Letizia Vicidomini, “Non si uccide il passato” (Mursia Giungla Gialla), di Annamaria Petolicchio

Letizia Vicidomini consegna ai lettori un noir che definirei filosofico, che travalica i confini del genere, in cui l’indagine criminale diventa metafora di un viaggio esistenziale attraverso i segmenti del tempo.

Il romanzo ruota intorno ad un concetto centrale, mirabilmente riassunto in una delle citazioni più emblematiche: “Il futuro chiama, il presente corre, ma il passato non può morire” (p.19). Questa frase condensa l’essenza del libro, dove la memoria non è un archivio statico, ma un organismo vivo che “emerge dal terreno, spunta alla maniera di scheletri che spaccano lapidi per tornare in superficie” (p.38).

La riflessione sulla memoria diventa un vero e proprio percorso conoscitivo. Come l’autrice stessa scrive, la memoria è “un magma composito di materia reale e autoprodotta, immagini, odori, sapori, emozioni e dolori” (p.42), un universo liquido dove realtà e percezione si intersecano continuamente.

Il protagonista, l’ex commissario Andrea Martino, incarna questa complessa relazione con il passato. Temporaneamente menomato in seguito ad un intervento per distacco di retina, egli rappresenta metaforicamente un uomo costretto a rallentare, a guardare dentro se stesso. La sua condizione di “guerriero a riposo” (p.36) diventa l’occasione per esplorare strati profondi della memoria familiare.

L’intreccio investigativo si arricchisce così di una dimensione quasi esistenziale. Le indagini sull’omicidio di un usuraio pedofilo si intersecano con la riscoperta di una storia familiare sepolta, conducendo il lettore in un territorio dove “una vita in cambio di una vita” solleva domande cruciali: “È giustizia o vendetta?” (p.246). Anche in questa sua opera la Vicidomini con garbo e sensibilità ci porta a riflettere sulle tante barbarie che si nascondono tra le mura domestiche, sui soprusi e le violenze troppo spesso taciute.

Accanto al protagonista Andrea Martino, ruotano figure che donano profondità e calore umano al romanzo. Luisa, sua moglie, emerge come un personaggio cruciale: non più solo comprimaria, in questo romanzo diventa una vera e propria co-protagonista. Il suo supporto va oltre l’affetto coniugale, configurandosi come un sostegno intellettuale e emotivo fondamentale per Andrea. È lei che lo accompagna nella ricostruzione dei frammenti del passato familiare, diventando quasi un’investigatrice sentimentale accanto al marito.

I nipoti Chiara e Carmine rappresentano la vitalità e la leggerezza. Chiara, descritta come un “tornado” di energia, con i suoi “saltelli, piroette, abbracci e parole a raffica” (p.159), contrasta con il fratello Carmine, già più riflessivo. Questi piccoli personaggi introducono nel romanzo un elemento di pura vitalità, interrompendo la tensione investigativa con la loro spontaneità infantile.

Non meno importante è Cleo, la gatta di casa, che l’autrice tratteggia con ironia: “silenziosa come le piante di Andrea ma decisamente più affettuosa”. Quasi un ulteriore membro della famiglia, Cleo diventa metafora di una presenza discreta ma partecipe. 

Sarebbe lungo soffermarsi su tutti i personaggi che animano le pagine del romanzo, tratteggiati sapientemente dalla penna di Letizia Vicidomini, ma sui fratelli Zilli non posso sorvolare, perché Tommaso e Carmen Zilli rappresentano un tassello importante nella ricostruzione storica e familiare del commissario Martino, diventano gli strumenti narrativi attraverso cui l’autrice sviluppa uno dei filoni più profondi del romanzo: la riabilitazione della memoria.

Originari di Trieste, Tommaso e Carmen sono portatori di una memoria storica che va oltre i confini familiari. Il loro gesto di inviare i diari della nonna Melina al commissario Martino non è solo un atto di giustizia privata, ma diventa un vero e proprio atto di ricostruzione storica. Attraverso questi documenti, permettono ad Andrea di ricomporre i frammenti di una storia familiare frammentata, rivelando dettagli sepolti che gettano nuova luce sul passato del nonno.

La loro scelta di consegnare questi documenti rappresenta un atto di coraggio civile: non si limitano a conservare una memoria personale, ma scelgono di condividerla, permettendo che la verità emerga. Sono loro a fornire le chiavi per scardinare le narrazioni ufficiali, offrendo al commissario Martino l’opportunità di ricostruire non solo la storia del proprio nonno, ma anche un pezzo di storia collettiva.

