Intervista a Graziano Gala per “Popoff” (Minimum Fax, 2024), di Gabriele Torchetti

Siamo innamorati da molto tempo di Graziano Gala. Saranno almeno tre anni, da quando il suo Giudariellu è uscito dalle pagine per prenderci il cuore. Gli avremmo voluto comprare noi il televisore, così da risparmiargli sofferenze e sbattimenti. Poi abbiamo aspettato ed è arrivato questo bambeniello di “Popoff“, e siamo rimasti come gli scemi, con il libro stretto al petto, commossi come dopo una scena di Dumbo.

Graziano non è solo una persona buona, è uno scrittore buono, buonissimo, squisito come la parmigiana di melanzane che tua madre prepara quando torni al paese. La sua prosa ha il sapore della poesia, perché è poetico dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi. Con le sue parole soffia leggero sulle nostre sbucciature per non farci sentire il bruciore. E vedrete se non sembrano pura poesia anche le risposte che ha dato nell’intervista di Gabriele Torchetti, il nostro libraio preferito, mezzo panda e mezzo randagio.

Ciao Graziano e benvenuto a Il Randagio. “Felici diluvi”, “Sangue di Giuda”, “Popoff”, i titoli dei tuoi libri sono  sempre d’impatto, catturano l’attenzione nell’immediato. Come nascono? Sei tu a decidere o hai indicazioni dalle case editrici?

Non decido niente (quanto vorrei, ogni tanto!): li subisco. Decidono loro, io sono solo lo strumento. Arrivano così, cattivi, sto male prima, per giorni, mi tranciano le gambe. Poi arrivano: io mi sento che è tutto fuori, che sono svuotato. Mi sento felice. Mi sono passati attraverso. Piango dopo, piango come uno che è riuscito a rimanere, che non se lo sono trascinato via. 

A proposito di “Sangue di Giuda“, il protagonista è un “bambino” di sessant’anni che vive col gatto Ammonio che “piscia a tutte ’e vanne” e un cane pelle e ossa. Tutto parte dal furto di un televisore, niente di trascendentale per la maggior parte di noi, ma è un innesto geniale per una storia che parla di solitudine, paura, indifferenza. Da dove è germogliato questo personaggio così fuori dalle righe? Che cosa hai voluto raccontare?

Da Antonio Cosimo Stano, che è morto di mazzate, e da Lelio Baschetti, che è morto di silenzio. Da tutti quelli che ci dimentichiamo, che pensiamo che non siano rilevanti, ché le vite più preziose, le più avventurose, sono le loro, ché tenersi in piedi un’intera vita mentre tutto ti porta le gambe in acqua è cosa eroica. Sono storie dei poveri, di quelli che ogni tanto scivolano. Io lo faccio per mia madre che ha la quinta elementare. Giuda poi quando è arrivato, mamma mia. Un’epifania. Mi ha cambiato la vita. È sempre con me, non me ne separo mai. Lui sa fare cose che io mai potrò. 

Nel romanzo è evidente la commistione letteraria con la Puglia, tua terra natia. Il dialetto ibrido presente nella narrazione è stato spontaneo nella stesura iniziale o sei partito dall’italiano? Una scelta coraggiosa, hai mai avuto timore che il dialetto potesse essere un ostacolo per i lettori?

Io da casa sono scappato come fanno quelli che lasciano debiti, ma di debiti, quelli economici, ne avevo mica. Anzi. Sono scappato come chi corre via dal buio. Arrivato in Lombardia – terra promessa solo per chi non la abita – ho cominciato a sognare in dialetto, a masticare in dialetto. A sentire che un posto lo tenevo ed ero scappato. Mi sono premurato di guarire: ci ho messo dieci anni. Parlavo con la lingua di chi mi ha voluto bene: mia mamma, con la classe quinta; un salernitano che mi ha fatto da padre, un lucano che mi abbaiava addosso per insegnarmi a campare. Giuda una settimana dopo era in ristampa. Popoff da due giorni. La gente quelli onesti li riconosce: io bugie non ne dico. È per questo che mi vogliono bene. 

