Il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk: finalmente l’amore! di Gigi Agnano

Il Museo dell’innocenza sarà sempre aperto per gli innamorati

che non trovano un posto a Istanbul dove baciarsi. 

Pubblicato da Einaudi nel 2009, Il Museo dell’Innocenza è il primo romanzo di Orhan Pamuk dopo che gli sia stato assegnato nel 2006 il Nobel per la Letteratura. E’ una storia d’amore affascinante e nostalgica, sul desiderio e sull’assenza, che dimostra una volta di più l’immenso talento dello scrittore turco. 

Racconta l’ossessione che assorbe tutta la vita di Kemal, un giovane ricco dell’élite di Istanbul, per Füsun, una sua lontana parente di famiglia assai più modesta. 

All’inizio del romanzo, Kemal ha una trentina d’anni, conduce, in un mix di Dolce Vita e Grande Gatsby, un’esistenza rilassata tra feste, club e ristoranti mondani, ha un’ampia rete di amici, gira per le strade della città in una elegante Chevrolet del ’56 e ha da molti anni una fidanzata, Sibel, anch’essa di ottima famiglia, con la quale è destinato a sposarsi.

Dall’età di vent’anni sentivo in cuor mio di avere su di me una corazza invisibile che mi proteggeva da qualunque disgrazia e infelicità. Questa impressione, del resto, mi faceva intuire che occuparmi troppo delle altrui infelicità avrebbe reso infelice anche me, e avrebbe potuto scalfire la mia corazza.

Un giorno però, casualmente, mentre sta facendo acquisti per la sua ragazza, incontra la bellissima e giovanissima Füsun, che lavora come commessa in una boutique alla moda in una zona elegante di Istanbul. I due in breve tempo iniziano una relazione: si incontrano regolarmente in un appartamento vuoto della famiglia di Kemal, appartamento che diventa uno dei personaggi chiave del romanzo. Qui è dove si depositano gli oggetti inutilizzati di casa, i vestiti e le scarpe vecchi della madre, i giocattoli dell’infanzia, ma è anche il luogo dove si tengono gli incontri via via più passionali dei due giovani.  Kemal finisce per innamorarsi:

Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo.

Infatti, Kemal non comprende all’inizio l’importanza del suo innamoramento e, nel rispetto delle convenzioni borghesi, non rinuncia al legame con l’ignara Sibel. 

È solo quando Füsun scompare, subito dopo il fidanzamento “ufficiale” tra Sibel e Kemal (con tanto di festa in grande stile all’hotel Hilton, presente tutta la buona società cittadina, compresi Füsun e Pamuk stesso in una sorta di cameo cinematografico), che Kemal, memore dei momenti felici vissuti insieme, capisce quanto sia perdutamente innamorato. 

In assenza di Füsun che rifiuta di incontrarlo, il giovane comincia allora a far visita ogni giorno alla famiglia della ragazza per assaporare il mondo in cui lei aveva vissuto e respirato. E ogni volta porta via di nascosto degli oggetti che le appartenevano (un fermaglio, una tazzina, un orecchino, una saliera, il cagnolino di porcellana che siede sopra il televisore, ecc…), pezzi che andranno a comporre il museo dedicato al suo amore finito. Le giornate di Kemal trascorrono nel ricordo ossessivo di Füsun, al punto che non riesce a non confessare tutto a Sibel e a rompere il fidanzamento. Passano i mesi e Kemal – rimasto progressivamente solo, senza fidanzata, amante e amici – quando rintraccia finalmente l’ex amante, la scoprirà sposata con l’aspirante regista Feridun. A quel punto, l’ossessione del nostro protagonista diventerà sempre più dolorosa quanto più disperata diventa la storia d’amore, ma non racconto ulteriori parti di una trama tutt’altro che prevedibile per lasciare al lettore il piacere della scoperta. 

Aggiungo solo che ancora una volta, come in quasi tutti i suoi romanzi, Pamuk scrive in modo lirico e poetico di Istanbul (richiamando alla memoria del lettore sia le città “reali” di Auster e Mahfuz, sia quelle fantastiche e allegoriche di Calvino e di Borges). La inquadra tra gli anni ’70 e ’80, anni in cui Oriente e Occidente sembrano più vicini, in cui la sua città resta come mai in bilico tra storia e modernità, tra le casette in legno decadenti e gli sfarzosi appartamenti dei nuovi ricchi. Si avverte molto forte il contrasto tra una città di tradizione e di valori ottomani e musulmani ed una che vuole essere più moderna, “europea”. Pamuk racconta l’impatto dell’architettura, dell’arte e dell’estetica occidentali su una società islamica. In ogni angolo aleggia un conflitto che si riflette anche nella mentalità delle persone, in particolare dell’alta borghesia, da un lato orgogliosamente tradizionaliste e dall’altro desiderose di un approccio più “libero”, “all’occidentale”, soprattutto per quel che riguarda le tematiche della vita privata relative all’amore ed il sesso.

