Diego e Margherita intervistano la signora Falco, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla signora Falco!

Diego: Che giornata splendida, Margherita! Guarda che colori ha l’autunno e il cielo è così azzurro!

Margherita: È vero! Ma… Diego, guarda lassù! Vedi quel falco? Sembra fermo nel cielo, con le ali aperte…

Diego: Wow! Sembra davvero che non stia muovendo le ali. Come fa a restare così sospeso?

Margherita: Forse si lascia trasportare dal vento… anche se non mi sembra che ci sia molto vento oggi.

Diego: È troppo in alto per chiamarlo. Come possiamo fargli capire che vogliamo parlare con lui?

Margherita: Non preoccuparti! Facciamo dei gesti, ci noterà anche da lassù. Vedrai!

Diego: Hai ragione… ecco che scende in picchiata!

Signora Falco: Ciao bambini! Vi stavo osservando da un po’. Voi siete Diego e Margherita, gli amici del professor Mundis che fanno domande agli animali e consigliano libri, giusto?

Margherita: Sì, siamo noi! Accidenti… sapevamo che i falchi vedono benissimo, ma non immaginavamo così bene!

Signora Falco: Eh, modestamente… sì, “vista da falco” non è solo un modo di dire!

Diego: Ahah! E adesso che è qui, possiamo farle qualche domanda?

Signora Falco: Ma certo! Chiedete pure, sono tutta orecchi.

Margherita: Come fa a restare ferma nell’aria, sospesa come una bandiera?

Signora Falco: Uso il volo stazionario! È una tecnica speciale: muovo le ali molto veloce, così non cado, e la coda mi aiuta a stare dritta. Se il vento non c’è, devo inclinare le ali e batterle continuamente… è faticoso, ma funziona!

Diego: Ah, adesso capisco! E quanto siete veloci, voi falchi? Dal momento che l’abbiamo chiamata è arrivata in un lampo!

Signora Falco: Possiamo volare velocissimi, quasi come un’auto da corsa! I falchi pellegrini sono i più veloci di tutti gli animali. Quando fanno le picchiate, possono arrivare fino a 322 chilometri all’ora! Però, se si tratta di volo orizzontale, qualche rondone ci supera…

Margherita: Che incredibile!

Signora Falco: Sono contenta di aver soddisfatto la vostra curiosità. Ma adesso devo proprio andare a cercare da mangiare per i miei piccoli. Vi va di consigliarmi un libro sui falchi?

Diego: Certo! Le consigliamo “Il falco parlante e il re bambino” di Chiara Curione (La Medusa Editrice).

Margherita: È un libro che racconta la storia di Federico II di Svevia, un bambino che cresce per diventare un grande imperatore.

Diego: La storia inizia in una fredda notte di dicembre, quando nasce Federico, sotto una stella speciale. La sua mamma, la regina Costanza, sa che il suo bambino farà cose straordinarie. E infatti, Federico cresce con un cuore coraggioso e una mente curiosa.

Margherita: Federico non è solo un bambino come gli altri. Ha un amico speciale: un falco che può parlare! Insieme, vivono avventure incredibili, viaggiano per il regno, incontrano persone straordinarie e affrontano sfide che li rendono sempre più forti.

Diego: Il libro è scritto in modo che anche noi, bambini, possiamo capire e apprezzare la storia. È come un viaggio nel passato, tra castelli, leggende e personaggi affascinanti.

Margherita: E non è solo una storia di avventure. Ci insegna anche l’importanza della conoscenza, della pace e del rispetto per tutti, proprio come faceva Federico II.

Diego: Quindi, se si vuol vivere un’avventura indimenticabile con un falco parlante e un re bambino, questo libro è perfetto!

Signora Falco: Fantastico! Grazie! Adesso devo proprio scappare… pronti, partenza… Viaaaa!

Cinzia Milite

“Ricette Letterarie”: Le ciambelle di Anton Čechov, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone le ciambelle di Anton Čechov, ispirate al racconto “Incubo” (Košmar, “Novoe vremja”, 29 marzo 1886), tratto dalla raccolta “Čechov, Racconti”, nell’edizione Garzanti in due volumi a cura di Fausto Malcovati. Il racconto ruota intorno alla figura di un sacerdote anziano e malato, Padre Jakov, che fatica a adempiere ai suoi doveri liturgici e che per questo motivo rischia di essere destituito a causa dell’intervento di Kunin presso il vescovo.

