo scudo con testa di Medusa di Caravaggio (1590 circa) Galleria degli uffizi di Firenze; alla Medusa di Peter Paul Rubens (1618 circa) Kunsthistorisches Museum di Vienna; alla scultura Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini (1545-1554) Piazza della Signoria a Firenze; al busto di Medusa di Gian Lorenzo Bernini (1630- 40) Musei capitolini al Palazzo dei Conservatori; all’illustrazione Pegaso e Crisaore del Preraffaellita Edward Coley Burne- Jones (seconda metà del XIX sec.) Southampton City Art Gallery.

È evidente che per riuscire a parlare della sua epoca, Calvino ha dovuto fare un lungo giro, evocare la fragile Medusa di Ovidio e il bituminoso Lucifero di Montale (Piccolo Testamento).

È difficile per un romanziere rappresentare la sua idea di leggerezza, se non facendone l’oggetto irraggiungibile di quiete senza fine. Lo fa Milan Kundera ne “L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere”, che è un’amara constatazione dell’ineluttabile pesantezza del vivere. Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione: la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti.

In Lucrezio e in Ovidio la leggerezza è un modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e sulla scienza: la dottrina di Epicuro per Lucrezio; le dottrine di Pitagora per Ovidio. Ma in entrambi i casi la leggerezza e qualcosa che si crea nella scrittura, con i mezzi linguistici del poeta.

Nella novella del Decameron (VI, 9), l’autore presenta Guido Cavalcanti come un austero filosofo che passeggia meditando tra i sepolcri di marmo davanti a una chiesa. Invitato dalla gioventù fiorentina, ricca e gaudente, a fare baldoria, si rifiuta e con fare leggerissimo salta lontano e se ne va. L’agile salto improvviso del poeta- filosofo, che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostra che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero di automobili arrugginite. Non è un caso che il sonetto di Dante Alighieri ispirato alla più felice leggerezza “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io” sia dedicata a Cavalcanti.

Calvino conclude dicendo: – Spero innanzitutto d’aver dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

“Ricette Letterarie”: la Baklava da “Persepolis” di Marjane Satrapi, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana, la nostra Anne ci propone la ricetta della Baklava, un dessert dell’area balcanica e mediorientale, traendo ispirazione da “Persepolis”, la famosa graphic novel autobiografica scritta e disegnata dall’iraniana Marjane Satrapi.

*** LA BAKLAVA ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

✨ Ricette Letterarie: la Baklava di Marjane Satrapi ✨

Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Il dolce Baklava profuma di acqua di rose e cardamomo, con note di cannella e anice stellato che ne esaltano il ripieno di frutta secca, in particolare i pistacchi, che sono una specialità dell’Iran. È un dolce sofisticato e di effetto, ma se si acquista la pasta fillo già pronta non è particolarmente laborioso e risulta di facile esecuzione.

Dosi per una teglia in vetro rettangolare 27×18 (12 pezzi)

Tempo di esecuzione: 2 ore

INGREDIENTI

Per il ripieno

  • 200g pistacchi sbucciati e non salati
  • 100g di nocciole pelate e tostate 
  • 100g di mandorle pelate
  • 1 cucchiaino di cardamomo in polvere

Per la pasta

  • 25 fogli di pasta fillo (circa 300g)
  • 250g burro chiarificato (ghee)

Per lo sciroppo

  • 200g zucchero semolato
  • 120g acqua
  • 50g miele millefiori
  • 20g acqua di rose
  • Il succo di un mezzo limone con le sue zeste
  • Zeste di una arancia (non il succo)
  • 2 bastoncini di cannella e 2 anice stellato
  • Qualche stigma di zafferano

