“Stasera ho scoperto che le cernie nascono femmine. Poi a metà della loro vita diventano maschi. Sono furbe, le cernie. I maschi sono tutti vecchi e stanno con femmine più giovani, ma non possono stare insieme per sempre per ovvi motivi. Comodo essere una cernia.”
Il primo romanzo di Chiara Maci, “Quelle due” ci ricorda, in pieno Pride Month, una scomoda verità.
Come ha detto lei stessa dal palco de Le Iene: “Molti credono che Adele non esiste”. Adele, la protagonista, è una madre single. Un fantasma che si aggira tra gli scaffali del supermercato, un’entità mitologica per chi vive ancora nel mondo incantato della famiglia tradizionale o “nucleare”.
Per decenni, il Vangelo sociale recitava: un uomo, una donna, un anello al dito, prole.
Il kit base della felicità, approvato e sigillato.
E il Pride, per fortuna, arriva ogni anno a fare da guastafeste, urlando che esistono mille modi per volersi bene e creare una famiglia.
Sul palco, in bella vista, monogenitorialità e l’omogenitorialità che affermano a gran voce: “Esistiamo anche noi. Le nostre famiglie sono reali, basate sull’amore e meritano lo stesso tipo di tutela delle altre”.
Il primo grande scoglio per un genitore single? Farsi riconoscere come “famiglia” e non come un “progetto fallito” o, peggio, un “atto di egoismo”. Perché, si sa, crescere un figlio da soli è una chiara violazione del regolamento non scritto del buon vicinato.
Ma quanti sono questi “egoisti”?
Noi randagi curiosi siamo andati a ficcanasare tra i numeri.
Secondo l’ISTAT, dall’ultimo censimento disponibile del 2021, in Italia ci sono oltre 3,8 milioni di famiglie con un solo genitore.
E chi guida questa armata? Le madri, ovviamente. Rappresentano il 77,6% del totale. Quasi 8 su 10, la cui condizione di genitore solo deriva principalmente da separazioni e divorzi. Seguono le vedovanze e, in misura crescente, la scelta di avere figli al di fuori del matrimonio.
La fascia d’età più rappresentata tra i genitori soli è quella tra i 45 e i 64 anni. Anche se si registra un numero considerevole e in costante crescita tra le fasce più giovani.
Si tratta di un fenomeno strutturale che richiede politiche di sostegno adeguate, volte a garantire il benessere dei genitori e, soprattutto, dei loro figli.
Ora, passiamo alla parte spassosa: i soldi.
O meglio, la loro cronica assenza.
Save the Children, nel suo rapporto “Le Equilibriste”, ci dice che una madre sola con figli minori guadagna in media 26.822 euro all’anno. Un padre nella stessa situazione? 35.383 euro.
Una “piccola” differenza di quasi 9.000 euro. Le cause? Un mix letale di part-time involontari, carriere a singhiozzo per conciliare lavoro e vita e il solito, intramontabile, gender pay gap.
Ma il rischio povertà è solo l’antipasto. Il piatto forte delle difficoltà è un altro.
La vera beffa quotidiana è la caccia alla seconda firma.
Benvenuti al sadico gioco a premi “Trova l’Ex!”, dove per iscrivere tuo figlio all’asilo, fargli la carta d’identità o mandarlo in gita, devi ottenere la firma di un fantasma o semplicemente un campione di ostruzionismo.
E poi c’è lui, il “carico mentale”.
“Non avevo idea di cosa volesse dire essere madre”
“Quando sei da sola, ogni cosa che fai hai paura di sbagliarla e sai che se succede qualcosa è sempre solo colpa tua”.
Le madri sole sono ad alto rischio di esaurimento psicofisico, essendo le uniche responsabili di tutti gli aspetti della vita dei figli. Dalla gestione della casa, i compiti, le visite mediche, fino alle decisioni educative, tutto viene gestito a ritmi sempre più invasivi e alle povere donne single con prole a carico, non solo non è data la possibilità di dividere i dolori con un partner, ma non hanno nemmeno il tempo di assaporare le piccole gioie.
Ciliegina sulla torta, lo stigma sociale: quel coro greco di sguardi pietosi e giudizi non richiesti, laddove le domande scomode e inopportune non sono solo riservate al genitore, ma anche ai figli, che non sanno mai cosa rispondere.
Ecco perché la battaglia per il riconoscimento della monogenitorialità è il cuore del Pride.
Perché il Pride non è solo una parata arcobaleno.
È una dichiarazione di guerra alla “normalità” imposta.
È la lotta per il diritto sacrosanto di scegliere se, come e con chi costruire la propria vita.
