Hilary Tiscione: Setole (Polidoro), di Gigi Agnano

In una meravigliosa villa nelle Isole Hawaii di proprietà di un batterista di fama internazionale, in un agosto “ustionato” dove ogni giorno è  un capitolo come nel diario di un’adolescente, si svolge “Setole”, il secondo romanzo di Hilary Tiscione, edito da Polidoro nella collana Interzona diretta da Orazio Labbate.

Un romanzo duro, claustrofobico, doloroso, con una forza sconvolgente fin dalle prime pagine; un libro che parla del vuoto, dell’assenza e dell’attesa. Che esplora le vite di personaggi afflitti e disastrati che si muovono tutti – a parte che in un paio di sporadiche e più o meno brevi feste in spiaggia – tra le stanze, la piscina, il giardino, il bar, il viale e la dependance della lussuosa casa in collina da cui si vede in lontananza l’Oceano. 

Potrebbe essere un luogo incantevole, foriero di serenità e rilassatezza, un presagio di bella vita, ma tutt’intorno alla villa anche la natura è sofferente – in questo l’autrice è quasi ossessivamente “leopardiana” -, come a rispecchiare il disagio esistenziale dei suoi abitanti: si sentono gli animali “litigare”, i gatti azzuffarsi, i cani “hanno pochi denti e disfano il cibo premendo la lingua contro il palato”, gli insetti e le rane vanno a morire in piscina, i pipistrelli in cerca del buio sono “come schizzati mossi da qualche rabbia”, le falene “volteggiano cadendo sull’erba come foglie sconvolte in fin di vita”.

Protagonista e voce narrante per gran parte del romanzo è la diciassettenne Lena alle prese con le tortuosità dell’adolescenza, una via di mezzo tra Lolita e la Liv Tyler di “Io ballo da sola”. Dice:

“Sento nello stomaco una specie di ventosa che crea una depressione sotto l’esofago, ho fame, ma non c’è nulla che mangerei. Penso di tirarmi su dal letto e resto ferma come un avanzo di torta indurito. L’aria calda mi prende la fronte come avessi l’influenza.  Mi ficca nella mente una sensazione di minaccia.”

Mira, la madre di Lena, ex modella quarantacinquenne, sta generalmente nella sua stanza. Dorme o si crogiola nella sua depressione, nella “galleria del dispiacere”. Di tanto in tanto si affaccia alla finestra “regalando miseria all’aria” e, nelle rare volte in cui compare, crea imbarazzo alla ragazza, fino a determinare l’episodio centrale della trama che preferiamo sia il lettore a scoprire. Basti dire che alla voglia di vita e al desiderio di “normalità” dell’adolescente fa da contraltare il disordine morale della madre che come un dispenser naturale di disagio farà irruzione nella storia e nella vita della figlia con la sua melodrammatica inquietudine.

Va detto che entrambe le donne stanno vivendo con sofferenza, rimorsi e sensi di colpa l’abbandono, più precisamente la scomparsa di Al, padre e marito, una presenza invisibile che tutti aspettano consapevoli dell’inutilità dell’attesa.

È una crisi di gelosia di Mira contro l’invisibile marito che dà il titolo al libro ed è lo snodo delle vicende più drammatiche del racconto: le setole dello spazzolino di Al  le generano una tale rabbia mista a disgusto da farle scagliare il contenitore d’argento contro lo specchio del bagno che va in frantumi ferendola.

Un altro personaggio chiave del romanzo è Cino dallo “sguardo velato”, il factotum della villa, di una saggezza che viene dal suo vissuto tanto misterioso quanto doloroso. Tutti lo trattano con deferenza perché è il solo “in famiglia” ad avere un comportamento comprensivo e affettuoso, l’unico che tenta di favorire un contesto amorevole. L’unico forse ad avere una qualche autorevolezza.

“Da quando lo conosco porta il pizzo, anni fa era corvino, adesso è rigato da una specie di madreperla che gli calza con euforia quella sua faccia scaltra. I capelli che si dividono nel centro gli fanno due onde sommesse ai lati delle tempie. Seguono l’arco cedevole del volto che guarda distante in luoghi appartati. Ha le labbra sedute in un’espressione che ha dimestichezza con la vita. Sembrano beffarsi di noi tutti con perenne educazione.”

Infine, come in ogni villa lussuosa un po’ fabbrica di San Pietro, c’è un cantiere e degli operai. E tra gli operai c’è il giovane ed avvenente Rocco, che presto diventerà il fidanzato di Lena, quello col quale consumerà la sua prima volta nel ventre cavo di un grande albero.

