Intervista a Pino Imperatore di Cristina Marra

Con “Tutti matti per gli Esposito” (Salani) la fortunata saga di Pino Imperatore giunge al terzo romanzo. Dopo il successo della trasposizione teatrale e cinematografica, la famiglia più famosa del rione Sanità è stata protagonista della rassegna Ponti-Bruchen nella sua tappa napoletana. Promossa dall’ambasciata tedesca e curata da Vins Gallico, sceglie Pino Imperatore come scrittore espressione della narrazione partenopea e lo abbina alla altrettanto nota Brigitte Glaser autrice della serialità con protagonista la cuoca Katrina. In “Tutti matti per gli Esposito, la famiglia capeggiata da Tonino, impacciato e pasticcione erede del boss del rione Sanità, si ritrova a fronteggiare le restrizioni della Pandemia.

Vins Gallico, Brigitte Glaser, Cristina Marra e Pino Imperatore (ph. Ciro Orlandini)

Nel panorama letterario italiano io ti considero un unicum per la particolarità con cui infarcisci le storie di umorismo. Il tuo è un realismo comico. Quanto ti senti uno scrittore randagio?

«Su una scala da uno a cento, dico ottanta. Il venti per cento è costituito dall’umorismo: una costante alla quale non rinuncio mai. Per il resto, mi muovo in libertà in tutti gli spazi in cui la mia creatività può correre a briglia sciolta. Amo esplorare territori nuovi, scoprire piste narrative inedite, sperimentare, amalgamare i generi. Alla letteratura stanziale preferisco quella raminga. Se restassi fermo nello stesso posto, morirei di monotonia. Sono un nomade della scrittura».

 Con la serie degli Esposito ridicolizzi la camorra e la racconti dal basso. È un modo per indebolirla?

«Per indebolirla e per far capire quanto sia già intrinsecamente malata. Dietro la propria facciata cruenta, la criminalità nasconde un modello sociale e comportamentale dominato dall’ignoranza, dalla volgarità e dalla grettezza. Con un camorrista-tipo puoi al massimo discutere di musica neomelodica, del risultato di una partita di calcio o dell’ultimo video cafone apparso su TikTok. Appena esci fuori da questo recinto cognitivo e magari gli chiedi un’opinione sul riscaldamento globale, ti guarda col labbro pendulo come se avesse visto un alieno e suda come se si trovasse all’interno di un altoforno».

Il romanzo “Tutti matti per gli Esposito” inizia il 2 gennaio 2020. Come sei riuscito a far ridere anche sul Covid? Com’è cambiata la vita degli Esposito con la pandemia e le restrizioni?

«Ogni tragedia contiene in sé una commedia; l’abilità di un umorista sta nel far emergere la seconda per mostrare le storture della prima. Nel periodo più drammatico dell’emergenza pandemica molti italiani si sono ingegnati a cercare stratagemmi per aggirare le restrizioni. La cronaca di quei giorni ci ha raccontato di persone che pur di uscire di casa hanno portato a spasso animali pseudo domestici: capre, cavalli, conigli, pappagalli, maiali. Tonino Esposito, protagonista del mio romanzo, non possedendo un cane, conduce al guinzaglio per il rione Sanità uno degli animali che vivono in cattività nella sua abitazione: un’iguana di grosse dimensioni. E quando viene fermato da un vigile, ingaggia con lui una battaglia dialettica che lo porta alla vittoria per sfiancamento».

Il cimitero delle Fontanelle è un luogo caro a Tonino. Perché ci va spesso? Che rapporto ha con la morte?

«Tonino utilizza un teschio del cimitero, quello del Capitano, come medium tra sé stesso e il mondo dei morti. Intrattiene con questa capuzzella fitti dialoghi che immancabilmente si concludono con la dura condanna, da parte del Capitano, della criminalità. La voce del teschio è allo stesso tempo immateriale e vera; è una voce di coscienza fatta di moniti, rimproveri, esortazioni; è la voce della legalità».