E il romanzo presenta questa contrapposizione. Infatti, mentre la prima parte si legge come una storia di passione spericolata, distruttiva, che si scontra con le convenzioni borghesi; altrove molte pagine sono dedicate al peccato, al pentimento, ad opprimenti temi tradizionali, come per esempio alla verginità perduta prima del matrimonio da Sibel – della quale Kemal si sente in qualche modo “responsabile” -, o a quella di Füsun che “ha deliberatamente scelto di donarla a Kemal”.

Ma il tema centrale del romanzo è il furto compulsivo, infantile e feticistico degli oggetti, che trovano la loro casa nel museo che dà il titolo al romanzo, un santuario della vita quotidiana costruito negli anni. E’ un’idea evidentemente proustiana, ispirata all’idea del tempo passato recuperabile attraverso le sensazioni vissute nel presente. Pamuk ha sempre dichiarato di avere un interesse per le “collezioni” e di aver concepito il romanzo anche come una raccolta fisica di ricordi legati ai protagonisti e soprattutto alla sua città. Sia il suo collezionismo che lo stesso Museo dell’Innocenza sono esempi di ciò che il grande scrittore turco chiama “hüzün”, ovvero la parola turca traducibile con malinconia, intesa anche come perdita e dolore amorosi (si noti l’assonanza tra “hüzün” e il nome della ragazza, “Füsun”). 

Nel 2012 Orhan Pamuk ha curato e aperto il vero e proprio Museo dell’Innocenza nel quartiere Cukurcuma di Istanbul, in un edificio rosso in una parte antica della città.

Qui è esposta, in un ambiente buio, ovattato e silenzioso, la vasta collezione di cimeli. L’esposizione si apre con quello che forse è il pezzo più toccante ed esemplare: come in un insettario, il visitatore si trova di fronte ad un enorme pannello con i mozziconi delle 4213 sigarette fumate da Füsun dal 1976 al 1984. I mozziconi sono organizzati per colonne rappresentative di ogni anno, e ciascun mozzicone riporta un’etichetta col giorno in cui è stato fumato. Altro pezzo fondamentale della collezione è l’orecchino che la ragazza porta la prima volta che si dichiarano innamorati e che costituirà il primo pezzo del museo.

Attraverso foto, riprese, fazzoletti, orologi, bicchieri, ombrelli, cagnolini, scarpe, vestiti, ecc…, lo scrittore realizza il desiderio sicuramente innovativo per il mondo letterario di condividere col lettore non solo una storia (che per tanti versi ricorda Lolita o L’amore ai tempi del colera), ma anche una raccolta fisica di oggetti che mostrano – dice l’Autore stesso – “la bellezza della vita ordinaria”. E al lettore – eventualmente visitatore – non resta che abbandonarsi al fascino e alla tenerezza e alla raffinatezza della testimonianza di Pamuk:

Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice.

Gigi Agnano

Riscoprire Martin Buber di Francesco Ferrari

Da alcuni mesi, la guerra è tornata, in Europa e alle porte dell’Europa. Riscoprire le riflessioni di un grande filosofo come Martin Buber (Vienna 1878 – Gerusalemme 1965), fermamente persuaso che la prima causa della guerra fosse l’umana incapacità di pensare la pace, è allora non solo stimolante intellettualmente, ma anche rilevante concretamente.

Il percorso umano e intellettuale di Buber ben si condensa nell’epiteto “costruttore di ponti”, tributatogli dall’allievo Ernst Simon. Egli rivolse infatti la propria vita e il proprio pensiero a riparare relazioni danneggiate tra individui e tra gruppi. Nei suoi scritti e nel suo agire, Buber si dedicò a superare l’estraniazione che separa singoli esseri umani, l’essere umano e Dio, la persona dal suo mondo sociale e culturale, popoli e stati, l’ebreo dall’ebraismo, ma anche dal cristiano, dall’arabo, dal tedesco. Gli scritti di Buber possono essere letti come una sfida alle condizioni anonime e alienanti della vita moderna, e, con il primato della relazionalità che essi affermano, ci insegnano a recuperare presenza, interezza e capacità di incontrare, in una parola: riconciliazione nelle nostre vite.

Buber era nato a Vienna l’otto febbraio 1878 da una facoltosa famiglia della borghesia ebraica di lingua tedesca dell’Impero Austro-ungarico. All’età di tre anni, sua madre Elise abbandonò il nucleo familiare: un evento traumatico, un “incontro mancato” che lo accompagnerà, come un’ombra, per tutta la vita. Il piccolo Martin venne affidato allora alle cure dei nonni paterni a Leopoli, all’estremo margine orientale della monarchia asburgica. Il nonno Salomon era un esperto editore di Midrash e di testi rabbinici; la nonna Adele, un’appassionata lettrice del classicismo e del romanticismo tedesco. In questo contesto, Buber fa conoscenza diretta del chassidismo, una corrente mistica dell’ebraismo esteuropeo che, in diversi suoi scritti, avrà modo di tematizzare nei termini di cabbalà divenuta ethos, santificazione del quotidiano e superamento dello iato tra sacro e profano. Alcune polarità peculiari del suo pensiero prendono già avvio in questi primissimi anni: germanicità ed ebraicità, ebraismo occidentale ed orientale, società e comunità, religione istituzionale e religiosità mistica.

