Il bitinicco arrabbiato – Vita agra di uno scrittore in libreria (Primo Sberleffo), di Davide D’Urso

IL BITINICCO ARRABBIATO

VITA AGRA DI UNO SCRITTORE IN LIBRERIA

Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle”. 

Così scriveva Bianciardi, qualche tempo fa. Io sarò più misurato, mi limiterò a rompervi le palle.

PRIMO SBERLEFFO 

Ma starò anche attento a lasciare uno spiraglio di speranza, in ossequio ai dettami della comunicazione contemporanea. Non sia mai che quei quattro lettori rimasti si avviliscano. La clientela, si sa, non va contrariata in nessun caso. 

E sì, la clientela. Perché è solo questo ormai che riconosciamo nell’altro, un consumatore e niente più. 

Nulla di sorprendente. Siamo un Paese che vive alla giornata. In qualunque contesto lavorativo, l’unico dato che conta sono i numeri che ognuno è costretto a snocciolare per garantirsi lo stipendio. 

E raggiungere il budget del mese e poi quello del primo semestre e infine dell’anno, invece di essere uno strumento di verifica della qualità del proprio lavoro, s’è trasformato nel lavoro in sé. Cosa si venda in tutto questo frattempo è diventato di conseguenza marginale. 

Da un certo punto di vista è anche più comodo. Per servire un lettore occorre preparazione. Bisogna non solo conoscere gli autori, leggerne i libri, informarsi presso i giornali, le riviste specializzate. È necessario anche saper distinguere e inoltre valorizzare il progetto letterario di una casa editrice rispetto a un’altra, seguire le fiere, i premi letterari. Una fatica! Con i consumatori è tutto più facile. Si cavalca il fenomeno mediatico del momento e tanti saluti alle recensioni dei quotidiani! 

Un tempo ci si doleva del fatto che la politica avesse ceduto il primato all’economia. Ecco, nel nostro piccolo, abbiamo fatto lo stesso, il mondo editoriale ha ceduto il primato ai media, vecchi e nuovi. E così ci siamo adattati a vendere le opere di gente che, più che scrivere, buca lo schermo con la propria simpatia. Ma il budget, per l’appunto, è garantito, e nessuno si lamenta. Del resto, perché lamentarsi? Si rischierebbe di fare la figura dei reazionari e basta. Mentre chi ostenta interesse per i fenomeni social che piacciono tanto ai ragazzini, dimostra non solo di essere aperto alle novità ma, assecondando il gusto dei figli, riesce a compiacere anche le madri, e magari a vendere loro qualche libro. Meglio di così! 

Insieme ai piacioni della rete, c’è un secondo fenomeno che l’industria culturale sta cavalcando senza freno, i libri che instillano fiducia in se stessi. Non sono saggi. Qualcuno è addirittura collocato nel settore di Narrativa. Mentre il grosso entra di diritto nel genere che oggi va per la maggiore, la Varia. Gli autori di queste opere hanno una sola cosa in testa, dimostrarci quanto valore abbia il quotidiano di ognuno di noi – anonimo solo a un occhio poco attento, il nostro. Meriterebbero un plauso, per la pervicacia con cui si ostinano a confortarci. Anche se non sono un granché. Infatti, più che stimarli, siamo loro grati.

La scintilla di speranza. Una signora entra in libreria. Non saluta. Il mio è il punto vendita di una catena di librerie e la gente dà per scontato che i rapporti siano impersonali. Reagisce perciò con sorpresa quando, oltre al buongiorno, le chiedo delle sue letture. Chiacchieriamo per qualche minuto, le suggerisco diversi libri, ne prende un paio. Settimane dopo torna soddisfatta. Sulla base delle sensazioni che certi titoli le hanno trasmesso, le propongo altri romanzi. La storia si ripete, va avanti per mesi, anni. Nasce un legame.

Siamo all’oggi, ormai ci diamo del tu, siamo diventati amici. Anzi, di più, abbiamo costituito una piccola comunità – conosco le figlie, mi ha presentato sua sorella. Il marito no, i mariti non leggono quasi mai. 

Questo è il senso e, insieme, il sogno di un libraio. L’unico uomo che insegue ancora un’Utopia. Credendo egli, attraverso la letteratura, di cambiare le persone, e alla fin fine il mondo. Almeno ci prova, il nostro ultimo eroe romantico.