Devo confessarti una cosa, quando ho finito “Popoff”, il tuo ultimo romanzo, ho fatto un piccolo applauso, è un libro commovente e poetico. Ma anche indefinibile, sospeso tra fiaba e realtà, commedia e tragedia, tenerezza e cinismo, quello che è certo che inizia in una notte buia con l’incontro bizzarro tra un bambino smarrito e un vecchietto strambo. Com’è nato questo incontro? E dove ci porta?

Io non sono riuscito a diventare papà, ché tenevo il mio in ogni parte del corpo. Popoff è un esorcismo, è il bimbo che ti dice le cose come stanno, che ti mette a sedere e ti racconta la storia dalla parte di chi solitamente sta zitto. Popoff è incanto, che gli fanno di tutto e lui li odia mai, con la lingua di vetro e di schiuma. È il libro più importante della mia vita. Qualsiasi verrà dopo non sarà mai per me più importante: Popoff mi ha emancipato. Mi ha tirato fuori dal buio. 

Anche in questo caso la scrittura è incasellabile e riconoscibile tra tante, quello che è certo è che il folklore del sud Italia per te è fonte d’ispirazione:

Siamo vivi, noi. Teniamo fame. Proviamo sentimenti primari: amiamo, odiamo, mordiamo. Siamo quelli delle grandi speranze. Dei tentativi. Delle cadute coi tonfi: è lì l’eroismo, mentre sei sospeso. Poi a riuscire sono più bravi loro, quelli del nord, ma sognano peggio. A volte non sognano proprio, almeno qua a Milano. Il Sud, i Sud, sono l’unica alternativa di vita possibile. I nord, quelli del capitalismo, hanno fallito, e molto tempo fa. 

“Nella steppa sconfinata, a quaranta sotto zero, se ne infischiano del gelo, i cosacchi dello Zar” sono i primi versi di una delle canzoni più amate de Lo Zecchino d’oro, gli stessi versi che aprono l’orizzonte del tuo romanzo. Perché proprio Popoff? Proviene da un tuo ricordo personale dell’infanzia? In cosa ti ha ispirato la canzoncina dell’Antoniano nella scrittura del romanzo?

Avevo il romanzo dentro, ma non potevo iniziare: non sapevo il nome. Una persona buona, che mi ha voluto bene sempre, mi ha fatto sentire la canzone: è stato il momento. Ora sapevo, ora potevo. Popoff, il bimbo mio. Il bimbo più buono del mondo. Insieme ovunque. Per la manina. Pessempre. Non esiste nulla di più importante del mio cuore. Questo bambino io lo devo proteggere a qualsiasi costo. 

Mani di padre, ciabatte di madre, una casa che affoga: ci vuole anche meno a tentare la fuga. Anche nel racconto Ciabatteria Maffei  (Tetra Edizioni) il protagonista (Mino) è un bambino. Quello dell’infanzia è un argomento molto presente nella tua scrittura, perché?

Perché mi hanno fatto a pezzi. Se la sono masticata la mia infanzia. E ogni tanto ancora sento dolore. Potevo diventare uno di loro, e fare uguale, essere cattivo come loro: io però sono buono. Io sono buono. Non faccio male a nessuno, ché lo dice Cassola: quando si prova dolore, non si può voler male a nessuno          

Graziano chiudiamo con un tuo consiglio di lettura: ci consigli un libro per sentirci un po’ meno soli?

Leggete Randagio è l’eroe di Arpino e dopo il vostro cuore sarà diverso. Fatelo, vi prego. 