Tonino è un antieroe?

«Sì, perché non ha alcuna caratteristica dell’eroe archetipico: non ha coraggio né fortuna, non è bello, non è schierato dalla parte del Bene e ha una condotta morale equivoca. Perfino gli sforzi che compie per affermarsi nel mondo criminale, e che potrebbero farlo diventare un eroe in negativo, vanno inesorabilmente a picco».

Gli Esposito sono criminali mancati e i Vitiello, la famiglia dell’altra tua serialità sono detective mancati. In cosa si somigliano?

«I loro tratti comuni sono il brio, la vivacità, lo spasso. Sono comici, burloni, buffi. Per i loro comportamenti e il loro lessico fanno scattare in automatico la risata. Incarnano con spontaneità quello spirito di sopravvivenza che nel corso della storia ha aiutato il popolo partenopeo a risorgere da immani sciagure».

I tuoi romanzi sono pieni di coprotagonisti. È più difficile ma anche più divertente raccontare tante vite?

«La costruzione e la gestione dei personaggi è un’operazione letteraria assai delicata, soprattutto quando il numero dei protagonisti è elevato. Per raggiungere il giusto equilibrio tra i soggetti in azione bisogna lavorare sodo. Ma avere tanti coprotagonisti ha i suoi vantaggi: dà la possibilità di esplorare diversi punti di vista e di creare intrecci attraenti; arricchisce la narrazione, offrendo ai lettori una visione più ampia della trama; fa nascere colpi di scena inaspettati e interazioni interessanti. Se ben sfruttate, queste opportunità producono risultati straordinari».

Crimini, risate ma anche tanta cucina nei tuoi romanzi?

«Nelle mie storie la cucina è un riflesso della cultura e dell’ambiente in cui si dipana la trama, ma anche una metafora: in “Aglio, olio e assassino” i corpi delle vittime vengono “conditi” con sostanze alimentari che rimandano a significati nascosti. Napoli vanta una considerevole tradizione enogastronomica ed è un luogo in cui tante interazioni sociali avvengono intorno al cibo; è stato dunque inevitabile (e piacevole) per me operare in questo contesto. Mi auguro, da cittadino, che questo patrimonio si conservi intatto e riesca a resistere al “mordi e fuggi” del turismo di massa».

Romanzi, spettacolo teatrale e film al cinema: cosa riserverà ancora la serie degli Esposito?

«Forse una serie televisiva, chissà. Gli Esposito possono essere raccontati in tanti modi. Sono un caleidoscopio mutevole, un microcosmo sociale in continua evoluzione. Continueranno a raccontarsi all’infinito».

Cristina Marra

Antoine Volodine: l’incipit di Le ragazze Monroe, trad. dal francese di Anna D’Elia (66thand2nd)

“La ragazza rimase appesa per un istante al cornicione che correva intorno al terzo piano, poi precipitò nel vuoto e scomparve nell’oscurità iridescente di rue Dellwo. Si chiamava Rausch. Rebecca Rausch. Trent’anni prima l’avevo amata alla follia. E poi era morta.

Al di là della breve scia nera tracciata dalla sua caduta, in mezzo al buio non si registrarono cambiamenti. L’immagine, priva di colore, era estremamente nitida, ma al suo interno non accadeva nulla. Delle goccioline fredde si radunavano sotto i fili elettrici che collegavano le case per poi staccarsi con ritmo regolare e cadere giù, molto più in basso, sul selciato o nelle pozzanghere, dopo un breve scintillio e, di certo, una nota cristallina. Era un’immagine fissa, ma nulla impediva di sovrapporvi una sommessa colonna sonora. Tintinnii distanziati da dopo pioggia. Al di là di questo, non c’erano rumori ad animare lo sfondo. Due lampioni su tre erano spenti. Dietro le finestre non brillava neanche una luce. In mezzo alla carreggiata, i binari del tram parevano sopravvivere in uno stato pietoso, emergendo o affondando nell’acqua a seconda degli avvallamenti e dei rilievi del terreno.