Davide D’Urso


Davide D’Urso scrittore, libraio, operatore culturale. Dirige una libreria nei Campi Flegrei. Esordisce con la raccolta di racconti “Il paese che non voleva cambiare” (Manni, 2007). Successivamente, cura per il sito on-line della Fondazione Premio Napoli la rubrica “In mezzo ai libri”; i racconti apparsi sul sito confluiranno poi nell’antologia “Incontri notevoli di un libraio militante” (Valtrend, 2012). Nel 2013 partecipa all’antologia “Fuoco sulla città” (Ad Est dell’Equatore) con il racconto “Fuocoefiamme”. Nel 2014 è la volta di “Tra le macerie”, romanzo pubblicato per l’editore romano Gaffi. Il suo ultimo lavoro, I famelici (Bompiani) è uscito nel 2021.

L’incipit di “Pnin” di Vladimir Nabokov, traduzione di Elena De Angeli (Adelphi)

“L’attempato passeggero seduto accanto al finestrino sul lato nord di quella carrozza ferroviaria inesorabilmente in corsa, con un posto vuoto a fianco e due posti vuoti di fronte, altri non era che il professor Timofej Pnin. Mirabilmente calvo, abbronzato e rasato con cura, aveva un inizio piuttosto imponente, con la gran cupola brunita del cranio, gli occhiali cerchiati di tartaruga (che mascheravano un’infantile assenza di sopracciglia), il labbro superiore da primate, il collo solido e il torso muscoloso serrato in una giacca di tweed attillata, ma fine un po’ deludente, con due gambette sottili (al momento rivestite di flanella e accavallate) e due piedi dall’apparenza fragile, quasi femminei.

Le calze, cascanti, erano di lana scarlatta a losanghe lilla; le scarpe nere, tradizionali, gli erano costate più o meno quanto tutto il resto dell’abbigliamento (compresa la sgargiante cravatta da gorilla). Prima degli anni ’40, durante la compassata fase europea della sua vita, aveva sempre indossato mutande lunghe, con gli orli accuratamente infilati dentro quelli di impeccabili calzini di seta con la baguette, dai colori sobri, fermati da giarrettiere ai polpacci inguainati nel cotone.

In quei giorni, lasciar trapelare una fugace visione di quel candido indumento intimo tirando su più del dovuto una gamba dei calzoni sarebbe parso a Pnin non meno sconveniente che apparire davanti a una signora senza solino e cravatta; perfino quando accadeva che la malandata Mme Roux – concierge dello squallido caseggiato del XVI’ Arrondissement di Parigi dove Pnin, dopo essere fuggito dalla Russia leninizzata e aver completato gli studi universitari a Praga, aveva vissuto per quindici anni – saliva a riscuotere l’affitto in un momento in cui lui non indossava il faux-col, il verecondo Pnin ricopriva con mano pudica il bottone della camicia. Tutto questo era mutato radicalmente nell’impetuosa atmosfera del Nuovo Mondo. Oggi, a cinquantadue anni, Pnin andava pazzo per i bagni di sole, portava camicie e pantaloni sportivi, e quando accavallava le gambe esibiva studiatamente, deliberatamente, sfrontatamente un’ingentissima estensione di stinco nudo.

Così sarebbe potuto apparire a un compagno di viaggio; ma, se si eccettuano un soldato che dormiva a un’estremità e due donne completamente assorbite da un bambino all’estremità opposta, Pnin aveva la carrozza tutta per sé.”

Vladimir Nabokov: “Pnin”, traduzione Elena De Angeli (Adelphi)

Alice Munro: un breve ricordo di Cristiana Buccarelli

Se n’è andata in punta di piedi all’età di novantatré anni la più grande scrittrice esistente del Nord America: Alice Munro

La Munro, premio Nobel per la letteratura 2013, è stata una vera maestra della short story ed ha rivoluzionato l’architettura del racconto, in particolare in relazione all’uso nelle sue narrazioni di continui flash back temporali, di costanti passaggi dal presente al passato e viceversa.

La Munro è stata una scrittrice singolare, molto diversa non solo da altre scrittrici canadesi come Margaret Laurence, Mavis Gallant, Anne Michaels, ma in genere da tutti i suoi contemporanei nella scrittura del racconto breve. A volte parlando di lei, come sempre avviene per chi scrive racconti, si è citato Chechov, il quale in realtà non c’entra niente con la Munro, che ha avuto una grandissima metodicità nei suoi racconti, quasi sempre ambientati nell’Ontario e in cui si indagano la natura e i rapporti umani attraverso storie quotidiane. 

Della sua vastissima opera voglio ricordare la sua prima raccolta di racconti, Danza delle ombre felicidove nel racconto Maschi e femmine, molto verosimilmente autobiografico, si narra di come diventino adulti un fratello e una sorella figli di agricoltori: entrambi assistono all’uccisione di una cavalla ad opera del padre, e le loro reazioni a ciò sono molto differenti.