È chiedere allo Stato di fare il suo lavoro: proteggere tutte le famiglie, concentrandosi sul benessere dei bambini.
Perché l’amore, a differenza di un modulo per la questura, non ha bisogno di due firme per essere valido.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Se c’è un libro che più di tutti tra quelli proposti per l’ultimo Strega ha incuriosito il Randagio, questo è “Breviario delle Indie” di Emanuele Canzaniello edito da Wojtek. Innanzitutto perché a proporlo è stato Giuseppe Montesano, uno dei nostri scrittori e saggisti preferiti, un marchio di qualità sul valore letterario dell’opera. Poi perché già dal titolo evoca tutto ciò che affascina il lettore vagabondo: antichi diari di bordo, terre lontane da scoprire, oceani da attraversare, naufragi, principesse inca da conquistare, profumi di spezie. Ma il libro colpisce per il modo originale di comporre, come per magia, narrativa e saggistica, Poesia e Storia, visioni liriche e riflessioni filosofiche e sul colonialismo.Abbiamo quindi incontrato l’Autore in una libreria napoletana del Vomero e gli abbiamo chiesto di raccontare ai lettori del Randagio il suo “Breviario delle Indie”. Ecco cosa ci ha risposto.
Considero il Breviario delle Indie (Wojtek 2024) un libro non-fiction, che non è un romanzo come lo abbiamo conosciuto, ha qualcosa del saggio e non poco del libro di poesia. Ề un libro di prose brevi che vuole essere un Aleph borgesiano che aspira a contenere ogni punto e ogni immagine del secolo del primo contatto tra Europa e Americhe. Un secolo, il Cinquecento, lo spazio vastissimo di un continente, l’America centro-meridionale. Tutto è reale, ogni dettaglio e più del dettaglio, ogni mappa e atlante, e più di ogni mappa eppure molto prende le forme di un sogno, di qualcosa che non riconosci sia il reale. Ề un libro che attraverso la storia prova a interrogarsi su quanto peso quantistico possa avere un singolo punto di quello che chiamiamo reale, e come lo spazio e il tempo ne siano deformati, e non solo lo spazio e il tempo, ma tutti i corpi, tutti i saperi, sotto il peso di quella somma delle possibilità che è il reale, e quindi la storia. Raccontando, e riscrivendo, uno degli eventi più importanti mai avvenuti sulla Terra, come l’impatto tra due sue biosfere continentali isolate da milioni di anni e poi venute a collidere e a incrociare i propri spazi e i propri ordini del tempo, prim’ancora che le loro diverse civiltà.
Ề un libro che vuole portarti lì, su quelle navi, in quell’orizzonte degli eventi, stando con loro, con quegli uomini, senza ricostruire la storia con la guida sicura delle nostre esclusive categorie del presente o almeno non soltanto. Il libro si chiama Breviario perché da un lato allude alle Brevi cronache del Cinquecento, che nella loro necessaria vorace brevità dovevano dar conto di una dismisura che già appariva chiarissima rispetto a tutto quanto era avvenuto prima ed era noto nella storia; dall’altra il Breviario indica l’oggetto liturgico, che qui diventa preghiera e maledizione per uno sprofondare nel male della storia e del reale.
Quanto male può contenere ogni punto di quello che chiamiamo reale?
Il libro è ossessionato dal problema del male e delle prime volte della storia. Il male è un continuo o e quantizzato, è divisibile all’infinito o non è divisibile all’infinito? proprio come oggi ci si interroga in questi termini sulle categorie fondamentali della fisica e della cosmologia. Il libro interroga la storia come una cosmologia. Il Breviario delle Indie in fondo vuole portarci a rivivere e ad essere invasi dalle immagini del genocidio più profondo e più esteso della storia.
Penso sia contemporaneamente fatto di molti elementi che lo rendono quasi irricevibile per il mercato editoriale. La brevità delle prose, il suo non essere un romanzo, essere una narrazione ma tutta anti-narrativa, il suo ritmo interno da versetto biblico o da frammento filosofico (penso alla definizione di un genere sfuggente come la speculative fiction) ma allo stesso tempo è un libro fatto di tutti gli elementi, direi quasi dei tag, che costituiscono le parole d’ordine, le ossessioni profonde, le ansie, gli scenari del dibattito, più vivi e più urgenti non solo di oggi ma degli ultimi trent’anni. Il mondo contemporaneo è nato dal dibattito post-coloniale, nei paesi che hanno avuto un passato coloniale “atlantico”, i temi che emergono da quegli eventi ridefiniscono le parole con cui pensiamo il mondo di oggi e i suoi rapporti di forza. L’inizio e il debutto della mondializzazione, il suo coincidere con la centralità di una visione eurocentrica, un’anatomia di cos’è stato l’Occidente alla luce del suo dominio sul pianeta, la necessità di ripensare l’influenza bianca su tutta l’umanità, l’idea di etnicità e di minoranze che ne è derivata, la necessità di ripensare che cos’è stato il genocidio più esteso e profondo della storia, che cos’è la violenza sessuale e di genere in questi scenari, che cos’è uno stupro, nella macro-metafora di un incontro che è stato un territorio di violenza sessuale aperto e dispiegato su un intero continente e tra due mondi.