La ragazza era sempre lì, raggomitolata sul selciato. Dopo cinque minuti, si mosse.”

Le ragazze Monroe di Antoine Volodine (66thand2nd)

Il nazista e il barbiere di Edgar Hilsenrath: l’epopea grottesca di un voltagabbana, di Gigi Agnano

Il nazista e il barbiere è un romanzo arguto, grottesco e bizzarro il cui autore è Edgar Hilsenrath, un ebreo sopravvissuto all’Olocausto, nato a Lipsia nel 1926 e scomparso nel 2018. Scritto in tedesco negli anni Cinquanta, il libro, per il suo contenuto e per il tono satirico della narrazione, ha avuto una genesi piuttosto travagliata: pubblicato in molti Paesi nel’71, in Italia nel ‘73 da Mondadori, in Germania è uscito  – dopo innumerevoli rifiuti e solo dopo il successo negli Stati Uniti – nel ‘77 con un piccolo editore. Infatti le grandi case editrici sia dell’Ovest che dell’Est temevano le reazioni del pubblico dei lettori, poco disposto a confrontarsi con una commedia a tratti umoristica e burlesca su una delle pagine più tragiche della propria Storia, peraltro narrata in prima persona da un feroce assassino tedesco.

Il romanzo racconta il corso della vita del barbiere Max Schulz, ariano sia per parte di madre che per la parte di uno dei suoi presumibili cinque padri, a partire dall’amicizia con un bambino ebreo suo coetaneo Itzig Finkelstein. Itzig è un ottimo studente e aiuta l’amico nei compiti scolastici; Max invece insegna a Itzig la sua unica abilità: catturare e torturare topi. La famiglia Finkelstein dà rifugio a Max, lo protegge dalle percosse e dagli abusi sessuali del patrigno e di fatto lo adotta. Così accade che Max si comporti come un ebreo: va in sinagoga, parla yiddish e sogna Gerusalemme come ogni ebreo al termine delle celebrazioni pasquali. Passa il tempo, in Germania comincia l’ascesa del nazismo col suo carico di antisemitismo, i compagni di giochi crescono e Max osserva che tra i due è lui a somigliare fisicamente ad un ebreo, laddove Itzig, l’ebreo, sembra di purissima razza ariana:

“Il mio amico Itzig era biondo e aveva gli occhi azzurri, il naso dritto, i denti bianchi e la bocca ben disegnata. Io invece, Max Schulz, figlio illegittimo ma ariano puro di Minna Schulz, avevo i capelli neri, gli occhi da rospo, il naso a becco, le labbra gonfie e bitorzolute e i denti guasti. Potrete ben capire che molto spesso ci confondessero.”

Con la definitiva presa del potere di Hitler, nonostante tutte  le attenzioni, l’amicizia e l’aiuto ricevuti dai Finkelstein, Max, senza alcuna motivazione razionale, diventa membro del partito nazionalsocialista e si arruola nelle SS nelle cui fila commette crimini orribili sia nelle campagne militari che in un campo di concentramento polacco. È proprio lui, Max, il voltagabbana bugiardo e senza scrupoli a raccontarci le sue “imprese” in un tono colloquiale da romanzo picaresco.

A guerra finita, per sfuggire alla denazificazione e alla giustizia, il nostro “eroe” mette in atto un piano che è un capolavoro di ripugnante camaleontismo: si fa circoncidere e tatuare un numero di matricola come fosse un reduce da Auschwitz e assume l’identità dell’amico da lui stesso ucciso con tutta la famiglia. Decide quindi di emigrare  in Palestina  e, ulteriore colpo di scena, diventa un combattente per la costituzione e la difesa dello Stato ebraico prima contro gli inglesi e poi contro gli arabi.