Alice Munro era appunto vissuta in una piccola fattoria con i propri genitori, ai margini di un paese dello stato del Western Ontario, in una zona piena di prostitute e trafficanti illegali di alcolici, con vicini bigotti, con una madre malata, con una vita sociale nulla. Per questo motivo non deve stupire che la Munro dichiarasse: <<quando cresci in un luogo in cui non hai rivali, ti fai un’idea esagerata di quello che puoi arrivare a fare nella vita>>.

In un’altra raccolta, Le bambine che restanoc’è un altro racconto a mio avviso straordinario: Il sogno di mia madre, in cui l’autrice narra come una giovane madre e moglie, inizi a fare del teatro in forma amatoriale e ad un certo punto, di colpo, arrivi a distruggere la famiglia che si è creata a causa di una sbandata per il regista. 

La scrittura della Munro ha sempre avuto un tono colloquiale e familiare, e si è realizzata attraverso una sorta di lente di ingrandimento, con l’osservazione di personaggi comuni, presi ad ogni angolo di strada.

La Munro ha fatto riferimento nella sua importante opera letteraria a ciò che lei stessa ha chiamato ‘economia emotiva del mondo’, con un richiamo preciso a felicità e infelicità nelle vite comuni e quotidiane dei suoi personaggi e lo ha fatto con grandissima incisività.          

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Schivo, elegante, raffinato, uno squisito scrittore e letterato: Nico Orengo, di Stefano Pignataro

Schivo, elegante, raffinato, esponente di spicco di quella Letteratura che ben ha amalgamato l’impegno letterario con la professione giornalistica, Nicola Orengo detto “Nico” ( per meglio dire il Marchese Nico Orengo, titolo mai adoperato ne’ ostentato), lo scorso febbraio avrebbe compiuto ottant’anni.

Ottant’anni di cui esattamente cinquanta fa, con la pubblicazione de “Motivi per canzoni popolari,” per  Farigliano, Nicola Milano, 1964) furono dedicati alla Letteratura. Orengo, scomparso a Torino nel 2009, fu inserito di diritto nella Storia Europea della Letteratura italiana diretta dal Prof. Alberto Asor Rosa (con la collaborazione di Lucinda Spera e Monica Cristina Storini) pubblicata da Le Monnier Scuola. Asor Rosa, in questa opera monumentale, oltre ad una precisa analisi scientifica ed accademica delle opere di ottocento anni di storia letteraria, si prefiggeva di “far emergere il tessuto  di relazioni e di renderle evidente”, un progetto in cui “il dare e l’avere talvolta si sono contrapposti secondo equilibri e squilibri mutevoli”. Orengo, secondo il critico letterario scomparso da poco, spingeva la sua tecnica narrativa con squisita eleganza, memoria letteraria e memoria familiare si fondevano e si intrecciavano in maniera magistrale. Asor Rosa, in questa critica, si rivolgeva in ultima analisi al penultimo libro pubblicato, Hotel Angleterre (Einaudi, 2007), in cui lo scrittore compiva un reportage dalla Russia arrivando a conngiugere i due poli come San Pietroburgo e Sanremo in un filo di racconti e ricordi familiari (il tema della memoria) che unisce l’amore di Pushkin e Natalja con i ricordi di sua nonna che formava il futuro scrittore con le  fiabe che avevano come oggetto le  stravaganze della zarina e della sua corte sul lungomare.

Orengo era tutto questo: era memoria, era cultura, era attenzione al mondo della scrittura ed alle novità editoriali (per vent’anni fu Responsabile dell’inserto “Tuttolibri” de “La Stampa”, era lo scrittore attento a quella freschezza della Letterautura dell’infanzia; “A-ulì-Ulè”, quel libricino che nel’72 ebbe un notevole successo con le storie di Crapa Pelata e Tonio Romito associate a geniali ed orecchiali filastrocche che strizzavano l’occhio al nonsense ed al limerik.

In Orengo, il giornalismo andava di pari passo con la Letteratura come molti scrittori della sua generazione, una generazione che non aveva conosciuto la guerra personalmente e che fanno dello “scrivere bene” il tratto distintivo del loro stile.  Lo scrittore colto immette anche nei suoi “quadri di vita” (riprendendo una descrizione del prof. Asor Rosa). Scrittori come Claudio Magris, Vincenzo Cerami, Antonio Tabucchi, Daniele Del Giudice, che in una narrativa libera ed inventiva cercavano la loro opera.

