Intervista a Maddalena Crepet per “Dall’anima in su” (Armando Editore, 2025), di Loredana Cefalo

Oggi, cari Randagi, vi presentiamo un’autrice che ci sta particolarmente a cuore, Maddalena Crepet

Laureata in Storia contemporanea, Maddalena sarà una delle nuove firme del Randagio, portando il suo contributo alla divulgazione culturale che ormai da più di due anni la rivista fa con successo e soddisfazione. 

Ho conosciuto Maddalena Crepet nella realtà social, le nostre curiosità si sono incrociate nello stesso momento e ci siamo immediatamente ritrovate sullo stesso filo narrativo, così eccoci qui. 

Prima di presentarvela, mi preme raccontarvi del suo secondo lavoro come autrice, Dall’anima in su (Armando Editore), una raccolta di otto racconti che hanno come fulcro una gioventù inquieta, colta in momenti di passaggio. Non è una narrazione che cerca il colpo di scena, ma piuttosto un’indagine atmosferica sui sentimenti. 

​Come nel suo romanzo d’esordio la Crepet utilizza un fondo storico che non sovrasta mai le vicende private. Fascismo, anni di piombo, realtà attuale restano nel retroscena, appena accennati, servendo più come coordinate emotive che come vincolo narrativo. Questo permette ai racconti di restare focalizzati sull’interiorità dei personaggi, pur essendo ben radicati nel loro tempo. 

La cifra stilistica più evidente è la fluidità tra narrazione e parlato. L’assenza di una demarcazione netta nei dialoghi crea un effetto di fusione: le voci dei personaggi si mescolano tra loro, rendendo la lettura un’esperienza dove i confini individuali tendono a sfumare. 

Anche la romanità emerge a tratti: si passa da pennellate delicate a un linguaggio più crudo e diretto, tipico della realtà urbana. I luoghi non sono semplici sfondi, ma spazi vissuti che il lettore ha l’impressione di attraversare realmente, sentendone il rumore e l’attrito. 

Il filo conduttore è spesso legato all’abbandono, al sentirsi inutili, alla ricerca di un posto nel mondo. È una scrittura che procede per sottrazione, lasciando molto spazio all’interpretazione di chi legge. 

​Nel complesso, il lavoro della Crepet si distingue per una voce originale che preferisce il sussurro al grido, costruendo un mosaico di vite che appaiono, per quanto brevi, estremamente concrete. 

Dopo averlo letto ho voluto farle qualche domanda, per conoscerla e farvela conoscere meglio.

La tua formazione accademica è radicata nella Linguistica e nelle Lettere Moderne. In che modo lo studio analitico della lingua ha influenzato la creazione dei tuoi lavori letterari? 

Intanto ci tengo a ringraziarvi per l’invito, sono entusiasta di poter far parte di questo gruppo di randagi! Venendo alla domanda, non è forse un caso che la parola che più vi caratterizza nel vostro progetto creativo, ossia, appunto, “randagio”, sia un termine a cui sono molto affezionata anche io. Questo per rispondere indirettamente alla questione posta, e, più direttamente, gli studi di Linguistica, e più in particolare, quelli di Antropologia linguistica, la disciplina in cui mi sono laureata, hanno influenzato tantissimo non solo il mio approccio alla parola, scritta e orale, ma anche a ciò che la parola, in quanto segno, porta con sé: l’aspetto semantico, quello culturale, perfino quello psicologico. Più a livello strutturale, sicuramente gli studi di Fonetica, Fonologia e Sintassi hanno formato proprio la rigida griglia entro la quale mi muovo anche quando scrivo.

Dopo gli studi universitari, hai frequentato il biennio alla Scuola Holden. Qual è l’insegnamento più prezioso che hai portato via e come ha trasformato l’approccio alla tua scrittura? 

Mai scrivere di sé stessi ahahah. Ho avuto il privilegio di avere un ottimo, e soprattutto molto schietto e diretto, maestro, Andrea Tarabbia. Ci diceva che nella maggior parte dei casi, quando raccontiamo gli affari nostri non interesseranno a nessuno… è una lezione che non ho mai dimenticato e che ha fatto sì che affinassi la penna per far trapelare il meno possibile l’autobiografismo insito nella scrittura… perché, diciamocelo, uno scrittore che non sia egoriferito è come una zebra senza strisce!

