“Come alle origini di Roma, alle origini dell’editoria libraria italiana del Novecento ci sono due gemelli, o quasi. Come può succedere, e a volte succede tra gemelli, si odiano cordialmente per tutta la vita. Il primo chiama il secondo «quel gangster», il secondo si rifiuta anche solo di pronunciare il nome del primo. Angelo Rizzoli e Arnoldo Mondadori nascono a distanza di due giorni sul finire del 1889 e a distanza di otto mesi muoiono, entrambi ottantunenni. Sempre per primo Rizzoli, in nascita e in morte.
Angelo Rizzoli
Entrambi proletari, con le pezze sul sedere. Povero Mondadori, figlio di un contadino e calzolaio ambulante, analfabeta fino a cinquant’anni. Poverissimo Rizzoli che addirittura nasce già orfano perché suo padre, ciabattino e anche lui analfabeta, sconvolto da un licenziamento è andato mesi prima a uccidersi. Al cimitero di Musocco, per maggiore comodità. Le origini infime verranno più volte e orgogliosamente rivendicate da entrambi («una miseria nera, che non si può immaginare» dirà Rizzoli), secondo un cliché comune a molti capitani d’industria otto- e novecenteschi. Ma non comune nel caso degli editori: è vero che Louis Hachette, il più ricco editore dell’Ottocento, era figlio di una lavandaia, ma lei lavorava per il liceo Louis-le-Grand, grande di nome e di fatto, cosa che permise al figlio di frequentarlo. E da questa solida base di avviarsi alla gloria editoriale.
Arnoldo Mondadori
I nostri invece sono entrambi incolti. Mondadori ha la quinta elementare e molti anni dopo se ne lamenterà di frequente, civettando, con il suo banchiere e amico Raffaele Mattioli. Il quale un bel giorno, di fronte all’ennesima replica, gli dice: «Ma senta, caro Mondadori, secondo me lei ha studiato troppo. Guardi Rizzoli, che ha solo la seconda, e veda un po’ la strada che ha fatto.» (Per la verità in altre occasioni Rizzoli rivendicherà di avere anche lui la quinta, presa però alle serali.)
Entrambi, e questo è decisivo, all’origine tipografi, adepti dell’arte nera, con nel naso l’odore acre degli inchiostri. Arnoldo comincia da garzone nel retrobottega di una cartoleria di Ostiglia, nel mantovano, dove troneggia un torchio a mano in disuso, tra casse di caratteri impolverati e, più tardi, una macchina a manovella. Si stampano carte intestate, biglietti da visita, partecipazioni, moduli, registri, manifesti. Angelo, appena uscito dai Martinitt dove gli hanno insegnato il mestiere, compera in società con un altro operaio una pedalina usata. A rate e firmando un bel numero di cambiali, naturalmente. Rischiano anche di spaccarla quando cade dal carretto su cui la spingono dalla Stazione Centrale alla stanza in via Cerva che è la loro prima sede.
Smanovellando e pedalando entrambi, Mondadori e Rizzoli, prendono buona nota del fatto che tra il prezzo cui si può vendere la carta stampata e il costo della carta e della stampa c’è una bella differenza, ossia un possibile e notevole guadagno.”
brano tratto da Storia confidenziale dell’editoria italiana di Gian Arturo Ferrari (Marsilio editore)
Gian Arturo Ferrari, classe 1944, dopo essersi dedicato dal 1974 all’insegnamento universitario, sceglie nel 1989 l’editoria libraria, iniziando il proprio percorso professionale presso la casa editrice Boringhieri in qualità di assistente dell’editore. Direttore Libri alla Rizzoli, nei primi anni Novanta passa alla Mondadori Libri dove sarà dal 1997 al 2009 direttore generale e dal 2015 al 2018 vicepresidente. È stato editorialista del Corriere della Sera ed è presidente del Collegio Ghislieri di Pavia. È autore di Il libro (Bollati Boringhieri 2014), Ragazzo italiano (Feltrinelli 2020) e Storia confidenziale dell’editoria italiana (Marsilio 2022). Ad aprile 2024 è uscito La storia se ne frega dell’onore (Marsilio), un giallo sull’editoria durante il fascismo.