Qui l’ironia di Hilsenrath è estremamente sottile nel mostrare al lettore quanto il linguaggio di Max e dei suoi fratelli sionisti nei discorsi entusiasti sullo sviluppo del nuovo stato ebraico sia somigliante alla retorica nazionalsocialista, quanto i loro slogan la evochino. Quando il suo amico Sigi Weinrauch scherza sul sionismo, Max, l’ex genocida ora perfetto sionista, lo chiama “nemico del popolo” e commenta tra l’adirato e lo scandalizzato:

“Sigi Weinrauch… è un nemico del popolo. Sbeffeggia il sionismo — da noi questo si chiamava ‛deformazione della verità’ — insulta i nostri condottieri — da noi si chiamava ‘diffamazione del Führer’ — e parla sempre di causa persa — da noi si chiamava ‘apologia di propaganda nemica’ e ‘disfattismo’ — ma la cosa peggiore di tutte è che Sigi Weinrauch ama la Germania! Ma ci pensate? Un ebreo che ama la Germania! Nonostante i sei milioni!”

Il romanzo prosegue sviluppando una trama ricca di ulteriori svolte improvvise per arrivare ad un bellissimo finale a sorpresa, l’ennesimo giro di valzer, l’ennesima piroetta, che ovviamente non racconto.

Aggiungo solo che anche al termine della sua vita rocambolesca, Max alias Itzig, antesignano dell’imputato Eichmann a Gerusalemme, non ha rimorsi, si autoassolve, giustifica il suo opportunismo, il suo andare dove gira il vento, attribuendo la responsabilità dei propri crimini ad altri e mai a se stesso, un po’ come hanno fatto alla fine del conflitto tanti gerarchi nazisti e molti cittadini tedeschi. Come Eichmann, Max dice in buona sostanza di aver “solo obbedito agli ordini” come se l’ obbedienza fosse una kantiana virtù morale. E, a tal proposito, nel finale del romanzo viene da pensare alla frase della Arendt per cui “nessun uomo per Kant ha il diritto di obbedire”, ovvero “ogni uomo deve in ogni azione riflettere se la massima che guida il suo agire possa diventare una legge universale”.

Hilsenrath è con ogni probabilità il primo scrittore a fare del tipico umorismo ebraico sulla tragedia dell’Olocausto; è moderno nel prendere in giro una Germania diventata subito dopo la guerra improvvisamente filosionista; ed è attualissimo e profetico nello smascherare posture, frasi e slogan nazisti dietro la propaganda e la politica del nascente Stato di Israele.

Gigi Agnano

Intervista a Sebastiano Vilella per Lontano lontano (NPE) di Cristina Marra

Vilella è un randagio doc, autore e disegnatore dall’esperienza trentennale sa mirabilmente misurarsi con tutti i generi dal noir a sfondo politico alle biografie di artisti con uno stile originale e inconfondibile. 

Ha collaborato con le riviste Eureka, Frigidaire e Linus. Tra i suoi volumi : L’armadio di Satie, Il commissario italo Grimaldi, Friedrich, lo sguardo infinito .

Con Lontano lontano edito da NPE continua a sorprendere i suoi lettori con la capacità di sommare linguaggi, personaggi e luoghi in una sorta di summa artistica delle sue opere in cui si compie un viaggio di cui lo stesso autore è protagonista. 

Sebastiano, Lontano lontano già dalla copertina si presenta come un’opera sul doppio. E’ il tuo modo di vedere la realtà che diventa finzione e viceversa?

