Cinque giorni fra trent’anni di Francesco Fiorentino (Marsilio) – Nostalgia, oblio, ignoranza. Riflessione a partire da due romanzi di Fulvia Palmentura

«Non si perde (ripeti vanamente) / che quanto non si ha e non si è avuto/ mai, ma non basta il coraggio/ per imparare l’arte dell’oblio.» Le parole di Borges, come orme sulla terra bagnata, fanno strada: si può perdere solo ciò che non è mai stato nostro. Cosa ne fa dunque il tempo di ciò che non siamo riusciti a possedere? In quale nobile bottega quest’artigiano sapiente nasconde le domande irrisolte, le promesse della giovinezza, le identità ancora gestanti? Occorre dimenticare a lungo. Solo una sensibile distanza da ciò che è stato permette di voltarsi a guardare indietro. Farlo subito potrebbe pietrificare il futuro. È da futuro che si guarda il presente e non viceversa. Così, nel romanzo di Francesco Fiorentino, Cinque giorni fra trent’anni (Marsilio 2023), il giovane Arturo lasciando andare Roberta, probabilmente sta lasciando andare l’occasione della vita. Torna da Parigi, dove ha vissuto qualche mese con lei, per discutere la sua tesi di laurea, con unico rammarico: Roberta non lo aspetterà, è puro presente; così inaccessibile, non ha progetti. È il personaggio femminile forse più insondabile del romanzo. A differenza delle altre protagoniste di questi quadri, dipinti dall’autore, che hanno aspirazioni professionali più borghesi, Roberta è una proletaria, priva di ogni velleità culturale; canta in un Night Club, si lascia ammirare, raggiunge chi la circonda, ma non è mai raggiunta del tutto. Con stupore del lettore, Fiorentino, che non cela la sua predilezione per questo personaggio, le intitola il primo racconto, sebbene conosciamo Roberta solo a metà di questo primo capitolo e solo a partire dallo sguardo di Arturo. Una scelta molto interessante quella dell’autore, per nulla prevedibile: non è lo spazio del racconto a decretare il protagonista, ma la forza del personaggio che vive e non si lascia vivere, che sceglie, non si lascia scegliere; Roberta ha ciò che manca ad Arturo: il coraggio di stare nel presente e di essere padrone della propria vita. «Potessi vivere cinque giorni fra trent’anni per sapere che sto pensando a tutto questo soltanto con un po’ di nostalgia.

Ma chi ti dice che non scoprirei invece d’avere perso l’occasione della mia vita?» confida Arturo al suo amico Guido. La nostalgia è lo stato d’animo di chi fa ritorno. Parafrasando Kundera (L’ignoranza, Adelphi 2003), che ragiona sui diversi esiti etimologici del termine nelle diverse culture, la nostalgia è il desiderio di ciò che è assente, di ciò che è stato o addirittura di ciò che non è mai stato, e in questo caso, non necessita l’idea di un ritorno. Ma è anche sofferenza dell’ignoranza. Vite che in un certo momento si sono tanto assomigliate, dunque, rischiano di non riconoscersi più. Ma cosa succede se l’eco della nostalgia giunge da molto più lontano di quello che immagineremmo? Cosa accade se sono i morti a non voler dimenticare e a farsi carico del ritorno?

Una telefonata da parte di uno studio notarile, all’incipit del romanzo, copre una distanza temporale di trent’anni, ma anche l’ignoranza affettiva di chi come Arturo ha scelto l’oblio: «Che può volere, dopo essere morto, Guido Clemente da lui?» pensa; «Dovrà di nuovo guardare a quella parte della vita che vorrebbe annegata nel tempo? Ce ne ha messo per diventare quello che è, non ha voglia di confrontarsi ancora con il sé stesso di allora». Guido ha nominato Arturo esecutore testamentario, sarà il supplente della sua volontà. L’espediente narrativo del ritorno dei personaggi dal carattere balzachiano, che dà vigore al racconto, concede e al tempo stesso nega loro l’oblio: ciascuno è nella propria narrazione ma anche in quella dell’altro.  La lontana giovinezza, condivisa da questi personaggi, sembra richiamarli al punto di origine per fare i conti con ciò che è rimasto irrisolto o, fino ad allora, volontariamente ignorato. «La vita che abbiamo alle spalle ha la pessima abitudine di uscire dall’ombra, di lamentarsi di noi, di metterci sotto processo» scrive ancora Kundera.