Per Orengo, torinese ma ligure di origine, la sua Liguria era un topos letterario;sovente  i suoi romanzi sono ambientati nella amata riviera di Ponente, La curva del latte e La guerra del basilico sono tra questi o  o nella  Langhe (Di viole e liquirizia). Uno scrittore anche politico e sociale; Ne “Gli spiccioli di Montale” affrontò il tema della speculazione edilizia rea di aver rovinato quelle zone, quella stessa speculazione che recentemente e’ tornata alle cronache dopo la scoperta di un inedito dello stesso poeta genovese ad opera della  professoressa Ida Duretto, docente di Letteratura italiana all’Università di Kyoto ed ex alunna della Scuola Normale Superiore di Pisa, che, nell’archivio del Centro Manoscritti (Università di Pavia) ha rinvenuto una poesia scritta dal poeta  nel 1975 – in cui il poeta futuro Premio Nobel si scaglia contro l’Hotel Fuenti, primo “ecomostro d’Italia”.

Il giornalismo di Nico Orengo era come la sua scrittura, elegante ed a tratti anche sfuggente. Memorabile rimane la sua intervista ad un altro scrittore perennemente legato alla Liguria (e, forse non sarà un caso, anche autore di un volume dedicato alla speculazione edilizia) quale Italo Calvino. In questa intervista televisiva risalente al 1979, la conversazione portata avanti da Orengo verso l’autore della trilogia “dei Nostri antenati” nell’anno della pubblicazione de “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, e’ costituita da domande semplici, forse anche banali all’occhio di uno spettatore disattento e superficiale; “Che mestiere fai? “Come ti chiami” “Dove sei nato”? “Da bambino con che cosa e con chi giocavi?”, domande, al contrario, sagaci, profonde che costituirono terreno fertile per lo scrittore, come da suo stile che Orengo conosceva bene, per addentrarsi in percorsi di stile e di vita a lui tanto cari. Osservatore e defilato, Orengo era forse un insieme di tutti i suoi personaggi. Enigmatico ed a tratti inperscrutabile come la signora Waal, protagonista del suo libro pubblicato sempre per Einaudi in cui questa anziana olandese, vedova, racconta alle signore del Paese la sua vita che quasi si trascina mentre nel suo giardino si affollano storie su storie che non hanno bisogno, forse, di essere identificate. 

Recentemente, chiunque avesse desiderio di acculturarsi sull’opera di Nico Orengo può fare capo all’Università di Torino a Famiglia Orengo ha donato all’Università di Torino  dove tutto il patrimonio librario (quasi 7.000 volumi tra manoscritti, documenti, acquerelli e scritti artistici e per l’infanzia) ha costituito l’omonimo fondo del Centro studi “Guido Gozzano – Cesare Pavese ” a disposizione di studiosi ed appassionati.

“Si tratta di un archivio molto vasto – ha spiegato la Prof.ssa Mariarosa Masoero, del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino – considerata anche tutta la produzione dello scrittore: 20 romanzi, decine di raccolte di poesie, traduzioni, prefazioni, curatele e libri per l’infanzia. È un archivio molto composito che andrà tutto riordinato, condizionato in faldoni appositi, catalogato e messo infine a disposizione di studiosi e studenti, si pensa già da subito di portare avanti delle tesi di laurea magistrale e di dottorato”.

Stefano Pignataro  

Stefano Pignataro (Salerno, 25 Gennaio 1994). Diploma di maturità classica presso il Liceo “Torquato Tasso” di Salerno, Laurea triennale in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Salerno con una tesi sul confronto letterario e storico su Pier Paolo Pasolini. Laurea Magistrale in Filologia moderna presso lo stesso Ateneo con una tesi su Carlo Levi. Consigliere di Facoltà dell’Università degli studi di Salerno, Presidente del Consiglio degli studenti del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università degli studi di Salerno. Iscrizione all’Albo dei Giornalisti pubblicisti presso l’Ordine regionale dei Giornalisti della Campania ed editorialista alla cultura di diverse testate giornalistiche regionali e nazionali. Idoneità Dottorato di ricerca in studi Letterari Dipartimento di studi umanistici. Collaborazione riviste letterarie universitarie di italianistica. Docente di Letteratura italiana contemporanea.

Materia, mistero e realtà nella scrittura folgorante di Flannery O’ Connor, di Cristiana Buccarelli

‘’Se uno scrittore vale qualcosa’’, ha detto Flannery O’Connor, ‘’ciò che crea avrà la propria fonte in un reame assai più vasto di quello che la sua mente cosciente può abbracciare, e sarà sempre una sorpresa maggiore per lui di quanto non potrà mai esserlo per il suo lettore’’.