Questo racconto grafico nasce come forma di riflessione sui tanti anni, quasi quaranta, di attività dedicati al fumetto, ma se penso che in realtà non c’è un momento della mia vita che non possa associare ai fumetti, mi rendo conto che il tempo che prendo in considerazione è assai più ampio. Una riflessione è in sè una meditazione su quanto si cela in ciascuno di noi. E’ quella parte di noi ribaltata verso l’interno, che potremmo considerare “un doppio”, che si svincola da ogni regola, da ogni inibizione e si moltiplica, si sfaccetta all’infinito, come fosse specchio riflesso in uno specchio. Nel mio caso, molta parte di me è costituita dalle mie fantasie, dai miei racconti disegnati e dai miei personaggi ammonticchiati nell’arco di una esistenza. In sostanza anche io, come chiunque, sono la summa di ciò che si sa e si vede all’esterno, ma anche di ciò che si nasconde all’interno e che qualche volta libero attraverso l’esercizio creativo, nei miei racconti a fumetti e in generale nel mio fare artistico. Quella di creare storie disegnate, la considero una condizione personale ineliminabile, oltre che una attitudine forse anche un talento, ma è anche e soprattutto un offrirmi, soprattutto con questo libro, a chi ama seguire le mie fantasie a quadretti.

 Questo racconto, come è chiaro dalla dedica finale “ A te” è dedicato soprattutto ai miei lettori che hanno voluto seguirmi e vivere con me le mie fantasie in tutti questi anni. Lo faccio perciò attraverso una vicenda insolita ed enigmatica, forse la più eccentrica che ho mai realizzato, che vede coinvolti, molti dei miei personaggi a me più cari.

Il doppio è anche il passato che torna nel presente? Ritornano tutti i tuoi protagonisti da Grimaldi a Satie, sono appunto il tuo passato.

In qualche modo è così. Questi personaggi sono parte del mio percorso di autore, del mio passato, ma si affacciano continuamente nel mio presente e forse si aspettano di poter far parte anche di un prossimo futuro. Però è tutto così fluido, non c’è alcuna certezza nella loro incorporea esistenza che, a ben vedere non è poi tanto dissimile dalla mia, da quella di ognuno di noi, è la “materia dei sogni”. Succede infatti che il protagonista, l’autore della storia, che potrei essere io piuttosto che qualsiasi altro, si blocchi o si rifiuti di continuare la sua normale esistenza e nello specifico la sua attività di autore di storie a fumetti. Non è nel suo caso una crisi creativa, neanche un moto di ribellione nei confronti della dura realtà, che lo spinge all’inerzia inattiva, piuttosto l’illusione di avere raggiunto un equilibrio interiore che si manifesta attraverso uno stato di quiete perenne, una sorta di Nirvana catatonico in grado di allontanarlo e proteggerlo dalle esigenze creative, quegli impulsi vitali che hanno fino ad allora mosso la sua esistenza ed hanno anestetizzato la vera realtà. Sembra che tutto smetta di avere un senso  e non rischi di farsi travolgere dalla spaventosa tempesta che non accenna a placarsi, anzi si intensifica, che si scatena fuori dalla sua piccola abitazione nel cuore di una labirintico e sterminato parco. 

Il vento accompagna le storie, è un vento vorticoso che rimescola fogli da disegno e vite da vivere?

 Gli elementi naturali, soprattutto il vento e la pioggia, investono spesso le mie storie, sono il riflesso di moti interiori che agitano i miei personaggi e gli ambienti in cui si muovono e in cui affrontano le loro vicende. In questa ultima storia sembrano scatenarsi con furia maggiore, sono lo specchio di una inquietudine diffusa che mi si è riversata addosso dal vivere quotidiano, dalle tensioni sociali, dall’instabilità del presente, dai conflitti collettivi e personali, dalle incertezze diffuse. Ma a tutto questo, il personaggio inerte e lontanissimo che è il vero motore della storia, reagisce con la più totale imperturbabilità, è calmo e immobile, sembra aver raggiunto uno stato di personale beatitudine, come avesse raggiunto il Centro Sacro del suo vorticoso labirinto esistenziale. Non è un caso, nella storia, per riflesso, è proprio in un misterioso punto dell’immenso parco, che uno dei personaggi, Pietro Sartorio alias MiticOperaio, in fuga perenne da se stesso e dal mondo, si ferma per sorprendersi ed incantarsi difronte ad una quiete assoluta e scoprire un essere prodigioso e ultraterreno, che con la sua semplice presenza darà una svolta inattesa e rivelatoria all’intera vicenda. 