Trieste, città di confine, di stratificazioni storiche complesse, diventa attraverso Tommaso e Carmen un ulteriore personaggio del romanzo. La loro provenienza non è casuale: rappresentano quella parte d’Italia che ha vissuto sulla propria pelle le complessità dei confini, delle appartenenze multiple, delle storie che spesso restano nascoste tra le pieghe degli archivi ufficiali.

Il loro intervento nel romanzo sottolinea un tema centrale: la memoria non è un dato statico, ma un processo dinamico di ricostruzione e comprensione. Attraverso Tommaso e Carmen, l’autrice sembra voler dire che la verità può emergere solo quando qualcuno è disposto a cercarla, a mettersi in gioco, a consegnare alle generazioni successive i frammenti di storie dimenticate

Letizia Vicidomini utilizza una scrittura sensoriale straordinaria. I suoi personaggi non vivono solo, ma respirano, toccano, sentono. L’amore stesso viene descritto come un linguaggio multisfaccettato che “suona con le note, pizzica il naso, risveglia gli odori, disegna sulla pelle” (p.248).

Particolarmente toccante è la dimensione del legame familiare, sempre presente e viva nelle opere della Vicidomini, sintetizzata nella frase “Ogni graffio risparmiato alla sua giovane anima era prezioso per chi lo aveva messo al mondo” (p.30), che rivela una profonda sensibilità verso la genitorialità come atto di protezione e cura.

Il romanzo si nutre anche di una napoletanità autentica, che rivive nelle pagine del romanzo, tra i vicoli di Materdei e la Pigna Secca, tra la villa Floridiana e Vico Purgatorio ad Arco, citando Pino Daniele, Erri De Luca e il suo modo di intendere il linguaggio: “Da noi non si pronuncia l’ultima vocale, le parole restano sospese. Prima e dopo sono primm’ e dopp’, hanno più carne e ossa del presente, che è solamente: mo’” (p.183). “. Una città che diventa essa stessa personaggio, sfondo vivo e pulsante delle vicende.

E se dopo la lettura di “Dammi la vita” la visita al Conservatorio di San Pietro a Maiella è stata per me tappa obbligata, il programma della mia prossima tappa napoletana prevederà sicuramente il “Teatro Instabile di Napoli, piccolissimo e suggestivo” (p.74) e poggerò anch’io la mano sul naso a becco della “statua di Pulcinella, dono di Lello Esposito alla sua città” (p.74), sperando di attirarmi la buona sorte! E ritornerò volentieri anche a Trieste, “punto d’incontro fra due mondi, terra di confine” (p.255).

Un monito attraversa il libro: “Mi è diventato sempre più chiaro che se siamo al mondo dobbiamo provare a farne veramente parte, senza restare sullo sfondo. Sentirsi vittime non serve a niente. È solo uno spreco” (p.125). Un invito all’azione, alla consapevolezza, a trasformare anche i frammenti più dolorosi dell’esistenza in opportunità di crescita.

Non si uccide il passato” è molto più di un noir: è un viaggio dentro la memoria, le relazioni familiari, i meccanismi della giustizia e del perdono. Un’opera che scava nelle pieghe dell’animo umano con la delicatezza di un bisturi e la profondità di una riflessione filosofica.

Annamaria Petolicchio

Annamaria Petolicchio, è docente universitaria e presidente del Settembre Culturale di Agropoli, nonché tra i protagonisti del reality RAI “Il Collegio”.

Alcuni libri suggeriti da Raimondo di Maio della Libreria “Dante & Descartes” di Napoli

Abbiamo chiesto a Raimondo di Maio – lo scugnizzo di vico San Mandato, il ragioniere, il filosofo, il comunista, l’agente Feltrinelli e Einaudi, l’editore, più comunemente noto da oltre quarant’anni come “il libraio” di Napoli – di parlarci dei libri letti quest’anno. A dire il vero, considerato il convulso clima pre-natalizio, eravamo andati da lui in via Mezzocannone per farci suggerire qualche libro da mettere sotto l’albero, ma lui non ha ceduto neanche per un attimo alla tentazione consumistica. “I libri, quelli veri, non sono oggetti di consumo – dice – al contrario sono elementi che contrassegnano la nostra esistenza.” E così, quella che doveva essere una semplice lista di consigli per regali natalizi, si è trasformata in un viaggio tra i libri che hanno segnato il suo ultimo anno di letture.