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Gianni Rodari: un manuale per inventare favole per genitori e nonni di scarsa fantasia, di Gigi Agnano

Oggi, 23 ottobre, Gianni Rodari avrebbe compiuto 104 anni. Quel giorno non c’ero. A dire il vero, non c’era neanche mio padre, che sarebbe nato quasi tre anni dopo e che mi avrebbe suggerito di leggerlo. Però ho l’età per ricordarmi di quando Rodari è morto, nella primavera del 1980, e del titolo del Paese Sera: “Abbiamo perso l’amico poeta”. L’articolo era firmato da Mario Lodi, che con Rodari si scambiava infiniti attestati di stima. Anche Lodi era maestro elementare e scrittore. In quella commemorazione, scriveva: “Penso soprattutto ai bambini di scuola che perdono un poeta e uno scrittore che li aveva capiti nel profondo, perché aveva conservato intatta, in un mondo che queste cose distrugge, la fantasia propria dei bambini.

Sempre su Paese Sera, per il quale Rodari scrisse dal ’58 al ’68, nel 1962 uscì in due puntate il “Manuale per inventare favole”, indirizzato a nonni e genitori “di scarsa fantasia”.

Il primo dei metodi suggeriti era quello del “duello di parole”, che sarebbe poi diventato il celebre “binomio fantastico”: “si gettino due parole l’una contro l’altra e si osservino le varie combinazioni”.

Il secondo metodo era quello del “sasso nello stagno”, che consiste nel lanciare una parola e osservare le reazioni, come un sasso che crea cerchi nell’immobilità solo apparente della fantasia.

Il terzo metodo era l’“insalata di favole”, che “consiste nel combinare i personaggi di favole diverse per crearne di nuove, dove l’intreccio nasce dallo scontro delle caratteristiche dei vari personaggi”.

Infine, c’era il metodo del “cosa succederebbe se…”, una tecnica che apre la strada all’immaginazione e alla narrazione creativa.

Ad esempio, Rodari scriveva:

Che cosa succederebbe se la Sicilia cominciasse a navigare? Una mattina, gli abitanti di Messina, al risveglio, si accorgono che Reggio Calabria, dall’altra parte dello Stretto, si è allontanata di parecchie miglia. La Sicilia ha salpato le ancore, ha spiegato le vele al vento e naviga in direzione di Gibilterra. Allarme geografico-internazionale! Episodio marginale di un ‘ferry boat’ che insegue la Sicilia attraverso il Mediterraneo. Passerà da Gibilterra? Non passerà? E così via.

E ancora:

“Che cosa succederebbe se la Sicilia volasse? O se perdesse tutti i bottoni?” Questo ultimo spunto nasce dall’accostamento casuale tra il soggetto e una domanda presa da un libro. Apparentemente incoerente, ma una facile riduzione al concreto permette di raccontare la storia del giorno in cui, per un magico segnale, tutti i bottoni di tutti i vestiti in Sicilia abbandonarono il loro posto di lavoro. Altri esempi? Che cosa succederebbe se un coccodrillo bussasse alla vostra porta chiedendovi un po’ di rosmarino? O se il vostro ascensore precipitasse al centro della Terra o schizzasse fin sulla Luna? E così via.”

In quei due articoli del ’62 ci sono molti temi poi sviluppati nella Grammatica della fantasia, pubblicata nel ’73 da Einaudi, l’unico saggio di Rodari tra le sue molte opere narrative. In questo saggio, lo scrittore esplora i meccanismi che determinano i processi creativi. A me piace ricordare in particolare il brano sull’errore creativo, quell’errore che genera originalità e diventa un’opportunità d’innovazione.

Rodari scrive:

Da un lapsus può nascere una storia, non è una novità. Se, battendo a macchina un articolo, scrivo ‘Lamponia’ invece di ‘Lapponia’, ecco scoperto un nuovo paese profumato e boschereccio: sarebbe un peccato espellerlo dalle mappe del possibile con una gomma; meglio esplorarlo, da turisti della fantasia. Se un bambino scrive nel suo quaderno ‘l’ago di Garda’, ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguire l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo ‘ago’ importantissimo, segnato anche nella carta d’Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?…”

L’errore creativo ci invita ad accogliere con curiosità l’incertezza e l’imprevisto. Ci ricorda che l’imperfezione, in molti casi, non solo nell’arte, può rappresentare una via verso la scoperta e il cambiamento. Rodari conclude dicendo che, se un tempo reggeva il proverbio “sbagliando s’impara”, oggi bisognerebbe dire “sbagliando s’inventa”. E noi Randagi gli siamo grati anche per questo. 