Nel 1896 Buber torna a Vienna, per iscriversi all’università: sceglie come facoltà filosofia e storia dell’arte. Ha come maestri Georg Simmel e Wilhelm Dilthey, ed è un avido lettore di Nietzsche, Kant e Schopenhauer. Buber, però, non è affatto un intellettuale isolato in una torre d’avorio: in ogni stagione della sua vita entrerà in contatto con diversi movimenti letterari e politici. Chi vuole accostarsi allo studio del suo pensiero non può prescindere dall’analizzare i network di cui egli fu parte integrante. Una fonte particolarmente ricca a riguardo è l’epistolario del filosofo. Esso consta di oltre 40.000 lettere indirizzate a oltre 7.000 destinatari, ed è attualmente oggetto del grande progetto “Buber Korrespondenzen Digital” che, finanziato dall’Accademia di scienze e lettere di Magonza, si svolge presso le Università di Francoforte e di Jena, sotto la guida dei professori Christian Wiese e Martin Leiner.

La prima pubblicazione di Buber risale al 1897: è in lingua polacca, ed ha per oggetto scrittori viennesi come Arthur Schnitzler e Hugo von Hofmannsthal. Nei medesimi anni, la politica lo chiama, con una forza ancora maggiore: Incontri decisivi sono quelli con il pensatore e attivista anarchico Gustav Landauer e con il leader sionista Theodor Herzl. L’influsso di Landauer è rinvenibile fin da una conferenza buberiana del 1901, al cui centro sta la comunità, intesa come espressione genuina del legame tra uomo e uomo. Essa si contrappone tanto al monopolio della forza dello stato quanto all’anonimato della società: è una “comunità postsociale”. Da Herzl, Buber è invece nominato, nel medesimo anno, caporedattore del periodico Die Welt: nelle sue pagine, il giovane filosofo formula un sionismo culturale, che, incentrato sulla rinascita della creatività del popolo ebraico, contrasta apertamente la visione di uno stato ebraico propugnata dallo stesso Herzl – è il “rinascimento ebraico”. Quelli dell’università sono dunque anni indubbiamente intensi per Buber. Tra Vienna, Lipsia, Zurigo, Berlino e ancora Vienna, essi culminano nel conseguimento del dottorato nel 1904, con una tesi sul problema dell’individuazione in due filosofi cristiani: Nicolò Cusano e Jakob Böhme.

Buber trascorre un paio d’anni a Firenze, dove assiste ad alcuni spettacoli teatrali di Eleonora Duse che lo impressioneranno durevolmente, per poi stabilirsi in Germania: Dapprima nella capitale Berlino, e quindi, a partire dal 1916, a Heppenheim an der Bergstrasse, un piccolo centro non molto lontano da Francoforte. Negli anni che precedono la Prima guerra mondiale, Buber lavora come lettore per la casa editrice Rütten & Loening. Qui, diventa caporedattore della serie Die Gesellschaft (ovvero: la società), una pionieristica collana in 40 volumi a più autori, in cui è già presente il termine “interumano”, che diventerà peculiare del suo pensiero dialogico. Buber si volge quindi, con crescente intensità, a mito e mistica di diversi popoli e religioni: chassidismo, taoismo, cristianesimo medievale, induismo, islam – l’afflato della religiosità non conosce per lui limiti confessionali. La questione del senso dell’ebraismo in un mondo non-ebraico è comunque oggetto privilegiato della sua riflessione, tanto in termini religiosi quanto di identità di popolo: con i Tre discorsi sull’ebraismo di Praga egli assurge a punto di rifermento per un’intera generazione di giovani ebrei mitteleuropei. Il pensiero politico-religioso di Buber, fortemente intriso di superomismo nicciano e del culto dei popoli, ma anche di una concezione mistica-messianica dell’esperienza vissuta, fa sì che egli saluti con favore lo scoppio della Prima guerra mondiale.

A partire dalla primavera 1916, tuttavia, grazie anche alle critiche mossegli dall’amico Landauer, egli rivede le proprie posizioni lealiste e belliciste. Sulle colonne del periodico Der Jude, da lui fondato proprio nel 1916, Buber interpreta la guerra in corso come l’esito del monopolio della forza da parte di stati-nazione indifferenti alla sorte del popolo ebraico, che combatte al loro servizio in una sorta di atroce guerra civile. Buber si trova così a un crocevia: il suo distanziarsi dalla mistica e il suo congedarsi dal nazionalismo si accompagnano alla svolta dialogica del suo pensiero, che trova classica formulazione nel suo capolavoro Ich und Du (ovvero: Io e Tu), iniziato sempre nel 1916 e pubblicato nel 1923.