La Tiscione fa indiscutibilmente un ottimo lavoro stilistico nell’enfatizzare la sofferenza personale dei protagonisti, nel mettere su carta le loro vite interiori, le fragilità e le solitudini, anche se si tratta, d’altronde come succede nella realtà, di rebus irrisolvibili; nel disegnare le atmosfere di tensione e di attesa di una sciagura imminente, di  una “calamità alle porte”; nel descrivere, grazie a una lingua e a un ritmo molto interessanti, rumori e odori, restituendo al lettore un’esperienza sensoriale a volte anche disturbante, in un romanzo cui è difficile non attribuire, anche per la qualità dei dialoghi, una grande forza cinematografica. Nella quarta di copertina si parla correttamente de “Il giardino delle vergini suicide” di Sofia Coppola (tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides), ma a me ha fatto anche pensare – quasi fosse una naturale conseguenza della lettura – alla famosa scena finale di Zabriskie Point in cui Daria immagina che la villa esploda a ralenti con tutte le sue suppellettili nella luce del tramonto.

Gigi Agnano

Musica Randagia: la playlist di luglio 2024

Abou Diarra, Marina Herlop, Galliano, The Zawose Queens, Boubacar Traorè, Rasha, The Smile, Tirzah e altri per la terza playlist di Musica Randagia.

La playlist di musica randagia

I musicisti:

Tikoubaouine, gruppo algerino di desert blues, originario di Tamanrasset. Cantano in Targui, uno dei dialetti Tuareg;

Abou Diarra, di Sikasso nel Mali, è un virtuoso di n’goni, uno strumento a corde dell’Africa Centrale;

Marina Herlop, trentaduenne catalana;

Fatou Seidi Ghali, tuareg del Niger, anche in duo ne Les Filles de Illighadad. E’ una delle pochissime chitarriste nigeriane;

Galliano, gruppo londinese nato nei locali underground a metà anni Ottanta;

Ballakè Sissoko, maliano, suona la kora, strumento a corde tradizionale originario dell’etnia mandingo/malinke, diffuso in tutta l’Africa Occidentale;

The Zawose Queens, tanzaniane di etnia Wagogo;

Bab L’Bluz, gruppo marocchino;

Les Filles de Illighadad, duo femminile nigeriano;

Boubacar Traorè, nato nell’ovest del Mali, chitarrista, cantante e autore;

The Smile, gruppo fondato nel 2022 dal frontman dei Radiohead Thom Yorke;

Rasha, sudanese, amalgama tradizione nubiana col blues del Sahel, il jazz ed il reggae con musicalità flamenche;

Kalabrese, svizzero di Zurigo come Sarah Palin che l’accompagna in questo brano;

Rajery, malgascio, musicista di valiha, uno strumento a corde simile alla cetra tipico del Madagascar;

Ignacio Maria Gomez, argentino di Bariloche, ma cittadino del mondo, eternamente in viaggio;

Tirzah, cantautrice londinese.

Per ascoltare la playlist randagia di luglio, clicca sulla foto:

Massimiliano Virgilio: “Luci sulla città. Un’inchiesta per Matilde Serao” (Einaudi), di Bernardina Moriconi (foto di Ciro Orlandini)

Tra i tanti gialli che presentano nella veste di improvvisati quanto improbabili detective personalità illustri del passato (scienziati, poeti,  filosofi) ci siamo imbattuti in un romanzo che propone nel ruolo di investigatrice una figura ben più credibile e plausibile. Il romanzo si intitola “Luci sulla città. Un’inchiesta per Matilde Serao” (Feltrinelli), l’autore è Massimiliano Virgilio e la protagonista – come già ci informa il sottotitolo – è quella donna Matilde,  fondatrice nel 1892 assieme a Edoardo  Scarfoglio, del quotidiano ‹‹Il Mattino››.

Ora, già il fatto d’essere la Serao la ben nota giornalista implica una sua propensione a scovare, cercare, scoprire: in una parola, indagare. E d’altra parte proprio nella forma di inchiesta era nato quel “Ventre di Napoli” che rimane  il capolavoro della scrittrice e costituisce a tutt’oggi uno strumento prezioso per addentrarsi attraverso la Napoli di ieri anche in quella attuale.