Gigi Agnano

“Ricette Letterarie”: il pane di Gianni Rodari, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

In occasione dell’anniversario della nascita di Gianni Rodari, la nostra Anne poteva fare una torta sfavillante e invece abbiamo pensato di preparare

IL PANE

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

✨ Ricette Letterarie: il pane di Gianni Rodari ✨

Vuoi provare a farlo in casa? Eccovi la preparazione.

PANE DA BRUSCHETTA

Per realizzare un buon pane da bruschetta conviene utilizzare la BIGA o lievito serale.

La biga è un impasto pre-fermentato molto consistente e grumoso, perché realizzato con un’alta percentuale di farina. La biga si prepara il giorno prima di preparare il pane e si lascia attivare per una notte intera.

DOSI per un filone di pane da circa 400g.

INGREDIENTI per la biga:

200g  farina di grano tenero 

90g acqua a temperatura ambiente 

2g lievito di birra secco (7g lievito di birra fresco)

Procedimento:

Impastare con cura gli ingredienti e riporre la preparazione in una ciotola (o in un contenitore ermetico). Coprire con pellicola trasparente e lasciare riposare per un tempo di 16/20 ore in un luogo fresco e asciutto alla temperatura di 18°C.

NOTA: in alternativa si può chiudere la biga in un contenitore ermetico e riporla in frigorifero per 24 ore. Passato questo tempo estrarre il contenitore dal frigorifero e lasciarlo alla temperatura di 18°C per altre 16 ore.

Una volta che la biga è attivata, impastare con:

Ingredienti per il pane:

100g farina di grano tenero

60g acqua a temperatura ambiente

1g lievito di birra secco (3,5g lievito di birra fresco)

1g malto di frumento (opzionale, serve a dorare la superficie del pane)

3g sale fino

Procedimento:

1. Impastare la biga con la farina, l’acqua, il lievito e il malto fino ad ottenere un impasto liscio.

2. Aggiungere il sale e amalgamare all’impasto fino a farlo diventare sodo.

3. Riporre l’impasto in una ciotola leggermente unta con olio extravergine di oliva e coprire con la pellicola trasparente (in alternativa riporre l’impasto in un contenitore a chiusura ermetica).

4. Lasciare lievitare l’impasto fino al doppio del volume.

5. Formare un filone e lasciarlo crescere una seconda volta su una tavola ben infarinata, fino a quasi il doppio del volume, coperto da un canovaccio pulito. In alternativa posare il filone di impasto su una teglia foderata di carta forno e lasciarlo lievitare coperto fino al quasi raddoppio del volume. In ogni caso l’impasto dovrebbe risultare morbido e consistente.

6. Infornare nel forno preriscaldato a 200°C per circa 30 minuti e tagliare in fette quando il pane si è raffreddato.

James Baldwin – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

James Baldwin (1924-1987) è stato uno scrittore, saggista e attivista afroamericano, considerato una delle voci più influenti del XX secolo. Cresciuto a Harlem, New York, Baldwin ha affrontato nei suoi lavori temi come la razza, la sessualità e l’identità, mettendo in luce le ingiustizie sociali e razziali negli Stati Uniti. Tra le sue opere più celebri ci sono Go Tell It on the Mountain del 1953 (in italiano Gridalo forte), un romanzo semi-autobiografico, e la raccolta di saggi Notes of a Native Son del 1955 (Mio padre doveva essere bellissimo) e Giovanni’s room (La stanza di Giovanni) del 1956, di cui il Randagio si è occupato recentemente (leggi l’articolo).