Gli unici animali nella storia sono la gatta di Grimaldi e un cervo. Ti diverte inserire gli animali nei tuoi libri?

Gli animali sono portatori di un profondo mistero universale, sono gli esseri più vicini alla natura e in molti di loro, più facilmente riusciamo a riconoscerci. Noi ci illudiamo di identificarci in loro, cerchiamo di adattarli ai comportamenti umani, cerchiamo di addomesticarli, ma restano distinti e distanti da noi, votati alle semplici necessità, all’essenza del vivere, sono esseri puri, oserei dire superiori perché più vicini allo stato di natura. Amano e odiano in modo esplicito, desiderano o rifiutano in modo inequivocabile. Vivono, o meglio vivrebbero, in piena sintonia con la natura e sarebbero ben felici di farlo con noi, ma anche senza di noi. Sono gli uomini la parte più complicata e debole della natura, anche la più orribilmente invasiva e incontrollabile, quella che vorrebbe cambiarla, scrutarla fin nelle zone più remote dell’universo, controllarla. Non è un caso che più o meno consapevolmente, siano gli uomini a minacciare l’equilibrio naturale. 

Fatto questo ampio e forse non necessario “spiegone”, nelle mie storie, in questa in particolare, gli animali si direbbero testimoni stupiti e persino imbarazzati, dei comportamenti dei vari personaggi. E tenendosi prudentemente lontani, conservano intatto il loro mistero. In una delle pagine iniziali, il vecchio commissario viene osservato a lungo dalla sua gatta e quando si accorge di lei le si rivolge emettendo un “meoow!”. E’ come se l’uomo provasse a comunicare qualcosa alla gatta in un improbabile linguaggio animale, ma questa si limita a guardarlo andar via, lo vede prepararsi, uscire e poi rientrare per prendere una pistola. La cosa gli è del tutto indifferente, sono comportamenti che a lei non appartengono.  

L’atmosfera è molto cupa, usi molto i toni del verde, che tecnica hai usato?

R.: Il verde è il colore della tempesta, lo abbiamo visto nel capolavoro del Giorgione, una delle opere pittoriche più profonde ed enigmatiche della storia dell’arte. Il verde è un colore dominante nei cieli metafisici di de Chirico, che peraltro è uno dei protagonisti di questa storia. E’ un colore che annuncia intensi cambiamenti, ma di contro dà anche il senso dell’attesa. La tecnica che ho usato nella realizzazione delle tavole è un insieme di matite, tempere ad acqua e inchiostri.

Quanto tempo ti ha assorbito il volume?

E’ stata una lavorazione piuttosto lunga, ma non problematica. La storia fu concepita e scritta rapidamente, come sotto dettatura, subito dopo la realizzazione de L’Armadio di Satie (Coconino Press, 2017). Avevo deciso di non dedicarmi più ai fumetti, pensavo di aver detto e fatto il necessario, di potermi occupare di altro, di tornare alla pittura e all’illustrazione. Ma i miei personaggi hanno cominciato a farmi visita, mi chiedevano risposte a domande che non potevo intendere. Non volevano pirandellianamente essere nuovamente protagonisti di nuove stranezze a fumetti, ma percepivo la loro presenza ovunque, nei miei pensieri e nei miei sogni. Dovevo venirne fuori e raccontare un nuovo enigma in forma sequenziale, rappresentarlo almeno. Risposte io non sono in grado di darle, neanche ai miei personaggi. Posso solo evocare domande attraverso il disegno e la scrittura. Ho aspettato che maturasse in me l’esigenza di realizzare questo racconto, ci è voluto qualche anno, ma alla fine è qui sotto i vostri occhi e i miei. Sapevo che per me sarebbe stato necessario dedicarmici, con pazienza e convinzione. Ci ho messo più di due anni a disegnarlo più uno per vederlo pubblicato. Non è poco, ma a ben vedere per me neanche tanto, però è ciò che volevo, quasi come lo immaginavo. Per me c’è sempre un “quasi”.

