Teatro: “Migliore” di Mattia Torre con Valerio Mastandrea, di Brunella Caputo

Un uomo normale. 

Alfredo Beaumont (interpretato da Valerio Mastandrea) è un uomo normale. 

Vive una vita ordinaria, fatta di piccole cose e lavoro di routine. 

Ha mille paure, le donne lo ignorano, è ammalato di infiniti mali. Tutte le porte per accedere anche alla più piccola forma di successo sono chiuse. Si sente disprezzato, non compreso. China la testa di fronte a tutti; è quasi un servo di innumerevoli padroni. 

Poi, un giorno, improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, il cambiamento si impossessa della sua persona. Un cambiamento radicale, definitivo, sorprendente: diventa cattivo. 

E la cattiveria, si sa, può regolare la vita in maniera tale da farti diventare ciò che non sei. 

Succede così che Alfredo avanza professionalmente, non sente più il peso delle sue paure, è desiderato da tutte le donne. Insomma, tutte le porte, chiuse per un tempo infinito, si spalancano al suo passaggio; e dietro ogni porta nasce, come un fiore raro in un campo di patate, un’opportunità unica di cambiamento e apprezzamento da parte della “società”.

“Migliore”, scritto e diretto dall’indimenticabile genio che era Mattia Torre, è una storia surreale che racconta con realtà (il gioco di parole è voluto) i nostri tempi, dominati da individui che fondano il loro successo sull’essere entità senza scrupoli nel disprezzare gli altri, sull’essere uomini cinici, senza rimorsi, insolenti, sfrontati. 

L’uomo normale viene considerato inferiore e quindi viene disprezzato e, davanti a queste persone, obbedisce abbassando lo sguardo.

Alfredo lavora in un’azienda che offre servizi ai benestanti che possiedono una carta di credito; ha qualche problemino di salute; partecipa alle attività di un’associazione. 

È un uomo medio che vive la sua vita senza slanci e senza entusiasmi.

Un grave incidente improvviso, da lui causato involontariamente ai danni di una signora anziana, crea una ferita profonda e devastante nella sua vita ordinaria. Viene salvato dall’accusa di omicidio da un esperto avvocato ma, la sua persona subisce una trasformazione radicale. 

Alfredo non si sente più un uomo ordinario e assiste al totale capovolgimento del suo essere: è disinvolto, ha successo al lavoro e in amore. Tutti gli mostrano rispetto: i colleghi, la famiglia, i vicini e i conoscenti. L’incidente provocato lo inorgoglisce e lo rende un uomo “Migliore”. 

Valerio Mastrandrea è un interprete straordinario di questo monologo scritto per lui. Riesce a far riflettere con leggerezza (ci si ritrova infatti spesso a ridere di situazioni tragiche e terribili; e ciò rende la narrazione drammaticamente vera), su temi che ci appartengono e che sottolineano la grande attualità del testo. 

I suoi innumerevoli cambi di tono e di voci e di personaggi, trasportano lo spettatore in un mondo fantastico fatto di situazioni tragiche e comuni, condite di una sana ed inimitabile ironia; la risata c’è ma è riflessiva, voluta. 

La precisione dei movimenti del corpo di Valerio Mastandrea e l’impeccabilità del disegno luci, rendono lo spettacolo un capolavoro del teatro di parola. Il palcoscenico infatti è vuoto, nessun oggetto occorre per raccontare dell’essere uomini. 

Le metafore sono davvero tante, in questo splendido monologo, ma la più forte è senza dubbio quella che porta lo spettatore a realizzare che la media vita quotidiana spesso ci condiziona a tal punto da non riconoscere il dramma della malvagità, ma solo la trasformazione di un uomo ordinario in un uomo cattivo. 

E forse è proprio questo il vero dramma. 

La domanda sorta dopo aver visto questo spettacolo è venuta immediata: cosa si è disposti a fare per sentirsi migliori? E, soprattutto, a spese degli altri, ci si sente davvero “Migliore”?

Perché uno spettacolo teatrale che si rispetti porta sempre lo spettatore a porsi una domanda. E quando l’immedesimazione è totale, questa domanda appare scritta negli occhi quando le luci si spengono.

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.