Oggi lavori come consulente editoriale e ufficio stampa. Abitare quotidianamente il mondo dell’editoria è più un aiuto per comprendere i meccanismi narrativi o un limite alla spontaneità creativa? 

Sarò sincera, quando ho iniziato a lavorare nel mondo editoriale come ufficio stampa, quindi esattamente dall’altra parte del tavolo, non l’ho vissuta sempre bene. Mi sentivo di avere una grande fortuna sì, lavorare a diretto contatto con grandi penne lo è, ma al contempo mi sentivo inadatta, come se non stessi ancora nel mio. Poi, quando ho ripreso a scrivere, le cose sono cambiate. Ho visto quel lavoro non come una privazione, come un giudizio, ma come un arricchimento anche per la mia di scrittura. E così ho finito di scrivere quello che poi è diventato il mio romanzo d’esordio, Ci siamo traditi tutti (Solferino, 2024). 

Oggi rivedo tutta quella esperienza, quella gavetta, come un pozzo a cui attingere costantemente. 

In Dall’anima in su, i racconti sono accompagnati dalle illustrazioni di Sergio Kalisiak. Come è nata questa collaborazione “a quattro mani” e in che modo le immagini riescono a dare corpo a quelle atmosfere che descrivi come a tratti forti e a tratti delicate? 

Io e Sergio ci siamo conosciuti all’interno della redazione di una rivista letteraria che pubblica racconti inediti di vari autori. Quel mese, io ero fra quelli, e Sergio aveva illustrato un altro racconto. Ci siamo studiati da lontano, e poi ci siamo messi in contatto. All’inizio l’idea era di fare un unico, nuovo racconto illustrato, poi abbiamo pensato in grande, ed è nata la raccolta di racconti. Ci siamo entrambi dati completamente carta bianca, lui non ha vincolato creativamente me, io non l’ho fatto con lui; una volta finita la stesura gli ho consegnato tutti i racconti, e lui si è lasciato ispirare. Ciò che è venuto fuori è stata una specie di fusione perfetta, le illustrazioni, con i loro tratti un po’ noir, restituivano benissimo l’atmosfera della mia scrittura. L’armonia è stata immediata e fortunata.

Quanto è stata importante l’osservazione del mondo giovanile per delineare i personaggi del tuo libro e quale ritieni più vicino a te? 

L’osservazione credo sia parte integrante e fondamentale del mio lavoro. Se non osservi, di cosa scrivi? 

Il mondo giovanile è da sempre per me una grande fonte d’ispirazione. Mi piace restituire un’immagine quanto più autentica degli stati d’animo dei giovani, dei loro turbamenti, delle loro inquietudini, dei loro sogni. È stato così anche nella scrittura del romanzo, lo è stato a maggior ragione per i racconti, e lo è ancora di più per il secondo romanzo a cui sto lavorando.

Il racconto a cui sono emotivamente più legata è Mon amour, une cigarette? Sicuramente i due protagonisti mi sono rimasti dentro.

So che stai ultimando il tuo prossimo lavoro letterario. Puoi anticipare qualcosa ai nostri lettori randagi? 

Proprio così. Si tratta, come in parte già detto, di un romanzo non più a base storica, come Ci siamo traditi tutti, ma sempre molto legato al mondo dei giovani. È un romanzo, se vogliamo, di formazione, che gioca con gli strumenti della metanarrazione, ed è anche sicuramente un romanzo corale, malgrado la voce narrante sia unica, quella di un ragazzo di ventisei anni. Ciò che ci racconta attraverso il suo sguardo però è una realtà complessa, fatta di più voci, di più visioni. È un romanzo che prova a raccontare il difficile passaggio, nel mondo contemporaneo, dall’età della giovinezza alla fase adulta della vita.