Come se non bastasse – e non so se Virgilio ne sia a conoscenza – la Serao, in tempi successivi a quelli in cui è ambientato il romanzo, fu anche l’artefice dalla risoluzione del caso relativo a Paolo Riccora, autore di commedie di un discreto successo, di cui però si ignorava la reale identità. Chi era, chi non era questo Riccora che non si presentava in palcoscenico al termine dello spettacolo a godersi gli applausi del pubblico? Chi si nascondeva dietro a questo nome? Un po’ come per la Ferrante dei giorni nostri, le supposizioni si sprecavano. Fino a che non scese in campo la Serao a occuparsi della faccenda e a svelare poi ai lettori che dietro a quello pseudonimo si celava una gentile signora, all’anagrafe Emilia Vaglio, la quale per una serie di svariate ragioni (di cui chi scrive si è occupata in altra sede) aveva scelto di utilizzare quello che oggi chiameremmo un nickname coniato anagrammando nome e cognome del marito , Caro Capriolo, avvocato ben noto negli ambienti dello spettacolo perché si occupava anche di vertenze teatrali. 

Osservare, ascoltare, curiosare, ronzare come i Mosconi di una  sua celebre rubrica mondana, partecipare alle serate di gala ma anche aggirarsi tra fondaci e vicoli maleolenti della città e poi trasformare tutto in parole scritte lì, nel suo ufficio in vico Rotto San Carlo, dove sorgeva la sede originaria del Mattino, a due passi dal Gambrinus, dal Massimo Napoletano e dalla Galleria Umberto che ospitava al suo interno quel Salone Margherita che era forse il simbolo più evidente e ammiccante di una Belle Époque in salsa partenopea: questa era la passione di donna Matilde. L’inchiostro le scorreva nelle vene anche più che al consorte, Edoardo, che provava più gusto a inseguire le sottane che le notizie e che spesso disertava il ponte di comando della redazione del giornale, di cui pure era il Direttore, preferendogli il lussuoso panfilo ormeggiato in attesa di prendere il largo e che almeno nel nome, Fantasia, omaggiava un romanzetto giovanile della Serao, quello stesso  che proprio Scarfoglio  aveva  malamente stroncato definendolo, tra l’altro “una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso”. Questo, però, prima di conoscersi personalmente e di trasformare l’amicizia complice in un amore suggellato dalle nozze e dalla nascita di quattro figlioli.

Col tempo il rapporto si era logorato, e mentre don Edoardo già assaporava l’aria salmastra dalla sua imbarcazione, il vero capitano di quell’altra nave denominata ‹‹Il Mattino›› era la Signora, come veniva abitualmente chiamata,  era sua la voce possente di quel: – Si va in stampa! – con cui nei sottoscala del palazzo si metteva in moto la Marinoni, la potente rotativa capace di sfornare ottomila copie in un’ora.

Tutto questo e molto altro ci racconta Massimiliano Virgilio in questo libro, che prende l’avvio da un efferato omicidio che insanguina un vicolo di via Ventaglieri.  La vittima, Carlo Montanari, è un calzolaio socialista iscritto al Fascio operaio, che in nome di una conoscenza di vecchia data con la Serao, proprio a lei si era rivolto per un incontro in gran segretezza al fine di rivelarle dei “fatti inauditi, anzi, inauditissimi” che “avrebbero sconvolto la città dalle fondamenta”:  per intanto, tali fatti gli erano costati la vita prima di riuscire a raccontarli alla giornalista, la quale, non soddisfatta dalle modalità delle indagini ufficiali, decide di investigare in proprio.