Ecco cosa ci ha detto: 

“Consiglio alcuni libri letti ultimamente che hanno arricchito la mia essenza. Il primo è di Erri De Luca e Ines de la Fressange, L’età sperimentale, un libro per tutti, tutti attraversiamo la “linea d’ombra” del tempo che passa; questo fantastico libro racconta proprio lo sperimentare lo scorrere del tempo a venire nella nostra grande età. Tanto tempo fa Erri De Luca in un altro testo Lettere da una città bruciata ha scritto: “A me fa questo: anche se invecchio, il tempo scorre ma non passa, resta“.

Secondo libro Domenico Rea, “il napoletano“. Si tratta di un “libro perduto e ritrovato” grazie al tenace lavoro di Annalisa Carbone, che con passione e fatica ha cavato questo testo del grande scrittore dal mensile sportivo “il napoletano”. Sono 24 saggi-articoli niente affatto sportivi, scritti nel biennio 1975-1976, durante gli anni della sua direzione prima e consulenza poi al rotocalco. Egli infatti impresse come un bravo direttore d’orchestra la torsione realistica e culturale, leggi politica, che fa lievitare gli articoli, che normalmente perché giornalistici sono considerati antiletteratura e invece, grazie al lievito letterario che ha saputo aggiungere ai testi, abbiamo tra le mani un letteratissimo volume.

Dovremmo leggere e misurarci con la letteratura capace di aggiudicarsi un Premio Nobel. Bene, allora, suggerisco la lettura di uno storico premio Nobel: Grazia Deledda. Procuratevi un suo romanzo, i suoi racconti e affacciatevi in quello straordinario mondo della scrittrice. Scoprirete un avvincente e straordinario mondo letterario.

Consiglio anche il Premio Nobel di quest’anno Han Kang, L’ora di greco, Adelphi. Questo libro era già nel programma del grande Editore a prescindere dall’assegnazione del premio;.
Vorrei fare come i cantautori che cantano le propri canzoni e consigliare alcune mie appassionate pubblicazioni che meritano di essere lette: Emma de Franciscis, L’uomo che attraversò tre secoli; Adelia Battista, L’Angelo bianco; Gioconda Fappiano, Sette racconti; Enzo Acampora, La casa che ballava Una storia della Pignasecca; last but not least, un libro per ripassare la storia contemporanea Antonio Scurati, L’ora del destino Romanzo Bompiani. La storia di M e dell’Italia a partire dal 1940…”

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!

Marzio Mori: “Arte e Carattere” (Volumnia Editrice), di Mauro Di Ruvo

Se mai nessuno l’aveva fatto, ebbene lo ha anticipato Marzio Mori, riuscire a parlare di arte coniugandola con il suo apparente opposto: il carattere. 

Il suo nuovo libro infatti si intitola proprio Arte e Carattere, ma con una precisazione che troviamo poco più avanti nella sovraccoperta: Dalla città ideale alla strada di Delft. Viaggio nelle certezze e nelle angosce dell’uomo moderno. Un libello di sole 63 pagine, bibliografia esclusa, edito a Perugia quest’anno dalla Volumnia Editrice che ha la superba mira di attraversare tutta la storia dell’arte in una veste non monocromatica e specialistica, bensì di ripercorrere a grandi tratti ma affondando il coltello dello storico in piccole profonde pieghe per Mori significative al rapporto arte-carattere.

L’autore di Alfagemo (Aletti Editore, 2008) non ha abbandonato la soglia dello spazio storico-artistico, anzi ha aperto la porta a una nuova considerazione sullo stato antropologico delle diverse stagioni cronologiche che più affascinano lo spettatore moderno e odierno. 

È stata dunque messa in dubbio quella monotonia della “classicità” che ha fatto intermittenza a blocco nella trasmissione secolare della intera letteratura sin dai tempi dell’onciale romana.

Una delle molteplici domande che Marzio Mori si pone, ma forse quella principale,  è in quale misura ciò che chiamiamo “percezione classica”, ossia senso del “classico”, abbia potuto contaminare il progresso della storia (non solo dell’arte) verso una attualità che si sente già in debito con l’Intelligenza Artificiale. Ma soprattutto se sia questa la deriva più diretta proprio della nostra tradizione umanistica o di quella meno umanistica, e fratta al suo interno della religiosità. 

Il narratore parla di “retaggio cristiano-umanistico” per esemplificare lo scontro di una enorme nave contro le sue stesse scialuppe su cui ci stiamo imbarcando, noi “amatori e professori”, quasi fuggitivi dal mostro della bellezza che abbiamo pasciuto tutto questo tempo. 

