La penna dello scrittore Daniel Pennac firma la prefazione de “Il mistero Arnolfini. Indagine su un dipinto di Van Eyck” di Jean- Philippe Postel, edito da SKIRA con la traduzione di Doriana Comerlati. Nel presentare il romanzo pone l’accento non tanto sulla descrizione del dipinto, quanto sull’analisi minuziosa e spietata delle numerose illusioni ottiche disseminate nella tavola. I due coniugi non si guardano, sottolinea Pennac, e proprio questa assenza di sguardi si pone per prima alla sua attenzione, facendogli pensare che tutto il quadro sia sviluppato su quegli occhi che si voltano altrove, dove il pittore non ci conduce. Un libro che tiene inchiodati dalla suspence, puntualizza ancora, come nella migliore tradizione del romanzo poliziesco.
La storia ci trasporta nel XV secolo, tempo in cui gli scambi e i rapporti attraverso le rotte marittime mediterranee avevano dato vita ai primi incontri tra esperienze toscane e fiamminghe. I centri italiani in cui era stata più precoce la loro diffusione erano Napoli, fin dagli anni di Renato d’Angiò e poi sotto la dinastia aragonese, e Genova, dove le opere non arrivarono attraverso i rapporti tra le corti, ma attraverso i grandi mercanti e banchieri in relazione commerciale con le Fiandre.
Giovanni Arnolfini era un mercante lucchese che si era stabilito fin dal 1420 a Bruges, uno dei centri di banca e finanza più importanti d’Europa. Nel 1434 aveva commissionato un ritratto suo e della moglie Giovanna a Jan van Eyck, pittore fiammingo che a quella data era diventato celebre per la qualità innovatrice della sua opera. Le floride condizioni del mercante italiano e l’importanza dell’avvenimento da ricordare nel dipinto, lo scambio, cioè della promessa di fedeltà dei coniugi, giustificano il ricorso al pittore locale più affermato del momento.
Postel mette in discussione ogni verità acclarata, fin dalla prima pagina, a partire dalla realizzazione del quadro, la cui data è scritta sullo specchio, apparentemente dall’artista stesso. Inizia così un romanzo che vuole essere un’indagine, un’analisi. Nessun pittore prima di allora aveva raffigurato un uomo e una donna in una camera da letto, mai re e regine, duchi e duchesse, principi e principesse si erano spinti a tanto, e di punto in bianco vediamo loro, i coniugi, che si tengono per mano in quell’ambiente intimo e riservato alla coppia. E subito una domanda: chi sono realmente? Risposta che non abbiamo, anche se quella giusta sarebbe: perché sono lì e cosa fanno?
L’opera è esposta alla National Gallery dal 1843 e la sua vicenda storica è travagliata, fatta di secoli di guerre, furti e sparizione, incendi e ritrovamenti. Ma alla fine cos’è questo dipinto, qualcosa di reale o il sogno calmo, morbido e vellutato del suo autore?
Sonia Di Furia
Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.
In “Anime baltiche“, Jan Brokken ricorda le vicende che portarono al ritiro dei sovietici da Vilnius il 22 giugno 1941 e l’entrata dei nazisti in città tre giorni dopo. Con l’arrivo dei tedeschi, la già precaria situazione per gli ebrei – circa centomila in quella che veniva chiamata “la Gerusalemme del nord” – si trasformò in una tragedia definitiva.
Il “Diario di Ponary“, scritto da Kazimierz Sakowicz dall’estate del 1941 al novembre del ’43, è una testimonianza diretta unica sugli orrori perpetrati dai nazisti nella foresta di Ponary, circa dieci chilometri a sud di Vilnius. In quel luogo, si stima siano state uccise circa 60.000 persone, principalmente ebrei lituani, ma anche polacchi e prigionieri sovietici.
Le vittime venivano portate a Ponary (Paneriai in lituano), allineate e fucilate ai bordi di grandi fossati che i sovietici avevano scavato per lo stoccaggio del carburante prima dell’arrivo dei tedeschi. I corpi cadevano nella fossa e se qualcuno mostrava segni di vita, veniva finito con un altro colpo.
Kazimierz Sakowicz, giornalista polacco, si ritrovò ad assistere a queste esecuzioni dalla soffitta di casa sua, una villetta tra i boschi affacciata proprio sul luogo dei massacri. Decise di assumersi il rischio e la responsabilità di documentare quotidianamente ciò che vedeva, scrivendo su foglietti che nascondeva in bottiglie di limonata, sigillate e sotterrate, forse con la speranza che qualcuno le avrebbe trovate dopo la guerra.