Grazie Maddalena per la tua disponibilità e la tua iniziativa e non vediamo l’ora di leggerti fra le pagine della rivista.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

“Ricette Letterarie”: Le ciambelle di Anton Čechov, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone le ciambelle di Anton Čechov, ispirate al racconto “Incubo” (Košmar, “Novoe vremja”, 29 marzo 1886), tratto dalla raccolta “Čechov, Racconti”, nell’edizione Garzanti in due volumi a cura di Fausto Malcovati. Il racconto ruota intorno alla figura di un sacerdote anziano e malato, Padre Jakov, che fatica a adempiere ai suoi doveri liturgici e che per questo motivo rischia di essere destituito a causa dell’intervento di Kunin presso il vescovo.

*** Le ciambelle di Anton Čechov ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Anton Čechov: “Incubo” (Košmar, “Novoe vremja”, 29 marzo 1886) 

TESTO:

“Padre Jakov era talmente immerso nell’operazione bere il te, che non potè rispondere subito. Alzò su Kùnin i suoi occhi grigi, stette a riflettere e come ricordandosi della questione che gli veniva posta, scosse il capo con gesto diniego. L’espressione di un piacere intenso e del più quotidiano e del più prosaico appetito, gli si diffuse da una orecchia all’altra, sul brutto viso. Degustava rumorosamente ogni goccia di tè, e, bevutolo sino in fondo, posò il bicchiere sul tavolo; ben presto lo riprese, ne guardò il fondo, mise ancora sul tavolo. L’espressione di piacere scomparve dal suo viso. Un po’ più tardi, Kùnin osservò il pope che prendeva una ciambella dal cestino, ne rompeva un pezzo, lo rigirava fra le dita, e infine lo sprofondava lesto in una delle tasche”. 

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Ricette Letterarie: Le ciambelle di Anton Čechov

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Ingredienti per circa 16 biscotti a forma di ciambella friabili e profumati al limone, perfetti da servire con il tè.

  • 150 g farina bianca per dolci setacciata
  • 80 g farina di mandorle
  • 125 g burro morbido 
  • 80 g zucchero a velo
  • 2 tuorli di uovo Medio
  • Scorza grattugiata di 1 limone (non trattato)

Nota: io ho seguito la procedura a mano, utilizzando un tarocco ma puoi utilizzare anche le fruste elettriche o l’impastatrice planetaria. La cosa importante è che il burro sia a pomata per cui ricorda di lasciarlo fuori dal frigorifero almeno sei ore prima di iniziare la preparazione o, ancora meglio, tutta la notte. Ti sconsiglio di scaldarlo al microonde o a bagnomaria perchè non si ammorbidisce in modo uniforme. Un’altra caratteristica di questi biscotti è la finezza, che si ottiene utilizzando la farina setacciata e sopratutto lo zucchero a velo

Procedimento

  1. In una ciotola capiente lavora il burro a pomata con lo zucchero a velo fino a ottenere una crema chiara e spumosa. Aggiungi la scorza di limone e continua a lavorare fin quando la scorza si fonde nella miscela.
  2. Incorpora i tuorli, uno per volta, facendoli assorbire bene all’impasto: otterrai una crema liscia e profumatissima.
  3. Aggiungi per prima la farina di mandorle, lavorala bene con il composto e poi aggiungi la farina precedentemente setacciata.
  4. Versa l’impasto sul tavolo da lavoro e forma velocemente un panetto. Dovrebbe avere la consistenza morbida ma soda, per poterla spremere agilmente nel sac à poche. Avvolgi il panetto nella pellicola e mettilo in frigorifero mentre ti prepari per stampare i biscotti.
  5. Prendi due teglie da forno e cospargile con un sottile strato di burro, poi fissa sopra ciascuna teglia un foglio di carta forno. È importante per formare i biscotti su una base ben ferma. Se hai il silpat antiaderente va benissimo.
  6. Metti l’impasto nel sac à poche con bocchetta dentellata da 13cm e forma sulle teglie delle ciambelle di diametro circa 5cm.
  7. Inforna in forno caldo a 165°C per 15 minuti, finché la superficie dei biscotti risulta leggermente dorata. Non devono scurirsi troppo.
  8. Una volta cotti, lascia raffreddare le ciambellone di pasta frolla completamente prima di staccarle dalle teglie. Puoi anche intingerne metà nel cioccolato fuso (fondente o bianco) ma sono già perfette così.