Eppure, attribuire solo al genere giallo questo libro ci sembra limitativo, in quanto il fatto delittuoso, e la conseguente indagine,  pur intrigante nei suoi viluppi e sviluppi, ci appare sostanzialmente  se non un espediente, almeno uno dei vari elementi narrativi di un’opera che si allarga a romanzo sociale più che storico  – ci sembra – in quanto l’autore molto sapientemente ci mostra nel corso della narrazione i vari e contrastanti aspetti di quella Belle Époque in  cui il bello era davvero poco, e la miseria (morale e materiale) continuava a prevalere sulla nobiltà (di sentimenti più che di blasone). Il momento storico era delicato, la corruttela già si annidava nei luoghi del potere, gruppi socialisti e anarchici si muovevano ancora disordinatamente:  Virgilio, parlando del capitano dell’Arma che segue le indagini del delitto, cita en passant  il fallito attentato a re Umberto avvenuto anni addietro  proprio lì a Napoli a opera dell’anarchico Passannante , il quale, è bene ricordarlo, era ancora vivo in quegli ultimi anni dell’800 in cui è ambientato il romanzo e dopo aver patito per dieci anni pene infernali in una piccolissima cella, posta al di sotto del livello del mare, a Torre della Linguella, impazzito, era stato condotto in un manicomio criminale dove sarebbe rimasto fino alla morte. Il principale responsabile di un così disumano trattamento fu individuato nell’allora  Ministro dell’Interno, Giovanni Nicotera: che non godeva di grande stima neanche da parte dei coniugi Scarfoglio, se, ci racconta il libro, “per non sottostare all’editore, ai suoi amici parigini Rothschild, ai ministri massoni come quel mascalzone di Nicotera” , la “coppia d’oro” del giornalismo italiano aveva abbandonato il ‹‹Corriere di Napoli›› e si era messa in proprio creando un nuovo giornale. Questo a riprova di come la incandescente realtà politica ed economica entri in più parti nel romanzo a raccontarci uno spaccato di vita nazionale che ci fa capire, ahimè, come i corsi e ricorsi vichiani siano sempre validi.

Un lavoro di ricostruzione di un’epoca, quello realizzato da Virgilio in “Luci sulla città”, che ha richiesto un’accurata documentazione da parte dell’autore, che ne dà conto nelle Note poste in conclusone, che se privano un po’ il critico del gusto di individuazione delle possibili fonti, ci conferma  l’approccio anche filologico o quanto meno da studioso accorto – oltre che da narratore di razza – che Virgilio ha realizzato per questo suo nuovo romanzo.

E certamente a “Le verità ignorate su Matilde Serao”, curato da Salvatore Maffei e Stefania De Bonis si rifà l’autore nell’accennare alla nascita di un idillio fra Matildella e Mario Giobbe, il giovane poeta “dagli abiti così cenciosi e dal cuore così nobile” che avrebbe poi concluso con il suicido la sua breve esistenza nel 1906.

Ben diverso per temperamento ed estro artistico era invece quel Ferdinando Russo, poeta irriverente e spirito irrequieto, che non compare direttamente nel romanzo ma viene più volte nominato, o meglio invocato dalla Serao, perché in qualità di capo della cronaca cittadina del giornale, si attendeva lui per andare in stampa. E vien da pensare, con un pizzico di nostalgia, che in quegli anni i quattro piani del palazzo in cui sorgeva il giornale, al di là della porta a vetri con il gallo simbolo della testata, brulicava di personaggi che rappresentavano l’orgoglio e il motore  artistico e culturale della città e dell’intero Paese: Virgilio cita tra i tanti Bracco, Verdinois, Nitti, Panzacchi, Di Giacomo, Croce, Carducci, quel D’Annunzio che anni addietro si era scontrato in un duello con Scarfoglio: duello che aveva provocato una ferita al Vate ma non aveva posto fine alla amicizia fra i due.  E poi la Duse, la divina, amica tra le più care di Matildella che chiamò in suo onore Eleonora la figlia che successivamente ebbe da Giuseppe Natale: le due si incontrano tra una sfogliatella riccia e la novità della frolla e parlano di tutto, soprattutto di amori: è la Duse che, almeno per come la racconta Virgilio nel romanzo, è artefice dell’incontro fra la Serao e Giusto, ed è la Serao  che  a sua volta chiede all’amica attrice notizie dei suoi amori: Gabriele D’Annunzio e quell’Arrigo Boito col quale la divina intrattenne una lunga relazione tenuta accuratamente segreta a tutti, ma evidentemente non alla sua amica del cuore.

Il romanzo di Massimiliano Virgilio parte e si sviluppa su un duplice sventramento: quello della povera vittima ai Ventaglieri e quello a cui era sottoposta la città per loschi interessi economici prima che sociali, mentre il popolino continuava ad attendere un riscatto più dalla giocate del lotto che dal Risanamento urbano messo in atto. Ma raccontandoci questa realtà, attraverso la figura della giornalista e del suo illustre e fedele stuolo di collaboratori, lo scrittore ci racconta anche di quella che fu forse l’età dell’oro del giornalismo, quando le edicole si aprivano e moltiplicavano nei vari quartieri della città, con gli strilloni cenciosi che a piena voce urlavano: -Accattateeve ‘o Matìn! Accattateve ‘e nutizie!