L’assemblaggio di questi appunti ci consegna un resoconto agghiacciante. Le SS, assistite da collaborazionisti lituani, spesso ubriachi, sparavano a uomini, donne, anziani e bambini, generalmente nudi, dopo averli brutalizzati. I più piccoli venivano uccisi con il calcio del fucile tra le grida disperate delle madri, mentre per gli adulti c’era installato un trampolino per colpirli mentre rimbalzavano. Chi tentava la fuga era oggetto di una caccia dagli esiti scontati e finiva ucciso nei campi circostanti. A fine giornata, l’ultimo gruppo di ebrei, prima di essere fucilato, ricopriva di sabbia i cadaveri accatastati. La puzza era insopportabile, enormi nuvole di mosche infestavano i corpi e iniziò a circolare la voce che l’acqua nelle case fosse contaminata dal sangue dei morti. Si sviluppò un commercio vivace degli abiti delle vittime, lasciati ai collaborazionisti lituani per essere rivenduti alla popolazione locale, laddove i tedeschi, naturalmente, trattenevano il denaro e i beni più preziosi. Ma se “per i tedeschi, 300 ebrei rappresentavano 300 nemici dell’umanità; per i lituani, invece, erano 300 paia di scarpe e pantaloni“.
Le annotazioni di Sakowicz, per quanto dettagliate e precise, sono scarne e prive di qualsiasi coinvolgimento emotivo. È proprio questa freddezza, quasi burocratica, che amplifica l’orrore e la potenza del suo racconto. Un esempio emblematico di questo distacco è il seguente brano:
“11 agosto 1941
L’automobile targata NV-370 portava due divertite “signore” (dames) in compagnia di un certo “gentiluomo”: facevano una gita di un giorno per vedere le esecuzioni. Dopo le esecuzioni erano di ritorno; non ho visto tristezza sui loro visi.”
Sakowicz fu ucciso in circostanze poco chiare il 5 luglio 1944 mentre andava in bicicletta da Vilnius a Ponary. L’ultimo documento ritrovato risale al novembre del 1943, ma probabilmente continuò a prendere appunti fino alla fine.
Himmler, nell’ottobre 1943, disse ai suoi ufficiali: “Questa è una pagina gloriosa della nostra storia, ma non sarà mai scritta.” Nel tentativo di cancellare ogni traccia, nell’aprile 1944 inviò a Ponary un Sonderkommando composto da detenuti ebrei per riesumare i cadaveri e bruciarli. Tuttavia, grazie alle cronache di Sakowicz e al lavoro di due sopravvissuti – Rachel Margolis e Yitzhak Arad, che introducono il libro – oggi abbiamo una testimonianza unica che documenta nei minimi dettagli le atrocità della macchina della morte nazista.
Il “Diario di Ponary” è uno dei resoconti più terrificanti dello sterminio degli ebrei che io abbia mai letto. Non solo ci costringe a confrontarci con i massacri del passato, ma ci offre anche una lezione fondamentale e attuale sui pericoli dei “nuovi” fascismi. Ancora oggi, in Lituania, gruppi neonazisti operano apertamente, organizzano marce in onore dei collaboratori dell’Olocausto, innalzano bandiere con la svastica e striscioni che incitano alla russofobia e all’antisemitismo, gridando “la Lituania ai lituani”. Il tutto nell’inquietante indifferenza dell’Unione Europea, di cui la Lituania fa parte dal 2004.
“Pensiero stupendo nasce un poco strisciando, si potrebbe trattare di un bisogno d’amore, meglio non dire”, quando ho chiuso l’ultima pagina de ‘L’umile amante’ ho avvertito il desiderio irrefrenabile di ascoltare ‘Pensiero stupendo’, celebre canzone di Patty Pravo.
Perché l’ultimo bellissimo romanzo di Edmund White, tradotto in italiano da Martino Adani, ha molto a che fare con questi versi, con una domanda implicita spontanea: qual è la linea di demarcazione tra bisogno d’amore e desiderio?
Aldwych West è un milionario sulla soglia degli ottant’anni, separato dalla moglie, e da sempre gay. Una vita abitudinaria, scandita dai ritmi parvenu dell’alta borghesia di Manhattan. L’apatia si interrompe quando per caso vede in scena August Dupond, un giovane e bellissimo ballerino franco-canadese, solista del New York City Ballet, interprete delle storiche coreografie di Balanchine.