Gli Scriteriati sono O tutto o niente! Con un manifesto che scuote la staticità artistica, Charlie Gnocchi, conduttore radiofonico, scrittore, inviato televisivo e tanto altro ancora, avvia un percorso di cambiamento, che comprenderà tour e eventi in giro per l’Italia. Il libro raggruppa interventi e contributi narrativi e artistici di chi come Tasso sognava mondi lontani e Cervantes creava eroi assurdi, Sancho Panza, Jacovitti, Bunuel, noi, fuori dal corso ordinario della storia, diventiamo narratori di mondi dimenticati, cercando la bellezza nella nostra esclusione.
Charlie sei su Il Randagio, una rivista letteraria che ha sposato come motto la frase di Donne sul vagabondaggio e libertà della mente. Sei un creativo randagio che si occupa di radio, TV, libri. Cosa significa essere Randagio per te?
Randagio e’ un termine fantastico che approvo in pieno, ma la linguistica lo squalifica in quanto e’ sempre stato utilizzato in modo ambiguo, randagio e’ libero e vagante curioso avventuroso umile sociale buono e timido, il termine runaway e’ piu’ affascinante ma io sono d’accordo che Randagio abbia bisogno di essere nobilitato, anche se poi tutti vogliono una cuccia calda una zuppa e coccole amichevoli, randagio e’ una vita per spiriti superiori.
Il libro nasce dal tuo manifesto degli artisti scriteriati. Il manifesto è un’esigenza, una volontà di dare spazio al tumulto interiore di molti. Anche io ho aderito con convinzione e entusiasmo alla tua chiamata e mi sento parte di questo progetto. Quando hai deciso che fosse il momento di scriverlo?
Mi piacciono i Dada e i Surrealisti nei racconti e nelle Opere poi sono stato Punk Demenziale con un occhio al Folk al Pop ai Dialetti dei Cantastorie dei racconti da Bar dalle Balere piene di erotismo e di musica di zone d’ombra di un divertimento senza etichette, la creme de la creme Artistica non conosce la Strada soprattutto i critici i mercanti i borghesi sfaccendati, io rivendico l’Arte Artigianale di chi ci prova, anche a dare un Bacio, l’arte dell’imprevisto del Pubblico superiore e migliore degli Artisti. Soffiamo nei Tromboni per scacciare il Trombonismo Tronfio di palloni gonfiati dall’Aria Fritta!! Gli scriteriati hanno gli spilloni per poterlo fare… ma sono raccolti in un Movimento sotto la mia Guida Spirituale Morale e Umorale… spesso Orale.
“O tutto o niente!” è un raduno di Scriteriati, scrittori e artisti. Il testo del Manifesto è seguito da un’antologia di opere di narrativa poesia e arte. Da Pino Quartullo a Paolo di Giannantonio a Fausto Vitaliano da Luca Gualtieri a Max Greggio, da Marisa Laurito a Isabella Salamida. Come li hai coinvolti?
Ci sono milioni di Artisti Scriteriati che non vedevano l’ora di un Movimento Nuovo di Un manifesto che fosse qualcosa di gia’ sentito pero’ energico, di una guida cioe’ io destabilizzante e anarchica, ignorante rozza ma realmente Indecisa!!!
L’immagine di copertina è un tuo dipinto, un’auto futurista e retrò insieme. Artisticamente ti senti scriteriato, oggi esserlo fa la differenza?
Disegno le cose che disegnavo alle scuole medie quando a 14 anni sognavo il primo Amplesso con le ragazze piu’ sognabili. Ma poi buttavo tempo e denari sui Motori!
In questa epoca digitale, virtuale, effimera che valore ha ancora un libro e quanto è importante?
Sono molto Scriteriato e Randagio perche’ sono diffidente contro tutto cio’ che mi viene imposto anche se mi piego e sopporto tutto. Non ho trovato mai una strada ma tante, tanti sentieri e spesso molto spesso sono rimasto a piedi e senza benzina… pero’ sono qua e non mi fermo.
Oltre a scriverli, che libri legge Charlie Gnocchi?
l libro e’ un feticcio romantico un segno un oggetto prezioso o insulso e’ sempre un libro… la pagina stampata come la parola detta e parlata de visu ha una grande magia. Mi piace scrivere di getto ma sono un lettore troppo disordinato!!!! Sto leggendo Gillo Dorfes… Adorno… la vita di Garibaldi… e Silvia Morghen, una scrittrice scriteriata che ho conosciuto a Più liberi più libri di Roma e inoltre il Minotauro di Varufakis ( economista greco) ma e’ molto noioso. Leggere mi piace ma mi addormento subito!!!