“La gatta” di Colette, tra gelosia feroce e amore inconfessabile, di Teresa Lussone

«Diciamolo subito, La gatta è un capolavoro. Un capolavoro di concisione, di perfezione classica», scrive Edmond Jaloux nel 1933, all’indomani della pubblicazione del romanzo. Per Jaloux, scrittore e critico in vista nella Francia degli anni Trenta, questo testo trasuda verità, intelligenza, poesia. Oggi La gatta viene pubblicato da Adelphi nell’impeccabile traduzione di Maurizia Balmelli

Colette, che al momento della scrittura ha sessant’anni e alle spalle una produzione già vasta, si muove con un passo breve e deciso, concentrando in poche pagine un dramma impietoso. Il racconto si apre sette giorni prima del matrimonio tra Camille e Alain. Ma già dalle prime pagine è evidente che qualcosa stride. La giovane ha fretta: «sette giorni», esclama, come se il tempo che la separa dalle nozze fosse un ostacolo. Alain, invece, pensa malinconico che gli resta appena una settimana per godere appieno della creatura di cui è perdutamente innamorato, la gatta Saha.

Alain e Camille sono agli antipodi. Lei è bruna, lui è biondo. Lei è l’immagine della modernità, è dinamica, determinata. Porta la cravatta, indossa il tailleur, guida l’automobile con aggressività, usa un linguaggio gergale, pretende i baci dell’uomo. Lui è biondo, sognante, inchiodato all’infanzia, nostalgico della ritualità domestica e del tempo trascorso nel giardino della casa di famiglia a Neuilly. Camille ama la velocità, il presente, l’irriverenza. Alain ama i gesti lenti, la continuità, il passato… e il pigiama. 

La distanza tra i due è psicologica, sociale, culturale, sensoriale. Alain proviene da una famiglia antica, impegnata nel commercio della seta. Camille è figlia di un’industria nuova, arricchitasi grazie alle centrifughe. La madre di Alain la definisce con disprezzo «una ragazza non esattamente del nostro rango», e Camille, dal canto suo, non ha nessuna intenzione di adattarsi a quell’universo: vuole cambiare la casa di Neuilly, non ama i domestici che vi abitano da sempre né la gatta che domina quello spazio come un’entità regale.

Quando, dopo il matrimonio, la coppia si trasferisce temporaneamente in un appartamento moderno, in attesa della fine dei lavori nella casa di famiglia, lo spazio stesso sembra riflettere le tensioni del rapporto. Camille si trova a suo agio e vorrebbe restarvi per sempre. Alain, invece, percepisce l’appartamento come un luogo ostile, lo paragona a una fetta di torta. E anche qui, i dettagli non sono casuali: quell’ambiente ha una pianta triangolare, segno tangibile che quella non sarà una relazione a due.

Il romanzo ruota attorno a una domanda cruciale: chi è la vera rivale? Camille? O la gatta Saha, «bella come un demonio! Più di un demonio»? Tra le due si gioca una partita violenta e carica di una forte valenza simbolica. La prima è una donna desiderosa, sensuale, concreta. La seconda è un essere etereo, silenzioso, soprannaturale. Se Camille ama con il corpo, Saha ama attraverso il corpo. È l’unica a comprendere davvero Alain, a comunicare con lui in modo perfetto, pur senza parlare. Alain accarezza la moglie come si fa con un animale, ma senza consapevolezza, mentre ogni gesto rivolto alla gatta è carico di intenzionalità e affetto. A poco a poco, la gatta si umanizza, Camille si animalizza.

Il conflitto tra le due cresce, così come l’insofferenza di Alain nei confronti della moglie. L’appartamento diventa teatro di una convivenza impossibile. Camille, frustrata da un desiderio che non trova più corrispondenza, si ritrova sempre più sola. La sensualità disinvolta della donna che inizialmente sconcertava Alain, ora lo respinge. Ogni gesto di Camille gli appare una violazione del proprio universo e la futura installazione della moglie nella casa d’infanzia, al termine dei lavori, è immaginata dall’uomo come un atto di profanazione.