Quel ragazzo dev’essere suo a qualsiasi costo e pur di conquistarlo Aldwych è disposto a mettere in repentaglio il suo cospicuo patrimonio. Escogita un progetto impossibile che ha l’obiettivo di soddisfare i sogni di gloria del giovane danzatore.
Tra i due ha inizio un legame indefinibile, una storia vertiginosa e ambigua, sospesa tra desiderio carnale e ammirazione spirituale.
Quello che per Aldwych sembra a prima vista un piano ‘sentimentale’ infallibile ha uno scoglio davanti a sé, la moglie di suo nipote. Nonostante i suoi sessant’anni, Ernestine è una donna cinica e sadica (in tutti i sensi, soprattutto nel sesso), anche lei a sua volta vede in August Dupond un frutto proibito da addentare, masticare e sputare, è disposta a tutto per averlo come amante e accompagnatore.
Un triangolo sentimentale inedito e scandaloso, che esplora le diverse sfumature dell’odio e dell’amore, del desiderio sessuale (anche quello della terza età) e del vuoto incolmabile insito nel genere umano.
Una galleria impietosa di miserie umane e ossessioni, di ascese improvvise e cadute repentine. Cacciatori e vittime sacrificali mischiano le carte in tavola in questa incredibile commedia tragica – con un colpo di scena finale debordante – che smaschera le ipocrisie perbeniste degli Stati Uniti.
Una scrittura affilata e raffinata che non concede un attimo di tregua. Non abbiate paura, mettete in gioco la vostra curiosità, questo libro è una delizia, per lettrici e lettori con voglia di sperimentare generi letterari non convenzionali e poco battuti dall’odierno tamtam promozionale editoriale.
Menzione d’onore per Playground Libri, che dal 2004 a oggi continua a fare della sperimentazione la sua cifra stilistica.
“E’ strano come la bellezza, la giovinezza e le dimensioni del cazzo abbiano la meglio sul denaro, la cultura, la gentilezza, e tutte le altre virtù, anche se nessuno è disposto ad ammetterlo. Fingiamo che ci piacciano le persone civili e buone, ma il nostro termometro misura solo il calore fisico.”
Gabriele Torchetti
Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.
Mi sono spesso chiesta perché Carlo Emilio Gadda non venga mai citato tra le letture utili a un apprendista scrittore.
Di fatto, tra le creazioni dell’Ingegnere una ce n’è che potrebbe essere di grande utilità e conforto per chi si accinge a intraprendere la dura vita del cucitore di parole.
Mi riferisco, naturalmente, allo gnommero: gomitolo, groviglio, garbuglio.
In natura lo gnommero esiste sotto due sole specie: nelle mani di laboriose comari che giocano con gli aghi e nella penna di un Ingegnere che soffre con le parole.
Tanti sono i motivi per cui Gadda merita di essere annoverato tra i fari cui deve fare riferimento un aspirante scrittore, e uno è sicuramente quello di avere dato un nome indimenticabile a quel tipo di situazione problematica in cui tutti ci siamo trovati, ci troviamo o ci troveremo:
– non saper dare un ordine ai pensieri che stiamo cercando di trasformare in parole;
– non riuscire a formulare una definizione univoca di un oggetto, di un concetto;
– essere incapaci di definire una trama ingegnosa e scorrevole.
Trovato il nome, scoperta la soluzione.
Ogni volta che vi trovate alle prese con uno gnommero dall’apparenza inestricabile che vi fa esclamare, sconsolati: « Io non riuscirò mai ad abbozzare una trama decente!», ricordate che ogni gnommero ha un capo e che trovato quello verrete a capo di qualsiasi problema.
Il romanzo dello gnommero gaddiano è ovviamente Quer pasticciaccio brutto de via Merulana: pubblicato a puntate nel 1945 e non completato, raggiunse un ampio successo quando fu proposto in volume da Garzanti. È sicuramente la più conosciuta delle opere di Gadda, grazie soprattutto alle versioni cinematografica, televisiva e teatrale.