Baldwin è stato una figura centrale nel movimento per i diritti civili e ha usato la sua scrittura per sfidare la discriminazione e il razzismo, ponendo domande profonde sul significato dell’essere neri in America. Oltre che per i suoi contributi letterari, Baldwin è noto per il suo attivismo e per il coraggio con cui affrontava questioni controverse come l’omosessualità e le tensioni razziali.

Maestro Missile traduce la lezione di TED Ed su James Baldwin.

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

Ted Ed è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Nostra Signora dei Turchi: un’estetica dell’esperienza, di Michela Pellegrini

Mentre mi dispongo alla scrittura di questo pezzo, dalla finestra aperta della mia stanza, per questo autunno lieve, iniziale, arriva il suono prima metallico poi più pieno della banda. Qui nel mio paese è festa e io devo scrivere un pezzo su qualcosa che mi suona astratto come la religione e soprattutto che mi evoca troppo bande di paese, pianure e coste un po’ turche, santi e martiri e in generale un passo iniquo, sghembo. Penso che la letteratura, meglio, la poesia, abbiano questo odore. Se è così, la letteratura deve essere, prima di tutto, una sensazione, forse. È questo fatto un po’ ridicolo e dermico (intanto si è alzato un vento calmo che mi arriccia la pelle), è questo dubbio mal speso che voglio tenere dentro mentre scrivo, se questa banda non finisce di suonare, riprende sempre, continua.

Tommaso Landolfi nel suo Rien va scriveva che «La pittura non si fa con la pittura. La musica non si fa con la musica. La letteratura non si fa con la letteratura». Suggestiva e icastica, l’affermazione dello scrittore costringe a una interrogazione profonda sul senso della scrittura, sulle sue modalità, ma soprattutto, nel medesimo spazio, rivela un minus e un plus. Una insufficienza e un’eccedenza potenziale o già in atto dell’essenza letteraria, uno scarto. La sua pratica non basta ed eccede, sembra dire Landolfi. La frase lascia questa ironia inconclusa, un disturbo o un segreto sarebbe meglio dire, un segreto difficile da rilevare chiuso nel corpo profondo della letteratura. Esso, forse, è rintracciabile solo in alcune opere e non tutte le opere ci parlano di questa complessità.

 Esistono scritture nelle quali il segno letterario si presenta poroso, tanto da permettere di essere pensate opere oltre il libro stesso, di oltrepassare il dispositivo che gli è proprio, di vedersi altrove. Ciò accade almeno in due sensi: nella potenzialità dell’opera di essere tradotta in visione, (dunque il consueto passaggio dal libro allo schermo) e in una vocazione – questa più rara – già insita nella scrittura, a ibridarsi senza per questo tradursi, effettivamente, con la forma cinema. È quello che sembra accadere nella produzione di molte avanguardie del Novecento, ma non solo. 

Ci sono posizioni ancora più inaspettate e spiazzanti. Tra queste, a risultare interessante, smagliante di indisciplina, si trova il primo romanzo dell’attore, scrittore di scena e poeta Carmelo Bene: Nostra signora dei Turchi (1966). Se tre anni prima, in Italia, si costituiva la neoavanguardia del Gruppo 63 in rotta con i corposi romanzi neorealisti degli anni Cinquanta e a favore, invece, della sperimentazione (Marx nella mano sinistra e nella destra la filosofia strutturalista), il caso di Bene ne resta ancora fuori avvicinandosi a un estremo incollocato. A reggere l’opera, infatti, non c’è ideologia e la “Storia umana” – qualunque storia sia, da quella grande con le sue guerre, i suoi moti e gli uomini a una vicenda più modesta – è presente soltanto come un fondale di quinta deformato e soprattutto dai contorni sbavati o troppo illuminati perché possano essere decifrabili. Nostra Signora dei Turchi non ha trama, si compone, forse, di residui sfilacciati di una vita interiore possibile del suo protagonista: egli è un attore, un quasi santo, uno dei martiri d’Otranto nell’assedio ottomano del 1480. Tutto questo insieme e niente di tutto questo allo stesso tempo. Il personaggio vive in un meridione parodiato, continuamente sospeso tra il lirico e il comico dove unico riferimento storico al passato arabo e alla strage operata dai turchi, è un palazzo moresco «Attiguo a casa sua». È in questa atmosfera, in cui lo spazio-tempo appare sospeso, che l’uomo si prodiga in una serie di atti da attore alle prove (ma vedremo essere molto di più). Questa è la stessa atmosfera in cui incontra le sue apparizioni, una su tutte quella della Santa Margherita, un “deus ex machina” ancora una volta capovolto e rifiutato. La trama, poca cosa ma difficile a concedersi, si amalgama tutta nel procedimento stilistico e narrativo. 