*** Le ciambelle di Anton Čechov ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Anton Čechov: “Incubo” (Košmar, “Novoe vremja”, 29 marzo 1886) 

TESTO:

“Padre Jakov era talmente immerso nell’operazione bere il te, che non potè rispondere subito. Alzò su Kùnin i suoi occhi grigi, stette a riflettere e come ricordandosi della questione che gli veniva posta, scosse il capo con gesto diniego. L’espressione di un piacere intenso e del più quotidiano e del più prosaico appetito, gli si diffuse da una orecchia all’altra, sul brutto viso. Degustava rumorosamente ogni goccia di tè, e, bevutolo sino in fondo, posò il bicchiere sul tavolo; ben presto lo riprese, ne guardò il fondo, mise ancora sul tavolo. L’espressione di piacere scomparve dal suo viso. Un po’ più tardi, Kùnin osservò il pope che prendeva una ciambella dal cestino, ne rompeva un pezzo, lo rigirava fra le dita, e infine lo sprofondava lesto in una delle tasche”. 

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Ricette Letterarie: Le ciambelle di Anton Čechov

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Ingredienti per circa 16 biscotti a forma di ciambella friabili e profumati al limone, perfetti da servire con il tè.

  • 150 g farina bianca per dolci setacciata
  • 80 g farina di mandorle
  • 125 g burro morbido 
  • 80 g zucchero a velo
  • 2 tuorli di uovo Medio
  • Scorza grattugiata di 1 limone (non trattato)

Nota: io ho seguito la procedura a mano, utilizzando un tarocco ma puoi utilizzare anche le fruste elettriche o l’impastatrice planetaria. La cosa importante è che il burro sia a pomata per cui ricorda di lasciarlo fuori dal frigorifero almeno sei ore prima di iniziare la preparazione o, ancora meglio, tutta la notte. Ti sconsiglio di scaldarlo al microonde o a bagnomaria perchè non si ammorbidisce in modo uniforme. Un’altra caratteristica di questi biscotti è la finezza, che si ottiene utilizzando la farina setacciata e sopratutto lo zucchero a velo

Procedimento

  1. In una ciotola capiente lavora il burro a pomata con lo zucchero a velo fino a ottenere una crema chiara e spumosa. Aggiungi la scorza di limone e continua a lavorare fin quando la scorza si fonde nella miscela.
  2. Incorpora i tuorli, uno per volta, facendoli assorbire bene all’impasto: otterrai una crema liscia e profumatissima.
  3. Aggiungi per prima la farina di mandorle, lavorala bene con il composto e poi aggiungi la farina precedentemente setacciata.
  4. Versa l’impasto sul tavolo da lavoro e forma velocemente un panetto. Dovrebbe avere la consistenza morbida ma soda, per poterla spremere agilmente nel sac à poche. Avvolgi il panetto nella pellicola e mettilo in frigorifero mentre ti prepari per stampare i biscotti.
  5. Prendi due teglie da forno e cospargile con un sottile strato di burro, poi fissa sopra ciascuna teglia un foglio di carta forno. È importante per formare i biscotti su una base ben ferma. Se hai il silpat antiaderente va benissimo.
  6. Metti l’impasto nel sac à poche con bocchetta dentellata da 13cm e forma sulle teglie delle ciambelle di diametro circa 5cm.
  7. Inforna in forno caldo a 165°C per 15 minuti, finché la superficie dei biscotti risulta leggermente dorata. Non devono scurirsi troppo.
  8. Una volta cotti, lascia raffreddare le ciambellone di pasta frolla completamente prima di staccarle dalle teglie. Puoi anche intingerne metà nel cioccolato fuso (fondente o bianco) ma sono già perfette così.

Gore Vidal: “La statua di sale” (Fazi, trad. Alessandra Osti), di Claudio Musso

La via di Tebe: la sfida di Gore Vidal

Ci sono romanzi che nascono come scandalo e col tempo si rivelano necessità. La statua di sale (The City and the Pillar, 1948), l’opera con cui un giovanissimo Gore Vidal infrange il silenzio dell’America puritana, appartiene a quella ristretta genealogia di libri scritti nella febbre della giovinezza ma pensati per durare: per lucidità, coraggio e visione morale. A ventitré anni Vidal non si limita a raccontare una vicenda; introduce nel paesaggio letterario americano la possibilità di un desiderio maschile che non si vergogna, non si occulta e non si espia. È un gesto di insubordinazione etica e, insieme, un atto di verità.