Quasi improvvisamente, il tempo trascorso sembra di nuovo secolarizzarsi. Quando si è giovani, le proprie solitudini possono rifugiarsi in stanze intimissime, o incontrare quelle altrui e organizzarsi in spazi di riflessione collettiva. Così, ci sembra di vederli Guido, Arturo, Elvira, Emilia, Ada, Lea e Carla, nei primi anni ’70, all’apice della loro giovinezza, mentre si riuniscono per il Collettivo o per i seminari dello stimato Professor Onofri, che sentono come un riferimento importante: «Gli incontri possono cambiare noi e il nostro futuro, alcuni si rivelano letali, altri si scoprono doni. Impersonare il destino per qualcuno dovrebbe sempre implicare un sentimento di responsabilità. Ma talvolta questo si rivela impossibile», scrive Fiorentino. In tutto il romanzo, ciascun personaggio sembra avere la responsabilità di ergersi a destino per un altro, può essere dono o pietra d’inciampo e tutti, in qualche modo, raccolgono un’eredità o un testamento anche da sé stessi: è così per Arturo, al quale Guido sembra lasciare la vita che avrebbe potuto vivere e di cui ora viene eletto supplente; è così per Emilia e Lea che vivono l’amarezza di desiderare ancora come si desidera a vent’anni, ma anche di fare i conti con la consapevolezza di una maturità che le ha cambiate; è così per Irina, che su richiesta del marito di Ada, che vuole fare ordine nell’armadio della moglie defunta, e forse nella sua vita, indossa ritualmente i suoi abiti, quasi fosse una liturgia del ricordo o del distacco. Ogni racconto è portato fino in fondo agli abissi, ma abbandonato alle soluzioni più imprevedibili o a domande che rimangono aperte. Si può scegliere di lasciare spazio al silenzio o di provare a colmarlo a tutti i costi con parole falsate. Così, l’ultima parola del romanzo non spetta ai vivi, ma ai morti che sentono

l’irrevocabilità della fine come una liberazione dalle aspettative ferite e dalle illusioni, ma anche come il limite oggettivo della propria narrazione: non potranno fare ritorno e saranno presto dimenticati. La mail lasciata da Carla ad Elvira vuole trattenere gli ultimi respiri concessi alla memoria, prima che si schiuda all’oblio: «voleva restare con quelli che l’amavano e per questo se li stava portando all’inferno con lei. […] Elvira sposta il cursore su ELIMINA e poi su RIMUOVI ELIMINATI». Nel romanzo di Fiorentino, la nostalgia come sofferenza dell’ignoranza, come si era detto prima, sembra essere il sentimento che lega i morti più dei vivi, che al contrario vogliono dimenticare.

Assetati di vista e di ricordo, i morti sono resistenti all’oblio, vorrebbero non andare mai via dallo sguardo altrui e faticano a perdonare ciò che fluisce, passa, cambia, nonostante la loro assenza. Se per Borges l’oblio è un’arte da imparare, a ragione Kundera scriveva: «Solo chi torna dopo tanto tempo può contemplare attonito e abbagliato la dea dell’ignoranza».

Fulvia Palmentura

Francesco Fiorentino, napoletano, ha studiato alla Federico II con Francesco Orlando. Dopo Venezia, ha insegnato letteratura francese all’Università di Bari, dove è professore emerito. Tra i suoi saggi pubblicati in Italia e in Francia, si segnalano le monografie su Balzac (Laterza), su Molière (Einaudi) e sul teatro del Seicento (Laterza). Ha curato l’edizione italiana del teatro di Molière (Bompiani) e sta preparando un’edizione di romanzi libertini (Bompiani). Per Marsilio ha diretto la collana di classici francesi «I fiori blu», e, insieme a Carlo Mastelloni, ha pubblicato due romanzi polizieschi: Il filo del male e Il sintomo. Nel 2021, sempre per Marsilio, è apparso il romanzo Futilità.