Avevo Conosciuto Bohumil Hrabal attraverso il suo romanzo “Ho servito il re d’Inghilterra” in cui un piccolo cameriere di un famoso hotel si trova ad attraversare, nella capitale dell’allora Cecoslovacchia, da spettatore prima e da protagonista poi, tutte le stagioni sociali e politiche che la storia del primo novecento aveva in serbo per Praga.
Dalla caotica eredità dell’Impero Austroungarico all’infatuazione capitalista, dalla repubblica nata dopo il primo conflitto mondiale all’occupazione nazista, dalla liberazione sovietica all’avvento del regime comunista che dileguò le attese di ogni ritorno liberal borghese.
Fu Felice Mortillaro, un economista che non aveva rinunciato ai piaceri della letteratura, nonostante la sua fede nello sviluppo capitalistico che non poteva che venire dal meraviglioso incedere dell’industria metalmeccanica occidentale nel mondo, a parlarmi per primo di Bohumil Hrabal e del suo “Ho servito il re d’Inghilterra”.
Eravamo a pranzo ed allora anch’io ero schierato dalla parte industriale, sia pure senza il suo entusiasmo, anzi con più di qualche riserva per un mondo capitalistico che in Italia badava a capitalizzare relazioni, politiche e sociali, lecite o meno, più che investimenti ed innovazioni.
Rimasi assai colpito da quel riferimento letterario in un contesto assolutamente refrattario che comportava l’ostracismo per tutto quanto non fosse oggetto di proficua, se non proprio tronfia, esibizione.
Dal disinteresse dei commensali rimasti silenti e imbarazzati era evidente che a nessuno interessava nulla del Re d’Inghilterra e di Hrabal, a parte me.
Corsi in libreria e mi divorai quel romanzo.
L’ironia di Hrabal nel raccontare le vicende storiche europee filtrate dallo sguardo di un piccolo cameriere che era diventato capitalista con la repubblica post bellica ed era tornato cameriere con il regime comunista era davvero esilarante. E mi innamorai di Bohumil Hrabal o meglio del suo cameriere che aveva servito il re d’Inghilterra e che proprio non gli riusciva di andare in depressione nonostante umiliazioni e rovesci ne mettessero a dura prova la resistenza. Egli trovava comunque nella vita il piacere dell’esistenza. Nel sesso, nell’amicizia, nell’amore, nella lotta, nelle sfide, nel gioco a mettere a nudo i potenti, mai cedendo alla rassegnazione, alla depressione o alla lamentazione gratuita.
Era davvero una grande metafora dello spirito di un popolo che resta libero e padrone del suo destino a dispetto della storia, di ogni storia.
E questa metafora la ritrovai in tutti i suoi libri, nessuno escluso.
Il mio interesse per Bohumil Hrabal si rinnovò, e questa volta per non venir mai più meno, allorché ebbi modo di conoscere Eva, un’intellettuale praghese trapiantata in Italia, comunista convinta ma con il vizio insopprimibile dell’aspirazione alla libertà, lo stesso di Bohumil.
Fu lei a far tornare in superficie il mondo di Bohumil, allorché mi parlò di uno scrittore praghese controcorrente che non aveva mai voluto lasciare Praga nonostante le limitazioni cui egli era sottoposto dal regime che mal sopportava la sua indisciplina intellettuale e che difendeva la sua libertà facendo ogni tipo di lavoro manuale cui era costretto per vivere non essendo riconosciuto come scrittore di regime.
“Stai parlando di Bohumil Hrabal” le dissi, travolto da un rigurgito di emozioni emerse dalla mia antica lettura del Re d’Inghilterra e sollecitate dalla più recente lettura de “L’uragano di Novembre” in cui Hrabal, con un ragionamento pacato ma inflessibile che nasceva dal suo spirito profondamente ancorato alla dimensione primordiale della vita ed ai suoi valori ancestrali, affermava per sé il dovere di restare nel luogo dove la gente, il popolo, amici e conoscenti, colleghi di lavoro e familiari, erano costretti a rimanere non potendo beneficiare dei privilegi dell’intellettuale, chiamato e addirittura invocato dall’estero e volentieri lasciato partire dal regime.
Per parte mia io avevo fatto in tempo ad avvertire i profumi di libertà che arrivavano dalla primavera di Praga ed avevo avvertito anche i brucianti riverberi del rogo cui si immolò lo studente Jan Palak su piazza San Venceslao per urlare il suo rifiuto alla normalizzazione sovietica.
Era logico per gli europei dell’Occidente contrapposti agli Europei dell’Est, stare dalla parte di chi fuggiva, soprattutto se chi fuggiva era un mostro sacro della letteratura praghese come Mikan Kundera.