Ma tutto questo diventa materia di un libro di esclusive ragioni letterarie, in cui la lingua è l’avventura fondamentale di un libro. Io credo che il fatto stesso di combinare questi temi e questa idea di letterarietà generi una possibilità di attraversamento del perturbante, generi una forma di conoscenza (non solo di quei temi) che solo la letteratura può offrire e che significa anche un attraversamento del negativo, dell’oscenità della storia, della nostra natura, del tutto peculiari agli strumenti che offre solo la letteratura. In che modo e in che senso spero siano i lettori a scoprirlo.
Quest’idea della letteratura credo sia oggi non in pericolo ma che abbia bisogno di difendere i principi su cui si fonda, oggi percepiti confusamente, come qualcosa che stia scomparendo. In Italia la situazione è aggravata da una tradizione che ha raramente riconosciuto nella letteratura lo spazio di esplorazione del negativo, che non esprime e non ha espresso una letteratura come trasgressione e sfida al limite. In Italia piacciono le storie da cortile, non sia mai che si vada troppo lontano. Dolori domestici, dolori e scenari familiari. La verità è che a me non interessa nulla non solo di questo ma anche dei libri che vogliano portarti a un qualche esito “positivo”. Riscopri questo, scopri quello, in genere esattamente quello che prevedi a partire dalle premesse di sistemi di riferimento già noti.
Cosa può fare, all’interno del non-fiction, del rispetto dei dati reali, non alterati, riscrivere queste storie che già ci offre la scienza storica? Quale contributo arriva dalla letteratura? Innanzitutto direi che dobbiamo allenarci a mantenere l’idea che un oggetto narrativo interamente fatto di materiali “reali”, “verificati”, sia comunque un oggetto di finzione, che produce una simulazione di realtà nel nostro cervello. Ed è questo uno degli specifici della finzione nell’esperienza umana. Riscrivere quelle storie significa anche offrire al lettore la possibilità di rivivere quelle storie, non già di conoscerle storicamente e scientificamente, ma riviverle grazie a quella simulazione del reale che offre la narrativa, l’esperienza psichica delle emozioni di quelle storie vissute nel nostro presente e nella nostra psiche di lettori.
E se è vero questo uno degli elementi più problematici che pone il Breviario è legato a un portato delle finzioni che è stato descritto nella storia in vari modi. Uno degli ultimi modi si trova nell’articolo che David Foster Wallace dedicò al cinema di Lynch. In quell’articolo Foster Wallace usa una parola emblematica che in italiano è stata resa con il termine un po’ goffo ma efficace di “entrambicità”. E cosa sarebbe? La possibilità data dal dominio estetico di stare, di fare esperienza psichica di entrambi i lati della nostra natura, della natura del reale. L’orrore del reale e la fascinazione per quell’orrore, l’orrore del genocidio e la complicità con esso, la distanza dall’insondabile cuore di tenebra e l’affinità e la vicinanza ad esso. L’innocenza di Laura Palmer e la sua complicità con tutta la sua oscurità e quella del reale e di ben oltre il reale. Applicare un approccio del genere a una materia incandescente come quella del secolo delle grandi esplorazioni e dell’inizio della colonizzazione mondiale europea è, credo, come lo è stato per me, qualcosa che ci mette davanti alla più radicale delle responsabilità che ci possa imporre e offrire la finzione.
Per il Breviario delle Indie ho immaginato che non ci fosse niente di più interessante che seguire non personaggi di carta, cioè imitazioni di psicologie individuali, ma i saperi di intere epoche dell’umanità, e i conflitti, le illusioni e le esplorazioni che hanno attivato e inverato.
Il Breviario è anche questo, il tentativo di guardare in faccia alcune delle principali genealogie di saperi che indichiamo quando parliamo di Occidente e della nostra storia europea e mondiale. Perché di fatto la storia mondiale inizia da questa storia della prima espansione europea nella scoperta della vastità del nostro pianeta.