La sequenza con cui vengono narrate le varie opere più rappresentative di un Tardogotico giottesco, di un Rinascimento raffaellesco, d’un Umanesimo fiammingo, o piuttosto d’un Manierismo veneto, è molto serrata nel ritmo logico e rapida, tale da richiedere al lettore uno sforzo immaginativo per figurarsi davanti agli occhi i tumulti degli ordini francescani nella Roma bembiana, lo sgomento della gente che assiste al rogo di Giordano Bruno, o i tormenti interiori di un Caravaggio che traspone l’icona dell’eretico Bruno nella Chiesa di San Luigi dei Francesi. 

L’originalità che però maggiormente demarca la posizione di questo libello è la sua capacità di far capire l’arte senza troppi retoricismi accademici anche ai non addetti ai lavori attraverso proprio una concentrazione quasi “entropica”, cioè di taglio fisico-psicologico, sull’origine di alcuni capolavori che tutti conosciamo, come la Canestra di Frutta di Caravaggio, che qui è brillantemente descritta e spiegata proprio parlando della renovatio morale introdotta dal Furioso dell’Ariosto.

Due binari, letteratura ed arte, che non sono stati mai separati, ma anzi nati dallo stesso parto gemellare, e questo libro ne continua a darcene la più lucida e verace conferma.

Dalla rivoluzione di  Giotto alla reazione di Manzoni, dall’eroicità di Raffaello alla concinnità di Rubens, l’occhio umano può riuscire a curare la miopia della perfetta intelligenza artificiale per non inciampare nella strada in discesa del futuro.

Mauro Di Ruvo

Mauro Di Ruvo: Critico d’arte, classicista e medievista, si occupa di diritto romano a Perugia e di politica interna presso il giornale “Lanterna”. Si è anche occupato di Estetica cinematografica e filosofia del linguaggio audiovisivo a Firenze presso la storica rivista “Nuova Antologia” e collabora con la Fondazione Spadolini. È autore del romanzo Pasqualino Apparatagliole (2023, Delta Tre Edizioni), e curatore della recensione al libro Oltre il Neorealismo. Arte e vita di Roberto Rossellini in un dialogo con il figlio Renzo di Gabriella Izzi Benedetti, già presidente del Comitato per l’Unesco, per la collana fiorentina “Libro Verità”. Ha già curato per la “Delta Tre Edizioni” le prefazioni alla silloge Lo Zefiro dell’anima (2019) di Pasquale Tornatore e al romanzo Le memorie del dio azteco (2021) dello storico Saverio Caprioli. A Ottobre 2024 ha tenuto e curato il convegno accademico “L’eidolon di Dante. Il codice dell’Inferno” a Foligno e nella Chiesa del Purgatorio recentemente è stato relatore della lectio magistrali “Dante, l’Inferno, Saffo”.

“Ricette Letterarie”: la torta di mele da “Sulla strada” di Jack Kerouac, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana, la nostra Anne ci propone la ricetta della torta di mele, ispirata ad un grande classico della letteratura americana: “Sulla strada” di Jack Kerouac. Sal Paradise, il protagonista del romanzo, nel suo vagabondare nell’America degli anni ’50, accompagna le sue pause nei diner e nei caffè con una fetta di torta di mele.

*** LA TORTA DI MELE ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

✨ Ricette Letterarie: la torta di mele da “Sulla strada” d Jack Kerouac ✨

Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Nota: per realizzare la pasta frolla si utilizza il metodo “sabbiato” che rende la pasta particolarmente friabile o “corta”.

INGREDIENTI per uno stampo a cerniera di diametro 24 cm

Per la pasta frolla alle spezie:

  • 300g farina bianca 00
  • 20g pangrattato
  • 4g lievito per dolci 
  • 200g di burro non salato tagliato in cubetti
  • 100g zucchero di canna mescolato con un cucchiaino da caffè di cannella, uno di zenzero, uno di cardamomo e uno vaniglia in polvere.
  • 1 uovo taglia M (+ 1 per spennellare la superficie della torta)

Per il ripieno:

  • 4 mele verdi o renette
  • Il succo di un limone
  • 2 cucchiai di confettura di albicocche
  • 2 cucchiai da tè di cannella in polvere
  • Q.b. mix di uvette e frutta secca (opzionale)

PROCEDURA

Per la pasta frolla:

  1. Mescolare lo zucchero di canna con la cannella, il cardamomo, lo zenzero e la vaniglia in polvere.
  2. In una ciotola capiente, mescolare la farina e il pangrattato con il lievito e poi aggiungere i cubetti di burro. 
  3. Formare una sabbia , strisciando il burro e la farina sul palmo delle mani. Lavorare prima nella ciotola e poi versare sul tavolo. Quando si è ottenuta una sabbia piuttosto fine aggiungere lo zucchero aromatizzato con le spezie, distribuirlo in modo uniforme nella sabbia di burro e farina e aggiungere l’uovo.
  4. Impastare e formare un panetto. Chiudere la pasta frolla nella pellicola trasparente e riporre in frigorifero.