Kundera aveva raccontato la sua fuga in uno con la sua nostalgia e l’amore per la terra lasciata, in quel monumento letterario dal titolo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Roba da lasciarci gli occhi ed il cervello insieme all’anima.
Poi lessi “L’uragano di Novembre” e rimasi fulminato dalla prosa, questa volta impastata di rabbia, di dolore e di fatica, di Bohumil Hrabal.
Una prosa che poteva nascere solo da un profondo, insopprimibile, sentimento di appartenenza, che come un fiume impetuoso, trovava origine nelle vette della dimensione primordiale e che si nutriva dei valori ancestrali radicati nelle viscere più profonde dei popoli oltre che degli individui.
Per Hrabal partire significava ostruire quella sorgente, prosciugarne il flusso vitale e sancire il tradimento verso sé stessi, la propria terra ed il proprio popolo.
Decidere di andare alla deriva senza alcuna possibilità di ritorno e lasciare anche che il tuo Paese vi andasse per suo conto.
Quell’intellettuale praghese che mi parlava di Praga e della sua nostalgia che teneva insieme, senza risolverle, le contraddizioni comuniste e l’amore per la libertà, mi riportò a Hrabal.
Quelle contraddizioni andavano sciolte in casa, aveva sostenuto Hrabal, patendo l’emarginazione e la fatica di vivere se necessario e adoperando la propria vita perché ciò succedesse.
Come dargli torto.
Un gigante della letteratura del secondo novecento per me ed un testimone dei presupposti irrinunciabili dell’identità dell’Umanità in qualsiasi luogo del pianeta.
Bohumil Hrabal aveva lavorato come ferroviere all’epoca dell’occupazione nazista ed aveva insieme ai suoi colleghi sabotato i “Treni strettamente sorvegliati” diretti al fronte con armi e munizioni, come raccontò nel suo intenso libro da cui fu ricavata la sceneggiatura per un film che nel 1966 ad Hollywood vinse l’Oscar come miglio film straniero. In seguito aveva lavorato come addetto al macero dei libri di cui salvava l’anima mandando a memoria dei frammenti di ciascuno volume che veniva ridotto in inermi striscioline, come raccontò in quel piccolo capolavoro dal titolo “ Una solitudine troppo rumorosa” ed aveva lavorato nelle fabbriche di birra di Praga ed aveva bevuto quella birra presso la birreria “ Svoboda” parola che tradotta significa libertà, ed aveva continuato a coltivare patate e ogni altro ortaggio possibile nel suo orto, in un impegno etico e morale per affermare il suo essere salvaguardando, magari, anche qualche spicchio dell’anima degli altri.
E tutto questo non poteva essere barattato con l’espatrio.
Da ultimo avevo letto il suo romanzo “Le nozze in casa”. Una lunga storia dedicata all’amore della sua vita, la moglie troppo presto scomparsa, ed alla rievocazione del mondo in cui quell’amore era nato, tra la fatica e la gioia di vivere che animavano il tempo riempiendolo di allegria, di solidarietà, di gusto per l’esistenza, di appartenenza e identità che proprio nella forza della quotidianità trovava la sua ragione di essere.
Hrabal era consapevole che quel mondo andava a morire.
Moriva nella omologazione che sarebbe sopravvissuta al comunismo, nella fine della cultura e della civiltà della solidarietà che sopravviveva nelle campagne e nella gente di città legata al mondo del lavoro operaio e che rimaneva strettamente legata a quanti la vita dovevano costruirsela e difenderla ogni santo giorno con l’aggravante di dover conservare in fondo al cuore anche il desiderio di essere liberi ed essere sé stessi.
Ma Bohumil Hrabal aveva la certezza che non vi fosse salvezza al di fuori di quel mondo. Certo la deriva andava in direzione opposta. E non era questione di comunismo o capitalismo. Era la rinuncia al mondo primordiale, era la cancellazione dei valori ancestrali che stavano condannando il mondo verso il degrado ma egli era convinto che se il mondo avesse voluto salvarsi, se un giorno avesse voluto tornare sui suoi passi era lì che doveva guardare.
Come il suo cameriere che aveva servito il re d’Inghilterra ed aveva attraversato la storia senza mai perdere il gusto di ricominciare.