E che ha e avrà ripercussioni e somiglianze non solo con l’esplorazione del pianeta; mi colpì molto inizialmente leggere già nelle introduzioni dei libri scientifici più noti che ci offrono i dati di quella storia, che il primo contatto tra l’Europa e le Americhe è stato quanto di più simile al momento in cui avremo il primo contatto con altre forme di vita nell’universo che sia mai avvenuto sulla Terra. Ho immaginato che questa potenza potesse dare vita a un libro che stesse dentro il corpo a corpo con quell’enormità del reale, e insieme che desse conto della sua incommensurabilità e bellezza.
Si impara a scuola esplorando la grande letteratura, aggirandosi tra la sublime poesia, vivisezionando le passioni di eroi ed eroine, inseguendo i destini di uomini e donne nei tempi della storia e lasciando sedimentare nella propria coscienza i drammi individuali e collettivi e le lotte tremende di uomini e donne, popoli e individui per abbattere ambiguità ed ipocrisie, fedi ed eresie, violenze ed avidità che tutto hanno avvolto e fatto precipitare verso destini di morte, di rabbia, odio e tuttavia suscitando al contempo un’irrefrenabile voglia di riscatto, evocando la forza del pentimento e del perdono, rivelando i faticosi percorsi di espiazione e rinascita ed alimentando la cultura dell’amore, della pietà, della compassione per liberare tutta intera l’umanità dall’abbrutimento della violenza.
Prendete l’Orlando Furioso: lasciate andare la fantasia oltre i grovigli della realtà che vi irretisce e provate ad aggirarvi non visti tra i castelli cristiani ed i palazzi saraceni; osservatene la vita, lo sferragliare delle armature, le rudi discussioni e le piacevoli conversazioni, fatevi ammaliare dall’impeto dei sentimenti e seguite, senza farvene travolgere, le guerre ed i duelli che da ogni parte irrompono; e quindi, appena vi passerà accanto, saltate, come un reincarnato Bastiano Baldassarre Bucci, in groppa all’ippogrifo per andare con Astolfo a cercare il cervello smarrito di Orlando divenuto furioso per l’amore non corrisposto della diafana Angelica innamorata del mite Medoro che salverà da morte sicura e condurrà con sé in oriente incoronandolo re del suo bel regno mentre Orlando peregrina, dimentico del suo valore e del suo onore, seminando distruzione, lutti e dolori intorno a lui.
Astolfo vi chiederà di aguzzare la vista in tanta ardua ricerca e finalmente tra le valli ed i crateri lunari troverete il cervello di Orlando e con esso tornerete solleciti sulla terra a restituire saggezza all’eroe cristiano che a Roncisvalle assurgerà alla grandezza di eroe immortale.
“Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto/ che furo al tempo che passaro i Mori / d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, /seguendo l’ire e i giovenil furori / D’Agramante lor re che si diè vanto / di vendicar la morte di Troiano / sopra re Carlo imperatore romano.
Dirò d’Orlando in un medesimo tratto / cosa non detta in prosa mai né in rima / che per amor venne in furore e matto / d’uom che sì saggio era stimato prima … “
E magari fermatevi, di ritorno, sotto le mura di Gerusalemme … È notte, due cavalieri si affrontano in un duello furibondo. Uno è saraceno e l’altro cristiano. Una nera figura, sconosciuta, si contrappone alla bianca armatura. Cade infine la nera armatura. Il bianco cavaliere vuol conoscere il nome del valoroso guerriero. Il fiato gli muore in gola a quel nome che ella pronuncia morendo… Clorinda. Tancredi vuol morire pur’egli e crolla accanto alla donna da sempre amata oltre la fede e la maledetta guerra che cinge le mura di Gerusalemme.
È nel groviglio delle passioni e dei sentimenti declinati e dipanati da scrittori e poeti in ogni epoca che si nasconde la chiave per mettere ordine nella vita di tutti i giorni di ragazzi e ragazze alle prese con una realtà sempre più difficile da decifrare perché quei ragazzi e ragazze sono privi delle necessarie chiavi per entrarci, camminarci, districarcisi senza farsi male, senza fare male.
Inserire l’insegnamento di una materia specifica che spieghi cosa è, come funziona la sessualità e con quali arcani meccanismi questa interseca pulsioni, passioni e sentimenti magari imbrigliata entro assurdi paletti perbenisti e conformisti?