E la gente, scrive Virgilio, incredibilmente comprava. Perché c’era il bisogno di sapere, di essere informati perché la conoscenza dei fatti conferiva un potere più grande persino dei quattrini:

“Cerano persone che per secoli erano rimaste in silenzio, persone che gli uomini al potere avevano sempre considerato poco importanti, e a un tratto queste persone, grazie ai giornali, grazie a una singola copia da due lire, potevano far sentire la loro voce ed essere ascoltate. Succedeva non solo a Napoli ma in tutto il Sud: lo avevano fatto quei due, marito e moglie, che si erano messi in testa di cambiare il mondo e alla fine lo avevano cambiato davvero”.  

E in tempi come questi che viviamo, in cui le edicole chiudono tristemente una dopo l’altra e le tirature dei giornali si contraggono, ci piacerebbe percepire almeno per un momento l’odore non certo salubre ma esaltante dell’inchiostro e ascoltare il rumore ferroso delle rotative in azione, lì, in quel vico Rotto San Carlo, oggi piazzetta Matilde Serao dove forse ancora riecheggia ogni tanto la risata inconfondibile e  prorompente di donna Matilde o la sua voce che allucca : – Appicciate la Marinoni! Si stampi! -.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

Elogio della bellezza o necrologio – da Dostoevskij all’armonia degli opposti, di Antonio Corvino

 

Elogio della Bellezza  

o necrologio 

Il principe Lev Nikolaevič Myškin, il protagonista de “L’Idiota” di Dostoevskij,  in un monologo ispirato da una straniante e convulsa visione mistica della vita, indica la bellezza quale via di salvezza per un mondo decadente (che per Myskin, alias  Dostoevskij,  era conseguenza del naufragio dell’identità slava-ortodossa della Gran Madre Russia vittima della cultura europea intrisa di cinico edonismo alimentato dal permissivismo della chiesa cattolica romana).

Quel mondo ormai conosceva solo la scorciatoia del bon ton e la confortante, rassegnata esibizione del proprio stato sociale che intendeva perpetuare per il tramite di feste, matrimoni, carriere, regime politico, tutti ingredienti stantii e passivamente condivisi.

In esso esplode come obbligato, quanto inatteso contrappasso,  la  giovanile cieca passione, tipicamente slava, di Rogòžin. 

Quella insana passione, scatenata dalla conturbante bellezza di Nastàs’ja Filìppovna, la cui personalità sfrontata, volubile e contraddittoria, é il frutto di gratuite, innominabili  offese subite sin dalla prima età adolescenziale ad opera di rispettati e rispettabili esponenti di quel mondo irrimediabilmente corrotto, obnubilerà da subito la mente di Parfën Rogòžin. 

Egli vuole salvarla Nastàs’ja ma per renderla sua a dispetto della insopprimibile volontà della donna di essere finalmente padrona della sua bellezza, unico lascia passare della sua stessa vita in mezzo ad una società dissacrata e dissacrante.

La passione di Rogòžin, schiavo della bellezza ma anche della sua personalità violenta e notturna oltre che dei suoi pregiudizi, lo farà precipitare inevitabilmente nella tragedia che si concluderà con la morte di Nastàs’ija e la perdizione dei protagonisti nonostante la sponda innocente del Principe Myškin la cui carica salvifica alla fine, pure da tutti invocata e cercata, si rivelerà tristemente inutile quanto impotente.

Anche  nei “Fratelli Karamazov“, nei “Demoni” ed in “Delitto e Castigo” l’epilogo è quello, nonostante abbondi la bellezza  dei corpi, delle anime, dei sentimenti, delle emozioni.

La speranza di salvezza viene affidata alla forza ingenua della fede religiosa di una popolana (Delitto e Castigo), di un ex converso ignaro del mondo (I Fratelli Karamazov ) e di un vecchio intellettuale fallito ma non rassegnato che si aggrappa alla fede della  ragione (I Demoni). Nessuno cerca o trova la salvezza nella bellezza pur vivendo immersi in essa.

Lo stesso Principe Myškin non si sottrarrà al suo destino di “Idiota” nonostante la bellezza che lo circondava e che possedeva. 

La bellezza rassicurante di Aglàja Epančina, contrapposta alla devastante bellezza di Nastas’ja, che pure avrebbe potuto salvarlo, alla fine si perderà nel cloroformizzante conformismo imposto dalle regole di un mondo in sfacelo che non era in grado di riconoscere né la propria bellezza né l’altrui.