Fulvia Palmentura ha studiato Lettere e poi Scienze dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Attualmente frequenta il terzo anno del Corso di Dottorato in Lettere, Lingue e Arti a Bari, e lavora a un progetto di ricerca dal titolo “Il romanzo di formazione francese al femminile tra XIX e XX secolo”.

Diego e Margherita intervistano il Signor Rospo di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine! Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero! “.

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al Signor Rospo!

Margherita: Diego, sei sicuro che sia stata una buona idea mettere il Versoconver in cantina?

Diego: Perché me lo chiedi, Margherita?

Margherita: Boh, non lo usiamo da un bel po’, potrebbe essere rovinato dall’umidità…

Diego: Non credo… ma possiamo prenderlo dallo scaffale e controllare.

Margherita: Va bene…

Diego: Oh no! Che paura!

Margherita: Cosa c’è? Che succede?

Diego: Ho spostato il versoconver e guarda cosa ho trovato…

Margherita: Un rospo! Che ci fa qui?

Diego: Non si muove, potrebbe essere addormentato. Proviamo a svegliarlo per farci un’intervista.

Margherita: Signor Rospo, può svegliarsi per favore?

Diego: Non si sveglia. Forse se alziamo la voce: Signor Rospo! Sveglia!

Margherita: Pare proprio che non voglia… potrebbe essere morto?

Diego: Temo di sì, poverino. Dovremo dire al Professor Mundis che l’intervista non è andata come speravamo.

Signor Rospo: Avete detto Mundis? Parlate del Professor Cosmo Mundis?

Margherita: Ah! Allora il rospo è vivo!

Signor Rospo: Certamente, sono vivo! Noi rospi possiamo fingere di essere morti, mimetizzarci e gonfiarci, sembrando troppo grandi per essere mangiati.

Diego: Ma noi non siamo pericolosi, volevamo solo chiacchierare con lei.

Signor Rospo: Beh, non si sa mai… la prudenza è importante. Noi rospi, quando ci sentiamo minacciati, preferiamo rimanere immobili e far finta di essere morti.

Margherita: Bene, volevamo intervistarla.

Signor Rospo: Nessun problema! Gli amici del professore sono anche i miei amici. Cosa volevate sapere?

Diego: Prima di tutto, perché è qui, in cantina?

Signor Rospo: Qui passo l’inverno. Noi rospi amiamo stare sotto i sassi, tra le pietre e, a volte, anche nelle cantine come questa.

Margherita: Ma i rospi non devono vivere vicino all’acqua, in un laghetto o uno stagno?

Signor Rospo: Durante la riproduzione abbiamo bisogno dell’acqua, altrimenti preferiamo starcene lontani. Io passo molto tempo nel giardino di questa casa.

Diego: Veramente? Si trova bene?

Signor Rospo: Sì, molto! Sono un ottimo divoratore e qui, tra insetti, ragni, lumache e vermi, il cibo non mi manca!

Margherita: Wow! Ma non l’abbiamo mai vista!

Signor Rospo: Durante il giorno preferisco nascondermi. Agli umani non piace molto la nostra vista.

Diego: Non si offenda, anche io ho avuto un po’ di paura vedendola.

Signor Rospo: Capisco, le mie verruche fanno impressione. Una volta credevano che fossimo creature strane che avevano poteri malvagi.

Margherita: È vero?

Signor Rospo: Siamo innocui, ma attenzione alle verruche, possono secernere un liquido urticante. Se toccate un rospo, lavatevi le mani!

Diego: Grazie per l’avvertimento!

Signor Rospo: Grazie a voi! È bello chiacchierare… l’inverno è lungo.

Margherita: Possiamo consigliarle una lettura per passare il tempo?

Signor Rospo: Certo, grazie!

Diego: Le consigliamo “Un disgusto da Rospo” della casa editrice “Sassi”, scritto da Irena Trevisan e Susy Zanella. La storiella, riccamente illustrata, parla di Rospo, un tipo davvero schizzinoso, che ha sempre da dire su tutto e su tutti e nulla gli va a genio. Inoltre si crede insuperabile in tutto ed è convinto che gli altri abbiano una bellissima opinione di lui. Un giorno però accade un fatto che gli fa capire molte cose. La storia vuole insegnare che nessuno è perfetto, così come niente e nessuno è disgustoso e che degli altri ci possono piacere alcune caratteriste, altre di meno, insomma: ognuno ha le proprie qualità. 