È la dichiarazione di un fallimento conclamato di una società che ha rinunciato alla cultura e che ha derubricato la scuola e l’università a inutile superfetazione istituzionale la cui gestione va relegata nella sfera manageriale per contenerne i costi e sfornare quel minimo di competenze buone per massimizzare i ricavi delle aziende che penseranno a tutto il resto, che poi, quel resto, attiene sempre alla minimizzazione dei costi ed alla massimizzazione degli utili.
In un contesto degradato in cui si mette in discussione il sapere, si marginalizza lo studio della storia e della filosofia e si derubrica come non necessaria la geografia fisica, umana, mentre si accentua tutto ciò che risponde al computo dei costi e dei benefici e si ignora il faticoso incedere degli individui e dell’umanità, l’inserimento curricolare di una materia che illustri e spieghi sesso e sentimenti è il rimedio necessario immaginato da una società incapace di attivare percorsi esperenziali e di conoscenza che necessariamente devono intersecarsi.
Essa, per la verità può addirittura apparire indispensabile, magari liberata da inutili e pericolosi orpelli, laddove non solo i ragazzi ma anche gli adulti non hanno più contezza del valore della parola perché ignorano la bellezza della lingua, da essi stessi massacrata e disseccata da una confortevole pratica scolastica che ha eliminato ogni sforzo ed ogni esercizio teso ad arricchire il vocabolario e ad allenare la capacità di scandagliare con le parole i propri sentimenti e dare ordine alle proprie idee.
L’intrattenimento becero ha fatto il resto mentre i nuovi strumenti digitali han finito per assolvere ad una funzione sostitutiva della lingua, dell’eloquio, del confronto. Simboli e faccette, immagini e avatar han sostituito le parole e addirittura quel minimo di ragionamento necessario a mettere in fila qualche frase e costruire un periodo atto ad esprimere un pensiero. Ovvio che in situazioni di stress, allorché si evidenzia l’incapacità di capire, descrivere, raccontare, semplicemente esprimere una qualsiasi reazione, prevale l’istinto della violenza che poi è la legge della giungla in cui si afferma la prepotenza del più forte in quel momento.
Insomma siamo al punto in cui è diventato più facile scagliare una pietra, usare un coltello, premere un grilletto, in una parola sopraffare colei che per un rifiuto, è diventata nemica da abbattere, uccidere.
D’altronde è quel che succede ovunque nel mondo a livello collettivo.
Il dialogo ed il confronto sono stati ovunque sostituiti dalle armi e dalle guerre.
Morte e sopraffazione sono i binari che guidano i conflitti tra le nazioni.
Morte e sopraffazione rappresentano anche le leggi che regolano i conflitti tra i ragazzi, ormai anch’essi, come quelle, privi della capacità di discutere ed accettare il punto di vista degli altri.
In un contesto del genere, insegnare il funzionamento del sesso e le regole dei sentimenti a scuola è come mettere una toppa su un vestito pieno di buchi il cui tessuto è talmente consunto e sfibrato che ad ogni passaggio di ago si rovina ulteriormente.
Essa non serve che a mettere in pace l’anima e la coscienza di quanti, governanti e potenti, da quarant’anni a questa parte non han fatto altro che picconare la cultura, scardinare la lingua, impoverire il linguaggio, disseccare il lessico e atrofizzare ogni capacità di scavo, comprensione e descrizione dei propri sentimenti e degli altrui al pari di quelli collettivi. Di quanti anche, genitori, intellettuali, classi dirigenti, istituzioni, han lasciato che tutto questo avvenisse senza colpo ferire, subendo e ritirandosi magari in uno splendido isolamento o peggio nella difesa del proprio cinico edonismo. Con la conseguenza che adesso si cerca la scorciatoia che ahimè non porterà al traguardo di formare nuove generazioni alla responsabilità fatta di capacità di comprendere, parlare, confrontarsi che certo potrà beneficiare di una maggiore e più sistematica conoscenza del sesso e dei sentimenti ma non potrà fare a meno di una lingua, un linguaggio, un lessico, una sintassi ed una grammatica tutta roba che si apprende giorno dopo giorno, anno dopo anno, sin dall’asilo e fino all’università e per sempre anche dopo l’università, praticando la cultura, imparando a scavare nella storia e nella geografia, nella letteratura, nelle scienze e nelle matematiche, arricchendo il proprio eloquio e la propria capacità di analisi e sintesi ed abituando la propria coscienza al dubbio ed al confronto, alla scoperta, al bello ed al fantastico, al razionale ed al pragmatico.
Tornando a studiare, a leggere, ad allenare la mente e sviluppare le proprie capacità di comprensione, confrontandosi e mettendo ordine alle proprie idee e facendo valere i propri punti di vista con le parole scritte e dette non con la violenza.