Per il ripieno di mele:

  1. Pelare le mele e togliere il torsolo, poi tagliarle in cubetti di lato circa 1,5 cm. Aggiungere il succo di limone e mescolare. Aggiungere un cucchiaio di confettura di albicocca e due cucchiai da tè di cannella in polvere e mescolare.
  2. Aggiungere infine il mix di uvette e frutta fresca (opzionali) e lasciare macerare.

Assemblaggio della torta:

  1. Imburrare e infarinare la tortiera. Stendere la pasta frolla sul tavolo da lavoro leggermente infarinato con lo spessore di mezzo centimetro, arrotolarla sul matterello e adagiarla sulla tortiera. Formare una palla con la pasta restante, avvolgerla nella pellicola trasparente e riporla in frigorifero.
  2. Bucherellare il fondo di pasta frolla con i rebbi di una forchetta e stendervi uno strato di confettura di albicocche. Poi distribuire il ripieno di mele, colmando il guscio di frolla fino la superficie.
  3. Prendere dal frigorifero la pasta frolla restante e stenderla sul tavolo leggermente infarinato con lo spessore di mezzo centimetro. Ritagliare delle strisce e rivestire la superficie della torta formando una griglia. Spennellare le strisce di frolla con uovo sbattuto prima di infornare.
  4. Cuocere la torta nel forno caldo a 170°C per almeno 45 minuti. Quando la torta di mele è pronta, lasciarla raffreddare nella tortiera prima di rimuoverla.
  5. Servire (se piace) con una pallina di gelato alla vaniglia o un ciuffo di panna montata.

La torta di mele si conserva anche una settimana se si copre quasi tutta la superficie con la griglia di pasta frolla. L’importante è che stia in un luogo fresco e sotto una campana.

Italo Calvino: “Lezioni americane” (Leggerezza), di Sonia Di Furia

Il 6 giugno del 1984 Calvino fu invitato ufficialmente dall’Università di Harvard, Cambridge, nel Massachusetts, a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures. Si trattava di un ciclo di sei conferenze da tenere nel corso di un anno accademico, che per Calvino sarebbe stato quello del 1985- 1986. Purtroppo, la morte lo colse mentre vi stava lavorando. L’edizione che qui si prende in considerazione è pubblicata da Mondadori con il sottotitolo “Sei proposte per il prossimo millennio” e uno scritto di Giorgio Manganelli. Poiché sui temi e l’elaborazione delle Lezioni Calvino non ha lasciato né scritti né interviste, si fa integralmente riferimento alla nota introduttiva scritta per la prima edizione, quella del maggio 1988, dalla moglie Esther Calvino.

Il termine Poetry significa in questo caso ogni forma di comunicazione poetica- letteraria, musicale, figurativa e la scelta del tema è totalmente libera. Le Norton Lectures presero inizio nel 1926 e sono state affidate nel tempo a personalità come T. S. Eliot, Igor Stravinsky, Jorge Luis Borges. Era la prima volta che venivano proposte a uno scrittore italiano. Questa libertà è stato il primo problema che Calvino dovette affrontare, convinto di quanto fosse importante la costrizione nel lavoro letterario. Una volta definiti i temi da trattare e alcuni valori letterari da trasmettere nel terzo millennio, cominciò a dedicare quasi tutto il suo tempo alla preparazione delle conferenze, arrivando a sviluppare idee e materiali per almeno otto lezioni e non soltanto le sei previste e obbligatorie. Al momento di partire per gli Stati Uniti, delle sei lezioni ne aveva scritte cinque. Manca la sesta, Consistency, l’avrebbe scritta ad Harvard. Naturalmente queste sono le conferenze che Calvino avrebbe letto. Ci sarebbe stata certamente una nuova revisione prima della stampa, ma senza importanti cambiamenti. Le differenze tra le prime versioni e le ultime riguardano la struttura, non i contenuti. Questo libro riproduce il dattiloscritto come è stato trovato sulla sua scrivania, e in perfetto ordine, ogni singola conferenza in una cartella trasparente, l’insieme raccolto dentro una cartella rigida, pronto per essere messo nella valigia.