Credo che il mondo attuale sia un epigono di quel mondo. Certo con presupposti e condizioni diverse che comunque non contraddicono la teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici, anzi ne comprovano la validità.

La bellezza, dove si è salvata, è intorno a noi e dentro di noi, ma il mondo non la riconosce.

La bellezza non poteva salvare quel mondo.

É questo il convincimento di Dostoievskij (contrariamente alla banalizzazione social della affermazione del Principe Myškin.)

Essa non salverà nemmeno il mondo di oggi. 

E questo è il mio convincimento.

Essa resterà solo una intima  consolazione per quanti sapranno coglierla.

Se la bellezza ha fallito non restano che due alternative: la sponda fideistico-religiosa e la sponda della ragione. E Dostoevskij le mostra entrambe. 

In “Delitto e Castigo” Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov pur avendo vinto la sua scommessa con il pubblico ministero che indaga sul suo delitto,  si autodenuncia ed accetta di espiare la tremenda colpa di cui si  é macchiato a ciò indotto dalla fede di Sonia che lo prega di affidarsi alla misericordia di dio per il tramite del suo amore che la porterà a seguirlo in Siberia, luogo disperante e disperato per i condannati, ben noto anche a Dostoevskij, per restargli accanto.

Nei “Fratelli Karamazov” toccherà ad Alëša, dopo essere stato catapultato nel mondo dalla tranquilla pace del monastero, riscattare la bruttezza del mondo che lo circonda e lo fa attingendo all’amore per l’uomo tanto somigliante all’amore di dio.

Nei Demoni al contrario non c’è più posto nemmeno per Dio. La salvezza è affidata questa volta alla  speranza di riscatto, sia pure labile, di un vecchio intellettuale perseguitato dalla consapevolezza del proprio fallimento al quale tuttavia non si rassegna. Stepan Trofimovič Verchovenskij cerca la via della redenzione impossibile che salvi lui ed il mondo dall’ira divina per i delitti dei nuovi demoni, Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin e Pëtr Stepanovič Verchovenskij , suo figlio. E lo fa aggrappandosi alla fede nella ragione che può smuovere le montagne come la fede in dio.

Così la bellezza diviene l’ultima spiaggia, l’orizzonte forse unico in un mondo che corre lungo una deriva assai sdrucciolevole che conduce alla distruzione. Ma si tratta di un orizzonte individuale che diventa consolazione per sé e testimonianza per il resto dell’Umanità.

Diversa la questione della salvezza di un  mondo precipitato nel peccato della bruttezza. Essa, ahimè, come già pensava Dostoevskij, non può arrivare dalla bellezza ma solo dalla fede  primordiale o dalla ingenuità che sconfina nell’idiozia o dalla reazione  della ragione che non cede al fallimento. 

La bellezza è negata come conseguenza della disfatta della cultura. Come conseguenza della cancellazione del senso del limite e della misura, insomma come conseguenza della fine della capacità di armonizzare gli opposti come riusciva ai Greci, agli illuministi, ai pensatori come Sartre e Camus, a noi temporalmente vicini.

È possibile che il pensiero salvi il mondo più che la bellezza. Lo stesso Dostoevskij immagino che oggi affiderebbe ad Ivan Karamazov un tale onere. 

Abbiamo bisogno di rimettere in moto la ragione magari in dialettica feroce non solo con dio ma anche con il totem della tecnologia che, con l’intelligenza artificiale e gli androidi prossimi venturi, rischiano di compromettere definitivamente il rapporto con un’umanità ignorante in ansiosa attesa di miracoli incomprensibili della moderna scienza frutto di un’esasperata parcellizzazione di conoscenze e tecniche che si combinano in team infiniti oltre che con la potenza dei computer quantistici. Il risultato è il desiderio irrazionale di capi ad essa somiglianti, per raddrizzare il mondo. 

Diversamente bisognerà attendere la fine per ricominciare… se l’umanità ne avrà il tempo.

Purtroppo con la negazione della bellezza come leva dell’armonia collettiva, l’ostracismo della ragione e il tramonto di dio ed il contestuale avvento del totem tecnologico, tutte verità destinate a materializzarsi nella società secolarizzata, non vale più la straordinaria spirale dicotomica della cultura greca esaltata da Eraclito con la sua composizione dell’antagonismo tra essere e non essere. 