Con Io e Tu, Martin Buber entra nella storia della filosofia come uno dei maestri del “pensiero dialogico”. Buber definisce il dare e ricevere la parola come un evento fondamentale, tanto tra uomo e uomo quanto tra l’uomo e il divino (in particolare nella Bibbia). Il linguaggio mostra come l’Io e il Tu sono legati da un vincolo di originaria coappartenenza, per cui “in principio è la relazione”. La relazione non è tuttavia per Buber una proprietà che risiede nel soggetto, bensì è l’aprioridell’essere. Quanto chiamiamo “io” non è un punto di partenza, bensì di ritorno. “Non vi è alcun io in sé”, scrive allora il filosofo, bensì l’insuperabile differenza ontologica tra l’Io della relazione Io-Tu e l’Io della relazione Io-Esso. Nella relazione Io-Tu, l’Altro è incontrato nel pieno rispetto dell’ineffabilità del suo essere, nella sua presenza inoggettivabile, irriducibile a qualsivoglia articolazione, qualitativa o quantitativa. La relazione Io-Tu permette di rivolgersi all’Altro in un dialogo franco e senza riserve, che, in quanto tale, richiede ricettività, apertura, financo vulnerabilità. C’è dialogo dove a un appello segue una risposta. In termini etici, la relazione Io-Tu definisce allora il nostro agire come responsabilità. In termini politici, essa ha come luogo di realizzazione la comunità, la cui incarnazione concreta è localizzata da Buber nel socialismo dei kibbutz (in antitesi al comunismo dei soviet). Si tratta allora di porsi in ascolto del Tu, in antitesi a quel ripiegamento su di sé monologico che pare una modalità predefinita nella nostra media quotidianità.

La relazione Io-Tu sfida il pensiero occidentale, in cui il darsi del soggetto vuol dire separazioneda un oggetto – che ben presto diventa funzionalizzazione, strumentalizzazione, reificazione. Nei termini di Buber: una relazione Io-Esso.Il nostro essere in relazione con gli altri si compie allora in base a un’antitesi fondamentale: incontrare come un Tu oppure utilizzare come un Esso. Relazione significa in Buber dialogo, coappartenenza, ma anche differenza. Sarebbe infatti profondamente sbagliato leggere il pensiero dialogico buberiano in termini di unio mystica, di sussunzione fusionale di Io e Tu. Affinché un dialogo possa aver luogo, occorre che ognuno dispieghi la propria voce: dia-logos significa discorso di due. È nella insuperabile distinzione dell’Io e del Tu che risiede il fondamento del dialogo, cosicché chi dice dialogo dice anche diversità, e quindi dissenso. Buber stesso testimonia con la propria vita e con il proprio pensiero una concezione “agonistica” del dialogo, in qualità di ebreo di lingua tedesca, sempre e di nuovo pronto a impegnarsi in dibattiti con un Tu che di volta in volta assume le sembianze del teologo cristiano, dell’attivista palestinese, financo del membro del partito nazionalsocialista.

La critica allo stato-nazione inaugurata da Buber nel 1916 ha come esito anche una revisione del sionismo in senso teocratico: essa implica lo scioglimento del vincolo del potere temporale, contrapponendo a esso l’affermazione della sola legittimità della sovranità divina. Se Dio vige come unico legislatore, ogni Führer terreno è allora un usurpatore: non si deve pertanto confondere la teocrazia con una ierocrazia o con una teologia politica, di cui essa costituisce in vero l’opposto.Una simile prospettiva pone Buber in stretta continuità tanto con il pensiero anarchico e antipolitico di Landauer quanto con il socialismo religioso del teologo evangelico Leonhard Ragaz, da cui egli mutua la tesi per cui fede significa non obbedienza a una religione, quanto edificazione del regno di Dio qui e ora. Questo significa agire in nome di verità e giustizia, al pari dei profeti dell’Antico Israele. Per Buber, non vi è autonomia del politico dall’etico. Tale principio vale anche per la definizione delle relazioni tra arabi e ebrei nella Palestina mandataria inglese, come emerge dal suo impegno all’interno dell’associazione pacifista Brit Shalom, di cui è cofondatore nel 1925. Il messaggio della Bibbia ebraica diventa sempre più importante per Buber. Ancora nel 1925 egli dà avvio, insieme all’amico Franz Rosenzweig, a un’impresa colossale: una nuova traduzione della Scrittura in lingua tedesca, che Buber porterà a compimento nel 1961, dopo il tragico tramonto della simbiosi ebraico-tedesca.

La rilevanza delle questioni teologiche cresce progressivamente nel suo pensiero: nel 1926, Buber dà avvio a un periodico interreligioso, Die Kreatur, di cui condivide la redazione con un collega protestante e a uno cattolico. Aumenta nondimeno il suo impegno pedagogico, tanto in senso teoretico quanto con i corsi che egli tiene al Freies Jüdisches Lehrhaus, istituto per la formazione degli ebrei adulti diretto proprio da Rosenzweig. Nel 1930 Buber è quindi nominato professore di Scienza ed etica dell’ebraismo all’Università di Francoforte, senza che sia in possesso di una tesi di abilitazione: un riconoscimento, quindi, che gli viene tributato per meriti scientifici e chiara fama. Buber è in costante ascesa, una stella di prima grandezza nella cultura ebraico-tedesca della Repubblica di Weimar.