La gatta è un racconto crudele, come ha scritto Francine Dugast, ma ha l’aura di una favola mitologica. Non solo per il modo in cui la gatta assume tratti divini o demoniaci, ma anche per la sua capacità di incarnare archetipi, come la frattura fra l’istinto e la ragione, fra la fedeltà al passato e l’apertura al futuro, fra la creatura spirituale e quella carnale. 

Alcuni critici hanno letto questo romanzo come il più riuscito di Colette. Julia Kristeva ha sottolineato la potenza di questo «folgorante» racconto scisso tra una gelosia feroce e un amore inconfessabile (e invincibile). «C’è rivale e rivale», afferma Camille con amara consapevolezza. 

Teresa Lussone

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.

Claudia Carrescia: Arcano (Gruppo Albatros Il Filo), di Amedeo Borzillo

L’anno scorso Claudia Carrescia ci fece dono di un romanzo storico scritto a quattro mani con Paolo Iorio, ed alla cui presentazione io esordii dicendo che leggendo “La Sirena di Posillipo” mi era sembrato di entrare in un film, tanto l’ambientazione, la storia ed i dialoghi avevano circondato e preso me, lettore, immergendolo letteralmente nel mondo del romanzo.

Ebbene questo nuovo libro è … semplicemente altro.

E quella che segue non è una recensione ma la storia di una sensazione.

Con Claudia Carrescia ci si deve abituare alla sua ecletticità, versatilità e continua ricerca: pianista, ambientalista, attivista, biografa, formatrice… Claudia si trasforma per lasciarsi permeare dalla realtà e farne parte.

Il suo nuovo lavoro è ispirato alla carta numero 13 dei tarocchi, l’unica senza nome tra gli Arcani Maggiori. Si tratta della Morte che l’autrice usa come pretesto per illuminare un concetto, nella nostra parte di mondo, così pauroso e, appunto, “arcano”.

Il libro supera il romanzo o il saggio o la raccolta di racconti e diviene letteralmente un pacchetto di schede, un mazzo di carte, un quaderno di appunti, un pannello di pizzini, una scrittura inedita. Da leggere d’un fiato.

Un gioco con le carte, di storie, di corpi e di colori. Ognuno può gestirsi le storie come crede, mescolandole e senza uno schema che comunque emergerà nel lettore.

Dolore e sofferenza, girando la pagina, diventano comicità di coatto. Persone, non personaggi, con vissuti complessi o contorti si alternano in brevi letture tutte apparentemente scollegate ma che solo insieme prendono corpo e hanno senso, coinvolgendo, divertendo o addirittura sconvolgendo nel racconto di una violenza.

Sentimento, dolore, brutalità, assurdo e malattia vengono mescolati per creare un patchwork che tutto insieme si completa e diviene dieci colori. 

Ad ogni personaggio vengono del resto accoppiati un seme ed un (o più) colore che suggeriscono, se vogliamo, una lettura con un ordine diverso, inseguendo le storie con la stessa indicazione di colore e seme o semplicemente incrociandole, mescolandole.

Una possibilità di lettura apparentemente disordinata ma certamente libera dallo scontato.

Bello davvero. 

Ricordo Claudia sotto la pioggia trent’anni fa su un motorino con un tavolino di traverso dopo una raccolta firme.

Allora come oggi non si smentisce, lei ci crede in quello che fa.

Si spende, rompe gli schemi, e scrive “Arcano”.