Calvino ha lasciato il testo senza titolo italiano. Aveva dovuto pensare prima al titolo inglese “Six memos for the next millennium” ed era il titolo definitivo. Impossibile sapere cosa sarebbe diventato in italiano.

L’autore dedica le conferenze ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che gli stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Cominciare e finire. In prefazione così dice: – Il millennio che sta per chiudersi ha visto nascere ed espandersi le lingue moderne dell’Occidente e le letterature che di queste lingue hanno esplorato le possibilità espressive e cognitive e immaginative. È stato anche il millennio del libro, in quanto ha visto l’oggetto- libro prendere la forma che ci è familiare. Forse il segno che il millennio sta per chiudersi è la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte della letteratura e del libro nell’era tecnologia cosiddetta postindustriale. La mia fiducia sul futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici. –

La prima conferenza è dedicata all’opposizione leggerezza- peso. Calvino sostiene le ragioni della leggerezza, non perché consideri le ragioni del peso meno valide, ma perché solo sulla leggerezza pensa di avere più cose da dire. 

Due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube o, meglio, un pulviscolo sottile o, meglio ancora, come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni. Alle origini della letteratura italiana ed europea queste due vie sono aperte da Guido Cavalcanti e Dante Alighieri.

Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può essergli rivelato in una visione indiretta.  La pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario (Dal sangue di Medusa nasce un cavallo alato, Pegaso). Perseo uccide Medusa, taglia la sua testa e la porta con sé; quando deve lavarsi le mani, la adagia delicatamente al suolo reso soffice da uno strato di foglie su cui stende dei ramoscelli nati sott’acqua (Ovidio, Metamorfosi, IV, 740-752). Quanta delicatezza d’animo serve per essere un Perseo, vincitore di mostri. Medusa è il mostro per antonomasia; la Gorgone con il potere di pietrificare chiunque incroci il suo sguardo; colei che evoca paure ancestrali e ha influenzato l’arte e la cultura nei secoli.

Edward Coley Burne- Jones: nascita di Pegaso e Crisaore (1885)

Si pensi alla raffigurazione di Perseo che uccide Medusa, in una metopa del tempio C di Selinunte (seconda metà del VI secolo a.C.); a una Medusa sul frontone occidentale del tempio di Artemide a Corfù (580 a.C.); allo scudo con testa di Medusa di Caravaggio (1590 circa) Galleria degli uffizi di Firenze; alla Medusa di Peter Paul Rubens (1618 circa) Kunsthistorisches Museum di Vienna; alla scultura Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini (1545-1554) Piazza della Signoria a Firenze; al busto di Medusa di Gian Lorenzo Bernini (1630- 40) Musei capitolini al Palazzo dei Conservatori; all’illustrazione Pegaso e Crisaore del Preraffaellita Edward Coley Burne- Jones (seconda metà del XIX sec.) Southampton City Art Gallery.

È evidente che per riuscire a parlare della sua epoca, Calvino ha dovuto fare un lungo giro, evocare la fragile Medusa di Ovidio e il bituminoso Lucifero di Montale (Piccolo Testamento).

È difficile per un romanziere rappresentare la sua idea di leggerezza, se non facendone l’oggetto irraggiungibile di quiete senza fine. Lo fa Milan Kundera ne “L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere”, che è un’amara constatazione dell’ineluttabile pesantezza del vivere. Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione: la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti.

In Lucrezio e in Ovidio la leggerezza è un modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e sulla scienza: la dottrina di Epicuro per Lucrezio; le dottrine di Pitagora per Ovidio. Ma in entrambi i casi la leggerezza e qualcosa che si crea nella scrittura, con i mezzi linguistici del poeta.

Nella novella del Decameron (VI, 9), l’autore presenta Guido Cavalcanti come un austero filosofo che passeggia meditando tra i sepolcri di marmo davanti a una chiesa. Invitato dalla gioventù fiorentina, ricca e gaudente, a fare baldoria, si rifiuta e con fare leggerissimo salta lontano e se ne va. L’agile salto improvviso del poeta- filosofo, che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostra che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero di automobili arrugginite. Non è un caso che il sonetto di Dante Alighieri ispirato alla più felice leggerezza “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io” sia dedicata a Cavalcanti.

Calvino conclude dicendo: – Spero innanzitutto d’aver dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.