Le elezioni tedesche del 1933 cambiano tutto. In peggio, naturalmente, per Buber, che nel gennaio del medesimo anno aveva esposto il proprio sionismo teocratico al convegno “i fondamenti religiosi di un movimento völkisch”, anche in presenza di membri del partito nazionalsocialista. Con la presa del potere di Hitler, Buber è destituito dall’incarico di professore universitario fin dal 1933. Tuttavia, egli non si perde d’animo. Si batte con diverse iniziative pedagogiche in favore dell’ebraismo tedesco, che assumono i tratti di una vera e propria “resistenza spirituale”. Nel 1938 Buber migra a Gerusalemme, dove ricopre la prima cattedra di filosofia sociale presso quell’Università ebraica di cui è uno dei padri, avendo propugnato la causa della sua fondazione fin dai tempi della sua militanza sionista di inizio secolo. Ed è proprio insieme al presidente dell’Università ebraica di Gerusalemme Judas Magnes che, nel novembre 1938, Buber si fa promotore di una lettera a Gandhi, in cui pone una serie di aperti interrogativi sulla possibilità della nonviolenza in circostanze estreme come quelle della Notte dei cristalli. A pochi mesi di distanza, quasi presagendo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, egli ci consegna quindi una riflessione importante: quella per cui la pace deve essere qualcosa di più di una mera assenza di guerra: occorre, nelle sue parole, una “grande pace”, pensata e praticata in maniera proattiva.

Buber è dunque tra i primi filosofi che interpretano lo sterminio degli ebrei come un evento epocale, che impone di rimettere radicalmente in discussione la relazione tra l’uomo e Dio, anticipando di diversi anni le cosiddette “teologie dell’Olocausto”. Negli anni del Secondo dopoguerra, quindi, Buber promuove dialogo, pace e riconciliazione, tanto tra ebrei e tedeschi, ricevendo importanti onorificenze come il Premio per la pace dei librai tedeschi, quanto tra arabi e israeliani, sostenendo la causa di un binazionalismo democratico e paritetico. Le sue parole, che esprimono una ferma condanna dello strapotere del principio politico e l’auspicio di una rinascita dell’interumano, lanciano quindi, in piena Guerra Fredda, un monito a riconoscersi entro una comune umanità, affermando la fratellanza universale come valore capace di impedire che libertà e uguaglianza degenerino, rispettivamente, in un individualismo di matrice statunitense e in un collettivismo di stampo sovietico.

Negli ultimi anni della sua vita, Buber esprime sempre più intensamente la propria solidarietà a favore di gruppi subalterni, oggetto di violazioni dei diritti umani, diventando, ad esempio, membro onorario del Comitato Americano per l’Africa nel 1957, dopo essere stato contattato da Martin Luther King e Eleanor Roosevelt. Un paio d’anno dopo, egli è quindi nominato Premio Nobel per la Pace da parte del segretario delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld. Nel 1960, infine, Buber manda un significativo messaggio in occasione della morte di Adriano Olivetti, così come, nel medesimo anno, è a Firenze, dove partecipa attivamente ai Colloqui Mediterranei fondati e organizzati da Giorgio La Pira.

C’è un sintagma che condensa il lungo e per certi versi tortuoso itinerario di vita e di pensiero di Martin Buber: “Umanesimo ebraico”. Umanesimo non significa in questo caso coltivare le belle lettere in una concezione erudita o salottiera del sapere: si tratta invece di imparare a distinguere e a difendere l’umano dall’inumano. Per Buber si tratta, nella fattispecie, di un umanesimo “ebraico”, ovvero, “biblico”, ispirato da quel libro dei libri che raccoglie e testimonia l’incontro tra l’umano e il divino come evento del dare e ricevere la parola. Nel 1953, in occasione del suo discorso per il conferimento del già ricordato Premio per la pace dei librai tedeschi, egli dava un volto metastorico al proprio “umanesimo ebraico”, profilando lo stagliarsi di un fronte trasversale con cui l’Homo Humanus si contrappone all’Homo Contrahumanus. Questo è, per lui, il vero luogo di uno scontro campale, il cui epicentro è stato invece additato, con fatale errore, di volta in volta, nella diversitàculturale, religiosa, ideologica. Tale conflitto non contrappone superuomini e subumani, come affermava l’ideologia nazionalsocialista, né americani e sovietici, né ancora un sedicente Occidente ebraico-cristiano contro un Oriente musulmano o sino-indiano: in esso si combattono invece, in ogni tempo e in ogni luogo, Umanesimo e Antiumanesimo. Dinnanzi al fronte trasversale dell’Homo Humanus, tutte le configurazioni politiche incarnate dallo stato-nazione si mostrano come vestigia transeunti. A queste, Buber contrappone la propria fede nella coappartenenza Io-Tu in una comune umanità. Sfidando cinismo e sfiducia, in un mondo segnato dalla montante tirannia dell’Io-Esso e dall’inestinguibile piaga della guerra, l’ultima parola di Martin Buber è allora quella della riparazione di relazioni danneggiate: quella della “riconciliazione”.