Signor Rospo: Grazie mille! Ora vado a nascondermi, fino alla prossima primavera.

Cinzia Milite

L’ora di greco di Han Kang: una delicata storia d’amore di Gigi Agnano

“L’ora di greco” di Han Kang – tradotto da Lia Lovenitti e pubblicato in Italia da Adelphi nel 2023 – è un romanzo breve che penetra il lettore con la delicatezza di un fruscio e la forza di una slavina. In appena 163 pagine di un’intensità poetica prossima alla riflessione filosofica, l’autrice sud-coreana crea un universo narrativo che si insinua al di là dei confini della lingua, sviluppando una storia in cui i silenzi e il dolore diventano ponte e riparo di due anime in frantumi.

La trama, semplice nella sua essenza, rivela una complessità emotiva che deflagra tra le righe. La Kang dipinge due figure senza nome – lei narrata in terza persona, lui in prima – attraverso frammenti dolorosi della loro esistenza. La donna, annichilita dalla perdita della madre e della custodia del figlio, sceglie di rifugiarsi nel mutismo. L’uomo, tornato in Corea dopo anni in Germania, affronta una progressiva ed inesorabile cecità, che avvolge silenziosamente, come una nebbia, il suo mondo visivo. L’incontro avviene in un istituto privato di Seoul, dove lui tiene un corso di greco antico, al quale la donna decide di iscriversi. Ha così inizio, con una naturalezza viscerale e potente, la relazione tra l’uomo che sta diventando cieco e la donna che non parla ma scrive versi in greco. Ciascuno dei due, fino a quel momento inaccessibili, troverà nell’altro quello che manca al proprio mondo, sia dal punto di vista fisico che spirituale.

Il greco antico ha un ruolo centrale: da lingua morta, austera, “fredda e dura”, diventa viva e pulsante, lo specchio nel quale i due protagonisti condividono le loro ferite.  La scoperta che i verbi “soffrire” e “apprendere” siano in greco quasi identici (per Socrate “apprendere” significa letteralmente soffrire) è come una rivelazione che attraversa tutto il romanzo, il fiotto di luce che illumina il loro percorso di rinascita attraverso il dolore.

Questa visione della sofferenza come esperienza essenziale e necessaria in un percorso di crescita umana fa pensare al saggio “La società senza dolore” di Byung-Chul Han, dove il filosofo di origine sudcoreana denuncia la società contemporanea che, rifiutando il dolore, si priva di una dimensione esistenziale fondamentale. Se ne “L’ora di greco” la sofferenza, incarnata nella perdita, nel silenzio e nella cecità, diventa uno strumento di connessione; anche per Byung-Chul Han il dolore rappresenta il veicolo per relazioni umane più autentiche e profonde. 

La scrittura di Han Kang ha la precisione chirurgica della poesia, dove ogni parola conta e ogni silenzio è necessario. Non si limita a descrivere la sofferenza, la rende palpabile attraverso una narrazione eterea che è come un borbottio di disperazione, un lamento di corde vocali atrofizzate. L’uso di volta in volta di una metafora evoca il tormento interiore e l’alienazione dei suoi personaggi. Due citazioni esemplificano questa capacità.

La donna:

“… ha l’impressione di essere diventata un’ombra che striscia sulla superficie rugosa dei muri e del suolo, e sbircia da fuori la vita contenuta in un enorme acquario. È in grado di udire e leggere in modo distinto ogni singola parola, ma non riesce a schiudere le labbra ed emettere alcun suono.”

E l’uomo:

“La stilografica era ancora lì, esattamente come ricordavo. Era la stessa penna che avevo utilizzato, cambiando più volte il pennino, dal mio arrivo in Germania più o meno fino al secondo anno di università. Ho tolto il cappuccio, un po’ graffiato ma ancora in buono stato, l’ho messo in un angolo della scrivania e sono andato in bagno per sciogliere l’inchiostro secco. Dopo aver riempito il lavabo, vi ho immerso il pennino finché un filo sottile di inchiostro blu scuro ha iniziato a disegnare nell’acqua curve sinuose, in continua dissolvenza.”