Ma quel pensiero che dava vita all’armonia degli opposti, della notte e del giorno, all’osmosi tra Apollo e Dioniso e che trovava nel senso del limite e della misura la sua proiezione sulla polis, viene oggi sopraffatto dal consumismo assunto a nuovo leviatano del villaggio globale e manovrato dalla speculazione finanziaria internazionale, così come ai tempi di Dostoevskij esso era offuscato dal decadente edonismo della società che tutto irride e tutto distrugge consumando anche l’idea della rivoluzione.

L’antidoto é dunque nella riscoperta del senso del limite e della misura che é alla base della stessa civiltà mediterranea ereditata dalla Grecia e che pure veniva invocato da Dostoevskij come antidoto all’integralismo slavo di Myškin che avrebbe finito per perderlo.

Come sosteneva Camus solo i popoli del Sud e del Mediterraneo potranno, in virtù di quella  conoscenza, salvare il mondo dalla frenesia consumistica che divora ogni equilibrio e distrugge la bellezza. Ahimè sulla sponda europea ed in particolare su quella italiana le cose sono cambiate in peggio: l’omologazione ai modelli della globalizzazione nati ed affermatisi tra la costa atlantica ed il Mare del Nord è giunta sin qui. 

Ho intravisto soltanto nei borghi delle terre di mezzo del Mezzogiorno  della penisola italica quella dimensione primordiale ed ancestrale che può salvare il mondo ma è in via di estinzione con la vita che si va spegnendo da quelle parti con gli ultimi anziani rimasti. 

Non c’è di certo nella dimensione metropolitana. 

Invece quella dimensione l’ho colta a Fes, l’antica capitale del Marocco, sorta nei luoghi di Atlantide, dove pure vivono oltre un milione di persone. 

Chissà che non debba essere un redivivo Averroè a salvare l’Occidente sempre che l’Africa Mediterranea e Sahariana non si faccia fagocitare anch’essa dalle sirene del villaggio globale.

Bisognerà rimettere in piedi questo nostro mondo come non riuscì ai protagonisti dei romanzi di Dostoevskij. La questione è se lo si può rimettere a testa in su prima che precipiti nel baratro del nulla o se bisogna rassegnarsi alla fine per ricominciare.

Antonio Corvino

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni. 

Alan Sillitoe: La solitudine del maratoneta (Minimum Fax – trad. Vincenzo Mantovani), di Gigi Agnano

“La solitudine del maratoneta” è il primo di una raccolta di nove racconti dello scrittore britannico Alan Sillitoe (1928 – 2010) pubblicata nel 1959 con lo stesso titolo. Ha come protagonista Smith, un adolescente scontroso e senza futuro di un quartiere operaio di Nottingham, che viene condannato alla reclusione in un riformatorio per giovani delinquenti per aver derubato una panetteria. Il direttore del carcere – il “bastardo” – nota che il ragazzo ha un fisico adatto alla corsa e gli consente di allenarsi per un’importante gara podistica, la cui vittoria rappresenterebbe un’opportunità per il prestigio del Riformatorio.

“ «Noi vogliamo che qui si lavori sodo e onestamente, e vogliamo della buona atletica», disse anche. «E se tu ci darai queste due cose, sta’ pur certo che ti tratteremo bene e che quando ti rispediremo nel mondo sarai un uomo onesto». Be’, a momenti crepavo dal ridere… “

In cambio gli offre un carico di lavoro più blando e Smith, benché riluttante, accetta il baratto per godere del privilegio di una libertà mitigata, fatta di corse mattutine nella campagna intorno al riformatorio, quando nel silenzio dell’alba i piedi risuonano sulla terra e per il gelo “perfino gli uccelli non hanno il coraggio di cantare”

“ A volte penso che non sono mai stato tanto libero come durante quel paio d’ore in cui trotterello su per il sentiero fuori dai cancelli e svolto davanti alla quercia panciuta e nuda in fondo al viottolo. Tutto è morto, però va bene così, perché è morto prima di essere vivo, non morto dopo esser stato vivo. ”

Ma quando arriva il giorno della gara il ragazzo, pur di affermare i propri valori e rivendicare il suo spirito libero e la sua indipendenza, butta al vento la vittoria ed ogni possibilità di redenzione: dopo aver superato e distaccato tutti gli altri corridori, a pochi metri dal traguardo, smette di correre e perde volutamente la gara, consapevole che quel gesto di sfida e di ribellione al sistema repressivo carcerario e più in generale alla società gli costerà caro. 