Francesco Ferrari

Francesco Ferrari (Genova 1986) è ricercatore e docente presso l’Università Friedrich Schiller di Jena e l’Università Goethe di Francoforte; collabora con l’Accademia di Scienze e Lettere di Magonza; è coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies; è autore di tre monografie dedicate al pensiero di Martin Buber e di vari saggi su e traduzioni di autori della filosofia e della cultura ebraica del XX secolo (tra cui Arendt, Buber, Derrida, Landauer, Scholem, Zweig); svolge attività di ricerca sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, ed è editore dell’epistolario di Martin Buber nel progetto Buber-Korrespondenzen Digital.

Intervista al Signor Gabbiano di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine! Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero! “.

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al Signor Gabbiano!

M: «Diego, ti sei ricordato di portare il costume? Così magari, dopo aver intervistato il Signor Gabbiano, ci facciamo un bel tuffo in acqua…»

D: «Certo! È nella borsa con il telo da mare e il Versoconver.»

M:«Bene, prepariamoci per l’intervista, sta arrivando il Signor Gabbiano, ecco che si avvicina con il suo piccolo stormo.»

D: «Sì, lo vedo, il loro volo è in formazione triangolare.»

S.G: «Salve, bambini, il professor Mundis mi ha fissato un appuntamento con un certo Diego e una certa Margherita… Siete voi due, per caso?»

M: «Sì, sì, siamo noi! Grazie di essere venuto all’appuntamento.»

S.G: «Prego, prego, niente di che… Piuttosto, ditemi… che cosa volevate sapere da me?»

D: «Comincio io con una semplice curiosità: quando pescate i pesci nel mare e li mangiate, non vi dà fastidio ingoiare anche l’acqua salata?»

S.G: «No, non ci disturba affatto perché noi gabbiani abbiamo una ghiandola speciale che si trova sopra gli occhi e pulisce il nostro sangue dal sale, rimuovendolo attraverso le narici.»

D: «Ah, però… una bella comodità, sarebbe utile anche agli esseri umani in caso di naufragio, eheheh!»

M: «Invece io, Signor Gabbiano, mi sono sempre domandata: i gabbiani sono uccelli marini che hanno le zampe palmate e le piume impermeabili, quindi perché li vediamo anche in città? E a dire il vero… li notiamo soprattutto nelle discariche?»

S.G: «Ehm… succede perché con i secoli siamo diventati degli animali opportunisti. Molto tempo fa, trascorrevamo molto più tempo in mare aperto, poi siamo diventati sempre più costieri, approfittando dei pescatori che, buttando nel mare il pesce invendibile, ci mettono a disposizione una fonte di cibo ricca e conveniente. Dovete sapere che noi non siamo capaci di pescare tuffandoci in profondità e dobbiamo accontentarci solo dei pesci che nuotano in superficie. Per questo motivo ci nutriamo spesso a terra, cercando invertebrati, molluschi, anfibi, rettili e, addirittura, piccoli mammiferi. Ma capita che, quando al mare il cibo scarseggia, voliamo dietro ai trattori che, muovendo la terra, possono portare alla luce larve e lombrichi e, che ci volete fare, anche nelle discariche di città, in cerca di cibo degli esseri umani.»

M: «Ah, ecco. Grazie.»

S.G: «Figuratevi, per così poco. Se è tutto, io me ne andrei, il mio stormo mi attende per ripartire.»

D: «Solo un’ultima domanda: mio nonno mi ha detto che gli uccelli e, in particolare, i gabbiani sono visti dalle persone come simbolo di libertà. Sa spiegarmi il perché?»

S.G: «Beh… forse la risposta potete trovarla leggendo un noto romanzo breve intitolato Un gabbiano di nome Jonathan Livingston, nato dalla penna dell’aviatore e scrittore statunitense Richard Bach. La trama narra di un gabbiano che, a differenza degli altri gabbiani, che volano solo per mangiare e migrare, vuole dispiegare le ali per sentirsi libero.»

M: «Grazie! È stato veramente gentile. Per contraccambiare, le consigliamo una lettura moderna che parla di gabbiani, si intitola Il Gabbiano Gaetano. Nel libro succede che, in una splendida e serena giornata di vacanza, il curioso Gabbiano Gaetano ha finalmente trovato la meta dei suoi sogni: lo scoglio dello Stellino, che ai suoi occhi si presenta come un’isola misteriosa. Dopo l’ultima raccomandazione di mamma e papà, eccolo partire portato dal vento leggero, come una barchetta a vela! L’avventura è appena iniziata e Gabbiano Gaetano si trova immerso in un mondo di profumi nuovi, di incredibili e bizzarre creature. Il libro della casa editrice Giunti è stato scritto da Paola Coppini.»