Jim Willard, il protagonista, è l’emblema di quell’inquietudine che percorre l’intera opera dell’autore: bello, atletico, riservato, figlio di un’America che celebra il successo e teme la differenza. In una notte d’estate, in un capanno sul lago, egli vive con l’amico di sempre, Bob, la rivelazione di un amore senza nome, un momento di compiutezza che diventa origine e condanna. Bob prende poi la via del mare, convinto che sia stato soltanto un gioco goliardico tra adolescenti soli. Jim, nutrito invece da quella complicità che non è solo epidermide ma un pentagramma di note che finalmente risuonano una musica soffocata, resta e da quel punto la sua esistenza si trasforma nell’attesa di un ritorno. Ogni viaggio, ogni incontro, ogni città diventa un tentativo di ritrovare quell’immagine perduta. Come la moglie di Lot nella Genesi, Jim si volta indietro e, nel gesto del ricordo, si pietrifica: la “statua di sale”, titolo scelto con acume da Fazi nella traduzione italiana di Alessandria Osti, diventa figura del tempo immobile e del desiderio che si fa memoria e identità.

Questa parabola individuale riflette una condizione collettiva. L’America degli Anni ’40, tra l’impegno bellico e il rigore domestico, non ha spazio per la solitudine di un ragazzo che sa nominare la propria verità anche se le parole per dirla rimangono a fior di labbra. Vidal descrive quel mondo con precisione fotografica: club, spiagge, spogliatoi, bar, scenari di mascolinità rituale che si fanno gabbie dorate. Jim non protesta: osserva. La sua ribellione è silenziosa, fatta di rifiuti e di distacco, di una malinconia trattenuta. E tale compostezza, più che l’ostentazione, ad abitare questo testo sismografo. La lingua è tersa, controllata; rifiuta il sentimentalismo, la curiosità voyeuristica, la tragedia sibila sotto la superficie, in un minimalismo morale dove ogni gesto pesa e ogni parola trattiene un grido.

Nel suo randagismo consapevole, Jim incrocia figure che gli restituiscono, deformandola, la propria immagine. Shaw, attore hollywoodiano, rappresenta l’erotismo come spettacolo: visibilità, narcisismo, l’idea che il corpo e il desiderio possano farsi performance. Sullivan, scrittore più maturo e disilluso, offre invece la lente della coscienza: la lucidità che conosce la perdita, la carica morale che trasforma l’affetto in rimorso o in rassegnazione. Beverly Hills e New Orleans, città della luce e città dell’umidità, diventano due teatri possibile del vivere quando un uomo è attratto da un altro uomo: la maschera di Shaw e la verità dolorosa di Sullivan sono due risposte storiche all’omosessualità, due modi di abitare la vita che Jim sperimenta senza mai trovare una casa. Vidal non costruisce tanto una trama quanto un’ossessione che riaffiora puntuale anche quando corpo e mente sono lontani: inseguire un sé attraverso il corpo dell’altro, la fedeltà a un ricordo che immobilizza.

La tradizione a cui Vidal si richiama non è semplicemente quella del romanzo psicologico europeo, ma di una modernità più asciutta e analitica. C’è l’eco di Hemingway nella misura della frase e, sotterranea, una malinconia che rimanda a Thomas Mann. Vidal, nella prefazione, dichiara di aver preso a modello Hans Castorp di La montagna incantata, e nei diari Mann accenna alla figura di Jim accostandola alla stesura del Felix Krull. Qui conviene ascoltare il dialogo: Hans e Jim sono giovani sospesi nel tempo, figure di un’educazione sentimentale interrotta, sanatorio e «city» sono spazi dove il tempo si dilata e l’esistenza si osserva più che non si viva. Ma la differenza è decisiva. Mann con Hans esplora la contemplazione come possibile crescita interiore; Vidal con Jim mostra la contemplazione che diventa destino e prigione. Altro è Felix Krull, artista della finzione: egli trasforma la vita in maschera, costruisce identità come opere d’arte; dove Felix si salva mediante il travestimento e il saltare la fila, Jim si perde nella sincerità che la società non sopporta. Mann mette in scena la vertigine del non vero come strumento di conoscenza; Vidal spoglia la finzione fino alla nuda evidenza del desiderio. Il confronto aiuta a comprendere la singolarità morale di questo testo: la scelta dell’autenticità e il prezzo che impone.