Si tratta di prendere atto che il vestito di questa società è logoro e ormai non rattoppabile e che pertanto va cambiato cercando nuovi tessuti e nuovi sarti che sappiano imbastire, mettere in prova, dare la giusta forma. Vale per i ragazzi, vale per gli adulti, vale per i popoli e le nazioni. L’alternativa in caso contrario è la guerra e la distruzione dell’umanità a livello globale e la violenza gratuita a livello individuale con il destino dei più deboli, ragazze e donne in questo caso, irrimediabilmente segnato.
Ad Assoro un paesino sui monti Erei nel cuore continentale della Sicilia, quella un tempo abitata dai Sicani, vi è una lunghissima scalinata che cuce la parte bassa e la parte alta del paese. Ci arrivai con un gruppo di camminatori siciliani percorrendo il Cammino di San Giacomo.
Ci eravamo arrivati attraverso il vecchio tratturo che seguiva il tracciato della prima ferrovia a scartamento ridotto che ad inizio novecento provò a dare sollievo a quella gente che scendeva dal monte alla valle a scavare zolfo nei pozzi delle miniere. Su quella scalinata le ragazze ed i ragazzi di Assoro vi avevano scritto i nomi delle donne vittime di violenza femminicida nella speranza che finisse una volta per tutte quell’elenco. Fu facile per noi notare che quella scalinata pietosa conteneva, ahimè, molti spazi ancora vuoti ed anche noi ci augurammo, salendo uno ad uno quei gradini, che essi potessero rimanere per sempre vuoti e magari abitati da poesie. Speranza che quotidianamente viene strozzata.
E pure è quella la strada.
“Chiare, fresche et dolci acque, / ove le belle membra / pose colei che sola a me par donna” scriveva Petrarca e Dante aggiungeva “tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia, quand’ella altrui saluta / ch’ogni lingua devèn tremando muta / e li occhi non l’ardiscon di guardare”…
Di contro Anna Karenina travolta dall’ipocrisia di una società maschilista in sfacelo poneva fine ai suoi giorni immolandosi in sacrificio magari nella speranza che la sua morte si tramutasse in seme fecondo per un’umanità nuova e capace di innocenza.
Maria d’Avalos la mattina del 17 ottobre 1590 venne, dal canto suo, trafitta dalla lama di colui che si proclamava suo sposo mentre con le forze residue difendeva il suo diritto all’amore senza infingimenti ed ipocrisie anche in questo caso subendo la violenza della morte quale prezzo della ribellione al prevaricante dominio di una società sacrilega quanto bigotta.
Allora è tempo che non si aggiungano altri nomi alle scalinate che contengono gli interminabili elenchi dei femminicidi.
È tempo che la società ritrovi l’innocenza ed è tempo che finalmente la cultura torni a vestire le coscienze dei ragazzi nella speranza che gli adulti la smettano di cercare inutili toppe e finalmente intraprendano la strada maestra restituendo senso e ruolo alla cultura magari provando a riscoprirla essi pure per esempio lasciando che scuola e università tornino a segnare in autonomia i propri percorsi, liberandole delle assurde ipoteche aziendaliste imposte da un potere economico deviato e lasciando che nuove generazioni crescano e informino di sé la società prossima ventura al riparo da ogni deriva di impoverimento linguistico e culturale. Perché, parafrasando Orwell, se togliete ad un ragazzo la padronanza della lingua e della cultura che la esprime, gli avrete tolto ogni libertà, prima tra tutte quella di capirsi e di capire e conseguentemente comportarsi nel rispetto di sé e degli altri… Sarebbe un bel passo avanti per cambiare anche il destino della comunità in cui ragazzi e ragazze vivono e della società che la esprime e la contiene. E, perché no, dell’umanità tutta intera.
Antonio Corvino
Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud. Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi. Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno” Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”
Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente. Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno. Collabora con la rivista letteraria Il Randagio. Collabora con quotidiani cartacei ed on line.
“GAP. Grottesco adolescenziale periferico” di Placido Di Stefano, pubblicato da Neo Edizioni, è un romanzo di formazione spietato che affronta le dinamiche dell’adolescenza nel contesto degradato della periferia milanese; una periferia che è luogo di esclusione sociale e culturale, dove i ragazzi crescono nella violenza e in uno stato di abbandono.
L’autore, Placido Di Stefano, lombardo con origini sicule, finalista con questo romanzo al “Premio Nazionale di Narrativa – Neo Edizioni 2024”, affronta tematiche sociali complesse quali la tossicodipendenza giovanile e la prostituzione adolescenziale, attraverso il racconto di una storia individuale segnata dalla solitudine e dalla disperazione.