S.G: «Grazie del consiglio! Ora vi saluto e volo via! Voi godetevi questo splendido mare. Ciaooo!».

Cinzia Milite

Intervista alla Gatta Minù di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine! Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero! “.

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla Gatta Minù!

M.:«Ciao Diego, oggi ti ho invitato a casa mia perché mi piacerebbe intervistare la mia gatta. Si chiama Minù»

D.:« Ah, sì? E cosa vorresti domandarle?»

M.:«Beh, un sacco di cose…ad esempio il perché di certi suoi comportamenti che non capisco»

D.:«Sono strani?»

M.:«Moltissimo…a volte penso che sia un po’ matta! Che ti dicevo? Eccola lassù sulla mensola più alta del soggiorno, che ci farà lì, dico io… »

D.:«Domandiamoglielo: ciao Minù, mi chiamo Diego, sono un amico di Margherita, come mai sei andata lassù?»

G.M.:«Ciao Diego, piacere di conoscerti, ti rispondo subito. Come tutti i felini che vivono all’aperto, anche i gatti casalinghi amano accovacciarsi in punti alti e non potendo salire sugli alberi cerchiamo altri luoghi nella casa che condividiamo con gli esseri umani. Scegliamo sempre dei punti in cui si può godere di una vista ampia per controllare il territorio e al contempo, luoghi per sentirci al sicuro da eventuali pericoli. »

M.:«Ah, ecco perché a volte ti vedo sull’armadio, sulla libreria o sopra il frigorifero!»

G.M.:«Sì, perché cosa credevi?»

M.:«Mah…pensavo che volessi scappare da me… anche perché certe volte mi guardi, drizzi il pelo, arcui la schiena e saltelli sulle zampe irrigidite!»

G.M.:«Ma no, no, cosa vai a pensare… sto solo simulando una sfida con un altro gatto e quella è la posizione tipica per sembrare più grosso e spaventare l’avversario. Siccome non esco mai di casa, non incontro altri gatti, perciò ogni tanto mi diverto giocando a sfidare te, capisci?»

D.:«Quindi tu vedi Margherita come un grosso gatto?»

G.M.:«Certo! Anche tu per me sei un gatto. Tutti gli umani per me sono gatti enormi e niente più, per questo a volte giochiamo con voi.»

M.:«Va beh… se è così, Minù, sono contenta. Ma dimmi un po’, anche quando la sera tardi e la notte ti aggiri per casa, saltellando qua e là, stai giocando?»

G.M.:«Eh sì, faccio il gioco della caccia, non potendo cacciare davvero, faccio finta.»

D.:«Senti Minù… ho un’altra domanda… una volta ho sentito mia nonna dire “Qui gatta ci cova”, ho provato a chiederle cosa significa, ma quel giorno era molto impegnata e non ha avuto tempo di spiegarmelo… Mi è sembrata una frase strana…i gatti non covano, giusto?»

G.M.:«Ahahah! Certo che no! Non facciamo le uova! Tua nonna ha citato un antico proverbio, un modo di dire che si usa in una situazione quando c’è il sospetto che ci sia qualcosa di nascosto, oppure qualche inganno o malefatta. Infatti, le gatte non usano covare, questa è un’azione che non possono compiere, dato che non sono volatili.»

M.: Sì, ma una cosa non mi è chiara, perché nominare proprio una gatta? Perché non dire “mucca ci cova” ad esempio.»

G.M.: «Bè nella cultura popolare i gatti non sempre sono visti come animali che ispirano fiducia, anzi, spesso sono sinonimo di sospetto. Addirittura siamo visti come animali impostori e furbi, che in apparenza si mostrano tranquilli, mentre in realtà attendono, non visti, l’occasione buona per fregarti. Pensate a quando noi gatti ce ne stiamo tranquillamente accovacciati, fissando magari un ramo di un albero. Non sembra che vogliamo muoverci, e invece… Probabilmente stiamo tramando di salire su quell’albero per prendere di sorpresa l’uccellino sul ramo, ma è solo la natura dei felini, animali cacciatori, capite?»

D.: «Sì, ora è chiaro»

G.M.:«Per di più, a diffondere la fama di furbacchioni ci ha pensato una fiaba popolare europea intitolata “Il Gatto con gli stivali”…»

M.: «Ah sì, mio papà me la leggeva spesso prima di dormire, parla di un gatto che utilizza l’inganno per offrire il potere, la fortuna e la mano di una principessa al suo padrone povero e senza soldi!»

