“Rifugiato: sostantivo maschile, persona che ha trovato rifugio in luogo sicuro; part., individuo che, in seguito alle vicende del proprio paese, ha ottenuto asilo politico in un paese straniero.”
Più brevemente, “rifugiato” fa pensare a uno che in qualche modo ce l’ha fatta, nel senso che respira. Respira a dispetto dei vari decreti “Sicurezza” o “Cutro” che i nostri fantasiosi politici si affannano ad introdurre nel sistema normativo italiano per ridurre protezione ed accoglienza.
Chi invece non ce l’ha fatta sono gli oltre 28.000 migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo dal 2013 al 2023 (di questi, 22.300 lungo la rotta del Mediterraneo centrale).
Chi non ce l’ha fatta sono le “decine” di migranti “dispersi” – pare fossero 66, di cui 26 bambini – che erano sulla barca a vela che si è ribaltata lunedì al largo delle coste calabresi.
Chi non ce l’ha fatta sono il papà e la mamma della tredicenne superstite che i genitori li ha visti morire tra le onde.
E non ce l’ha fatta Satnam Singh, il lavoratore indiano, che sempre lunedì, nei campi vicino Latina, è stato schiacciato da un macchinario che gli ha tranciato il braccio destro e le gambe. Singh lavorava da due anni senza contratto e pare che dopo l’incidente sia stato abbandonato ancora vivo davanti casa con il braccio tagliato in una cassetta per la raccolta degli ortaggi. E’ morto dopo due giorni di agonia, non ce l’ha fatta.
Abbiamo un’umanità che annega vicino casa nostra, che muore di botte e di sevizie un po’ più in là in Libia, in Tunisia, in Turchia, o di stenti nel Sahara. Che quando arriva, se arriva, viene sfruttata come neanche le bestie meriterebbero.
Abbiamo miliardate di soldi pubblici italiani ed europei, cioè nostri, che vengono spese perché l’umanità muoia.
In questo mare magnum c’è, a titolo d’esempio, il simpatico accordo con l’Albania che ha un costo previsto (e sottolineerei “previsto”) di 653 milioni, di cui 252 per le spese di trasferta dei funzionari ministeriali. Soldi nostri perché l’umanità muoia.
Oggi, 20 giugno, è la “Giornata mondiale del Rifugiato”. Noi del Randagio vogliamo celebrarla perché ogni essere umano abbia diritto a sperare e sognare.
Ritenuta per molto tempo un’opera marginale, Le Voci di Marrakech (Die Stimmen von Marrakesch, pubblicato nel 1967) è invece senz’ombra di dubbio uno dei libri più belli e affascinanti di Elias Canetti. Ed essendo anche il più accessibile, può sicuramente considerarsi come il miglior viatico per affrontare l’universo complesso del pensiero del Premio Nobel bulgaro, naturalizzato inglese, di lingua tedesca.
Nato come resoconto di un viaggio del 1954 al seguito di una produzione cinematografica, queste note, meglio dire queste impressioni e riflessioni offrono, in quattordici racconti senza alcuna trama, un sorprendente ritratto della città marocchina e dei suoi abitanti, con straordinarie descrizioni di piazza Djema El Fna, del suk, della Mellah (il quartiere ebraico) e dei loro frequentatori, mendicanti ciechi, bambini, poeti di strada, asini picchiati brutalmente e cammelli portati al macello, tutti, uomini e bestie, accomunati da una drammatica lotta per la sopravvivenza.
Ma non si pensi di poter ridurre il libro di Canetti ad una guida turistica per quanto splendida, in quanto la descrizione della città è personale e disorganica e trascura luoghi d’interesse che il turista potrebbe ritenere imperdibili. Inoltre, le osservazioni della città sono spesso solo lo spunto per digressioni di carattere filosofico universale.
Quegli scorci, quelle piazze e quelle strade, quei vicoli dove perdersi è la normalità, quelle terrazze dei caffè, quei cortili che offrono rifugio dal caos e dai rumori, stimolano non solo l’esplorazione dei luoghi, ma soprattutto invitano ad intraprendere un percorso a ritroso in cui lo straniero viaggia verso se stesso:
“Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza.”
In questo labirinto di strade e di mercati, di posti incantevoli e desolati, Canetti – un po’ flaneur alla Benjamin, un po’ Orwell che nel ‘39 aveva scritto di un suo viaggio in Marocco – tesse una ragnatela di storie vivaci, compone una sinfonia con le voci e i bisbigli, i mormorii e le urla di dolore e di gioia di una vasta gamma di personaggi; inquadra peraltro con le sue acute sequenze anche la pena degli animali, all’ultimo gradino nella scala degli sfruttati e dei derelitti.
Le prime pagine del libro immergono il lettore tra la folla di Djemaa el Fna, la piazza centrale di Marrakech, un microcosmo della città stessa con una sua particolare vitalità. Qui i cantastorie ipnotizzano e catturano il pubblico col racconto di antiche epopee, mentre acrobati, incantatori di serpenti, musicisti e artisti offrono il proprio talento a locali e turisti.
Dalla piazza il narratore si sposta verso il suk, il labirinto di stradine dove riecheggiano le grida melodiche dei venditori d’acqua o i ritmi ipnotici di musica Gnawa che si fondono coi suoni anche religiosi della città, la chiamata alla preghiera dai minareti o i canti mistici sufi.