                                                                                                                                                                             

Il racconto, infatti, sembra procedere davvero per sequenze, per lampi, scarni di fatti ma pieni di sensazioni e volute della scrittura e del pensiero. Voluta qui si legga davvero come una prova di volo e caduta, come un involamento, la cui traccia contenutistica è evidente nella parte del libro più celebre: un monologo quasi a sé stante, parlato-sognato dal protagonista a seguito di un suo rovinoso esercizio di volo («I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso»). È forse qui, in questo punto, che compare un segno della poetica che muove l’autore-attore a “dire”: quando in questo monologare, in questo involamento del narrato scrive che «è l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto». Ecco schiudersi una chiave di lettura dell’opera e della sua filosofia. Scrive a tal proposito lo studioso Marco Sciotto, «proprio etimologicamente “estasi” coincide con lo “star fuori da” ed è così che il protagonista di Nostra Signora dei Turchi cerca spasmodicamente la propria estasi che fa tutt’uno con il tirarsi fuori dal resoconto stesso del testo cui appartiene come protagonista». In questo passaggio, dunque, è ben sintetizzato quello che dal principio (o già dopo poche pagine) è chiaro, ossia che qui si legge una voce protagonista, la quale è continuamente alle prese con la propria fratturazione.

Ecco, quindi, la sequenza di gesti compiuti dall’uomo, colto nel pieno di “un fare” e nel troppo pieno di un ambiente chiuso con cui ha inizio il racconto. Si ha la sensazione che per parlarne bisognerebbe abbandonarsi all’elencazione meccanica di questi atti, compiuti tutti in una foga ora più calma ora ossessa e non dire più nulla. A guardare bene, è questa serie di atti a comporre in modo chirurgico proprio la sclerotizzazione di ogni senso e di ogni narrazione possibile. Nelle prime pagine quest’uomo-attore si specchia e indietreggia dalla propria immagine riflessa, interagisce con oggetti ma è lo specchio a dominare il momento iniziale che diventa – nel racconto tutto all’imperfetto e in terza persona – un vero e proprio rituale senza magia. Si assiste, investiti totalmente, ad un uomo che è un attore mentre fissa se stesso allo specchio per annullarsi. L’abbondanza degli oggetti usati (proprio come se si fosse su una scena), sembrano concorrere anch’essi a questo obiettivo: oltre alla cancellazione del senso e della narrazione, si arriva a comprendere l’annullamento dell’identità, del personaggio. Il protagonista, infatti, sembra degradarsi a mero materiale di scena, truccato attraverso una pratica di rigore di “deformazione e ripetizione”: «Non aveva ancora terminato il trucco. E il trucco è meditazione. In fondo, in questi riti, salvo una o due volte soltanto, non era mai riuscito a superare i preamboli.». Reificato dunque. Ma in qualche modo sofferente, come un Pinocchio, a metà tra le piaghe del legno e della carne – e qui viene in mente l’ultima versione di Bene dell’opera collodiana, dove il burattino è definitivamente legno pieno, inorganico e senza agonie. 

È impossibile, in questa girandola fastosa e tragica, poetica e materica, inquadrare per un pubblico di lettori il genere cui essa appartiene. A concorrere semmai sono più generi incrociati, capovolti e “vampirizzati” che toccano più epoche e stagioni letterarie. Dall’epica medioevale ai romanzi modernisti, includendo anche il romanzo storico, sempre però attraversati dal movimento anchilosato del comico e dalla sua balbuzie.