Il tuo volto appare in una tavola, come ti sei sentito a essere il reale protagonista del libro?

Si, un personaggio che sembra assomigliarmi appare più volte nella vicenda, ma è avvolto perennemente nell’ombra o si vede in controluce, la sua silouette si staglia sulla luce dell’esterno, davanti ad una finestra, sul parco investito dalla tempesta. Potevo benissimo inventarmi un volto e un personaggio con delle fattezze adeguate al racconto, con più fascino, magari il volto di un celebre attore, come spesso succede nei fumetti per cercare di accattivarsi il pubblico. Ma a che pro? Se questa stravaganza a fumetti è stata concepita dal sottoscritto, tanto valeva che ci mettessi io la faccia, così è stato, non mi dispiace.

Tra tutti i personaggi ne hai uno a cui sei più legato?

Tutti i miei personaggi, rappresentano per me qualcosa, sono legato a tutti. Non si tratta di dare loro importanza, spesso non sono troppo importanti, sono semplicemente parte del mio percorso, della mia vita. In LontanoLontano dei miei tanti personaggi inventati, ce ne sono alcuni, non tutti, manca Spasmox per esempio, che ho preferito non inserire per non rendere la storia più inquietante e tenebrosa, in realtà non vuole essere così cupa, anzi: credo sia questa tra quelle da me realizzate, in cui c’è più ironia, anzi tanta autoironia. Lo si capisce dai dialoghi del commissario con il suo attendente creduto trapassato, oppure con Erik Satie che è già divertente di suo. Ma soprattutto dalla presenza di una irruente dark lady che ricorda la celebre Krudelia disneyana. Poi manca il mio amato Friedrich, protagonista de Lo Sguardo Infinito ( Oblomov, 2019) per il semplice fatto che la sua storia l’ho realizzata dopo avere scritto questa. No, non credo di essere più legato a qualcuno dei miei personaggi, mi rendo conto che, il commissario Grimaldi o il MiticOperaio o il mio de Chirico, forse saranno rimasti più impressi nella memoria di qualche lettore, ma non ne sono troppo sicuro, mai. Può sempre succedere che accada che qualcuno dica: “Grimaldi, chi?” proprio come succede all’ex funzionario di polizia, quando cerca di comunicare con il commissariato di zona, in questo Lontano Lontano.

Cristina Marra

Francesco Neri: Istantanee di Caterina De Mari (Terra Somnia Editore)

ISTANTANEE (pag. 69, 10 euro, collana “fuoripista” Terra Somnia Editore) è l’esordio narrativo di Caterina De Mari che è una pittrice. E in effetti questo libro è formato da molti racconti, da ventuno racconti, che hanno l’agilità e la rapidità di una pennellata. La forma racconto, la narrazione breve, la corta distanza è tutt’altro che facile perché richiede la capacità non comune di concludere in uno spazio molto limitato una storia che, come tutte le storie, deve cominciare, svilupparsi e finire. E Caterina riesce egregiamente a misurarsi con le ristrette dimensioni narrative imposte dalla forma racconto. Non è un caso, non credo sia un caso, che anche il titolo del libro ISTANTANEE che compare su una copertina evocativa e delicata, rimandi alla stessa agilità e rapidità. Che cos’è infatti un’istantanea se non una rapida foto, un fermo immagine, un frame bloccato e messo a fuoco e poi offerto allo spettatore che in questo caso diventa lettore?

E allora forse non è un caso che la pittrice Caterina De Mari, abituata a maneggiare i colori e ciò che ‘si vede’, decida per il suo libro d’esordio un titolo che rinvia in modo scoperto al campo visivo, al campo del visibile. E infatti questi racconti di Caterina De Mari, brevi, addirittura fulminanti e certe volte persino crudi – penso a Il pavone, L’attimo, Vernice, L’attimo molesto (brevissimo), Tu prima di me – offrono al lettore scene e situazioni che sembrano fissarsi proprio negli occhi di uno spettatore che guarda: il lettore e lo spettatore, il lettore è lo spettatore, dal lettore allo spettatore mi verrebbe da dire.