Napoli, due giorni con David Grossman: pace e letteratura, di Amedeo Borzillo

“David, noi stasera ti consegniamo un riconoscimento che si chiama Pellegrini di Pace, e mi sembra un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada, è cammino, è pellegrinaggio.”

Con questa immagine intensa, il vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha accolto Grossman, protagonista di un programma dedicato alla parola come strumento di dialogo e riconciliazione.

Il primo appuntamento ha visto lo scrittore ricevere il premio Pellegrini di Pace “per il suo instancabile impegno pubblico e culturale a favore del dialogo, della non violenza e della giustizia”.

Ringraziando il pubblico, Grossman ha affrontato con voce ferma i temi del dolore e della responsabilità collettiva: “È difficile confrontarsi con la sofferenza dell’altro, soprattutto quando in parte ne siamo responsabili. Eravamo molto vicini alla pace, ma dopo ciò che è accaduto ci vorranno anni per ricostruire un equilibrio tra i due popoli.

Il giorno successivo, l’autore di “A un cerbiatto somiglia il mio amore“, nato a Gerusalemme nel 1954, è salito sul palco del Teatro Sannazzaro per un incontro promosso da Maurizio de Giovanni, presidente del Premio Napoli.

Lo scrittore napoletano ha definito Grossman “un autore capace di rendere straordinario ogni frammento di scrittura, dal primo romanzo all’ultimo articolo, per la sua capacità di declinare il coraggio e l’umano oltre ogni confine”.

Citando Carlo Levi – “le parole sono pietre” – De Giovanni gli ha chiesto quale valore attribuisse oggi al linguaggio. Grossman ha risposto con la consueta lucidità: “Quando scrivo sento il peso di ogni parola, e la sfida più grande è restarne fedele. Le parole non vanno lanciate nel computer: devono conservare la loro unicità. Viviamo in un bombardamento linguistico, e dobbiamo preoccuparci del loro significato profondo.” Da qui il suo invito a vigilare sulle manipolazioni del linguaggio, responsabilità che, ha detto, “spetta a tutti: insegnanti, giornalisti, scrittori, tassisti, a chiunque abbia a cuore la cultura”.

De Giovanni ha poi definito Grossman “il grande narratore della compassione”, ricordando come la sua scrittura traduca l’empatia in una forma di resistenza morale.

Alla domanda su quale fosse la storia per lui più cara, Grossman ha confessato di non saper scegliere: “Quando scrivo parto da una situazione in cui tutto può accadere. Invento una realtà, poi la sento insufficiente, e cerco qualcosa di nuovo, perché la letteratura non riproduce: crea. Quando riesco a dare vita a una voce autentica, lì nasce la letteratura.”

L’autore ha poi riflettuto sul conflitto israelo-palestinese, ribadendo la necessità di cambiare narrazione: “Da più di un secolo ripetiamo sempre la stessa storia. Servono nuove parole, un nuovo modo di raccontare per far nascere qualcosa di diverso.” E ha aggiunto, con un esempio provocatorio: “Se l’8 ottobre Netanyahu avesse incontrato i leader palestinesi per dire: ‘Dopo ciò che abbiamo visto, potremmo scegliere un’altra direzione’, forse si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo racconto.

Nelle battute finali dell’incontro, De Giovanni ha chiesto a Grossman come riesca a conciliare il suo forte legame con la propria comunità con il dissenso verso chi la governa. Lo scrittore ha risposto sorridendo: “In realtà amano i miei libri, ma odiano la mia politica.

Amedeo Borzillo 

Antonio Machado, professore di francese e grande poeta, di Lavinia Capogna

Nel 1903 venne stampata a Madrid una raccolta di poesie intitolata “Soledades” (Solitudini). L’edizione era curata, il titolo e il nome dell’autore erano scritti in eleganti caratteri rossi.

Il titolo era dichiaratamente preso da un’opera del famoso poeta Barocco Luis de Góngora. 

Non vendette granché ma ebbe una recensione favorevole del poeta Jiménez. 

Era un’opera pregevolissima con la quale in pochi tratti, espressi con una grande forza quasi pittorica, l’autore esprimeva, in modo sobrio ma sottile, tinto di malinconia il rimpianto della vita che passa, una sorprendente precoce nostalgia. Ma anche un immobilismo, una monotonia, si direbbe, di quella penisola iberica ancora addormentata (egli come il padre e il nonno era un sostenitore della filosofia e della scienza, allora avversate), una malinconia che si stemperava in paesaggi agresti di grande bellezza. 