Protagonista di quest’opera – non è forse un caso – che sia, latamente, il corpo, di cui componente imprescindibile è anche la voce da esso emessa. Ancora una volta, anche in questo senso, è la scrittura a sorprendere, perché non solo lascia trasparire la grana acustica come componente musicale dello stile, ma anche come traccia organica – di un organismo continuamente provato e votato alla distruzione – e presenza immateriale ma evocata. È a questo punto che la letteratura non basta più, che va oltre, intrappolata com’è, sapientemente, in una zona ibrida alle porte dell’oralità e della sua fisiologia. Perché l’immaginazione che offre la lettura di Nostra signora dei Turchi, non è la rappresentazione mentale e diegetica di un fatto – leggere per credere – ma pensiero in movimento in cui il suo autore fa giocare la filosofia. Voce che si fa visione.  

Il 1968 è l’anno in cui questa prova originalissima di letteratura che definire sperimentale sarebbe ancora parziale, esce dal dispositivo in cui è nata, per essere trasferita dallo stesso scrittore-attore sullo schermo e rivelare e aprire così le potenzialità larghe di una scrittura che elude ogni genere.

Nel film, il libro si ritrova smembrato ed espunto. Di quest’ultimo è una vera e propria traduzione in un altro linguaggio (quello del cinema), sebbene tale peculiarità fosse già in nuce. Senza trama e senza una consequenzialità di eventi, la pellicola non comincia dall’inizio del romanzo. Delle riprese allucinate, compiute con l’ausilio di lenti deformanti si muovono a inquadrare il palazzo moresco. È forse lui a parlare attraverso la voce fuori campo di Bene e a ricordare l’assedio di cinquecento anni prima, come si fosse riavuto da un oblio polveroso e riesumato attraverso la voce che parla; mentre la musica di Musorgskij insegue il dinamismo della macchina da presa, dei contorni e le volte della costruzione «sunto di storia ». Sembra di assistere ad un improvviso lirico, a un’aria da Opera per la vista, oltre che per l’ascolto. Compare Bene in un corpo quasi sempre malato o prostrato in qualche modo. Lo si vede, poco oltre la scena iniziale, dimenarsi nel tentativo di riempire una valigia nel bel mezzo di un incendio, o ancora dopo tentare un maldestro suicidio buttandosi dal balcone. Bene qui, meglio che nel romanzo, può disporre del suo corpo per mettere in scena un inconscio a cielo aperto. Egli lo usa tutto, lo disturba e lo disarticola poiché è il centro di espulsione di sé, è il mezzo con cui può o non può volare, può o non può diventare cretino. Non c’è una metafisica, è tutto nel mezzo e nel suo utilizzo. Allo stesso modo del corpo sembra intendere anche il cinema e la letteratura. Usati totalmente, sprigionandone ogni volta la loro intensità, ipotizzando le loro minorazioni ma promettendo ogni volta un di più. Il film – come anche il romanzo –, per non riuscire immediatamente a colpire la razionalità del pubblico, ne cattura per primo i sensi. Sembra in questo posto, nel luogo della sensazione, condensarsi in stile e poetica questa possibilità di sconfinamento e ibridazione della letteratura, questa promessa che fa pensare a un fenomeno proprio della medicina e della poesia chiamato sinestesia. Ecco allora la voce che si legge, la visione che si ascolta.    

Il lettore è questo che può ricavare – stordimento e gioco – se ben disposto e accogliente come per un improvviso di banda, non solo ad abbandonarsi ma anche a interrogarsi non già su cosa sia la letteratura o il cinema, ma prima di tutto su cosa sia un’ esperienza di lettura e di visione. Forse, ma questo è dubbio, rispondersi.

Michela Pellegrini

Michela Pellegrini. Laureata in lettere moderne teatrali. Studentessa magistrale. Appassionata di cinema e dei linguaggi mediali. Lettrice in cerca di meraviglia