Sosteneva, fra l’altro [Ingravallo], che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo […] «…quacche gliuommero… de sberretà…» diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano. (RR II 16-17)
Sulle meditazioni metafisiche del commissario Ingravallo alle prese col pasticciaccio degli indizi e dei motivi che governano le più antiche azioni e passioni umane, ha scritto efficamente l’italianista Massimo Riva, nell’articolo Garbuglio Gomitolo Gnommero Groviglio (e Guazzabuglio), pubblicato nel 2008 in “The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)”, che dal 2000 è un ottimo strumento per studi e approfondimenti gaddiani. Tra l’altro una rivista, EJGS, che è solo uno dei molti aiuti oggi a disposizione di chiunque voglia confrontarsi con i molteplici volti di Gadda: fortunati loro, se penso al tempo della mia giovinezza liceale, l’età che dovrebbe essere quella delle scoperte letterarie che ti segnano per la vita.
Fino agli anni ’70 era piuttosto arduo, infatti, per un giovane lettore e per i non specialisti, non solo accostarsi all’opera di Gadda ma quasi quasi anche solo sentirne parlare, dato che non esistevano strumenti studiati per accompagnare o guidare in un approccio che non è certo facile.
Gli addetti ai lavori ne parlavano, eccome, tra di loro: erano anni, quelli, in cui la fortuna critica dell’ingegnere si andava consolidando, ma il “barocchismo” della sua scrittura – come veniva definito da critici – lo teneva ancora lontano dalle aule scolastiche.
Si è dovuto attendere, tra le altre cose, il successo esplosivo di Cent’ anni di solitudine perché editori, critici e lettori italiani (in quest’ordine) riscoprissero l’allucinato Sudamerica brianzolo dell’ingegnere triste.
Va anche detto che il beneficio che noi giovani lettori potevamo trarre dalla pregevolissima edizione Einaudi del 1969, è stato a mio parere parzialmente inficiato dalla iper-barocca presentazione di Gianfranco Contini, alla quale va comunque riconosciuto un merito: quando da Contini passate a Gadda, vi ritrovate a sospirare di sollievo constatando l’inaspettata semplicità e linearità della scrittura del “gran lombardo”.
Negli Istituti di Istruzione Superiore, come il Classico che ho frequentato io, differenti orientamenti ideologici degli insegnanti avevano un medesimo esito: i più tradizionalisti non inserivano nel programma letture da Gadda perché “illeggibile e privo di armonia”, mentre quelli più aggiornati e di mentalità aperta ritenevano più consona ai tempi la lettura di Calvino e Pasolini.
Tra i primi che cominciano a capire, proclamare e spiegare la grandezza di Gadda troviamo Calvino – assunto nel 1950 da Einaudi dove svolge una costante attività di lettore, traduttore, redattore e promotore culturale – dal quale arrivano sempre più frequenti apprezzamenti, fino alla citazione del Pasticciaccio come significativo esempio di «romanzo contemporaneo come enciclopedia, come metodo di conoscenza, e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo».
Senza dimenticare la storica affermazione, che sempre Calvino ci regala in Lezioni americane“/Molteplicità: la vera prosa italiana del nostro secolo è quella di quando Gadda spiega il risotto.
Per valutare come l’enciclopedismo di Gadda può comporsi in una costruzione compiuta, bisogna rivolgersi ai testi più brevi, come per esempio una ricetta per il «risotto alla milanese», che è un capolavoro di prosa italiana e di sapienza pratica, per il modo in cui descrive i chicchi di riso in parte rivestiti ancora del loro involucro («pericarpo»), le casseruole più adatte, lo zafferano, le varie fasi della cottura.
(La ricetta per il risotto alla milanese è stata pubblicata in Il gatto selvatico, rivista della società di idrocarburi ed energia ENI, 1955-1965).
In questo panorama, come è arrivato Gadda fino a me?
Del tutto casualmente, pensando ad altro.
Mio padre, che ha scontato in molte forme il destino di essere ingegnere, di Gadda non conosceva nulla eppure mi ha fornito due validi supporti per un approccio quasi indolore alla lettura delle opere del suo “collega”.
Il primo è consistito in una esperienza tanto gestaltica quanto dolorosa, per la bambina che ero, e cioè mettermi di fronte al modello di funzionamento della mente di un ingegnere.
Si parla del 1963 e io frequento la terza elementare, con tutto ciò che comporta in termini di prime nozioni di geometria piana e solida: arriva il giorno in cui, alle prese con un problema per me incomprensibile, penso di ricorrere all’aiuto di mio padre. Il quale, imperturbabile, estrae dalla sua borsa di vacchetta modello ingegnere un astuccetto anch’esso in pelle, con cuciture impunturate, da cui leva l’arcano mistero di un regolo calcolatore✶: agevole strumento di calcolo che per pura ignavia del legislatore non è mai stato adottato quale sussidio didattico nella scuola elementare.