L’autore era un ragazzo timido e, come disse una sua conoscente, di modi gentili e squisiti: Antonio Machado.

Egli viveva allora quasi poveramente, abitava in una stanza che aveva solo un tavolino, il letto e uno specchio con una bacinella per farsi la barba. I suoi abiti erano spesso trasandati e la sua unica passione oltre alla poesia erano le sigarette. Però il più celebre poeta di lingua spagnola del tempo, il nicaraguense Rubén Darío, dimostrando lungimiranza, apprezzava i suoi versi. 

Antonio Machado era nato in una famiglia colta e di idee progressiste e repubblicane nel 1875 a Siviglia. 

Suo nonno era un medico che dopo il decesso di una ragazza che non era riuscito a salvare aveva abbandonato la professione. Interessato a scienza e politica era diventato professore universitario e saggista. Anche sua nonna, una donna simpatica e amante della conversazione, che suonava la chitarra, era una persona avanti sui tempi. Suo padre un avvocato, ricercatore appassionato delle tradizioni andaluse. Non sappiamo molto su sua madre, Ana Ruiz, ma ebbe un profondo legame con Antonio. Ebbe altri sei figli, tra cui Manuel, anch’egli poeta, e José, pittore. 

A fine Ottocento la famiglia si era trasferita a Madrid ma la morte del nonno e poi quella del padre a poca distanza la condussero ad un tracollo economico. Venne anche brutalmente colpita dal decesso di una sorella di soli 14 anni. 

Egli frequentò una scuola che era allora la più avanzata pedagogicamente e che stimolava la riflessione e il confronto. 

Insieme al fratello Manuel conduceva una vita bohémien, frequentava caffé, apprezzava il vino ma non divenne mai un alcolista. Conosceva aspiranti poeti, seguaci di Paul Verlaine, scriveva per qualche rivista letteraria. Fece due viaggi a Parigi (in cui incontrò anche Oscar Wilde) insieme allo scrittore anarchico Pio Baroja e al fratello Manuel. 

Divenne il poeta più giovane di quella che venne chiamata la “Generazione del ’98”.

Nel 1907 sostenne un esame per diventare professore di francese e come si usava allora poté scegliere fra alcune cittadine dove insegnare. Scelse Soria in Castiglia, che tanta parte avrebbe avuto sulla sua storia personale e sulla sua poetica. 

Secondo i suoi studenti Machado fu un ottimo professore, ben disposto, non bocciò mai nessuno, tentava di risvegliare un interesse per la cultura francese leggendo brani di libri e poesie oltre che insegnare la grammatica.

Egli abitava in casa di un ex sergente che per arrotondare il lunario affittava camere: era un uomo violento e irascibile. Aveva una moglie e una figlia che erano spaventate da lui.

La figlia, Leonor, era una ragazzina molto carina, bruna, con un colorito pallido, uno sguardo arguto ed innocente.

Il poeta si innamorò di lei e lei di lui. Era un opposto del temibile padre. 

Sembra che il garzone di un panettiere le avesse fatto la corte ma lei aveva scelto il timido professore. 

Secondo la legge spagnola del tempo quando Leonor compì 15 anni si poterono sposare. Era il 1909, lui aveva 34 anni. 

Questa grande differenza di età oggi può lasciare interdetti ma non era rara in una società ancora ottocentesca.

Essi continuarono a vivere nel paese ma poi lui fece richiesta di trasferimento a Parigi per poter seguire dei corsi culturali e anche le lezioni del filosofo Henri Bergson, che ammirava. 

Era anche un’opportunità di fuggire dal claustrofobico paese e di vivere in una grande capitale europea. 

Nel frattempo Machado aveva scritto altre due raccolte di poesia: una che sarebbe stata pubblicata qualche anno dopo e nel 1912 “Campos de Castilla (Campi di Castiglia) che inizia con i famosi versi:

“La mia infanzia è fatta di ricordi di un cortile a Siviglia e di un frutteto luminoso dove matura il limone; 

la mia giovinezza, vent’anni nella terra di Castiglia”.

Quest’ultima ebbe un grande successo, ne vennero stampate almeno due edizioni in poco tempo. 