“Quel bastardo rimbecillito del nostro direttore, quel negriero mezzo morto e incancrenito, è vuoto come una latta da benzina usata, e vuole che io e la mia vita di corridore gli diamo la gloria, gli mettiamo dentro sangue e vene pulsanti che non ha mai avuto…”

Nelle poche pagine di un racconto Sillitoe scrive qualcosa di potente e di provocatorio rappresentando le difficoltà e la crudezza della vita della classe operaia nell’Inghilterra del dopoguerra. Attraverso una narrazione in prima persona Smith racconta, con una serie di flashback, il suo passato travagliato, che non avrebbe potuto portarlo in altro luogo se non in un centro di detenzione minorile. Sono gli anni  disperati della morte per cancro del padre, di un’indennità che non basta a sfamarlo anche a causa della madre, trasandata e patetica, che la sperpera per cose superflue come una pelliccia, un tappeto, torte, un televisore. È il tempo dei piccoli furti e della rapina che lo metterà nei guai. In riformatorio però scopre il suo unico talento, quello per la corsa di resistenza. Correre sulle lunghe distanze comporta sacrificio, isolamento, alienazione e funge da evidente metafora del percorso esistenziale del ragazzo, schiacciato dalla solitudine, dalla povertà e dalle privazioni.

La natura del monologo interiore tende a sottolineare lo scontro tra “loro” e “noi”, tra coloro che sostengono e perpetuano il sistema che vuole intrappolare quelli come Smith e quelli come Smith che non stanno al gioco, i fuorilegge. All’inglese elegante del direttore e dei suoi amici fa da contraltare il linguaggio rozzo e colloquiale del narratore, che correndo in solitudine riflette e sviluppa un suo peculiare senso della moralità che non lascia spazio all’acquiescenza.

“… e allora compresi che cos’era la solitudine del maratoneta in corsa attraverso la campagna, rendendomi conto che per quanto mi riguardava questa sensazione era l’unica onestà e realtà esistente al mondo e che io, sapendolo, non sarei mai stato diverso, quali che fossero le mie sensazioni in certi momenti, e qualsiasi cosa gli altri cercassero di dirmi.”

Sillitoe è un maestro nel presentare al lettore il dilemma morale del suo protagonista che sarebbe anche attratto dalla possibilità di riscattarsi grazie allo sport da un’esistenza a dir poco complicata, ma la rabbia, il suo istinto ribelle, il desiderio di battersi contro una società ingiusta finiranno col prevalere. È la dichiarazione di una guerra già persa, non essendoci alcuna speranza di un cambiamento sociale, ma almeno Smith si prende lo sfizio di vincere una battaglia, dimostrando che l’individuo può avere una capacità di resistenza superiore alle aspettative, imprevedibile. In questo senso, “La solitudine del maratoneta” a ben guardare non è la storia di una sconfitta, ma il racconto attualissimo di un giovane che, consapevole del suo suo status di perdente, si rifiuta di accettare i valori di una vecchia generazione che è evidente abbia fallito. E Smith è proprio la prova di quel fallimento: il sistema di detenzione non riabilita nessuno e i metodi del direttore che quel sistema rappresenta non riusciranno mai a cambiarlo e ad ammaestrarlo (come un “cavallo da corsa umano”).

La solitudine del maratoneta è un testo avvincente, poetico e di grande musicalità; è forse una delle migliori indagini letterarie sul tema della ribellione, un racconto schietto, poetico e inquietante come autentico, lirico e inquieto è il suo protagonista.

Anche se Sillitoe non amava l’etichetta, la critica lo inserisce nella schiera di autori contestatori degli anni ‘50, i cosiddetti “Angry Young Men”, Giovani Arrabbiati (tra questi il più famoso è molto probabilmente John Osborne di Ricorda con rabbia), caratterizzati dall’urgenza di tradurre in letteratura una rabbia furiosa e accomunati dall’origine operaia e da una critica profonda contro l’establishment sociale e culturale. Nello specifico, Sillitoe, che aveva lavorato in una fabbrica di biciclette dall’età di 14 anni, che veniva da una famiglia operaia spesso sull’orlo della fame e che conosceva il senso del conflitto di classe, è stato uno dei primi scrittori a mandare in frantumi con estremo realismo, una prosa priva di ornamenti e uno stile sobrio, la classica rappresentazione del proletariato sentimentale, melodrammatica e stucchevole che aveva caratterizzato fino a quel momento gran parte della letteratura.

Gigi Agnano