Ogni immagine, ogni inquadratura, ogni frammento, ogni gesto, è carico di significatoUno dei momenti più toccanti del libro è molto probabilmente quello in cui la donna, non potendo parlare e per farsi capire in una situazione d’emergenza, traccia le parole con l’indice destro sul palmo della mano sinistra dell’insegnante. La Kang lascia intendere che per comunicare si possano trovare alternative ben più eloquenti della lingua parlata. In tal senso, “L’ora di greco” va considerata anche come un’affascinante meditazione sulla natura fragile e potente della comunicazione umana.

Man mano che la storia avanza, infatti, i due protagonisti creano un nuovo linguaggio, frutto dell’acquisita complicità, che ha sempre meno bisogno di parole. Una rarefazione dei dialoghi che ricorda la potenza dei silenzi e la profonda introspezione del cinema di Kim Ki-duk, altro genio artistico sudcoreano.

L’ora di greco è la storia commovente e malinconica di due persone impaurite, ferite e dolorosamente sole; di due anime sinistrate che s’incontrano nella notte più buia, che trovano l’una nell’altra un complemento alle proprie mancanze e che, venendosi in soccorso, ritrovano la luce. È un romanzo che parla della perdita, ma anche della riparazione; della fragilità e della solitudine, ma anche della tenerezza salvifica e dell’armonia ritrovata. Han Kang, già celebre per il suo capolavoro “La vegetariana”, ci offre con “L’ora di greco” un’altra gemma straordinaria, visionaria, complessa e gioiosamente devastante. 

Con la sua scrittura elegante e sobria, delicata e introspettiva, l’autrice ci ricorda che l’arte, la poesia e soprattutto l’amore possono colmare i vuoti lasciati dalle nostre ferite, anche quando le perdite sembrano inconsolabili. “L’ora di greco” è un inno alla bellezza che resta nel cuore e nella mente del lettore, come una traccia d’inchiostro indelebile o una visita alle splendide biblioteche e librerie di Seoul.

Gigi Agnano

Mark Kurlansky: Merluzzo (ed. Nutrimenti, trad. Giuseppe Bernardi) – Storia del pesce che ha cambiato il mondo di Gigi Agnano

Ma davvero si può parlare con entusiasmo di un saggio sul “Merluzzo”? Che cosa rende questo libro così attraente?

Innanzitutto Mark Kurlansky, giornalista americano classe ’48, ci dà un’interpretazione bizzarra, ma, a pensarci bene, condivisibile: il merluzzo ha cambiato la Storia del Mondo. Un’esagerazione? Beh, l’autore ne cita tanti di esempi, a partire da quello di Eirik il Rosso e dei Vichinghi, che nel Decimo Secolo, ben prima di Colombo, difficilmente sarebbero arrivati dalla Norvegia in Islanda, per poi spingersi in Groenlandia e nel Nord America, se non avessero “inventato lo stoccafisso”, cioè imparato ad essiccare il merluzzo appendendolo nell’aria gelida invernale. Quel cibo non deperibile, che è poi un concentrato di proteine, avrebbe sfamato i pescatori nelle lunghe traversate atlantiche, generalmente alla ricerca dei banchi di pesce, che i Vichinghi avevano cominciato a commerciare in tutto il Nord Europa. 

Anche i successi commerciali nel Medioevo dei Baschi, che si spingevano in mari ancora più lontani a caccia in primis di balene, difficilmente si sarebbero realizzati senza la salatura del merluzzo (ecco a voi il “baccalà”!) che consentiva di portare a bordo adeguate scorte di cibo. 

Ma anche gli spagnoli e i portoghesi considereranno il merluzzo strategico, essendo un nutrimento a buon mercato e di alta qualità per gli equipaggi delle navi dirette sempre più di frequente nel Nuovo Mondo a fini commerciali o di scoperta. In Africa Occidentale, gli schiavi venivano scambiati con stoccafisso e baccalà. E, una volta arrivati in America, venivano sostentati con merluzzo salato scadente (il piatto caraibico più diffuso è ancora oggi il baccalà col riso).

E potremmo continuare con gli esempi, che poi sono quelli che troverete nel libro, per capire quanto abbia inciso il merluzzo sulla nostra Storia e su quello che siamo diventati.