Per questo Bohumil non partì e all’indomani della fine della primavera praghese, del crollo di ogni speranza, rimase al suo posto. Perché bisognava ricominciare, aspettare il tempo per ricominciare. E questo vale per tutti i tempi e per tutti i luoghi, per tutti gli individui e tutti i popoli. A condizione che da qualche parte qualcuno mantenga viva la memoria da tirar su come una cima cui, seppur invisibili, sono legati, come reti copiose, i valori primordiali custoditi in fondo al mare o al cuore.
Questo pensiero mi invase allorché in un pomeriggio estivo di settembre di qualche anno fa, entrammo in Altilia, la città romana costruita sui luoghi, sui tratturi e sui ricoveri per le mandrie e le greggi dei Sanniti Pentri ormai sconfitti.
Eravamo partiti da Boiano, una delle antiche capitali dei Sanniti Pentri, senza fretta. Il tratto Boiano-Altilia non era particolarmente lungo e nemmeno duro. Avevamo camminato lungo i tratturi della transumanza ed avevamo attraversato un lungo falsopiano ricoperto di macchia mediterranea, di boschi e ricco di fonti. Avevamo incrociato famiglie di cinghiali ed in lontananza qualche cerbiatto curioso. Poi il tratturo aveva preso a disegnare una curva assai ampia al termine della quale ci apparve, come un visione mitologica, una città cinta da mura rese leggiadre dall’opus reticulatum.
In esse si apriva una grande porta che aveva tutta l’aria voler essere anche un arco di trionfo tanta era la grandiosa bellezza dei bassorilievi, delle iscrizioni e dei telamoni dalle fattezze di prigionieri germanici che la ornavano.
Era Altilia.
La attraversammo con stupore e religioso silenzio.
Oltre le mura si disponeva il tessuto urbano con i decumani ed i cardini, il teatro, il foro e la basilica, il mercato e le terme, le domus e le botteghe.
Era una visione fuori dal tempo.
La attraversammo tutta, in preda ad un rapimento.
Era deserta.
In fondo al decumano principale un’altra porta maestosa immetteva sull’antico tratturo della transumanza in direzione di Sepino, l’antico Saipinz sannitico, divenuto Saepinum con i Romani ed, oggi, rimasto un piccolo, delizioso, quanto spopolato, borgo sulle montagne del Matese, in Molise.
A metà strada, in corrispondenza dell’incrocio con il cardine che intersecava il decumano, ci giunsero dei suoni e dei canti che arrivavano da Porta Tammaro, dal nome del fiume che segna l’intera vallata intorno ad Altilia.
Il 17 aprile Antonio Corvino sarà a Praga, all’Istituto Italiano di Cultura, per parlare del suo Cammini al Sud e di Bohumil Hrabal
Un organetto, di quelli che usavano i contadini intorno alle aie nei momenti di riposo o di festa, ed un tamburello, dettavano i ritmi e le melodie delle danze in cui erano impegnati uomini e donne, ragazzi e ragazze, bimbi e bimbe, lì riuniti per festeggiare un matrimonio.
Eravamo capitati nel bel mezzo di una festa popolare e familiare che magicamente era sopravvissuta alla debordante smania consumistica del villaggio globale che tutto aveva omologato ed appiattito, comprese le più intime espressioni di sé, un tempo legate alla vita stessa di uomini e donne, famiglie e comunità e gelosamente custodite proprio in quanto tali.
Per un miracolo imprevisto, ad Altilia, il tempo sembrava essersi fermato.
La dimensione primordiale ed i valori ancestrali attraversavano l’anima di quella gente che danzava e festeggiava lì davanti a noi.
Ci sedemmo in un tavolo appartato e ci gustammo quello spicchio di umanità sopravvissuta.
Fu in quel momento che mi venne in mente Bohumil Hrabal e presi a raccontare del suo libro “Le nozze in casa”.
Antonio Corvino
Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori.
Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.
In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma nord-atlantico su di essa, dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più compromesso.
Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi di cui “Cammini a Sud” è il primo ad essere stato pubblicato.
Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.
Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.
Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.
Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali. Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo.
Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.
Non fatevi ingannare dall’apparente semplicità di questo libretto di un centinaio di pagine, il decimo ed ultimo romanzo del grande scrittore ceco, il quarto scritto direttamente in francese, pubblicato da Adelphi nel 2013, prima ancora che uscisse in Francia con Gallimard nell’aprile del 2014. Se proprio volessimo parlare di “semplicità” dovremmo fare ricorso alla fin troppo abusata leggerezza o alla “squisita semplicità” di un piatto di gnocchi di pane o di una zuppa di cipolle preparati da uno chef stellato. Semplici sono solo le cose della vita che però bisogna saper raccontare e Kundera lo fa da grandissimo scrittore, aggiungendo poesia e complessità, mescolando banale ed essenziale, malinconia e felicità traboccante, tragedia e farsa.