Al centro della narrazione c’è Fedor, un sedicenne dalla psicologia tormentata, la cui fragilità è acuita dalla perdita della madre e dalla dipendenza da droghe sintetiche. L’amicizia con Leo e il Moro – quest’ultimo figura emblematica di una gioventù che cerca rifugio e forse riscatto nel cinema sperimentale e nella realizzazione di un cortometraggio – rappresenta l’unico barlume di umanità e di speranza.
Lo stile narrativo di Di Stefano, crudo e diretto ma anche lirico e introspettivo, è una delle gemme più innovative del romanzo: una scelta audace e volutamente “delirante” che rinuncia ai dialoghi tradizionali per immergere il lettore in un flusso continuo di pensieri, ricordi, flashback e descrizioni. Questa tecnica si rivela straordinariamente efficace, conferendo al testo una velocità e un ritmo serrato che ricordano lo scorrere incessante di contenuti su uno schermo di smartphone. È un’esperienza di lettura dinamica e avvolgente, che cattura l’immediatezza del sentire giovanile e fa esplodere platealmente il mondo interiore di Fedor con le sue ossessioni, le sue contraddizioni e il suo autolesionismo.
Con lo scorrere delle pagine, attraversate anche da una vena romantica, il lettore resta sospeso tra situazioni sempre più crudeli e pericolose in attesa del colpo di scena, che arriva “in sordina”, tra le nebbie di Fentanyl e bong. Il finale aperto sembra un invito alla speranza e alla riflessione sull’importanza dell’istinto di sopravvivenza nonostante tutto.
“GAP”, in linea con le scelte editoriali della Neo, è un’opera che osa, sperimenta e offre uno sguardo potente e stilisticamente innovativo sull’adolescenza, il lutto e la resiliente, seppur grottesca, ricerca di un senso al vivere in un mondo spaventoso. In estrema sintesi è un libro che vale la pena leggere e che noi Randagi ci sentiamo di consigliare.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
“La danza nell’educazione non esiste solo per il piacere di ballare, ma attraverso lo sforzo creativo nel dare forme estetiche all’esperienza significativa si spera che gli studenti sviluppino il loro potere creativo e, a loro volta, migliorino se stessi come persone.”
Margareth H’Doubler
“C’è bisogno di coltivare lo “sguardo interiore” degli studenti, e ciò implica un’istruzione particolarmente attenta alle discipline umanistiche e alle arti […] che metta gli allievi in contatto con le problematiche di genere, razza, etnia e li conduca all’esperienza e alla comprensione interculturale. Questa educazione artistica può e deve essere il fulcro dell’istruzione del “cittadino del mondo”, perché spesso le opere d’arte sono un modo insostituibile mediante il quale iniziare a comprendere le conquiste e le pene di unacultura diversa dalla propria.”
Martha Nussbaum
E se la scuola fosse una danza? Non una danza qualsiasi, ma proprio la danza che ci insegna a trasformare i confini in incipit delle relazioni?
Pedagogia del confine è il libro dell’eclettico Fernando Battista che apre il sipario sulla scena della Danzamovimentoterapia DMT a scuola. E, volteggiando tra teorie, tecniche e esperienze laboratoriali, rivela palcoscenico, scenografia e attori dell’educazione e delle sfide-opportunità contemporanee: migrazioni, intercultura, pregiudizi, ragione e sentimento, corpi, lingue e linguaggi a scuola. Fernando Battista, ricercatore in pedagogia, professore al Dams, coreografo e performers, danzamovimentoterapeuta e insegnante nelle scuole superiori, con la sua ricerca-intervento politico-pedagogica, ha trasformato esperienza e tesi di dottorato nel libro pubblicato a febbraio 2024 dalle edizioni Junior Spaggiari. Battista ci fa entrare sulla scena educativa con il suo approccio art-based e la prospettiva della conoscenza incarnata, per dimostrare il ruolo del corpo e dell’esperienza sensoriale nella formazione della conoscenza. Nel suo libro ‘racconta’ la sua ricerca partita dalle periferie orientali romane dove il degrado urbano mette in sofferenza il vivere sociale e impronta di sé gli individui e la comunità. Eppure, leggendo il suo libro, ci accorgiamo di percorrere il suo stesso cammino sperimentale iniziato nel 2015 in un istituto tecnico per il turismo di Roma con il progetto Anime Migranti che si proponeva l’obiettivo di accorciare le distanze tra studenti, comunità e giovani migranti utilizzando come strumento pedagogico i linguaggi della danza, della Danzamovimentoterapia e le arti. Sperimentazione che, come si legge nel libro, ha consentito ai partecipanti, studenti, insegnanti, mediatori, psicologi di incontrare persone migranti provenienti da vari centri di accoglienza, disvelare e superare barriere e pregiudizi. Ma il libro è tanto altro ancora, è poliedrico come il suo autore, è ricco di speculazioni teoriche e accademiche ed è allo stesso tempo percorso e animato dalle esperienze incarnate in prima persona da Battista con studenti e insegnanti. Il lettore può lasciarsi portare attraverso le ‘geografie relazionali’ dove la mente e il corpo sono strettamente interconnessi e si influenzano reciprocamente sulla scena scolastica-educativa.