G.M.:«Esattamente… a questo punto vorrei consigliarvi una lettura per comprendere le svariate e incredibili capacità di noi gatti. Ho visto la pubblicità su una rivista che stava sfogliando la mamma di Margherita, si tratta di un libro intitolato “Gatti ribelli. Storie vere di felini coraggiosi”, scritto da Kimberlie Hamilton e pubblicato da Nord Sud Collana Libri illustrati. Il libro racconta le avventure di gattini che sono realmente esistiti, tra loro ci sono anche dei grandi eroi. È un libro ricco di spunti di riflessione e i protagonisti sono tutti gatti, che in qualche modo hanno lasciato il segno. Le storie sono intervallate da pagine che spiegano come interpretare il linguaggio dei gatti, come capirli ma anche come riuscire a farli convivere pacificamente fra loro, dentro le mura domestiche, anche insieme ai cani.»

D. e M. :« Grazie Minù! Così tra noi non ci saranno più incomprensioni!».

Cinzia Milite

Intervista al Signor Maiale di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine! Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero! “.

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al Signor Maiale!

D.: «Uff…Fa molto caldo oggi, non trovi, Margherita?

M.: «Uh…sì, sono tutta sudata.

D.: «Chissà i maiali allora lì nel recinto sotto il sole… se non sbaglio si usa dire: sudato come un maiale, non è così?»

M.: «Facciamo una cosa: andiamo a chiederglielo.»

D.: «Va bene: buona idea.»

M.:«Ehm…buongiorno Signor Maiale, vorremmo farle qualche domanda, è possibile?»

S.M.: «Come no, certamente. Speravo veniste anche da me, vi ho visti l’altro giorno mentre intervistavate la Signora Gallina. Avevo notato anche i vostri abiti, davvero molto carini.

D.:«Oh, grazie, molto gentile, è una sorpresa per noi apprendere che li ha notati e che se li ricorda.»

S.M.: «Vi sembra strano eh? Ebbene allora vi stupirò ancor di più dicendovi che i maiali hanno una memoria eccellente!»

M.: «Davvero?»

S.M.:«Ma certo che sì! I maiali hanno capacità eccezionali, specialmente quando si tratta di rammentare la posizione degli oggetti e… udite udite… possono giocare ai videogiochi meglio di alcuni primati. Questo perché abbiamo l’intelligenza di un bambino umano e siamo classificati come il quinto animale più intelligente del mondo! Pensate che siamo più intelligenti e addestrabili di qualsiasi razza di cane. Impariamo i nomi che ci danno gli umani in sole due settimane e quando veniamo chiamati rispondiamo.

D.:«Caspita! Siete una vera scoperta per noi!»

S.M.: «Lo scrittore inglese Dick King-Smith, ha parlato delle doti di un maialino nel suo libro Babe maialino coraggiosoBabe, usando l’intelligenza, riesce a mettere in fuga dei ladri di pecore e i loro cani, conquistandosi il ruolo di maialino pastore.

M.:«Oh, sì, di quella storia ne hanno tratto anche un film!»

S.M.«Però… come spesso succede, anziché parlare delle nostre qualità, si usano dire altre cose sul nostro conto…»

M.: «Ehm…sì… cose non proprio carine…»

S.M.: «Lo so, lo so, che credete, si dice: sudare come un maialeridurre la camera come un porcile…bè, innanzitutto, sappiate che i maiali non possono sudare perché non hanno molte ghiandole sudoripare. Per questo motivo ci rotoliamo e dormiamo nel fango oppure nuotiamo nell’acqua per mantenerci freschi. Il vantaggio di rotolarsi nel fango è quello di evitare che la nostra pelle si scotti al sole.»

D.: «Ah ecco! »

S.M:«E per finire vi informo che noi maiali teniamo molto alla pulizia più di tanti altri animali, nessuno di noi fa i propri bisognini dove mangia o dove dorme, perfino i maialini appena nati si allontanano per farli.».

M.: «E allora perché gli umani usano quelle espressioni?»

S.M.:«Semplice, è una questione di punti di vista, quello degli esseri umani è diverso da quello dei maiali, pensate al fango, per noi maiali sguazzarci dentro è un’opportunità per stare freschi e protetti, mentre per voi vuol dire sporcarsi.»

D.:«Già…»

S.M:«Spero di aver chiarito ogni vostro dubbio. Prima che ve ne andiate, consigliatemi un bel libro che parla di maiali, so che siete molto bravi in questo, me l’ha confidato la Signora Gallina.»

M.:«L’accontentiamo subito! Le consigliamo una storiella dal titolo Maialino in fuga scritto da Arnold Lobel per BabalibriNel racconto Maialino, per colpa della moglie del fattore fissata con le pulizie, è costretto a scappare dalla fattoria dove viveva felice mangiando mais a volontà, godendosi il giardino e soprattutto sguazzando nell’amato fango del suo porcile.

La sua fuga lo porterà in città, anche lì c’è il fango nelle pozzanghere, ma non è proprio la stessa cosa.»

S.M.:«Grazie mille, buon rientro a casa, portate i miei saluti al professor Mundis, so che lo conoscete e ditegli che deve passare a trovarmi, me lo ha promesso e io non dimentico!»

Cinzia Milite