Ma La festa dell’insignificanza, questo “non romanzo” costruito come un’opera teatrale in sette parti, non è affatto semplice. Ci sono infatti molti più significati di quanti possiate immaginarne in questa insignificanza, un’insignificanza che svela sorridendo l’assurdità dell’esistenza, un’insignificanza che, come dice Ramon, uno dei protagonisti, è “l’essenza dell’esistenza.”
Il romanzo si apre con Alain che camminando per le strade di Parigi osserva affascinato e turbato che la moda del momento per le ragazze è di mettere in mostra l’ombelico, “come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo.” Ma mentre riesce a spiegarsi il motivo per cui un uomo possa essere sedotto dalle cosce , dalle natiche e dal seno, viceversa si chiede: “come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata nell’ombelico?”
Mentre Alain riflette sulle diverse fonti della seduzione femminile, Ramon, l’intellettuale in pensione, passeggia senza meta nei giardini di Lussemburgo perché ha appena rinunciato alla visita di una mostra dedicata a Chagall a causa della coda “disgustosa” alla biglietteria, di cui non vuole essere parte. Dice: “Guardali! Pensi che, d’un tratto, abbiano cominciato ad amare Chagall? Sono disposti ad andare ovunque, a fare qualsiasi cosa, solo per ammazzare il tempo che non sanno come impiegare. Non hanno idea di nulla, quindi si lasciano guidare. Sono splendidamente guidabili.”
Camminando Ramon incrocia D’Ardelo, il narcisista, che per il solo piacere di mentire finge di confessargli di avere un cancro, ma nel contempo lo invita alla sua festa di compleanno, chiedendogli se conosce qualcuno in grado di organizzarne il catering.
Dopo un’ora, Ramon è a casa di Charles, l’amico che sogna di mettere in scena una commedia di marionette su un aneddoto della vita di Stalin, da cui emergerebbe un dittatore ironico e burlone, che si prende gioco dei suoi più stretti collaboratori che non osano ridere per servile ossequio (metafora della nostra incapacità di cogliere il senso dell’ironia). I due osservano che tra questi lacchè c’è Kalinin, il funzionario con la vescica debole, che dà ancora oggi il nome alla città natale di Kant (Kaliningrad), mentre invece, ironia della Storia, il tiranno baffuto pare svanito dalla memoria soprattutto dei più giovani.
A casa di Charles c’è poi l’attore disoccupato Caliban, che si diverte a inventare nuove identità e a creare lingue immaginarie. I due fanno saltuariamente i camerieri per sbarcare il lunario.
Ecco così presentati dal narratore i protagonisti del racconto, omuncoli insignificanti che non fanno o dicono granché, sprofondati nell’inconsistenza della vita quotidiana. Tutti loro si incontreranno durante la festa nel salotto di D’Ardelo, osservatori di un mondo troppo pieno di vanità, della vacuità di un divertimento per cui ogni ospite si dà delle arie per apparire più importante di quanto non sia, si compiace dei propri successi e fa sfoggio della propria felicità intorno ai bicchieri di alcol appoggiati su un vassoio. La festa è il pretesto per Kundera per sorridere della banalità del nostro tempo, che è “comico proprio perché ha perso ogni senso dell’umorismo”.
Nonostante le poche pagine, il libro è ricco di passaggi indimenticabili come quello su Quaquelique, il seduttore, che conquista le donne con osservazioni banali, che non richiedono risposte intelligenti o presenza di spirito perché l’essere brillante le sfida a competere, mentre l’insignificanza le tranquillizza, le rilassa, rendendole più facilmente abbordabili.
È la consueta misoginia dell’autore già emersa nei precedenti romanzi e “spiegata” ne L’arte del romanzo, dove si ricorderà la distinzione tra maschilista e misogino: il primo adora la femminilità archetipa (maternità, debolezza, ecc…), esalta la propria virilità e la famiglia, mentre il secondo ha orrore della femminilità e il suo ideale è restare celibe con molte amanti…
Nel romanzo infatti, mentre gli uomini sono amici (“solo una parola è sacra: ‘amicizia’”), le donne sono per lo più assenti, personaggi secondari, a volte anche un po’ spaventosi. C’è la madre di Charles che sta morendo, quella di Alain che l’ha abbandonato alla nascita e con la quale Alain ha un dialogo immaginario, una tale M.me Frank, la vedova allegra, che ha trasformato la morte del marito in un’opportunità per dimostrare agli altri il proprio valore.