Ma il merluzzo, come ci dice Kurlansky, può essere visto anche come l’emblema di una grande crisi nel rapporto tra l’uomo e la natura. Infatti, già alla fine dell’Ottocento, a causa di tecniche di pesca e motori sempre più sofisticati e potenti, cominciavano ad evidenziarsi i primi segni di spopolamento del merluzzo. Ma purtroppo l’abbondanza di pescato non ha comportato fino ai giorni nostri misure per evitarne il depauperamento. Oggi Paesi come l’Islanda e la Norvegia hanno finalmente imposto talune limitazioni per consentirne il ripopolamento, ma è assai probabile che queste misure possano risultare tardive, un po’ come tutte quelle che riguardano l’ambiente. In Canada e negli Stati Uniti – i banchi di Terranova erano tra i più prosperi al mondo – quelli che erano stati importanti porti di pesca sono diventate città fantasma a conferma dell’esaurimento del merluzzo.

Ma nel libro troverete anche – e questa potremmo considerarla una contraddizione con le istanze ambientaliste dell’Autore – seicento anni di più o meno gustose, ma senz’altro economiche e fantasiose ricette a base di merluzzo, carne bianca, delicata e friabile. A partire da quella del 1375 di Taillevent Le Viandier che lo cucinava con senape e burro fuso. Oppure il baccalà norvegese ammorbidito nella liscivia o la ricetta britannica d’inizio ottocento della testa di merluzzo arrosto con un po’ di sale e di noce moscata, qualche chiodo di garofano e del fegato pestato con burro e due rossi d’uovo. O ancora potrebbe venirvi voglia di provare le fette di fegato impanate con le uova di merluzzo fritte descritte da Joyce nell’Ulisse come colazione di Leopold Bloom che, come si sa, mangiava con gusto le interiora delle bestie e degli uccelli.

Inoltre, il libro è una lettura piacevolissima perché fornisce digressioni intriganti su argomenti che incuriosiranno il lettore, come il contrasto nel Cinquecento tra l’Inghilterra e i tedeschi della Lega Anseatica per i diritti sul merluzzo islandese; o gli accordi internazionali per accaparrarsi il sale e la definizione delle tasse sul sale stesso, le gabelle, particolarmente invise al popolo da portare alla Rivoluzione francese. Oppure i traffici che partivano dal New England per arrivare a Bilbao dove si vendeva il pesce migliore; poi le navi ripartivano per le Indie occidentali dove si vendeva quello scadente per comprare zucchero, tabacco, cotone da riportare a Boston e in Occidente. Per arrivare fino a quella che la stampa britannica definì “la guerra del merluzzo”, combattuta per fortuna senza spargimenti di sangue tra Islanda e Inghilterra tra il 1958 e il 1976 per l’accesso privilegiato alle zone di pesca.

Infine, Merluzzo è un libro che vi farà viaggiare (Paesi Baschi, Bretagna, Scandinavia, Isole Faroe, Islanda, Groenlandia, Labrador, Terranova, Nuova Scozia, ecc…), un racconto di esplorazioni (Vichinghi, Colombo, Caboto…), di barche (a due, a tre alberi con timone a barra, i vascelli, gli schooner, le dories, i pescherecci a motore), di tecniche di pesca (il palamito, lo strascico da fondale, i sonar) e di lavorazione del pescato (a bordo, congelazione).

Il libro di Mark Kurlansky è, allo stesso tempo, affascinante e preoccupante. Nessuno avrebbe immaginato fino a qualche decennio fa che il pesce più abbondante, resistente e prolifico sarebbe potuto un giorno scomparire dai nostri mari. Eppure sembra che questo sia il destino del merluzzo, colpevole soltanto di piacerci troppo e di avere tra i suoi predatori l’uomo. Non ci resta che sperare che il buon senso dei governi, ma anche di tutti noi consumatori, coniugato con la scienza, salvi il merluzzo se non altro per salvare noi stessi. E questo libro è l’ennesimo monito, purtroppo finora inascoltato, a riconsiderare con urgenza i comportamenti sconsiderati e irresponsabili della razza umana nei confronti della natura.