PROCEDURA

  1. Tritare la frutta secca separatamente utilizzando un mixer. Evitare di ridurre in polvere soprattutto i pistacchi e le nocciole. Le mandorle si polverizzano abbastanza facilmente, per cui prestare attenzione. Mescolare le mandorle con la polvere di cardamomo. Tenere da parte un pò di frutta secca per la decorazione. In particolare pistacchio.
  2. Sciogliere i burro in una casseruola e spennellare la base e i bordi della teglia con il burro fuso. 
  3. Disporre uno strato di pasta fillo sulla teglia e spennellarlo con burro fuso, poi ripetere l’operazione stratificando ed imburrando altri 10 fogli. In tutto si dovrebbero ottenere 11 stati imburrati. Non eccedere mai con il burro.
  4. Distribuire sulla base di pasta metà del ripieno di mandorle e nocciole, poi coprire con 2 fogli di strati imburrati e distribuire sull’ultimo strato i pistacchi. 
  5. Coprire con altri 5 fogli di pasta fillo imburrati e distribuire il resto delle mandorle e delle nocciole. Coprire con altri 2 fogli di pasta fillo sempre imburrati e distribuire i pistacchi.
  6. Completare con i fogli di pasta fillo rimanenti (5), spennellando sempre ciascuno con il burro fuso.
  7. Tagliare la superficie del Baklava in 12 pezzi (quadrati) utilizzando un coltello dalla lama affilata. Spennellare per l’ultima volta con il burro, in particolare fra i tagli e nei bordi per estrarre facilmente i dolcetti.
  8. Cuocere il Baklava in forno preriscaldato a 165°C per 50 minuti, fin quando la superficie del dolce diviene dorata.

Nel frattempo preparare lo sciroppo:

  1. In una casseruola dal fondo spesso mescolare lo zucchero semolato con l’acqua. Portare a bollore e mescolare con un cucchiaio di legno per fare sciogliere lo zucchero. Quando l’acqua arriva a bollore abbassare la fiamma e aggiungere il miele e il succo di limone. Lasciare addensare lo sciroppo a fiamma bassa per circa quindici minuti.
  2. Poi spegnere il fuoco e aggiungere gli aromi: l’acqua di rose, le stecche di cannella, l’anice stellato, lo zafferano e le zeste degli agrumi. Lasciare raffreddare lo sciroppo e poi filtrare il tutto.

Quando il Baklava è cotto, versare lo sciroppo freddo e filtrato assicurandosi di bagnare bene tutti i pezzi di dolce. Aspettare almeno quattro ore prima di servire e decorare a piacere con le mandorle, nocciole o pistacchi.

Marco Vitruvio Pollione: “Architettura” (Rizzoli, trad. Silvio Ferri), di Sonia Di Furia

Quando Marco Vitruvio Pollione, architetto romano del I sec. a.C., scrisse e dedicò il trattato “De Architectura” all’imperatore Cesare Augusto, si stava ideando una nuova strutturazione urbana della città di Roma, che fosse adeguata ai suoi compiti di grande capitale, in un momento storico in cui la costruzione degli edifici di maggior rilievo dimostrava l’enorme disponibilità di denaro, materiali e manodopera di cui poteva disporre l’autorità pubblica.

Il testo viene qui proposto nella preziosa edizione BUR Rizzoli, classici greci e latini, anticipata da un’approfondita introduzione dell’insigne archeologo classico Stefano Maggi e presentata, tradotta e commentata dallo studioso del mondo antico e della storia dell’arte greca e romana Silvio Ferri. L’architettura e l’urbanistica sono tra le attività umane più legate alle strutture e agli organismi sociali e politici: lo sono state soprattutto nel mondo antico. Oggi tale legame tende a non essere più così stretto, pur rimanendo prioritaria la gestione del problema urbanistico – architettonico.  

Se si vogliono comprendere le società che ci hanno preceduto o persino il quadro della vita attuale, è necessaria una vera e propria archeologia dei tempi moderni e contemporanei. Non si tratta di ricostruire il passato in quanto tale, ma piuttosto di rinnovare una relazione tra forma e società. Nel mondo romano, più che nel mondo moderno, lo Stato modella lo spazio urbano secondo le proprie strutture ideologiche. Il potere è in grado di definire e dichiarare la propria ideologia politica anche attraverso architetture e complessi architettonici in cui si riconosca. Alla politica governativa, che enfatizza l’impegno nei servizi pubblici per creare un’impressione di solidità e ricchezza e di interesse e protezione nei confronti del cittadino, si associa in questo modo quella delle classi elevate che esprimono così il loro appoggio all’impero, in nome del mantenimento di un equilibrio da cui esse stesse traevano la sicurezza del loro ruolo.

 Non dobbiamo però pensare a un’immagine esclusivamente monumentale di Roma: i grandi complessi emergono entro il tessuto articolato e vario dell’edilizia residenziale, della complessità della rete viaria e dei servizi pubblici più minuti (botteghe, fontane, latrine). Il complesso dei fori imperiali rappresenta la massima emergenza urbanistica della capitale dell’impero, ma tutta Roma viene caratterizzata, nell’arco di tempo che vide la loro realizzazione, da edifici che per il loro alto valore rappresentativo ne definirono l’immagine grandiosa destinata a durare nei secoli.