«Se userai questo sarà facilissimo, adesso ti spiego come funziona!»
E uno. Ho visto come si muove il pensiero di un ingegnere: la linea retta non esiste, il pensiero lineare nemmeno!
La seconda esperienza risale agli anni in cui eravamo tutta una famiglia – anni in cui la televisione non varcò mai la soglia di casa nostra – e le serate trascorrevano sedendo tutte in circolo, mia madre due sorelle e io, intorno a mio padre che leggeva I promessi sposi. Leggeva e commentava, leggeva e rileggeva interrompendosi di tanto in tanto quando il testo manzoniano gli riportava alla mente modi di dire, filastrocche, aneddoti e racconti della sua infanzia. Chichibio e la gru era il preferito, lo so ripetere ancora oggi a memoria pur a distanza di sessanta/sessantacinque anni.
L’ Italiano di Manzoni è stato il nostro lessico familiare e si è rivelato, come ho potuto sperimentare, un viatico eccellente per i primi approcci a Gadda che, alla prima lettura, mi si aprì con la confidenza di un amico di lunga data.
Ma se l’amore non ci avesse messo lo zampino!
C’era a quel tempo, tra i liceali della IIA che frequentavo, un tipo che si distingueva alquanto dai bravi ragazzi che non indossavano mai l’eskimo per venire a scuola: non mi dilungo nel descriverlo, vi basti sapere che quel tipo condivide tuttora la mia vita.
All’epoca aveva l’abitudine di condividere le sue scoperte letterarie con quelli che lo stavano ad ascoltare – praticamente tutta la classe, tranne le secchione della prima fila – e quindi un giorno arrivò con un foglietto su cui aveva trascritto il nucleo della Cognizione, che ci permise di copiare mentre lui lo recitava a memoria.
Avendogli un dottore ebreo, nel legger matematiche a Pastrufazio, e col sussidio del calcolo, dimostrato come pervenga il gatto (di qualunque doccia cadendo) ad arrivar sanissimo al suolo in sulle quattro zampe, che è una meravigliosa applicazione ginnica del teorema dell’impulso, egli precipitò più volte un bel gatto dal secondo piano della villa, fatto curioso di sperimentare il teorema. E la povera bestiola, atterrando, gli diè difatti la desiderata conferma, ogni volta, ogni volta! come un pensiero che, traverso fortune, non intermetta dall’essere eterno; ma, in quanto gatto, poco dopo morì, con occhi velati d’una irrevocabile tristezza, immalinconito da quell’oltraggio. Poiché ogni oltraggio è morte.
Il giorno dopo tutti lo recitammo a memoria salvo l’insegnante di Lettere che, pensionando, diede prova di carattere recitando un brano da La vergine cuccia.
Non mi accostai subito, tuttavia, alla Cognizione con furia gioiosa: l’ansia e il tremore di ritrovarmi inadeguata mi tennero in stallo per parecchio tempo, eppure volevo a ogni costo capire perché fosse così importante la morte del gatto. Di fatto trascorsero due anni prima che iniziassi a leggere, e quando fu, nulla di quella lingua, così esecrata da tutti coloro che non la comprendono, mi apparve arduo e da allora, gaddeggiare è sempre un piacere.
Anche perché Lacognizione del dolore è l’unico italiano tra i quattro libri da cui non mi separo mai. ✶✶
✶Il regolo calcolatore sfrutta le proprietà deilogaritmi, riconducendo operazioni complesse (prodotti, quozienti, esponenziali) a operazioni più semplici sui logaritmi dei rispettivi operandi. Queste vengono eseguite graficamente, spostando una o più asticelle graduate con scala logaritmica.
✶✶Gli altri sono: Guerra e pace di Lev Tolstoj, Il Maestro e Margherita di Michail A. Bulgakov e Darab Nameh, di Mohammad al-Tarsusi.
Francesca Chiesa
Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia.
Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi.