Le poche relazioni uomo-donna appena accennate sono all’insegna dell’ incomunicabilità: quella tra Alain e Madeleine per la differenza di età, quella di Caliban con la cameriera portoghese perché i due parlano lingue diverse. Più che personaggi del racconto, le figure femminili sembrano bozzetti funzionali solo a dimostrare un più generale disagio maschile.
Arte (sottratta all’individuo dalla massa), sessualità, erotismo, desiderio (un tempo piaceri assoluti, oggi banalizzati), amicizia, ironia, rapporti problematici tra uomo e donna, tra madri e figli, la politica, la vecchiaia (“le sue dichiarazioni non conformiste, che un tempo lo ringiovanivano, facevano ora di lui, malgrado l’ingannevole apparenza, un personaggio inattuale, fuori dal tempo, perciò vecchio.”) sono tra le tematiche trattate in questo libretto, in una sorta di compendio finale o di manifesto della poetica di Kundera, che, all’età di 84 anni, sa che quello che sta scrivendo potrebbe essere il suo ultimo romanzo.
I protagonisti ricordano i tempi di Stalin, di Krusciov e dell’Unione Sovietica (“un’epoca di cui non rimarranno più tracce”), elaborano discutibili teorie sulla seduzione (quanta distanza da scene ad alto contenuto erotico come quella de Il libro del riso e dell’oblio del 1978 con Karel che guarda Eva che si masturba sulle note di una suite di Bach!), riflettono sull’insignificanza e sul suo impatto sulla felicità, si confrontano sul posto che deve assumere nella vita l’assurdo e il riso, quest’ultimo tema cui, com’è noto, Kundera ha dedicato almeno tre romanzi: Lo scherzo, La vita è altrove, ma soprattutto Il libro del riso e dell’oblio. Secondo Ramon, ispirato da Hegel, “il vero umorismo è impensabile senza l’infinito buonumore, l’ “unendliche Wohlgemutheit”. Non lo scherno, non la satira, non il sarcasmo. Solo dall’alto dell’infinito buonumore puoi osservare sotto di te l’eterna stupidità degli uomini e riderne.”
Tutto finisce nell’inno di Ramon all’insignificanza, con la celebrazione della vita che in fin dei conti non significa nulla. In realtà non c’è un vero e proprio finale, così come a volerla dire tutta non c’è una trama. Non c’è descrizione fisica dei personaggi, rappresentati solo attraverso le loro discussioni e introspezioni. Nessuna parola di troppo, nessun superlativo, nessun abuso di aggettivi. Ci sono però i pensieri e le domande di sempre, sospesi come la piuma che gli ospiti della festa osservano galleggiare nell’aria in lentissima caduta. Pensieri sintetizzati, domande riformulate da un uomo consapevole di essere alle battute finali.
La festa dell’insignificanza, questa piccola grande eredità di Kundera, ricorda per la leggerezza del tocco e la vivacità della prosa gli ultimi lavori – perdonate l’azzardo – di Woody Allen, meno brillanti dei suoi film migliori, ma sempre attraenti per sapore e personalità, fascino ed eleganza. “L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla. Qui, in questo parco, davanti a noi, guardi, amico mio, è presente in tutta la sua evidenza, in tutta la sua innocenza, in tutta la sua bellezza. Sì, la sua bellezza. L’ha detto anche lei: l’animazione perfetta — e del tutto inutile —, i bambini che ridono — senza sapere perché —, non è forse bello? Respiri, D’Ardelo, amico mio, respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore…».”
Se mi fosse dato di descrivere con una parola “Sono tornato per te”, l’ultimo romanzo di Lorenzo Marone per Einaudi, quella parola sarebbe profondità: la profondità del bene e del male, della saggezza e della fede religiosa di quei semplici che nulla hanno degli umili manzoniani ma che pure comprendono e applicano nella prassi quotidiana, anche in modo inconsapevole, il messaggio di Cristo; e, ancora, la profondità degli affetti – domestici, amicali e soprattutto dell’amore -, la profondità della rabbia e della capacità di resistere e, grazie a questa, di continuare a esistere.