Claudia Carrescia è biografa, formatrice autobiografica, ghostwriter, editor e docente di tecniche della narrazione. Conduce seminari collettivi e consulenze individuali con un proprio metodo dedicato agli adulti e fondato sulla centralità del corpo e sul gioco.
Ha scritto con Paolo Jorio il romanzo storico “La sirena di Posillipo”, pubblicato da Rizzoli nel 2024. È docente presso la Libera Università dell’Autobiografia e fondatrice dell’agenzia di narrazioni storieria.com 

Un’ora in balia di Irène Némirovsky, di Teresa Lussone

Siamo a Parigi, all’inizio del Novecento. Il Carnevale di Nizza, testo che dà il titolo alla raccolta di racconti di Némirovsky appena pubblicata da Adelphi, si apre con uno scorcio su una delle piccole piazze più eleganti della città, Place de la Trinité, con il suo famoso giardinetto. L’inverno volge a termine, l’aria è mite. Si vedono due innamorati che passeggiano, lei con un abito lungo che striscia sulla ghiaia, lui con una paglietta e i baffi all’insù. E poi bambini che giocano, una bambinaia che culla un neonato mentre scherza con un soldato. Come se fosse un film, Irène Némirovsky immagina la musica che potrebbe fare da sottofondo alla scena, un valzer in cui si mescolano motivetti del tempo. Ecco comparire un vecchio dongiovanni con monocolo e ghette chiare. E poi una donna col volto coperto da una veletta di tulle con ricami su ricami che lasciano appena scorgere gli occhi luccicanti e inquieti di chi sta per raggiungere il proprio amante. Su di lei si posa lo sguardo da donna onesta di Simone, la protagonista del Carnevale di Nizza.

Simone è una tipica bellezza dell’epoca, un visetto fine e segnato, una vita florida. È la perfetta moglie borghese. Appena tornata a casa, nella sua cucina deliziosa come una casa di bambole, comincia a impastare… Eppure, un viaggio inaspettato a Nizza, durante il periodo del Carnevale, fa vacillare ogni sua certezza. Pur continuando ad amare il marito, Simone avverte dentro di sé sentimenti nuovi… Dopo un salto temporale di molti anni, la donna tornerà a riflettere su quell’episodio: nei suoi pensieri riconosceremo allora un’emozione tipicamente némirovskiana, una dolce nostalgia che accomuna molti racconti. A questo tema, però, se ne affiancano parecchi altri che ci danno idea di quanto è varia la scrittura di Némirovsky. 

I testi dedicati a Nonoche, con cui si apre la raccolta, sono delle scenette «infantili e allegre», come le definì l’autrice. Vi troviamo una ragazza un po’ sopra le righe, alla ricerca di un marito che la mantenga. Primissime prove della scrittrice, questi dialoghi comici saranno una sorpresa persino per i lettori più appassionati di Némirovsky. 

Nella Njanjia, invece, viene narrata la storia struggente di un’anziana donna che è stata costretta ad abbandonare la Russia e che non riesce ad adattarsi alla vita di Parigi, dove la neve non arriva mai… 

La sinfonia di Parigi racconta la storia di Mario, arrivato nella capitale pieno di belle speranze… Quanto ci ricorda Rastignac di Papà Goriot di Balzac? 

NataleLe rive feliciUn amore in pericolo svelano l’ipocrisia della vita borghese, come Némirovsky farà anche in Suite francese. La frustrazione per l’ambiente familiare torna anche nei Fumi del vino, vicenda ambientata durante la Guerra civile finlandese in cui vediamo in scena le più atroci passioni umane. E poi c’è Fraternità, dedicato a un’altra questione cara alla scrittrice, l’impossibile assimilazione di un ebreo.

La raccolta si chiude con I giardini di Tauride, ritrovato di recente da Elena Quaglia all’Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine (a Caen), dove sono conservati tutti i manoscritti dell’autrice. Si tratta di un testo incompiuto in cui la storia della protagonista si alterna a delle annotazioni, un vero e proprio diario della scrittura in cui Némirovsky si interroga sulla forma del racconto e sulle differenze di questo rispetto al romanzo. Il racconto, difatti, non è il parente povero del romanzo, bensì un genere con caratteristiche proprie. La brevità della forma richiede una concentrazione della scrittura che non ha paragone con il romanzo. Nel racconto, si dice Némirovsky, occorre rinunciare al superfluo, «tutto deve essere fatto rapidamente», solo in tal modo si otterrà quell’intensità, che fa sì, come scrive Poe, maestro della forma breve, che in quell’ora consacrata alla lettura di ciascun testo, l’animo di chi legge sia completamente «in balia dello scrittore».

Teresa Lussone

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.