Budapest, 23 ottobre 1956

Settant’anni fa, il 23 ottobre 1956, Budapest si sollevò contro la dittatura e la presenza militare sovietica. Fu una rivoluzione breve: in meno di due settimane fu soffocata dai carri armati e dall’aviazione dell’Armata Rossa, inviata da Mosca sotto il comando del maresciallo Ivan Konev. Ma quei quindici giorni di sollevazione popolare divennero uno dei simboli più alti della lotta per la libertà e la democrazia nell’Europa del Novecento.

I primi a scendere in strada furono gli studenti, li seguirono operai, intellettuali e larghe fasce della popolazione. Chiedevano libertà di opinione e di stampa, riforme politiche ed economiche, elezioni a scrutinio segreto e il ritiro delle truppe straniere. Molti auspicavano il ritorno di Imre Nagy, il primo ministro che aveva già guidato una breve stagione di riforme nel 1953-55.

Per alcuni giorni Budapest sembrò assumere un volto inedito e umano. Si aprivano spazi di discussione, si liberavano prigionieri politici, rinacquero giornali e riviste, si costituirono consigli operai e comitati che prendevano in mano la gestione delle fabbriche.


Ma all’alba del 4 novembre arrivò la reazione sovietica. Con un intervento di grande portata — secondo le stime più diffuse, circa 150 mila uomini e 2.500 carri armati, sostenuti dai bombardamenti dell’aviazione — la capitale fu riconquistata, la resistenza stroncata e, per dirla con la lingua dei dirigenti sovietici, fu “ripristinato l’ordine”. Il governo di Imre Nagy, che aveva annunciato l’intenzione di portare l’Ungheria fuori dal Patto di Varsavia, cadde. Nagy fu processato con l’accusa di alto tradimento e giustiziato nel giugno 1958.

I costi di questa breve guerra civile furono enormi: secondo le ricostruzioni storiografiche più accreditate morirono circa tremila persone, migliaia furono i feriti, decine di migliaia gli arrestati e i processati. Circa 250 mila ungheresi lasciarono il paese.

In Italia la repressione provocò uno sgomento profondo. Numerosi intellettuali e militanti comunisti, o vicini al PCI, cominciarono a rivedere le proprie certezze sul modello sovietico e sui regimi dell’Est. Mentre Togliatti e la direzione del partito giustificavano l’intervento sovietico, molti iscritti e simpatizzanti (inclusa la CGIL di Di Vittorio) contestarono apertamente la linea ufficiale.
Si schierarono contro l’invasione, tra gli altri, Elio Vittorini, Natalino Sapegno e Italo Calvino, ma anche Alberto Moravia, Eugenio Montale, Ignazio Silone e Carlo Cassola. Vittorini, Sapegno e Calvino furono tra i firmatari del cosiddetto “Manifesto dei 101”, un documento collettivo che chiedeva al partito di riconoscere la natura popolare della rivolta e di condannare l’intervento armato.

Il Manifesto affermava, tra l’altro, che in Ungheria non si trattava di un putsch né di un movimento organizzato dalla reazione, ma di “un’ondata di collera” nata dal disagio economico, dall’amore per la libertà e dal desiderio di costruire il socialismo secondo una via nazionale. Consegnato a l’Unità, il documento non fu mai pubblicato dal quotidiano del partito.

A settant’anni dalla rivolta, i fatti ungheresi del 1956 restano un punto di riferimento per chi ha a cuore ogni forma di opposizione ai regimi autoritari.

L’immagine dei giovani nelle piazze di Budapest conserva un’attualità sorprendente. In queste settimane, in molti paesi europei democratici, altri studenti, altri lavoratori manifestano per la casa, per la scuola e l’università, per il salario, contro la guerra, per un futuro meno incerto. Le loro istanze sono profondamente diverse da quelle del ’56, e sarebbe fuorviante forzare similitudini storiche. Resta però una costante tra quei giovani e quelli di oggi: la convinzione che il presente e il destino possano essere cambiati, e che la piazza sia ancora un luogo dove rivendicare il futuro.

Per approfondire:
• György Dalos, Ungheria, 1956, Donzelli — una ricostruzione asciutta e documentata della rivoluzione e della sua repressione.
• Victor Sebestyen, Budapest 1956. La prima rivolta contro l’impero sovietico, Rizzoli — una narrazione storica accessibile, attenta ai protagonisti e al contesto internazionale.
• Luciano Canfora, 1956. L’anno spartiacque, Laterza — utile per collocare l’Ungheria nella crisi del comunismo internazionale e nelle reazioni della sinistra europea.
• Sándor Kopácsi, Abbiamo quaranta fucili, compagno colonnello, Edizioni e/o — la testimonianza di un protagonista della rivoluzione, ex capo della polizia di Budapest.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.