E credo che non sia un caso che l’esordio narrativo di Caterina De Mari che come già accennato nasce come pittrice avvenga con dei racconti, con la forma racconto perché così come in genere un quadro lo si comincia e lo si finisce senza lasciarlo a lungo sul cavalletto allo stesso modo un racconto lo si comincia e lo si finisce, a differenza di un romanzo per esempio che richiede all’autore in genere un impegno di scrittura prolungato nel tempo. E allora l’importanza del suo lavoro di pittrice, l’importanza che ha il ‘visivo’ nel suo abituale lavoro con i pennelli e con i colori si riflette in questo libro in cui si riverbera l’atto del dipingere.

Un libro che aderisce alla realtà – penso in particolare ad alcuni racconti: Come tutte le famiglie, Troppo presto, Il velo insanguinato, La spiaggia, Sottovuoto, Il richiamo, Il pigiama – e restituisce al lettore la realtà, una realtà dura, a volte drammatica in quanto descrive rapporti e relazioni tossiche di cui le cronache quotidiane, purtroppo, sono piene. Ma in fondo Caterina con questo suo libro, con questi suoi racconti che non sono consolatori e che hanno il merito di non voler adulare o, peggio, accarezzare il lettore bensì di scuoterlo, sembra dirci che la scrittura e le parole possono avere una funzione importante, possono in qualche modo farci prendere consapevolezza, possono essere di ammonimento, possono persino trasformarsi in uno strumento di emancipazione della soggettività. Mi venivano in mente le parole di Susan Sontag, la scrittrice, filosofa e fotografa americana di New York – autrice del bel saggio “Sulla fotografia” pubblicato da Einaudi nel 1977 – convinta che le fotografie ci diano una grammatica e un’etica del vedere di una società diventata ‘moderna’ nel momento in cui si è posta come obiettivo quello di produrre e consumare immagini: “Le fotografie – scrive Sontag – sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata…fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che da una sensazione di conoscenza…”

Ecco questi racconti di Caterina De Mari sono “esperienza catturata”, sono il modo attraverso cui l’autrice si appropria di ciò che racconta e il modo attraverso cui stabilisce una relazione con ciò che ha deciso di catturare con le sue ISTANTANEE, un volume che per tutti questi motivi vale la pena leggere e sfogliare come se si trattasse di un album fotografico composto, appunto, da tante istantanee.     

                                                                                Francesco Neri

Francesco Neri è giornalista professionista dal 2002. Ha frequentato la scuola di giornalismo della Luiss di Roma. Ha lavorato come redattore per la casa editrice Editalia, per il quotidiano Il Manifesto, per Il Diario della settimana di Enrico Deaglio, per le pagine romane del quotidiano La Stampa, per l’agenzia Adnkronos. Collaboratore della rivista online Transizione.net. Docente a contratto presso l’università La Sapienza. E’ stato direttore responsabile del giornale POLIZIA E DEMOCRAZIA, versione cartacea e online. Ha lavorato e lavora per la RAI, Giornale radioUnomattinaBallaròLa Grande StoriaCaterpillar estate, Prima Pagina, Tutta la città ne parla. E’ inoltre autore Rai, televisivo e radiofonico, e conduttore delle trasmissioni della Rai  Passioni  e  Vite che non sono la tua  in onda su Rai Radio Tre. Ha curato il volume Dal nostro inviato, uscito da Editori Riuniti e ristampato da Bulzoni. Ha firmato, insieme al magistrato Catello Maresca, il libro uscito da Garzanti  L’ultimo bunker, la storia della cattura del capo dei capi del clan dei Casalesi Michele Zagaria, successivamente raccontata in televisione dalla trasmissione  La tredicesima ora di Carlo Lucarelli e dalla fiction televisiva di Rai Uno Sotto copertura 2.