Tutto questo mi pare, infatti, ottimamente rappresentato attraverso una narrazione ricca di eventi al punto che, come spiega lo stesso autore nella postilla conclusiva, l’opera sembrerebbe contenere due romanzi scissi, a sé stanti, se non fosse per la brevissima introduzione, in cui incontriamo Cono Trezza, il protagonista, intento a tirare pugni e a schivare quelli dell’avversario in improvvisati e appassionanti incontri di boxe all’interno del Lager nazista in cui si trova prigioniero: una premessa che fa diventare tutta la successiva prima parte del romanzo una lunga analessi, attraverso la quale viene raccontata adolescenza e prima giovinezza di Cono in un paesino di poche case a ridosso del fiume Tanagro, nella zona del Vallo di Diano. Soprattutto, questa parte della narrazione ci mostra in fieri il formarsi di una salda coscienza nutrita di dignità e coraggio che gli derivano in primis dall’esempio domestico e presto anche dall’amore per Serenella, che sarà la motivazione forte a tornare, a non essere sopraffatto nell’inferno del campo in cui il giovane protagonista resta internato per un anno e più e che costituisce incandescente materia narrativa della seconda parte dell’opera.
Un romanzo quindi articolato e che si snoda su due piani tematici distanti eppure consequenziali. Nella parte iniziale lo scrittore napoletano ci trasporta in una realtà rurale e povera della seconda metà degli anni Trenta: un mondo che ricorderebbe un po’ il Verga novelliere, per quei soprannomi più significanti dei nomi di battesimo, per il contatto diretto, costante, a volte affettivo con le bestie che diventano parte della famiglia, per la ruvidità di una esistenza di ristrettezze e di fatica quotidiana subordinata ai cicli atmosferici e alla volontà dei padroni e anche per una certa ineluttabilità della sorte umana cui è difficile scampare: “la storia è un carnaio, a qualcuno va bene e a qualcuno va male, e di tutte le strade percorribili da quella sera Cono imboccò la più disgraziata”. Eppure, in Marone il rapporto con l’ambiente naturale del luogo -i campi, il fiume, l’intero paesaggio che avvolgi con lo sguardo – conserva un tratto se non bucolico certo rigenerante e vivificante, addirittura poetico se cogliamo i rimandi sparsi qui è lì al Montale di “Meriggiare pallido e assorto”, al Cardarelli di “Autunno”, addirittura al Leopardi della “Quiete dopo la tempesta”: il tutto, accentuato dal contrasto con la grigia realtà dei tempi in cui gli aspetti più truci del regime trovano modo di affermarsi anche in un piccolo centro di campagna apparentemente lontano dai grandi eventi storici che precipitavano vorticosamente verso la catastrofe.
Nello stesso tempo, proprio in forza di quella permessa iniziale, il lettore non può fare a meno di domandarsi cosa possa accadere al protagonista, quale successione di eventi di lì a poco lo renderanno un prigioniero costretto ad assistere e a sperimentare la ferocia degli aguzzini nazisti.
Ed è in questa successiva sezione del romanzo che Marone conferma una ormai pienamente matura capacità di padroneggiare la materia narrativa. Perché il racconto del viaggio nei treni piombati e quindi l’esistenza, ch’è poi una sopravvivenza, dei prigionieri nel campo tedesco implica per noi lettori l’inevitabile raffronto con le tante (ormai troppe) narrazioni letterarie e cinematografiche che ci parlano dei crimini nazisti. Eppure, giusto per restare nell’ambito letterario più recente, oltre – ma per altri aspetti – al romanzo “Che cosa c’è da ridere” di Federico Baccomo, mi sembra che pochissimi autori siano riusciti al pari di Marone a trattare con tanta “medietas” argomenti cosi agghiaccianti, senza cedimenti retorici ma con un tratto di esemplare delicatezza e con la capacità di coinvolgere emotivamente il lettore grazie anche alla vividezza dei personaggi che l’autore ci fa incontrare e diventare via via familiari: ciascuno di essi col proprio bagaglio di ricordi rimpianti speranze illusioni e disillusioni ad accompagnarli nella nudità psichica e fisica con cui macerano quel poco di esistenza che giornalmente viene loro concessa dagli aguzzini: è questo il piccolo mondo di amicizie tenaci e disperate che ruota intorno a Cono. E, ancora una volta, è la profondità, questa volta degli affetti nuovi e imprevedibili, a farla da padrona e a fornire a Cono la forza, di volontà più che fisica, di inventarsi pugile per sopravvivere e per riscattare con l’esultanza momentanea delle vittorie l’orgoglio dei sommersi.
Bernardina Moriconi
Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana, giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.