Gigi Agnano

Intervista a Antonio Talia autore di  La stagione delle spie – Indagine sugli agenti russi in Italia (Minimum Fax) di Cristina Marra

Antonio Talia, giornalista e scrittore, si occupa di affari esteri e criminalità transnazionale. Ha trascorso 7 anni a Pechino lavorando come corrispondente per un’agenzia di stampa italiana ed è autore di reportage e di storie sul jihadismo in Indonesia, su Singapore, sulle proteste a Hong Kong e sul riciclaggio di denaro tra Europa e Asia. Nel 2012 è uscito I Giorni del Dragone (Informant), un ebook sulla lotta per il potere all’interno del PCC. Per Minimum Fax ha pubblicato nel 2019 Statale 106. Viaggio sulle strade segrete della ‘ndrangheta; nel 2021, Milano sotto Milano. Viaggio nell’economia sommersa di una metropoli. La sua ultima fatica è La stagione delle spie, un reportage sui casi di spionaggio avvenuti in Italia dal 2016 a oggi. Lavora per Radio24_news (Nessun luogo è lontano).

Dopo la fine della Guerra fredda, il numero di spie russe in Italia è aumentato.  Come spieghi questo fenomeno? Da dove inizia la tua indagine per scrivere il libro?

 L’idea del libro è nata da una conversazione con il prefetto Adriano Soi, docente di intelligence all’Università di Firenze, in cui mi raccontava proprio di questo aumento del numero di agenti russi registrato nella nostra intelligence negli ultimi anni. 

Il caso di Walter Biot, il sottufficiale della Marina militare italiana sorpreso a rivendere informazioni riservate ai russi, quello di Frederico Carvalhão Gil, alto funzionario dei servizi d’informazione portoghesi arrestato a Roma in compagnia di un agente russo al quale stava cedendo documenti Nato, oppure ancora la storia di Maria Adela Kuhfeldt-Rivera, agente infiltrata nella base Nato di Napoli, sono solo alcune delle vicende avvenute in Italia negli ultimi anni. Probabilmente il fenomeno si spiega con una serie di fattori storici (l’Italia è sempre stata una potenza dialogante con la Russia) e contingenti (alcuni recenti governi italiani hanno manifestato una certa simpatia per Putin): per questo ho pensato che andasse indagato e raccontato

Chi sono le spie oggi? Perchè si diventa una spia e si arriva anche a tradire il proprio Paese?

Ci sono gli agenti dei servizi d’intelligence, in Italia sono l’Aise e l’Aisi, coordinati dal DIS: quella è gente che fa il proprio mestiere, che consiste nel reperire informazioni da condensare al Presidente del Consiglio in dossier professionali utili per prendere decisioni politiche. E questa è la fisiologia, la normalità dei servizi di informazione di tutto il mondo democratico; anche se siamo abituati comunemente a chiamare “spia” chi fa questo lavoro, si tratta di gente che viene reclutata attraverso percorsi professionali e ha un addestramento di un certo tipo, ma anche una routine e una quotidianità lontana dai film di genere. Si calcola che in Italia ci siano tra i 4mila e i 5mila agenti. Poi ovviamente esiste il momento patologico, ossia quando un agente decide di passare dall’altra parte, e per quanto si tratti di vicende drammatiche, che sottindendono gravissime crisi personali, dal punto di vista del giornalismo narrativo sono le storie più interessanti da raccontare. Si dice che si tradisce per quattro motivi, che sono riassunti nell’acronimo inglese “MICE” (Topini): “Money” (denaro), “Ideology” (ragioni ideologiche), “Coercion” (si viene ricattati) e “Ego” (il caro vecchio ego). Ovviamente queste quattro lettere possono comprendere quasi tutta la tavolozza delle emozioni umane, e forse è questo che rende le storie di spie ancora più affascinanti. 

Che succede quando si intercetta una talpa?

Fonti del mestiere dicono che possono succedere varie cose. La prima è che la talpa viene individuata, messa davanti alle sue responsabilità e poi “riutilizzata” per fornire informazioni false al nemico; sono quelli che chiamano “agenti tripli”. Oppure si può decidere di mandare un chiaro segnale al Paese avversario, è una decisione che spetta alla Presidenza del Consiglio, e allora si allerta l’Autorità Giudiziaria e si arrestano la talpa e l’agente che la gestiva, il cosiddetto “supervisore”. Ultimamente l’Italia ha scelto questa strada in alcuni casi, proprio per mandare un segnale al Paese avversario, nella fattispecie la Russia. 