Pubblicazioni recenti:
Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023
Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023
Può Napoli, la mia città, venire in mente leggendo un libro di viaggio che porta nel cuore delle repubbliche baltiche, scritto per di più da un olandese? In apparenza, la risposta sembrerebbe ovvia: no. Tra Napoli e Tallinn ci sono quasi tremila chilometri di distanza non solo geografica, ma anche storica, culturale, artistica e paesaggistica. Le differenze climatiche, nei colori, nella luce e nel carattere delle persone sono evidenti. Eppure, mentre Jan Brokken racconta le vicende travagliate di queste terre a lungo oppresse, eppure mai domate, mi ritrovo a pensare a Napoli. Quando descrive le dominazioni straniere, la capacità di adattamento delle popolazioni, l’immenso patrimonio culturale e la resistenza all’assimilazione attraverso la musica, la pittura, la letteratura e il canto, sarà bizzarro, ma un pensiero per la mia città emerge inevitabilmente.
Superando il primo accenno di campanilismo, aggiungo un secondo parallelismo un po’ meno azzardato: ogni volta che sento parlare delle repubbliche baltiche, percepite spesso come luoghi oscuri e poco affascinanti, mi viene in mente un altro libro. Non ambientato in quelle terre, ma che evoca storie simili: “Prigioniera di Hitler e Stalin” di Margarete Buber Neumann. In questo memoir, l’autrice racconta la propria esperienza nei gulag sovietici e nei lager nazisti, testimoniando in prima persona le atrocità del totalitarismo. Allo stesso modo, Brokken, attraverso biografie, testimonianze e aneddoti, penetra nella Storia del Novecento e segue il destino tragico di intere comunità baltiche schiacciate tra due regimi autoritari. Gli eventi chiave sono comuni: il patto Ribbentrop-Molotov, l’occupazione russa, l’invasione tedesca, l’Olocausto e la “liberazione” sovietica. Per la Buber Neumann, come per i Paesi baltici, si tratta di sofferenze analoghe, con gli stessi carnefici che, di volta in volta, si avvicendano nell’esercizio delle loro pratiche criminali.
Le “anime” di Brokken sono prima di tutto quelle di grandi personalità nate in questa regione e accomunate dal bisogno di fuggire all’estero per esprimere la loro arte: lo scrittore Romain Gary, il pittore Mark Rothko, l’architetto Michail Osipovič Ėjzenštejn (padre del regista Sergej), la filosofa Hannah Arendt, lo scultore Jacques Lipchitz, il musicista Arvo Pärt, il violinista Gidon Kremer. Ma il viaggio di Brokken ci porta anche a conoscere persone “comuni”, le cui vicende straordinarie sono spesso sconosciute. Come quella di Loreta Asanaviciute, schiacciata da un carro armato russo nel 1991, poco prima della riconquista dell’indipendenza, o quella dei Roze, titolari di una delle più antiche librerie di Riga; o quella dei von Wrangel, ultimi discendenti di una nobiltà baltica decaduta, cui peraltro era appartenuta anche Alexandra von Wolff- Stomersee, moglie di Tomasi di Lampedusa e prima psicanalista donna in Italia.
Sono storie di vite spezzate, di persecuzioni razziali, censure e deportazioni, fughe e chilometri percorsi a piedi, crudeltà e suicidi (Rothko e Gary). Tuttavia, Brokken non si limita a narrare tragedie: c’è spazio anche per la tenerezza e la solidarietà, l’arte e la resistenza culturale.
Con oltre trent’anni di carriera letteraria, Jan Brokken ha scritto di Africa, Caraibi, Russia, Cina e altri posti lontani, ma “Anime Baltiche” (Iperborea, trad. Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo), potrebbe essere il suo lavoro più riuscito. Oscillando tra storia e cultura, intrecciando vicissitudini personali e grandi eventi, l’autore illumina le ombre del passato con estrema sensibilità. Dipinge ritratti malinconici ma vitali di un popolo che ha lottato per preservare la propria indipendenza e identità culturale, intrisa di influenze tedesche, russe, scandinave, polacche ed ebraiche.
Le pagine di questo libro ci accompagnano in un viaggio immersivo ed emozionante attraverso la Lituania, la Lettonia e l’Estonia; ci portano attraverso i vicoli del quartiere ebraico di Vilnius, “la Gerusalemme della Lituania”, passeggiano con noi nella stradine medievali di Tallin o nel cuore di Riga col suo ricco patrimonio architettonico in stile Art Nouveau.
Il lettore si affida a Brokken come a una guida sapiente e affidabile, capace di passare attraverso la complessa storia di un’Europa dimenticata, mai davvero integrata nella memoria del nostro continente, per condurci fino al cuore dell’esistenza umana. Perché, per dirla con l’autore: “Viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi.“