Forse è proprio nella nudità di quella presa di posizione che La statua di sale appare sorprendentemente moderna. La scena del capanno sul lago, tra innocenza e rivelazione, anticipa un’immagine che il cinema restituirà quasi a riconoscimento postumo: la tenda isolata sulle montagne di Brokeback Mountain. Stesso silenzio dopo l’atto, stessa paura che l’amore sia più reale del mondo che lo circonda. Non si tratta di un’eco occasionale ma di un prestito iconografico: il romanzo di Vidal consegna alla memoria collettiva un archetipo di tenerezza proibita che la pellicola riporta in immagini con crudeltà e dolcezza.

In questo senso Vidal anticipa e affianca la narrativa di Baldwin e Isherwood, che negli anni seguenti continueranno a dare voce allo stesso bisogno di verità. Ma a differenza di molte opere coeve, Vidal non chiede né compassione né espiazione: mostra, con pietà glaciale, la condizione umana come isolamento. Riletto oggi, il libro sorprende per la sua attualità. In un’epoca che celebra fluidità e libertà, Jim rammenta quanto precaria sia la conquista dell’identità, quanto in fretta la libertà possa ridursi a posa o a dimenticanza. Il suo voltarsi indietro non è mera nostalgia, ma fedeltà a un’esperienza che il mondo non sa nominare: gesto consapevole, irrimediabile, sacrale, che gli apre le porte del suo mondo.

Gore Vidal, che la vita avrebbe poi trasformato in intellettuale caustico, polemista e moralista negli USA, esordisce come moralista del desiderio: narratore di un’innocenza negata, di una purezza che agli occhi altrui si converte in colpa. Oggi, nel centenario della sua nascita, La statua di sale non è più un libro “scandaloso” ma un classico segreto della modernità, un romanzo che continua a parlare della solitudine e del coraggio di dire «io» quando nessuno lo permette. Come Edipo, lo scrittore sceglie la via di Tebe e non quella del santuario oracolare di Delfi: vuole conoscere fino in fondo e accetta la maledizione che ne segue. Ma questa conoscenza, allora condannata come contro natura, oggi suona come il gesto più umano di tutti: guardare in faccia la propria verità perché, in fondo, nulla è giusto, solo la negazione dell’istinto è sbagliata. Anche a costo di diventare sale.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Luca Tosi: “Oppure il diavolo” (TerraRossa, 2025), di Rita Mele

Come se fosse possibile scegliere, come se ci fosse dato di opzionare una volta per tutte da che parte stare e con chi: Dio o il diavolo. Dalla parte delle pentole o dei coperchi. Se questo è un interrogativo che ci attraversa, se il dilemma che ci attanaglia è da che parte stiamo e a chi apparteniamo, beh questo secondo libro di Luca Tosi in uscita a novembre potrebbe farci buona compagnia nel trovare le risposte che fanno al caso nostro. Nelle ottantotto pagine di densa e dinamica narrazione di Oppure il Diavolo, Luca Tosi ci accompagna nel percorso di scoperta, sorprendente quanto possibile, che nella vita arriva il momento di fare pace con Dio e con Diavolo. Che non giochiamo la partita della vita nella squadra di chi fa le pentole oppure in quella di chi fa i coperchi, ma che l’uno e l’altro giocano dentro ognuno di noi sino al momento in cui ci autorizziamo a giocare la vera e unica partita che è la Nostra approvando, accettando, tollerando di essere noi stessi il campo da gioco in cui si muovono i vari giocatori che appartengono al nostro sistema familiare e sociale.

Luca Tosi, promettente autore trentacinquenne cesenate oggi naturalizzato bolognese, dopo tre anni dal suo fortunato esordio da romanziere con Ragazza senza prefazione, selezionato dalla Giuria dei Letterati del Premio Campiello 2022 e finalista al Premio POP 2023, ci propone la seconda prova della sua scrittura jazz raccontando di Natale, di Poggio Berni, del Diavolo e del molto di più a cui lui riesce a dare un ritmo non convenzionale con variazioni su alcuni temi ricorrenti, nella modalità e nell’urgenza espressiva tipica di una composizione jazz. A noi de Il Randagio, Luca Tosi, piace perché più lo leggi e più ne ascolti la voce narrante, più ti lasci portare nei suoi attraversamenti di Poggio Berni e della coscienza di Natale: quello che diremmo un randagio di eccellenza, nel posto giusto al momento giusto, almeno sino a quando rompe gli schemi e si autorizza all’opzione del Diavolo. Saremmo tentati di dirvi di più, ma come si fa a raccontare l’improvvisazione narrativa di un brano jazz, se non lasciandosi portare attraverso la storia in cui si alternano struttura, rottura e ricomposizione? Anche a noi piace rompere gli schemi della recensione letteraria e per questo vi proponiamo una intervista immaginaria a Luca Tosi, ispirata dalla scrittura sincopata di Oppure il Diavolo che creando un senso di slancio o di sorpresa, rende la lettura meno prevedibile e più dinamica. Ecco le tre domande randagie della nostra intervista ipotetica a Luca Tosi, focalizzate sui temi che abbiamo riconosciuto come cruciali per la storia del protagonista, Natale e del Sistema Poggio Berni: 