Chiave di accesso al teatro educativo in cui accompagna i lettori con la sua narrazione è il metodo della DMT, la danzamovimentoterapia, la danza educativa che, prima ancora di avvalersi di teorie e tecniche trae origine dai linguaggi artistici e dal bisogno umano originario di migrare nella pluridimensionalità dell’esperienza umana. A scuola, come nel mondo, ci vuole dimostrare Battista, è possibile e utile attraversare i confini della propria cultura per spostarsi ed entrare in territori di altre culture e imparare a conoscere, a interpretare o reinterpretare la realtà secondo schemi simbolici diversificati e molteplici. Tutti gli attori della scuola sono innanzitutto individui antropologicamente predeterminati a muoversi in cammini evolutivi e a tracciare rotte e geografie relazionali, sempre nuove eppure sempre originarie e originali. Come autentici danzatori, studenti, insegnanti, dirigenti e operatori scolastici si stagliano e si muovono sulla scena calcata insieme a Battista durante le esperienze romane, dimostrando che è possibile fare scuola, insegnare e imparare, conservando e ritrovando l’amore del gioco, il senso infantile della disponibilità, il lusso di non disperdere l’innocenza e di riannodare i fili che sembravano spezzati delle vite migranti, delle differenze linguistiche, delle culture altre. Oggi è vitale, oltre che prezioso, leggere le affermazioni incarnate di un esperto che ci aiuta a ritrovare la fiducia nella scuola come scena madre che accoglie, contiene e riannoda giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, conoscenza dopo conoscenza, le relazioni che insegnano a vivere con pienezza, senza confini, oltre i confini.
Pedagogia del confine è un libro-laboratorio immersivo che riflette e ci aiuta a riflettere su come e con quali strumenti un’esperienza sui generis di pedagogia, del confine appunto, possa irrompere sulla scena educativa, teorica e pratica, e agire in modo trasformativo per farne emancipare ed evolvere il paradigma passando per la conoscenza diretta e la crescita responsabile degli individui di tutte le età e culture, oltre ogni confine. Generosa e ricca la bibliografia che correda il libro, rendendolo un vero e proprio strumento di lavoro e di approfondimento non solo per gli addetti ai lavori. Imbarazza scegliere i nomi e le opere da citare. Lasciamo ai nostri lettori randagi il gusto della scoperta, delle connessioni e dei rimandi. Tutta l’opera è pervasa da una domanda: le arti, il corpo, la danza possono creare contesti inclusivi e interculturali? La risposta ce la dà l’autore stesso quando svela che l’esperienza educativa della Pedagogia di confine può essere un rito di passaggio capace di trasformare la domanda “da dove vieni?” in “dove vuoi andare?” e di farci “vedere una nuova geografia delle relazioni dove si creano i legami tra le diverse culture…dove i confini vengono ricollocati” e dove le rigidità identitarie cedono il posto alla certezza e alla speranza di appartenere all’unico genere, quello umano.
A noi de Il Randagio viene naturale dire che “Pedagogia del Confine” è un libro al confine dei generi letterari perché diversamente da altri saggi che trattano temi complessi come l’identità, la cultura, i limiti umani, questo di Battista, senza sconfinare nell’accademico puro o nel filosofico, mantiene una struttura argomentativa che conserva e trasmette lo stupore di chi ha fatto una scoperta a forte impatto emotivo e vuole condividerla rendendola accessibile e coinvolgente per sviluppare appartenenza all’idea che la scuola incarni la chance per l’esplorazione e l’incontro con il mondo dell’Altro, dove il confine, superate resistenze e limiti, diventi una soglia di rivelazione da attraversare ‘Con l’anima sulle labbra’ (frammento dell’Antologia di Spoon River) perché si manifesti una nuova comprensione degli Io e dei Noi.
Rita Mele
Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare