Intervista ad Antonella Mollicone per “La femminanza” (Nord, 2025), di Amedeo Borzillo

“Noi femmine possiamo far fiorire il mondo, se lo vogliamo” racconta Antonella Mollicone nel suo “La femminanza”, un romanzo che è un viaggio a ritroso nel tempo che parla di donne che fanno nascere e fanno morire, che si dicono segreti, che subiscono violenza e ne sfuggono, che soffrono e che ridono. 

Buongiorno Antonella e benvenuta al Randagio. 

La Femminanza è un romanzo che parla di protofemminismo, di un femminismo come coscienza collettiva che si traduce nella “cerchia”, in cui le donne si riuniscono e che le aiuta a crescere, a sopravvivere e a rinascere. Nella “cerchia” le donne si aiutano, solidarizzano, non sono sole.

 È giusta questa lettura?

Certamente, la femminanza è qualcosa di trasversale. Un femminismo trasversale però, senza ideologie specifiche, per cui l’idea di queste donne, di queste “femmine” – intendendo per “femmine” coloro che nutrono loro stesse e gli altri – è qualcosa di ancestrale che attraversa i secoli, e arriva al presente, dove continua a rimescolare la sua memoria e le sue forze. 

Infatti, questo femminismo si ripropone anche nella figura dell’uomo-poetessa, dell’uomo sereno nei confronti della donna: è la figura di Aldino che è l’unico protagonista maschile…

Assolutamente sì, Aldino è l’uomo-poetessa perché è colui che riesce in qualche modo ad essere fecondo, esattamente come le donne lo sono nell’ambito della “cerchia” e nell’ambito della famiglia. In fecundus c’è l’idea della femminanza, ha la stessa radice; il fecundus latino lo ritroviamo sicuramente in Aldino, che è uno degli uomini che riesce a guardare sotto la tenda dell’anima-vita della sua donna e riesce a farsi ricoprire della natura di Camilla senza averne timore. E quindi davvero insieme riescono a gettare il seme per una nuova vita. 

Il romanzo si svolge a cavallo tra Ottocento e Novecento, attraversando un periodo storico molto lungo. Di quanta ricerca hai avuto bisogno per la realizzazione del romanzo? 

 E’ una ricerca che è durata trent’anni. Ho iniziato da quando avevo dieci anni a prendere nota dei pezzi di vita della storia della mia famiglia. Poi ci sono state delle ricerche d’archivio, ed infatti alla fine del libro c’è una bibliografia essenziale. Ma ho soprattutto fatto indagini sul campo: per esempio per scrivere del periodo tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta ho intervistato donne molto anziane, che hanno vissuto in quegli anni. Ho quindi rimaneggiato tutte le storie che avevo raccolto e ne è venuta fuori “La femminanza.”

La lettura del libro ripropone tematiche e situazioni sociali che il lettore ha incontrato in altri autori – mi viene in mente la Ferrante – , qual è il contesto di scrittori nel quale pensi di inserirti? 

Amo gli scrittori che affrontano la realtà, che indagano la società in cui vivono anche attraverso il linguaggio. Nel caso della Ferrante per esempio c’è una sintassi mimetica del parlato e una ricerca delle radici che ci sono anche in “La femminanza” e nelle quali mi ci ritrovo.

In tempi di femminicidi, la figura di Aldino è una figura esemplare che serve anche a far riflettere sulle possibilità di riscatto dell’uomo, con comportamenti più in linea con la parità di diritti uomo – donna.

Nel romanzo ci sono degli uomini illuminati e uno di questi è proprio Aldino. Non ha paura della forza della sua donna e afferma, allo stesso tempo, la propria dignità e quella di Camilla in un processo di crescita comune. E’ consapevole inoltre che un gesto individuale o di coppia può essere un atto politico capace di determinare anche un significativo cambiamento politico. Sì, in tempi di femminicidi, Aldino è un esempio positivo.

Antonella Mollicone e Amedeo Borzillo

Le donne del tuo libro chiudono gli occhi ai morti e danno la vita. Qual è il rapporto delle protagoniste con la vita e la morte?

La vita e la morte non sono così distanti, anzi la morte per queste donne è un modello di creazione esemplare. Sanno che la vita si ravviva grazie anche alla cura della morte perché sono donne che sanno raccogliere sia il primo che l’ultimo respiro. 

Peppina a un certo punto dice:

“mi piace mettere le mani nella vita perché così mi sembra di rinascere, ma anche di metterle a disposizione della morte perché ogni volta mi sembra di sfiorare la verità che la morte si porta dietro”

Sono donne che devono morire ogni giorno, devono far morire ogni giorno qualcosa per rivivere, devono far morire le illusioni, le aspettative, le vergogne. Sanno che solo attraverso il dolore, ci può essere una rinascita vera. 

Ti aspettavi un successo come questo per il tuo libro? 

Naturalmente ci speravo, però non mi aspettavo un tale successo. Ovviamente ne sono contenta a livello personale, ma soprattutto mi ha fatto piacere dar voce a tutte queste donne e questi uomini che hanno rappresentato la mia memoria, che mi hanno dato fiducia e che mi hanno accompagnata sia nella realizzazione del romanzo, che nella mia crescita personale e dell’anima.

Amedeo Borzillo 

Antonella Mollicone sarà a Napoli, alla libreria Raffaello in via Kerbaker, giovedì 15 gennaio 2026 alle 17.30, per parlare de “La Femminanza” in un incontro organizzato dal Randagio. Dialogano con l’autrice Ginella Palmieri e Maria Rosaria Paolella, le letture sono di Federica Flocco.

Paolo Cognetti: “La felicità del lupo” (Einaudi, 2021), di Maddalena Crepet

Il richiamo del vuoto La geografia sentimentale di Paolo Cognetti

Fausto ha quarant’anni, il sogno nella testa di diventare uno scrittore, e la voglia sempre sottopelle di perdersi nella natura vergine. Il Monte Rosa gli appare perfetto: incontaminato, poco abitato da esseri umani, ancora moltissimo da altri esseri viventi, conciliante, forse perfino capace di distendere le sue innumerevoli nevrosi. È qui, fra la baita-ristorante di Babette, la seggiovia, i montanari, l’ex forestale in pensione Santorso, che conosce Silvia, potremmo dire, nomen omen, la donna dei boschi, che viene però dalla città. Silvia ha ventisei anni, è giovane, energica, ha voglia anche lei di scappare da qualcosa. Inizia a lavorare come cameriera stagionale, un lavoro che sa non poterla sostenere a lungo, ma quel che le basta per evadere un po’. Nel mentre, Fausto si adopera come cuoco nella cucina della baita-ristorante. La vita sembra scorrere senza troppi intoppi, fra passeggiate, escursioni, albe incantevoli, e tramonti mozzafiato. Sembra tutto tornato al Grado Zero. Silvia e Fausto azzerano tutto, i loro passati, quel padre che aspetta, malandato, fra i palazzoni, quella ex moglie, forse perfino gli amici. Non ne sentono il richiamo. Sono come lupi, solitari, e al contempo mossi costantemente da qualcosa di imperscrutabile, che può solo rispondere al nome di irrequietezza. È così che, poco dopo un incidente che vede coinvolto Santorso, poco dopo le sue mani maciullate dalla neve impetuosa e impietosa, Silvia sente di nuovo proprio quel richiamo, non più silvestre, ma urbano. Torna nella sua città, nel suo quartiere, ad annusare il fritto delle cucine nei cortili interni, il vociare dei vicini, lo stridore dei freni delle automobili. Fausto è convinto si tratti solo di un periodo, troppo impegnato a capire come aiutare Santorso a vivere senza più le mani. Ne è convinto finché Silvia, tornata in alta quota, non gli fa capire il contrario. Non è più la stagione dell’amore, e nemmeno quella del lavoro in alpeggio, in cucina, in sala, anche perché perfino Babette ha appeso il cappello al chiodo. Improvvisamente niente appare più come prima, non la scrittura che Fausto teneva nascosta fra i loro cuscini, coperta dai capelli infiniti di Silvia, asciugati dalla stufa a legna, non i campi, i pascoli, il freddo che mozza il fiato, l’estate senza surriscaldamento, non gli improperi dei montanari, non il loro amore consumato sul ghiacciaio, fra le balle di fieno, in una cucina di una baita ormai venduta. È tempo di muoversi, di trovare altro cibo, di rispondere agli ululati di altri lupi spersi chissà dove. 

Cognetti con La felicità del lupo ci restituisce un’altra fotografia della montagna. E, come nel romanzo che l’ha reso celebre ai più, Le otto montagne, lo fa tratteggiando un quadro nitido, e al contempo metaforico. Possiamo quasi dire, leggendo le pagine di entrambi, di sentire l’odore di quell’erba cresciuta dopo il gelo, di percepirne la morbidezza, il profumo del latte appena munto, lo scampanare del gregge, della mandria, il freddo pungente, il calore piacevole, il liquore che scalda le gole, che le brucia. Possiamo però anche seguire l’andirivieni dei personaggi, da una parte i due amici fraterni Bruno e Pietro, dall’altra i due innamorati, Fausto e Silvia. Il richiamo insistente delle sirene cittadine che si alterna al silenzio ovattato delle notti in alta quota. I legami che vanno ben al di là di quelli di sangue, che li superano, sono più forti, e quindi anche più dannati. L’abbandono. Pietro che se ne torna in città, Silvia pure. Bruno e Fausto che decidono di rimanere. Lo scrittore che decide di girare il mondo con la sua penna, Pietro, e quello che sceglie il sentiero di montagna, Fausto. Sono due amori impossibili, i loro. L’uno verso l’amico d’infanzia, l’altro verso la giovane ragazza di quartiere. La sostanza non cambia, ciò che resta è il rumore sordo della separazione, della possibile accettazione dell’impossibile, che ognuno sceglie per sé, e che ognuno si salva da solo. O, semplicemente, decide di non farlo. Nel finale aperto ci immergiamo, al what if ci aggrappiamo come l’unico, reale senso esistente: lasciar andare. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Intervista a Maddalena Crepet per “Dall’anima in su” (Armando Editore, 2025), di Loredana Cefalo

Oggi, cari Randagi, vi presentiamo un’autrice che ci sta particolarmente a cuore, Maddalena Crepet

Laureata in Storia contemporanea, Maddalena sarà una delle nuove firme del Randagio, portando il suo contributo alla divulgazione culturale che ormai da più di due anni la rivista fa con successo e soddisfazione. 

Ho conosciuto Maddalena Crepet nella realtà social, le nostre curiosità si sono incrociate nello stesso momento e ci siamo immediatamente ritrovate sullo stesso filo narrativo, così eccoci qui. 

Prima di presentarvela, mi preme raccontarvi del suo secondo lavoro come autrice, Dall’anima in su (Armando Editore), una raccolta di otto racconti che hanno come fulcro una gioventù inquieta, colta in momenti di passaggio. Non è una narrazione che cerca il colpo di scena, ma piuttosto un’indagine atmosferica sui sentimenti. 

​Come nel suo romanzo d’esordio la Crepet utilizza un fondo storico che non sovrasta mai le vicende private. Fascismo, anni di piombo, realtà attuale restano nel retroscena, appena accennati, servendo più come coordinate emotive che come vincolo narrativo. Questo permette ai racconti di restare focalizzati sull’interiorità dei personaggi, pur essendo ben radicati nel loro tempo. 

La cifra stilistica più evidente è la fluidità tra narrazione e parlato. L’assenza di una demarcazione netta nei dialoghi crea un effetto di fusione: le voci dei personaggi si mescolano tra loro, rendendo la lettura un’esperienza dove i confini individuali tendono a sfumare. 

Anche la romanità emerge a tratti: si passa da pennellate delicate a un linguaggio più crudo e diretto, tipico della realtà urbana. I luoghi non sono semplici sfondi, ma spazi vissuti che il lettore ha l’impressione di attraversare realmente, sentendone il rumore e l’attrito. 

Il filo conduttore è spesso legato all’abbandono, al sentirsi inutili, alla ricerca di un posto nel mondo. È una scrittura che procede per sottrazione, lasciando molto spazio all’interpretazione di chi legge. 

​Nel complesso, il lavoro della Crepet si distingue per una voce originale che preferisce il sussurro al grido, costruendo un mosaico di vite che appaiono, per quanto brevi, estremamente concrete. 

Dopo averlo letto ho voluto farle qualche domanda, per conoscerla e farvela conoscere meglio.

La tua formazione accademica è radicata nella Linguistica e nelle Lettere Moderne. In che modo lo studio analitico della lingua ha influenzato la creazione dei tuoi lavori letterari? 

Intanto ci tengo a ringraziarvi per l’invito, sono entusiasta di poter far parte di questo gruppo di randagi! Venendo alla domanda, non è forse un caso che la parola che più vi caratterizza nel vostro progetto creativo, ossia, appunto, “randagio”, sia un termine a cui sono molto affezionata anche io. Questo per rispondere indirettamente alla questione posta, e, più direttamente, gli studi di Linguistica, e più in particolare, quelli di Antropologia linguistica, la disciplina in cui mi sono laureata, hanno influenzato tantissimo non solo il mio approccio alla parola, scritta e orale, ma anche a ciò che la parola, in quanto segno, porta con sé: l’aspetto semantico, quello culturale, perfino quello psicologico. Più a livello strutturale, sicuramente gli studi di Fonetica, Fonologia e Sintassi hanno formato proprio la rigida griglia entro la quale mi muovo anche quando scrivo.

Dopo gli studi universitari, hai frequentato il biennio alla Scuola Holden. Qual è l’insegnamento più prezioso che hai portato via e come ha trasformato l’approccio alla tua scrittura? 

Mai scrivere di sé stessi ahahah. Ho avuto il privilegio di avere un ottimo, e soprattutto molto schietto e diretto, maestro, Andrea Tarabbia. Ci diceva che nella maggior parte dei casi, quando raccontiamo gli affari nostri non interesseranno a nessuno… è una lezione che non ho mai dimenticato e che ha fatto sì che affinassi la penna per far trapelare il meno possibile l’autobiografismo insito nella scrittura… perché, diciamocelo, uno scrittore che non sia egoriferito è come una zebra senza strisce!

Oggi lavori come consulente editoriale e ufficio stampa. Abitare quotidianamente il mondo dell’editoria è più un aiuto per comprendere i meccanismi narrativi o un limite alla spontaneità creativa? 

Sarò sincera, quando ho iniziato a lavorare nel mondo editoriale come ufficio stampa, quindi esattamente dall’altra parte del tavolo, non l’ho vissuta sempre bene. Mi sentivo di avere una grande fortuna sì, lavorare a diretto contatto con grandi penne lo è, ma al contempo mi sentivo inadatta, come se non stessi ancora nel mio. Poi, quando ho ripreso a scrivere, le cose sono cambiate. Ho visto quel lavoro non come una privazione, come un giudizio, ma come un arricchimento anche per la mia di scrittura. E così ho finito di scrivere quello che poi è diventato il mio romanzo d’esordio, Ci siamo traditi tutti (Solferino, 2024). 

Oggi rivedo tutta quella esperienza, quella gavetta, come un pozzo a cui attingere costantemente. 

In Dall’anima in su, i racconti sono accompagnati dalle illustrazioni di Sergio Kalisiak. Come è nata questa collaborazione “a quattro mani” e in che modo le immagini riescono a dare corpo a quelle atmosfere che descrivi come a tratti forti e a tratti delicate? 

Io e Sergio ci siamo conosciuti all’interno della redazione di una rivista letteraria che pubblica racconti inediti di vari autori. Quel mese, io ero fra quelli, e Sergio aveva illustrato un altro racconto. Ci siamo studiati da lontano, e poi ci siamo messi in contatto. All’inizio l’idea era di fare un unico, nuovo racconto illustrato, poi abbiamo pensato in grande, ed è nata la raccolta di racconti. Ci siamo entrambi dati completamente carta bianca, lui non ha vincolato creativamente me, io non l’ho fatto con lui; una volta finita la stesura gli ho consegnato tutti i racconti, e lui si è lasciato ispirare. Ciò che è venuto fuori è stata una specie di fusione perfetta, le illustrazioni, con i loro tratti un po’ noir, restituivano benissimo l’atmosfera della mia scrittura. L’armonia è stata immediata e fortunata.

Quanto è stata importante l’osservazione del mondo giovanile per delineare i personaggi del tuo libro e quale ritieni più vicino a te? 

L’osservazione credo sia parte integrante e fondamentale del mio lavoro. Se non osservi, di cosa scrivi? 

Il mondo giovanile è da sempre per me una grande fonte d’ispirazione. Mi piace restituire un’immagine quanto più autentica degli stati d’animo dei giovani, dei loro turbamenti, delle loro inquietudini, dei loro sogni. È stato così anche nella scrittura del romanzo, lo è stato a maggior ragione per i racconti, e lo è ancora di più per il secondo romanzo a cui sto lavorando.

Il racconto a cui sono emotivamente più legata è Mon amour, une cigarette? Sicuramente i due protagonisti mi sono rimasti dentro.

So che stai ultimando il tuo prossimo lavoro letterario. Puoi anticipare qualcosa ai nostri lettori randagi? 

Proprio così. Si tratta, come in parte già detto, di un romanzo non più a base storica, come Ci siamo traditi tutti, ma sempre molto legato al mondo dei giovani. È un romanzo, se vogliamo, di formazione, che gioca con gli strumenti della metanarrazione, ed è anche sicuramente un romanzo corale, malgrado la voce narrante sia unica, quella di un ragazzo di ventisei anni. Ciò che ci racconta attraverso il suo sguardo però è una realtà complessa, fatta di più voci, di più visioni. È un romanzo che prova a raccontare il difficile passaggio, nel mondo contemporaneo, dall’età della giovinezza alla fase adulta della vita.

Grazie Maddalena per la tua disponibilità e la tua iniziativa e non vediamo l’ora di leggerti fra le pagine della rivista.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

“Ricette Letterarie”: Il pane dolce di Lev Tolstoj, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la ricetta del pane dolce, ispirato a “Padre Sergij”, un racconto lungo di Tolstoj, scritto tra il 1889 e il 1891. Il protagonista è un ambizioso ufficiale della guardia imperiale, che, scoperta l’infedeltà della fidanzata con lo zar, prende i voti e conduce una vita monastica talmente rigorosa che comincia ad essere venerato dal popolo. La storia avrà un esito imprevisto che lasciamo al piacere della lettura. Così come lasciamo ai lettori il piacere di assaggiare il pane dolce con la ricetta di Anne.

*** Il pane dolce di Lev Tolstoj ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Lev Tolstoj: Padre Sergij” 

TESTO:

“Era sabato, e Praskov’ja Michàjlovna stava preparando ella stessa l’impasto per un pane dolce con l’uvetta, che tanto bene sapeva fare il cuoco di suo padre, all’epoca della servitù della gleba. Praskov’ja Michàjlovna voleva fare una sorpresa ai suoi nipotini per l’indomani, che era festa.

Masa, sua figlia, stava badando al più piccolo, i maggiori, un bambino e una bambina, erano a scuola. Il genero non era riuscito a dormire durante la notte, e aveva appena preso sonno. Praskov’ja Michàjlovna era andata a letto tardi la sera prima, perché aveva tentato di mitigare la collera che la figlia provava verso il marito.

[…]

Aveva appena insegnato, provandone grande soddisfazione, a Luker’ja come si fa l’impasto, quando Misa, il suo nipotino di sei anni, vestito d’un grembiulino, era arrivato in cucina con il viso spaventato […]”

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Ricette Letterarie: Il pane con le gocce di cioccolato di Lev Tolstoj

Nota: nel testo Praskov’ja Michàjlovna utilizza l’uvetta. Potete sostituirla con le gocciole di cioccolato, il procedimento è identico.

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Ingredienti 

  • 300 g farina bianca tipo 0
  • 75 g acqua
  • 7 g lievito di birra secco (se l’ambiente è freddino intorno i 18°C – altrimenti ne bastano 5g)
  • 30 g zucchero di canna
  • 75 g latte leggermente tiepido
  • 20 g miele
  • 50 g burro morbido (più 10 grammi per finire)
  • 50 g gocce di cioccolato fondente (oppure 50g di uvetta sultanina ammollata in acqua – oppure grappa – e ben strizzata)

Procedura

Lascio riposare altri 10 minuti mentre il forno si scalda a 180°C e infine cuocio il pane per 45 minuti. Abbassare la temperatura a 170°C negli ultimi 10 minuti se la superficie del pane risulta troppo dorata.

In una ciotola verso la farina, l’acqua e il lievito di birra e li mescolo con una spatola di silicone.

Aggiungo lo zucchero e lo mescolo al composto.

Verso il miele nel latte leggermente tiepido e mescolo per scioglierlo. Poi verso il liquido sulla farina e mescolo per amalgamare il tutto. 

Inizio ad impastare con le mani dentro la ciotola fino a ottenere un panetto piuttosto consistente.

Prendo il panetto e lo metto sulla spianatoia leggermente infarinata. Lo apro con le mani e ci spalmo sopra il burro. Poi richiudo e continuo ad impastare. Se il panetto è troppo duro mi bagno la punta delle dita con un po’ di acqua (dipende dalla farina) e continuo ad impastare. Con vigore, fino a ottenere una palla liscia.

Metto la palla di impasto a lievitare in una ciotola cosparsa di farina fino al raddoppio del volume. La ciotola va coperta con la pellicola trasparente per evitare che l’impasto si secchi.

Quando l’impasto è raddoppiato lo stendo con il matterello e ne cospargo la superficie di gocce di cioccolato. Poi lo arrotolo e ne faccio di nuovo una palla. Metto la palla di nuovo a lievitare coperta per una mezz’ora.

Trascorso questo tempo metto l’impasto su una teglia da forno foderata di carta forno (maneggiare con cura!), lo incido a croce con un coltellino affilato e distribuisco nelle fessure qualche fiocchetto di burro.

Letture d’altri tempi: Pietro d’Abano, un filosofo per una città, di Francesca Chiesa

Ci sono città – vedi Atene – che producono filosofi a bizzeffe. Altre, invece, più che due storici e due filosofi non riescono a fare. Nel nostro caso gli storici sono Tito Livio e Andrea Gloria, la città è Padova. I filosofi sono Pietro d’Abano e Marsilio. Che poi quest’ultimo ha assunto l’appellativo “da Padova” solo perché lì è nato. Poi, però, ha studiato alla Sorbona ed è vissuto tra Parigi, Roma e la Renania. Per cui rimane Pietro d’Abano. Un filosofo per una città.

La  città di Ezzelino – Il tredicesimo secolo è storia di guelfi e  ghibellini. Ci sono città in cui questo conflitto dura da secoli e non si è mai concluso veramente e a volte, a noi padovani, vien da pensare che Padova sia una di queste.  In ogni caso, nel XIII secolo dell’era cristiana, la posizione dei ghibellini – indipendenza dal Papato e riconoscimento dell’autorità imperiale – è difesa da due campioni d’eccezione: Federico II di Svevia ed Ezzelino III da Romano. Nati nello stesso anno. 

L’Imperatore che il mondo ancora definisce stupor mundi morirà purtroppo nel 1250, troppo presto per consentire a Ezzelino di far fronte alla ribellione che monta da parte guelfa, sorretta dall’azione tempestiva di papa Gregorio IX. Pontefice di grande acume, che riuscì a creare un Santo in grado di guidare la politica cittadina per secoli. Sant’Antonio da Lisbona, morto nelle vicinanze di Padova nel 1231, è già proclamato santo. Per i padovani è Il Santo, ispiratore e guida dei Signori e della gente della città.

Nello stesso anno nasce il medico, filosofo e astrologo Pietro d’Abano, troppo tardi per godere la vivacità dell’ambiente culturale che lo stesso Ezzelino era riuscito a portare a Padova. Quando Pietro nasce ad Abano, figlio di  Costanzo (Constantius) della famiglia de Sclavione, notaio del sigillo del Comune di Padova, correva più o meno l’anno 1250. Data non certa, come incertissimo appariva, allora, il destino di Padova e della sua provincia. Sono gli anni in cui in città si coltiva l’odio per Ezzelino III. Dalla seconda metà del XII secolo gli Ezzelini avevano governato Padova, Treviso, Verona e Vicenza e tutti si erano distinti per abilità di governo. Ma fu Ezzelino III – che negli anni a seguire i suoi concittadini chiamarono Il Terribile per l’indubbia durezza del suo governo – che fece di Padova una città cosmopolita. Alleato di Federico II, lo stupor mundi odiatissimo dalla Chiesa, aprì la sua corte e la città al mondo e alle correnti culturali avrebbero segnato il passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento. Non accadde più ma produsse frutti come Pietro d’Abano. 

Nel 1231 muore Antonio e dopo un solo anno viene proclamato santo. Il primo atto. Inizia la rivolta contro Ezzelino. Morte di Federico. I Carraresi. Sulla città cala un velo. Processi a Pietro d’Abano

L’anno della nascita di Pietro, il 1250, è anche l’anno in cui muore Federico II. L’imperatore che per noi rimane lo stupor mundi, nella Padova che aveva da poco canonizzato a tempo di record Antonio da Lisbona successivamente da Padova, è visto come un demonio. Tanto più che appoggia gli Ezzelini di cui molti vorrebbero prendere il posto, dagli Scaligeri ai giovani e impazienti Carraresi. Quando Federico muore, finisce anche il sogno di Ezzelino di fare di Padova una città in grado di rivaleggiare con Milano e Venezia. Eppure lo è stata e continua a esserlo per qualche anno. Ce lo documenta proprio la vita di Pietro.

Le notizie che abbiamo non sono molte ma significative: vive in un mondo aperto, il nostro medico/filosofo, fatto di idee e persone in movimento. A Parigi, tanto per fare un esempio, incontra Raimondo Lullo. L’inventore della Grande Arte, l’arte della memoria cui tanti si dedicarono, da Cicerone a Camillo Delminio. Pietro vive il passaggio tra Tredicesimo e Quattordicesimo secolo, tra l’Europa ricca del Duecento e l’Europa trecentesca di epidemie, carestie e guerre. La cesura tra i secoli si ripercuote sulla vita sua e dei  suoi coetanei. 

La storia non dice se il medico filosofo da Abano e il viaggiatore, diplomatico e probabile spia Marco, della famiglia Polo, si incontrarono. Nulla vieta. Marco torna in Italia nel 1295 dove si trova anche  Pietro, dopo avere studiato in Italia e viaggiato, a caccia di libri, fino a Costantinopoli. 

Tra le molte opere che lascia, frutto della sua vita di studioso, viaggiatore, insegnante e sperimentatore, il Conciliator Differentiarum rappresenta una tappa tra le più incisive nel percorso che ha portato alla definizione del concetto di esperimento e alla nascita della scienza moderna. Di Pietro si tramanda che sia stato il primo a eseguire una autopsia e non è difficile immaginarlo impegnato nella risoluzione di una questione controversa: in una mano Aristotele, nell’altra gli appunti della pratica quotidiana. Sono gli anni in cui Giotto sta lavorando per Enrico Scrovegni.

La cesura tra il Tredicesimo e il Quattordicesimo secolo si ripercuote anche sulla vita di Pietro e Marco, simbolo di un mondo che avrebbe potuto aprirsi, che stava per aprirsi a orizzonti inimaginati. I tempi cambiano. Nel 1298 viene imprigionato Marco Polo. Pietro d’Abano subisce processi nel 1300,1306 e 1312. Non è escluso che l’autorità ecclesiastica  cercasse di interrompere in questo modo la stesura del Conciliator, dov’è contenuta la più “eretica” delle convinzioni esposte dal medico padovano, il cosiddetto Oroscopo delle Religioni. Si dice sia morto in prigione per le torture subite. Intanto mettevano piede a Padova i Carraresi, fedeli a Sant’Antonio e alla Chiesa. 

Sulla parete ovest del Palazzo del Ragione, alta tanto da essere invisibile al passante, si trova – o si trovava quando l’ho vista io, una quarantina di anni fa – una targa che ricorda per ignominia il rogo delle ossa di Pietro. I Carraresi non furono direttamente coinvolti nella damnatio memoriae di uno dei più grandi padovani dell’epoca, ma non fecero nulla per evitarla. 

Nel 2021 Padova è stata inserita tra i siti patrimonio UNESCO come urbs picta, città dipinta, con riferimento a otto cicli di affreschi del XIV secolo, in altrettanti edifici della città. Tra questi gli affreschi astrologici del Palazzo della Ragione e la piena riabilitazione di Pietro d’Abano quale ispiratore di Giotto. Con buona pace della Santa Inquisizione – oggi  Congregazione per la dottrina della fede – le stesse dottrine astrologiche che fruttarono al medico padovano il carcere e una lunga damnatio memoriae.

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.