In questa seconda opera nella quale Machado aveva ormai raggiunto la piena maturità espressiva, descriveva con accenti che susciteranno non pochi malumori a Soria i paesaggi selvaggi non solo nella natura ma anche negli animi del piccolo paese, il vagare nella natura, e, in qualche parola quasi sfuggita alla penna, con il suo consueto riserbo, l’incontro con l’amore. 

Purtroppo nel 1911 a Parigi la vita del poeta e della moglie aveva avuto un tragico cambiamento. Il 14 luglio, festa nazionale che celebrava la presa della Bastiglia del 1789 e che veniva festeggiata a Parigi con grandi balli popolari nelle piazze, Leonor aveva avuto un severo attacco di tubercolosi. Il marito aveva cercato vanamente in quella Parigi lieta, tanto in stridente contrasto con la sua sventura, un dottore. 

Il giorno dopo era riuscito a far ricoverare Leonor. La diagnosi era stata di una tubercolosi molto avanzata. 

Era allora una malattia pressoché inguaribile perché ancora non erano stati scoperti gli antibiotici. 

Nel 1912 i medici avevano consigliato a Machado e Leonor di tornare in Spagna e lui, che non aveva più denaro, aveva chiesto un prestito al poeta Rubén Darío che lo aveva immediatamente aiutato. 

Con grande dedizione Machado si prese cura della moglie. C’è chi lo ricordava con i suoi abiti trasandati e spettinato mentre la portava amorevolmente fuori casa su una sedia a rotelle. 

Ma a Soria la condizione di Leonor era peggiorata:

“Una notte d’estate — il balcone e la porta di casa mia erano aperti — la morte entrò nella mia casa. 

Si avvicinò al suo letto — senza nemmeno guardarmi — e con le sue dita sottili ruppe qualcosa di molto delicato. Silenziosa e senza guardarmi, la morte mi passò di nuovo davanti (…)”. 

Incomincia così una delle liriche più drammatiche di Machado in cui descriveva la morte di Leonor che aveva solo 18 anni. 

La madre di lui, Ana Ruiz, era arrivata per aiutarli ma pochi giorni dopo il funerale entrambi lasciarono Soria. 

Seguirono anni molto difficili per il poeta. 

Egli scrisse ad un amico che aveva pensato di spararsi ma che lo aveva trattenuto il successo che aveva avuto il suo secondo libro di poesie, “Campos de Castilla”. Egli scriveva: “E non per vanità, Dio lo sa bene! Ma perché pensavo che se in me c’era una forza utile, non avevo il diritto di annientarla”. 

Nelle poesie del 1913 echeggiano dolorosi accenti relativi a Leonor, domande a Dio a cui egli credeva (ma ben diversamente dai bigotti e dai reazionari) ma anche costernazione e smarrimento. 

Egli viveva insieme a sua madre continuando a fare, in un’altra cittadina, il professore. A 43 anni si laureò in filosofia con ottimi voti. Si appassionò allo studio del latino e del Greco ed ebbe l’idea di studiare anche l’italiano. 

Viaggiò in varie città spagnole. 

Negli anni Venti scrisse alcune commedie insieme al fratello Manuel e dedicò numerose liriche ad altri poeti. 

Scrisse anche un testo di riflessioni filosofiche e di vario genere in prosa. 

Pubblicò altre poesie assai diverse nello stile dalle prime, più brevi, alcune con accenti ironici, altre meditative. 

“Viandante, sono le tue impronte 

il cammino, e niente più, 

viandante, non c’è cammino, 

il cammino si fa andando.

Andando si fa il cammino,

e nel rivolger lo sguardo

ecco il sentiero che mai 

si tornerà a rifare.

Viandante, non c’è cammino, 

soltanto scie sul mare.”

Queste è una delle opere più celebri di Machado nella traduzione di Antonio Prete (*). 

Nel 1928 quando aveva 53 anni conobbe una donna di 39 anni. 

Sono dedicate a lei le poesie in cui la chiama con un nome fittizio, Guiomar. Tuttavia anche questo fu un amore non semplice: Leonor lo aveva sposato ma Guiomar o meglio colei che si celava sotto questo nome era invece già sposata. 

Era poeta lei stessa e amante del teatro. Lei e il marito erano assai benestanti e avevano tre figli. Il marito era un uomo infedele che l’aveva delusa. Proprio in quei giorni aveva conosciuto Machado. 

Li dividevano le opinioni politiche: Machado era di sinistra e partecipava attivamente alla vita sociale e culturale del paese, Guiomar invece aveva idee conservatrici ed era cattolica molto osservante. 

Machado si innamorò perdutamente di lei. 

Lei gli propose un’amicizia intellettuale con qualche sfumatura romantica: avrebbero potuto vedersi a scadenza regolare in un giardino pubblico accanto ad una vecchia fontana o in un caffè alla periferia di Madrid ma solo amichevolmente. 

Lui accettò. 

Nel 1981 venne pubblicato il testo autobiografico “Sí, soy Guiomar: memorias de mi vida” (Sì, sono Guiomar: memorie della mia vita) scritto dalla poeta e commediografa Pilar de Valderrama.

Detto per inciso, non ho potuto leggere il testo originale perché le poche copie ancora oggi disponibili hanno un costo astronomico però esso include 36 lettere autentiche delle 240 che Antonio Machado le aveva scritto come prova della veridicità delle sue affermazioni. Pilar de Valderrana era deceduta a 90 anni nel 1978 lasciando tutte le lettere alla Biblioteca nazionale di Madrid e le sue Memorie da pubblicare postume. 

Certamente lei non aveva nessun obbligo di corrispondere il sentimento del poeta però continuando a frequentarlo sia di persona sia per lettera non poteva far altro che alimentarlo.

Alimentandolo non poteva far altro che arrecare sofferenza e frustrazione a Machado: potevano condividere solo pochissimo tempo insieme, erano quasi sempre separati, lui non faceva parte della vita quotidiana di lei, c’era tra di loro una notevole confidenza emotiva ma senza alcuna intimità. 

Da sempre interessato ai sogni e alla psicoanalisi lui le descrisse un sogno che aveva fatto nel quale si erano sposati in una chiesa e lui si era sentito molto felice. 

Probabilmente “Guiomar” si sentì invece gratificata da questo amore sincero e idealizzato, che durò vari anni, da parte di un grande poeta. 

Nel 1936 i franchisti uccisero Federico García Lorca che Antonio Machado aveva conosciuto e di cui ammirava le opere. Egli scrisse una delle sue ultime poesie contro questo efferrato crimine. 

A fine gennaio del 1939, a 63 anni, quando era ormai evidente che Franco stava vincendo la sanguinosa guerra civile avendo come alleati Hitler e Mussolini, Machado, già provato nella salute da alcuni anni, andò in esilio insieme a sua madre, Ana Ruiz. 

Con grande sofferenza riuscirono a raggiungere il confine francese ma vennero abbandonati dai camionisti e lasciati senza soldi. 

Erano insieme a tanti altri esuli: uomini, donne, bambini sotto una pioggia torrenziale. 

Giunsero a Collioure, un villaggio francese sul mare abitato da pescatori. 

Trovarono un albergo a buon prezzo ma in pochi giorni la salute della madre si deteriorò. Machado tentò di assisterla ma anche le sue condizioni divennero drammatiche. 

La proprietaria dell’albergo, che simpatizzava con i repubblicani spagnoli, chiamò un medico che non poté far nulla. 

Il 22 febbraio 1939 Machado morì. 

Tre giorni dopo (era il giorno del suo 85esimo compleanno) anche la madre. 

Furono sepolti insieme. 

Pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. 

Inizialmente fu scritto sulla lapide solo “Antonio Machado, morto in esilio”, poi venne aggiunta una sua poesia:

“E quando verrà il giorno del mio ultimo viaggio, 

e salperà la nave che non tornerà mai più, 

mi vedrete a bordo leggero di bagaglio,

e quasi nudo, come i figli del mare”. 

….. 

*) Caminante, son tus huellas

el camino, y nada mas;

caminante, no hay camino,

se hace camino al andar.

Al andar se hace camino, 

y al volver la vista atrás

se ve la senda que nunca

se ha de volver a pisar.

Caminante, no hay camino, 

sino estelas en la mar.

Bibliografia:

Antonio Machado Poesie (Garzanti 2022)

Poesie “Soledados” e “Campos de Castilla” (Newton Compton 2012)

Pietro Tripodo traduce Antonio Machado, Introduzione di Roberta Alviti, con segni e incisione di Enrico Pulsoni, Roma, Edizioni Il Bulino, 2018.

Poesías Completas (in spagnolo – l’Aleph 2020)

Ian Gibson Ligero de equipaje. La vida de Antonio Machado (biografia).

Nel 1969 il cantante Joan Manuel Serrat ha musicato 12 poesie di Machado incidendo il famoso Album “Dedicato a Antonio Machado”. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Raffaele Passerini per “Love bombing” (Castelvecchi, 2026), di Loredana Cefalo

Il sogno americano non esiste più. 
Non esiste più la terra delle opportunità, della libertà, della democrazia, della meritocrazia.
Raffaele Passerini, regista, per otto anni ha inseguito il sogno americano. Era giovane, talentuoso e per un attimo la New York dei film di Woody Allen lo aveva catturato, fino a farlo innamorare.
Il suo primo romanzo, Love Bombing (Castelvecchi) non è solo la narrazione di un amore malato e che consuma, ma è proprio il racconto di chi, alla ricerca della felicità, insegue qualcosa che gli sfugge e sfuggendo lo attanaglia, lo mastica e poi lo risputa senza pietà.
Love Bombing si distacca dalla narrativa tradizionale per assumere i connotati di una sceneggiatura di vita. L’esordio letterario del regista documentarista de Il principe di Ostia Bronx, che fra il 2017 e il 2019 ha collezionato svariati premi, ripercorre la sua parentesi newyorchese, mettendo a nudo una parabola che va dall’ascesa professionale al burnout psicofisico. 

​Il testo si distingue per un’autenticità priva di fronzoli, sia nel linguaggio che nella struttura del racconto. Al centro della vicenda non c’è solo il successo nella giungla di New York, ma l’analisi di una serie di legami tossici, basati sul narcisismo. 
Passerini descrive con lucidità la perdita di controllo e il mascheramento emotivo necessari a sopravvivere in una relazione manipolatoria, un’esperienza che, pur essendo personale, tocca temi universali e purtroppo comuni. 

​Invece di cercare il lieto fine, il libro si concentra sulla presa di coscienza post-traumatica: un resoconto onesto su quanto sia doloroso, ma necessario, affrontare le proprie fragilità per riappropriarsi della propria identità. 

Il libro di Raffaele Passerini mi ha molto incuriosita, perché il Love Bombing in questo caso non è soltanto relativo alla storia d’amore raccontata, ma soprattutto viene da un ambiente, che ti utilizza, ti controlla, ti sfianca, ti risucchia e la maggior parte delle persone che ne vengono attratte fanno molta fatica ad uscirne.

Così ho incontrato virtualmente Raffaele e, come mia consuetudine, gli ho rivolto qualche domanda.

Perché hai sentito l’esigenza di affidare questo racconto alla scrittura invece che a un documentario? Cosa ti ha permesso di dire la parola che l’immagine non poteva esprimere?

Ho fatto corti, documentari, video, podcast e, ora, per la prima volta, un romanzo. Un romanzo che assomiglia un po’ a una serie di piani sequenza in soggettiva, un po’ a un inseguimento e forse, un po’ al documentario. La forma di scrittura-romanzo mi ha però permesso di entrare direttamente nella testa, nel cuore e nel corpo del personaggio-me-stesso più giovane, come in una sorta di flusso di coscienza e maratona fisica. L’unica strada che mi sembrava possibile per raccontare questa storia era quella del pozzo emotivo: la scrittura è stata la corda con cui scenderci e rivivere, di volta in volta, i sentimenti e il corpo di quel trentenne che ho abitato. Una specie di viaggio nello spazio e nel tempo, come se avessi messo una telecamera dietro ai miei occhi e un sondino vicino al mio cuore, tipo speleologo. È un viaggio faticoso, fisicamente, e la scrittura, con i suoi tempi dilatati, mi offriva sempre zone di ristoro. E poi la sovrapposizione tra il me autore e l’io personaggio non era per me sostenibile attraverso un racconto audio-video: non sarei riuscito a essere sia regista che narratore che, per di più, protagonista. Troppi io da gestire.

Nel libro descrivi il crollo nervoso come una scala in discesa, sempre più ripida e sempre più grave. Come si concilia la necessità di mantenere una carriera di successo a New York con il progressivo sgretolamento del proprio equilibrio mentale?

Si dice che a New York, “you make it or break it”. “Se ce la fai lì, ce la puoi fare ovunque”, cantava Sinatra. Le regole del gioco dichiarate sono chiare: l’arena è aperta a tutti, chi è più sveglio, preparato, scaltro, informato, talentuoso, veloce vince. Dipende da come ti giochi le tue carte. Se fallisci, in altre parole, è solo colpa tua. Le vere dinamiche però, lo sappiamo, sono ben altre. Premetto che per me l’America è stata una grande occasione di crescita e esplorazione: sono stato accolto, formato, incoraggiato e ne sarò sempre grato. Ma questo scollamento tra le regole dichiarate e la realtà può essere molto pericoloso a livello emotivo e psicologico. 

Sono stato uno dei pochissimi, forse l’unico non statunitense del mio corso di filmmaking ad avere una borsa e a riuscire a lavorare e rimanere a New York. Questo ha creato in me un forte senso di responsabilità verso le aspettative mie e degli altri. La collisione tra il desiderio di farcela, il bisogno di dimostrare di farcela e la concreta possibilità di resistere e sopravvivere in una città estremamente competitiva e costosa, a volte ti toglie l’aria, la luce, il silenzio, lo spazio, il respiro, il pensiero. 

Spesso chi affronta un’esperienza come la tua prova vergogna nel parlare della propria fragilità. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare la tua vulnerabilità senza filtri protettivi?

Nel libro parlo di un me che non ha saputo proteggersi per mancanza di amor proprio, cercando di esplorare un’anatomia tutta personale di questo tipo d’incrinatura. Quando scrivevo pensavo solo ad essere lì e a non farmi domande, tipo: cosa penseranno ora di me? Mi sono esposto troppo? Mi sono messo di nuovo in una posizione di fragilità? L’unica mia preoccupazione in fase di scrittura era di non fare uno sfogo, una vendetta o un’autoanalisi fine a sé stessa. Sono stato coraggioso e  dissociato insieme? Non lo so. È stato per me essenziale lavorare con la mia editor, Maria Carmela Leto. La sua accoglienza mi ha fatto sentire in un luogo mentale sicuro e rigoroso, e mi ha dato molto coraggio. Ora per me la sfida più grande è lasciarlo andare, il libro. Ormai è fatta. Spero solo che possa accompagnare il lettore come uno specchio dove potersi guardare, nudo, in un luogo intimo e protetto che solo la scrittura sa offrire. 

Credi che il contesto di una metropoli così competitiva e spietata e la pressione che ne deriva, abbia favorito l’insorgere della dinamica tossica che descrivi, o si è trattato di un caso isolato?

Se mentre corri una maratona ti fai una brutta ferita alla gamba e non la medichi subito, perché devi correre, devi farcela, devi vincere, quella ferita rischia di infettarsi, a meta è probabile che non ci arriverai comunque, e i danni potrebbero perdurare. Le dinamiche tossiche nelle relazioni proliferano in una metropoli come New York dove tutto è accelerato, amplificato e tu devi sempre correre. Se esci dalla maratona per prendere fiato o medicarti, ne esci per sempre. In un posto così competitivo, sono tutti nella tua stessa situazione: è difficile prendersi cura gli uni degli altri. Nel caso dei due protagonisti del romanzo, entrambi vivono la pressione della città e le aspettative delle rispettive famiglie in Europa, ma uno reagisce, diciamo, con “violenza e prevaricazione”, l’altro, forse, con il vittimismo. Entrambi, però, partono dalle stesse paure: quella di soccombere e quella di non essere amati. Non credo che questa sia una combinazione tossica rara.

Sono rimasta molto colpita dalla tua autenticità stilistica. È stato difficile resistere alla tentazione di romanzare i fatti per renderli meno amari?

Il tempo della memoria ottunde, il ricordo deforma, la scrittura imbriglia, taglia, sposta, ricodifica. L’unica cosa che si cristallizza e non muta, per me, è il ganglio emotivo soggettivo. Settata l’arena e le dinamiche tra i personaggi secondo rimandi reali, l’unica aderenza assoluta al reale che mi interessava mantenere era quella della dimensione emotiva, e l’autofiction questo lo permette. Questo mi ha dato la libertà di non concedere deroghe al dolore e all’amarezza. Mio padre ha letto gran parte di questo libro e mi ha detto: daglielo uno zuccherino al lettore, è molto amaro. Ci teneva che fosse accolto bene dal pubblico, che io ne uscissi bene. Ne abbiamo parlato e ha capito: il libro doveva essere sincero rispetto alle mie fragilità. Ci teneva che lo pubblicassi: ogni volta che tornavo a casa o mi chiamava, mi chiedeva se avessi trovato una casa editrice. Non sono riuscito a pubblicarlo prima della sua morte. Per tutto questo ho voluto dedicarglielo.

Love Bombing termina con una consapevolezza sofferta. Oggi che per te come per molti altri il sogno americano è finito, cosa vorresti che il tuo futuro ti riservasse?

Il sogno americano è stato per oltre un secolo un potente magnete. Sicuramente grazie al soft power esercitato dal cinema, ma anche perché si basava sulla premessa del merito, una chimera in grado di attirare chiunque. Purtroppo, il merito, negli U.S.A. come ovunque, è innanzitutto frutto del privilegio. Le declinazioni del sogno americano sono tante: per un cittadino messicano che attraversa il confine senza documenti, il sogno è un golden ticket che tutto salva e risolve. Ben diverso da quello di un trentenne europeo, bianco, della medio-alta borghesia, che arriva lì grazie a una borsa di studio post-laurea. Per me che ci ho vissuto a cavallo del primo decennio degli anni duemila, era il sogno del cinema. Ma c’è un tipo di sogno americano che è forse più difficile da decifrare: il sogno di chi resta, di chi quel confine non è mai riuscito o non ha mai voluto varcarlo. Se tu vai in America e ce la fai, certifichi a chi resta che se vuole, anche lui può farcela e che, se dove è rimasto ha fallito, non è per colpa sua. Ora, pare, il sogno americano si sta sgretolando. Ma quando decisi di andarmene, ricordo le conversazioni accorate con alcuni miei amici europei che vivevano come me negli U.S.A. e che mi dicevano: “Ma davvero vuoi rinunciare alla tua doppia identità? Qui sei speciale perché sei europeo, in Europa sei figo perché vivi in America. Ma io non mi sentivo né l’uno, né l’altro, e ho deciso di tornare. Tradire un sogno, si sa, è imperdonabile. 

Sono tornato in Italia ormai dieci anni fa e qui sto costruendo il mio futuro. In definitiva faccio quello che facevo negli U.S.A. ma con il bagaglio di quell’esperienza che mi ha aiutato tanto: insegno, scrivo, creo audio-video. Ma ora, dopo il Covid, anche da qui posso parlare al resto del mondo (le piattaforme di streaming e i social ce lo permettono). Da qui posso cercare di contribuire alla vita sociale e culturale del mio paese, qui posso sentire un senso di appartenenza radicato nel passato. Qui sono stato vicino ai miei genitori. In definitiva, il mio sogno lo sto vivendo. E ne sono grato. Ora sogno un’Europa pacifica e coesa.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Video di “Dice… e quindi” ispirato a “Nessuna voce dentro – Un’estate a Berlino Ovest” (Einaudi) di Massimo Zamboni

Cosa succede quando due generazioni si incontrano alla vigilia di una grande partenza? In questo breve racconto audio, assistiamo al momento in cui “Coso” regala un libro speciale a Gabriel, pronto a partire per l’India. Il libro è “Nessuna voce dentro – Un’estate a Berlino Ovest” di Massimo Zamboni.

Attraverso un monologo intimo e nostalgico, il narratore riflette sul divario tra la sua esperienza di viaggio – fatta di macerie e storia punk a Berlino – e quella di Gabriel, un ragazzo del ’90 che forse vivrà la sua avventura attraverso le lenti di Instagram e nuovi linguaggi che noi non comprendiamo appieno. Un viaggio tra passato e futuro, tra l’incertezza e la scoperta.

Il regalo prima del viaggio: un talismano letterario.
Il confronto generazionale: la Berlino del muro vs l’India dei Reel.
L’accettazione del diverso modo di “sentire” il mondo dei giovani d’oggi.

Buona visione!


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