Roma è la città preferita dai russi, per quale motivo?

Non so se lo è ancora, ma di sicuro è tra le preferite. Ci sono vari fattori; il primo è che a Roma non c’è una sola sede diplomatica presso la quale accreditarsi, ma ce ne sono addirittura tre: se un agente russo (o di altra nazionalità) vuole nascondersi dietro l’immunità diplomatica può accreditarsi presso la Repubblica Italiana, ovviamente, ma anche al Vaticano o alla sede della FAO. Questo ovviamente moltiplica le possibilità di nascondersi. Poi c’è un fattore che ha a che vedere con lo spionaggio vecchio stile, quello che pensavamo sorpassato dalla tecnologia: Roma abbonda di ristoranti e bar affollati con tavoli all’aperto, darsi appuntamento per scambiarsi velocemente dei documenti è molto più semplice che altrove. 

Nella tua ricerca che metodo hai usato e quanti contatti diretti con ex spie hai avuto?

Ho usato un metodo giornalistico rigoroso, sono andato a caccia di documenti aperti e di documenti riservati e poi ho cercato di costruire un andamento narrativo, capace di tenere desta l’attenzione del lettore intrecciando anche le vicende di spionaggio con l’attualità politica internazionale. I contatti sono stati diversi, ma ovviamente bisogna fare sempre del proprio meglio per evitare di innamorarsi della versione fornita dalle fonti e raccontare tutto al lettore in maniera distaccata. 

Che connessione c’è tra alternanza delle fasi politiche e le dinamiche dell’intelligence? 

Il collegamento è diretto: in un ordinamento democratico l’intelligence obbedisce alla politica, le priorità vengono dettate dalla politica, quindi se in una certa fase politica si teme di più, per dire, la minaccia economica a quella del terrorismo, l’intelligence obbedisce e fornisce più informazioni su quei temi. 

Spionaggio tradizionale e cyber, oggi si usano entrambi?

Con i casi Snowden e Assange sembrava che ormai tutte le questioni di intelligence si svolgessero esclusivamente dietro lo schermo di un computer. Gli ultimi anni ci hanno dimostrato che non è affatto così: le attività cyber sono fondamentali, ma quello che Graham Greene chiamava “Il fattore umano” rimane centrale. È solo “il fattore umano” che spiega che cosa spinga qualcuno a passare al campo avverso; solo “il fattore umano” spiega come sia possibile attirare qualcuno in una trappola della fiducia oppure convincerlo che la propria ideologia è più giusta di quella del Paese in cui si vive. Era questo l’aspetto che mi interessava di più nello scrivere il libro: mettere in luce il fattore umano, capire com’è possibile che certe persone scelgano di trasformarsi in quello a cui avevano sempre dato la caccia. Mi pare un percorso molto affascinante. 

Quali sono le città coinvolte e i casi di cui ti sei occupato?

Roma è al centro di tutto, ma per scrivere il libro ho fatto ricerche e incontrato fonti a Lisbona, Parigi e Napoli, mentre altre fonti le ho raggiunte per via telematica a Washington, Mosca, Cincinnati e Helsinki. Le storie sono cinque storie di agenti russi in Italia e vanno dal 2016 al 2023. Si passa da scambi di documenti Nato a furti di tecnologie militari, ma come abbiamo detto prima ogni storia di spie è anche una storia di politica, e quindi nel raccontarle ci si imbatte anche in molte controversie politiche di questi anni, dai tentativi di influenza di Donald Trump alle politiche di Conte, Draghi e Meloni. 

La copertina del libro richiama alla vecchia Unione Sovietica, perchè questa scelta?

Per tre ragioni: la prima è che il simbolo dell’Unione Sovietica e del vecchio KGB è sempre più riconoscibile rispetto a quelli della Russia attuale. La seconda è che c’è una certa continuità tra quella Russia e la Russia di oggi. La terza è un richiamo ai vecchi romanzi di un maestro come John Le Carré, che adoro. Ma questi non sono romanzi: sono tutte storie vere. 

Cristina Marra