Nel tentativo di sistematizzare una materia contraddittoria ed estremamente varia, Vitruvio tratta di templi e teatri, di piazze e ginnasi, di porti e case private; stabilisce relazioni tra le misure del corpo umano e le dimensioni degli edifici e le loro proporzioni; esamina la formazione e la cultura dell’architetto, facendovi confluire più tradizioni; espone la sua teoria urbanistica della formazione della città, con la costruzione delle mura, la disposizione delle strade in funzione dei venti, la distribuzione degli spazi e degli edifici pubblici; dedica un intero capitolo all’idrologia e all’idraulica e l’ultimo alla meccanica.

In un primo momento Vitruvio non osa pubblicare i suoi “prolissi ed astrusi scritti sull’architettura”, come egli stesso li definisce, nel timore di incontrare il disappunto dell’imperatore, vedendo poi che egli ha cura, non solo del bene di tutti e dello Stato, ma anche degli edifici pubblici, stima che sia arrivato il momento di pubblicare l’opera. Questo trattato rimane l’unico di architettura antica a noi pervenuto e conserva intatto il fascino del passato, insieme al dibattito su chi pensa che l’architettura debba possedere regole ben definite e chi crede che si possa fare tutto sotto l’ispirazione della pura fantasia. Rimane la convinzione che pensare storicamente porta al recupero della dimensione umana del vivere, che è poi quello di cui ha bisogno una cultura che rischia di inseguire troppo i tecnicismi.

Così come già detto, per l’architettura e l’urbanistica, due facce della stessa realtà, non si tratta di riesumare l’esempio dell’antico, ma di considerare storicamente e criticamente una lezione che gli antichi sono ancora in grado di trasmetterci. Questo ha fatto un grande spirito moderno dell’architettura del secolo scorso, Le Corbusier, che visitando la città di Pompei guardò, fotografò, disegnò, annotò, ma soprattutto misurò. E poi scrisse: – Le misure sono la causa di questa bellezza – aggiungendo che la rilettura antiaccademica dell’antico gli aveva svelato i principi basilari della modernità. 

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Intervista a Michele D’Ignazio autore di “Fate i tuoni”, di Cristina Marra

A volte è necessario incresparsi come il mare e diventare tumultuosi come il cielo per evitare l’indifferenza e seminare poesia”.

Con “Fate i tuoni” (Rizzoli)  Michele D’Ignazio torna in libreria e racconta la storia corale di un paesino della Calabria affacciato sul mare che farà incontrare i due giovani protagonisti Murad e Zaira. Col suo stile unico e il suo giocare con le parole l’autore ci invita a scatenare tempesta, a farci sentire e ad allargare le braccia per accogliere come fa il mare quando si lascia raggiungere dai piccoli di tartaruga Caretta Caretta che in questa storia sono un esempio da seguire e un patrimonio da proteggere.  

    

Michele benvenuto su Il Randagio. La prima domanda ti calza a pennello: quanto ti senti un autore randagio?

Tanto. Oltre che scrivere mi piace molto viaggiare. Ho un passato un po’ fricchettone, di viaggi fatti con amici, spendendo poco o quasi nulla. Sono stati un grande insegnamento per me, una palestra di vita, un’inesauribile fonte di ispirazione. Adoro i cani e ogni volta che vedo un randagio ammiro la loro libertà e il loro vivere alla giornata.

La storia di “Fate i tuoni” comincia da un frammento di barca?

Esatto. È un dono che mi hanno fatto alcuni anni fa e io lo considero un amuleto, per due motivi: innanzitutto, osservandolo e toccandolo, è come se mi facesse vedere ciò che è successo su quella barca, come se fossi stato lì, durante il lungo viaggio sul mar Mediterraneo e nei momenti concitati dello sbarco. In secondo luogo, perché mi ha tenuto ancorato a questa storia: a volte me ne allontanavo, seguendo tanti altri progetti, ma quel piccolo frammento di barca mi ricordava che dovevo scrivere questo libro. 

La storia del romanzo rimanda a una celebre frase di Carlo Levi a te cara “Il futuro ha un cuore antico”. Il passato deve servire per costruire bene il futuro? 