1. Simbolismo e Nichilismo 

Il nome del protagonista, Natale, è in netto e amaro contrasto con le sue disgrazie e la miseria morale di Poggio Berni. Il titolo stesso, Oppure il diavolo, sembra suggerire una visione nichilista o profondamente pessimistica della condizione umana. Qual è il peso specifico del male e del pregiudizio in questa storia? Natale è davvero una figura “demoniaca” per Poggio Berni, o è piuttosto un anti-eroe che usa la vendetta per denunciare l’ipocrisia della comunità, costringendola a guardare il suo stesso diavolo interiore? 

2. Scelta dell’Ambientazione 

Ha scelto Poggio Berni, una frazione romagnola, come scenario per una storia di isolamento e condanna sociale, un luogo che lei definisce “di molte dicerie e pochi abitanti”. Perché ha scelto la provincia, e in particolare questo microcosmo geografico specifico, per ambientare una storia universale di vendetta e pregiudizio? C’è qualcosa nel dialetto o nella cultura romagnola che amplifica questa particolare miseria umana rispetto ad altri contesti? 

3. Voce Narrativa e Ironia 

La sua scrittura è nota per l’uso di una voce “ironica che sa mostrarci il mondo e i sentimenti come non abbiamo mai pensato possano essere”. In Oppure il diavolo, questa voce appartiene direttamente a Natale. Fino a che punto possiamo fidarci dell’ironia del narratore in prima persona? L’umorismo crudo di Natale è un meccanismo di difesa per seppellire il dolore o è l’unica lente lucida e onesta per osservare una realtà altrimenti insopportabile? 

Luca Tosi risponderà mai alle nostre domande, oppure i nostri lettori randagi correranno a leggere il suo secondo romanzo per mettersi nei suoi panni e dare il proprio senso a questi interrogativi? Chi lo scopre e lo conosce sa che l’originale, sorprendente e non convenzionale Luca Tosi fa sia le pentole che i coperchi e ‘sfratta subito le tracce diaboliche lasciando in sospeso’ giudizi e pregiudizi alla maniera di Rossana… (non possiamo dirvi di più!). 

A proposito di lasciare in sospeso, non vorremmo farlo rinunciando a una domanda che per questo rivolgiamo a Giovanni Turi, lo spietato mentore di Luca Tosi, direttore editoriale di TerraRossa e della Collana Sperimentali ‘dedicata agli scrittori in grado di coniugare solidità narrativa e originalità stilistica’: citare Céline di Viaggio al termine della notte nell’esergo di Oppure il diavolo è una strizzatina d’occhio ai lettori di Tosi per sottintendere che ‘il francese’ è tra i suoi autori di culto, insieme agli americani Carver e Bukowski, al russo Dostoevskij e agli emiliani Bassani e Pedretti? Noi de Il Randagio non facciamo fatica a crederlo, tanto abbiamo riconosciuto in filigrana delle affinità stilistiche nella gestione della lingua parlata e nell’uso della punteggiatura che segna il ritmo emotivo del romanzo. Sintassi frantumata e punteggiatura non convenzionale in entrambi gli autori, ci hanno parlato di una radicale manipolazione delle frasi volta a far coincidere il ritmo della prosa con il ritmo del pensiero e della voce interiore e parlata del protagonista, conferendo al romanzo l’oralità iper-realistica e colloquiale, gergale, diretta sino a suonare scurrile. Lasciando a ciascuno dei due autori la propria unicità di temi e registro. Chi dei due è Dio e chi il Diavolo? Oppure… 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Parliamo di e con Moscabianca Edizioni, di Silvia Lanzi