Secondo la grande scrittrice statunitense la narrativa e quindi lo scrivere delle storie riguarda tutto ciò che è umano, e noi siamo fatti di polvere, quindi se si disdegna di impolverarsi non si può realizzare sul serio una narrazione.

Ciò significa che ogni persona che scrive deve entrare liberamente dentro una storia e lasciarsi immergere nei chiaroscuri, nelle bellezze e nelle mostruosità umane: essere in questa posizione di libertà significa avere il coraggio di sporcarsi le mani, e questo avviene solo se si è capaci di porsi in ascolto della realtà di ciò che ci circonda.

A Flannery O’Connor era inoltre assolutamente chiaro che le emozioni non devono mai essere descritte ma suscitate. E così l’autrice, con la sua capacità di far percepire direttamente al lettore e con il suo realismo preciso, che verosimilmente subisce l’influenza di William Faulkner, ci trascina nell’America del Sud, nella Bible belt degli Stati Uniti, nella cosiddetta fascia della Bibbia, in cui soprattutto verso la metà del Novecento, la religione aveva un ruolo di primo piano. E in questo contesto l’autrice ci narra di personaggi colti in una loro realtà spesso inesorabile e brutale, a volte spinti da veri e propri automatismi; si tratta quasi sempre storie di decadenza, di case fatiscenti, di esseri umani deprivati, di paesaggi scarni e desolati. 

Per esempio nel bellissimo racconto La vita che salvi può essere la tua, all’interno della raccolta Il giorno del giudizio e altri racconti (Il sole 24 ore) si legge:

‘’Lo sguardo pallido e acuto del signor Shiflet aveva già passato in rivista tutto nel cortile – la pompa all’angolo della casa e il grosso fico sul quale tre o quattro galline si preparavano ad appollaiarsi per la notte – e si era spostato su un capanno dal quale spuntava la parte posteriore di un’automobile, quadrata e rugginosa. <<Le signore guidano?>> domandò, <<quella macchina non va da quindici anni >> rispose la vecchia, <<il giorno che mio marito è morto, ha smesso d’andare>>.

In questa storia Flannery O’Connor ci racconta una realtà nuda e cruda; il signor Shiftlet persuade una vecchia signora a sistemarlo nella sua stalla, a farlo dormire nella macchina che era stata di suo marito, a dargli in moglie la figlia ritardata, a dargli tutto ciò che ha e a  farli partire con la macchina che ha rimesso a posto per il viaggio di nozze… in realtà vuole esclusivamente impossessarsi della vecchia automobile e trova il modo di abbandonare la ragazza, ma il racconto non finisce qui.        

Un altro racconto della stessa raccolta che lascia, a mio avviso, un segno fortissimo è Incontro tardivo con il nemico, in cui ci sono i due personaggi del centenario generale Sash e di sua nipote Sally Poker Sash di sessantadue anni. Lui riesce a parlare solo di donne ed è una specie di essere umano mummificato dal tempo, lei è una donnetta noiosa e petulante, la quale aspetta solo di portare il vecchio agghindato per presenziare al suo diploma. Ma il giorno della festa, mentre il generale viene spinto in carrozzina da un nipote di Sally, verrà dimenticato sotto il sole da quest’ultimo per farsi una coca cola. In questa narrazione c’è tutto lo spirito sferzante e disincantato della O’ Connor nel descrivere alcuni aspetti della natura umana. 

’lui se ne infischiava totalmente del suo diploma ma non aveva mai dubitato che sarebbe vissuto fino ad allora. Era talmente abituato a vivere da non riuscire a concepire un’alternativa’’  

E infine: ‘’C’era un lungo dito di musica, nella testa del generale, e frugava in molti punti che erano parole, e vi lasciava cadere un po’ di luce, aiutandole a vivere. Le parole cominciarono ad avanzare verso di lui, e lui disse <<Che Dio vi fulmini, ve lo proibisco!>>’’   

C’è molto spesso nei racconti della O’Connor una realtà quasi agghiacciante ma sempre pervasa da un senso del mistero e di rivelazione di uno stato di grazia; infatti lei stessa ha sostenuto: ‘’Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero, naturalmente può darsi che lo riveli a sé stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche darsi che non riesca a rivelarlo nemmeno a sé stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza’’.

Infatti Flannery O’Connor aveva ben chiaro come i due elementi della materia e del mistero non siano per nulla in contrasto: è proprio attraverso il suo realismo puntuale che la scrittrice pervade le sue storie della dimensione del mistero e così chiede indirettamente ma maniera decisa una predisposizione nell’accogliere questo mistero, attraverso lo svelamento della parola. 

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).