Io volevo raccontare una storia bella, così come è stata l’accoglienza degli abitanti di Badolato quando, nel lontano 1997, avevano ospitato nelle case del paese vecchio tantissime persone sbarcate con la nave Ararat. Davanti a ciò che è successo a Cutro rimane un senso di amarezza e rabbia, perché non tutti, purtroppo, hanno avuto il destino felice di Murad, uno dei due protagonisti di “Fate i tuoni”. Non tutti, su quella barca, sono riusciti a raggiungere la costa.

In questi ultimi anni, si sono fatti dei passi indietro e la mia speranza, e uno dei motivi per cui ho scritto il libro, è che si possa tornare a quello spirito solidale e a quella genuinità che hanno ispirato “Fate i tuoni”, rispecchiandosi nelle persone che vivono d’amore, in Calabria, e non solo qui, e che tutti i giorni, lontani dai riflettori, fanno sì che il mondo sia un posto bello e accogliente, un posto dove i bambini possano sorridere e giocare. 

La tua è una storia di terra e di mare?

Sì, c’è un continuo scambio tra il mare e la terra. Vengono lanciate in mare 302 bottiglie con dentro un messaggio e dopo pochi giorni sbarcano 302 persone. Con la schiusa delle uova, 92 piccole tartarughe raggiungono il mare e, dopo pochi attimi, 92 persone raggiungono la costa. Tutto è collegato. Tutto, a suo modo, comunica. Accoglie e restituisce. In un mondo che va troppo di fretta e sembra essere unidirezionale, a volte ce ne dimentichiamo.

Prologo, diviso in tre parti e con Epilogo, il romanzo può considerarsi anche a finale aperto, in progress?

Io amo i finali aperti. Questo in realtà, rispetto ad altri miei libri, lo considero abbastanza compiuto. In ogni caso, non so ancora se ci sarà una continuazione. Non lo sapevo quando ho pubblicato “Storia di una matita”, che poi ha avuto due seguiti. Così come non lo sapevo quando è uscito “Il secondo lavoro di Babbo Natale”, anch’esso poi diventato trilogia. Vedremo…


Sei anche un grande lettore, quali sono i libri che ti hanno segnato e ai quali non rinunceresti mai?

Ce ne sono tantissimi. Forse uno di quelli che mi ha segnato di più è “Martin Eden” di Jack London.
Racconta la vita di Martin Eden, un passato da marinaio, senza aver frequentato mai una scuola, che un giorno legge per caso un libro di poesie. E gli piace, gli piace tanto. E si mette a scrivere. Scrive cose belle, ma vengono rifiutate da ogni editore. Scrive ancora e manda agli editori e viene sempre rifiutato, per lo più perché fuori dagli ambienti letterari. Accumula rifiuti e viene respinto anche dalla ragazza di cui è innamorato. È una vita di rifiuti. Il mondo, tutto il mondo che ha intorno, gli sembra sbagliato, ipocrita. Però la cosa incredibile è che Martin Eden anziché demoralizzarsi, acquista forza da questi rifiuti, sembra che tutte le sfortune gli diano sempre più forza. Si fa in quattro, in otto, lavora come un matto di giorno e scrive senza pause di notte. È stupefacente! Quando lo lessi, intorno ai 24 anni, mi immedesimai totalmente in quel personaggio, vissuto 100 anni prima di me, in California. E ne trassi forza! Mi insegnò il coraggio, a volte l’ostinazione. E la grande fiducia nelle proprie capacità. Infine, per concludere, va detto che ha un finale sconvolgente. Un libro da leggere ancora oggi, soprattutto oggi, in un’epoca in cui spesso si cercano (e vengono esaltate) facili scorciatoie.

A quale dei personaggi che racconti senti di somigliare di più?
Direi a Nik, un’artista che mette la sua arte a disposizione della comunità e che crede in un mondo migliore.


“Fate i tuoni” ha tante parole conchiglia, ne regali una ai lettori de Il randagio?
Le parole-conchiglia sono quelle parole che, a poggiarci l’orecchio, scopri che contiene in sé il suono dolce di un’altra parola. Vi regalo “abbandono”: dentro accoglie la parola “dono”. Quasi una contraddizione! Chi può pensare all’abbandono come a un dono? Eppure il paese vecchio che descrivo nella storia, ormai abbandonato, può essere donato. In qualche modo, può diventare un regalo. Ma per chi?

Cristina Marra