Vi siete mai innamorati di un libro a prima vista? Non intendo quel sentimento che vi prende quando lo sfogliate, ma un amore puro per il layout di copertina, a prescindere dall’argomento: a me è capitato con i libri dell’editore Moscabianca. Quel formato un po’ sovradimensionato rispetto al solito, cartonatura rigida, immagini incredibilmente strane ed eleganti.
Ma non è solo l’apparenza ad intrigare, il contenuto è un vero scrigno di bellezza e curiosità: storie strane, pseudobiblia, bestiari e affini si squadernano davanti agli occhi del lettore, incantato e affascinato da tanta meraviglia.
La linea editoriale è sostanzialmente bipartita: da una parte libri “scientifici”; dall’altra opere che potremmo definire weird (fantasy e fantascienza in primo luogo), il tutto curato fin nel più minuscolo dettaglio, sicché il piacere profondo della vista si stempera e si compenetra in un piacere intellettuale sottile ma corposo.
Incuriosita da questa esperienza di lettura così particolare, ho provato a contattare la casa editrice. Mi ha risposto Diletta Crudeli, la responsabile editoriale, che mi ha concesso una breve intervista.
Intanto mi ha raccontato che in redazione lavorano tre persone che, oltre a occuparsi tutte della stampa, hanno compiti specifici: oltre a lei, infatti, ci sono anche Silvia La Posta, responsabile editoriale e Federica De Gregorio che si occupa in particolare di Social Media Marketing: un gruppo in rosa – rigorosamente sotto i trentacinque anni – e due collaboratori esterni che si occupano rispettivamente di editing e diritti stranieri: la magia è opera loro.
Ma entriamo nel vivo della chiacchierata.

Da quanto esiste la vostra casa editrice e perché questo nome che è tutto un programma?

Moscabianca è nata nel 2018, con l’intento di pubblicare libri strani e storie capaci di raccontare la realtà senza però farne del tutto parte. Ci piace la narrativa speculativa, insomma, declinata nei generi del fantasy, della fantascienza e del new weird. Moscabianca, come nome, indica proprio questo: qualcosa di particolare e inconsueto. 

Qual è il concept che c’è dietro?

Pensiamo che la narrativa speculativa sia in grado di testimoniare e indicare con estrema chiarezza la realtà che ci circonda. Le tematiche che più ci stanno a cuore – antispecismo, femminismo, identità e crescita – sono elementi forti e parti integranti dei romanzi che pubblichiamo. E non solo i romanzi. Il nostro catalogo si concentra soprattutto sui libri illustrati, che siano bestiari, enciclopedie o romanzi ergodici accompagnati da illustrazioni. Abbiamo anche una collana di storie brevi illustrate, i Cuspidi, una collana Young Adult e infine la nostra nuova collana Fushigi. In quest’ultima autori e autrici ci raccontano in piccoli saggi pop come anime, manga e mangaka hanno plasmato il nostro immaginario. 
Insomma, per noi tematiche e genere si uniscono sempre nel trovare storie capaci di lasciare qualcosa in chi legge, stimolandone ulteriormente immaginazione e riflessione. 

I vostri libri sono molto particolari…
Con quale criterio scegliere i volumi da pubblicare?

Per quanto riguarda la narrativa italiana abbiamo un’email dedicata agli invii che è sempre aperta. Spesso tuttavia ci appoggiamo anche ad agenzie, cosa che accade più di frequente, soprattutto nel caso di romanzi esteri. In generale, per qualsiasi collana, facciamo noi stesse molto scouting. 
Le storie che ci piacciono sono quelle che riescono a declinare in modo nuovo e inaspettato i generi da noi amati e che non hanno paura di “sporcarsi le mani” nel voler raccontare la realtà che ci circonda. Pubblichiamo le storie che noi stesse vorremmo leggere e che speriamo riescano a indicare nuove vie di sopravvivenza in questo mondo sempre più difficile da sostenere.

Quanti libri pubblicate in un anno?

In media facciamo uscire circa 12 titoli, cercando di equilibrare le varie collane. La nostra ultima pubblicazione, uscita il 24 ottobre, è “Bestiario dell’antropocene” (https://moscabiancaedizioni.it/prodotto/bestiario-dell-antropocene/).

Non vediamo l’ora di leggerlo! E, per chi fosse interessato agli altri titoli, una breve consultazione al loro sito, essenziale e ben disegnato, è d’uopo.
Un plauso a queste tre ragazze che hanno saputo creare qualcosa di nuovo e che lo portano avanti con entusiasmo, dimostrando che la cultura, non è qualcosa di vecchio e impolverato, quando non addirittura un po’ ammuffito, ma qualcosa di estremamente vivo e vitale che ci incanta e ci fa riflettere.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).