Una moltitudine di voci ma anche una mescolanza di lingue incomprensibili di mercanti e artigiani e musicisti rivenienti da diversi contesti etnici, comunità culturali distinte che lavorano, vendono, contrattano, suonano gli uni accanto agli altri.
Ci sono uomini che cantano il nome di Allah; o un mendicante cieco, un marabù che si infila in bocca e mastica la moneta ricevuta in elemosina per identificarne il valore ma anche per dare la sua benedizione al donatore:
“Il vecchio aveva finito di masticare e sputò fuori la moneta. Si girò verso di me e il suo volto era raggiante. Recitò per me un versetto di benedizione che ripetè sei volte. La gentilezza e il calore da cui mi sentii pervaso mentre lui parlava, non li ho mai ricevuti da nessun altro essere umano.”
L’atmosfera è decisamente diversa nella Mellah, il quartiere ebraico che peraltro oggi è scomparso. Essendo Canetti sefardita di origine spagnola, la visita alla comunità giudaica di origine iberica dà al suo viaggio il sapore di un ritorno a casa, alle origini. In tal senso Marrakech non è un qualsiasi posto esotico, ma un luogo legato profondamente alla sua storia personale.
Qui lo sguardo dell’autore avverte l’urgenza di penetrare spazi privati, di andare nelle case e nei cortili, catturando momenti reconditi di vita familiare, di solidarietà tra vicini, di relazioni interpersonali. Se nella descrizione della varia umanità osservata negli spazi aperti Canetti ci costringe a confrontarci con i nostri pregiudizi, ad abbracciare la diversità, ad imparare la lezione di convivenza di Marrakech; dall’altra parte, nel mostrarci lo svolgersi nella Mellah della vita a porte chiuse, ci invita ad apprezzarne il senso della comunità, ad essere genuinamente empatici, a predisporci positivamente all’ascolto dei meno fortunati. Scrive: “La mancanza di tempo è mancanza di empatia per il mondo.”
Occupandosi di una città ancora all’ombra del protettorato francese, Il libro suscita e ha suscitato giocoforza dibattiti sulla difficile questione dei rapporti tra Oriente e Occidente, tra islam, ebraismo e cristianesimo, tra colonialisti e colonizzati, sfruttatori e sfruttati. L’autore è stato da più parti accusato, forse a ragione, di un approccio “orientalista”, secondo la definizione di Edward Said, per aver adottato un certo numero di stereotipi e di cliché: l’Oriente misterioso del genere Mille e una notte, il potere erotico delle donne orientali, la pigrizia degli arabi, i cammelli, i bazar, la violenza sugli animali, ecc… Un’altra accusa mossa all’autore è di scarso interesse per i problemi sociali, politici ed economici, non avendo tenuto conto delle forti tensioni tra popolazione locale e colonizzatori (il viaggio è del ’54 e l’indipendenza del Marocco verrà conseguita nel ’56). C’è stato anche chi ha tacciato Canetti di razzismo e di misoginia, laddove invece ci sembra che abbia proposto, come già detto, una visione sensibile ed empatica, mai giudicante, sottolineando gli aspetti di pluralità etnica, culturale e religiosa. Potremmo senz’altro sbagliare, ma non crediamo infatti che Le voci di Marrakech abbiano una finalità “ideologica”, o che l’intenzione di Canetti, fatta salva la dimensione etnologica e antropologica, fosse quella di produrre un lavoro di saggistica erudita, bensì un’opera decisamente letteraria, poetica e narrativa, che celebra la gioia per tutto ciò che è umano.
“Quando si viaggia si prende tutto come viene, lo sdegno rimane a casa. Si osserva, si ascolta, ci si entusiasma per le cose più atroci solo perché sono nuove. I buoni viaggiatori sono gente senza cuore.”
Le voci di Marrakech, infatti, sono prima di tutto un’esperienza mistica e sensoriale, che immerge i lettori nelle immagini, nei suoni e negli aromi di spezie e d’incenso. Un mondo in cui lingue, tradizioni, storie e religioni si fondono armoniosamente, creando un patchwork di vita ricco e complesso. Dalle vivaci piazze ai vicoli stretti e ai mercati, la capitale culturale del Marocco del ’54 emerge come una città che esalta le differenze e abbraccia la moltitudine. Un felice esempio di convivenza che vedrà un punto di rottura proprio nel ’67, l’anno di pubblicazione del libro che coincide con la guerra dei sei giorni; e che risulta di grande attualità ed interesse oggi se si considera col senno di poi il manifestarsi di integralismi e fanatismi nell’ultima parte del Novecento e in questo primo scorcio di millennio.
Voci, citazioni acustiche, suoni che sopravvivono a tutti gli altri suoni: ogni pagina del romanzo è come la traccia di una playlist o l’episodio di un podcast, ogni racconto mette il lettore all’ascolto. E a me che non amo particolarmente gli audiolibri è capitato tra l’altro di avvicinarmi a Le voci di Marrakech nella versione recitata a Radio 3 (“ad alta voce”) da Toni Servillo, che è un’esperienza facile da recuperare e che, in questo caso specifico, mi sento di consigliare. Segnalo infine che su YouTube è possibile reperire stralci di una lettura del 1985 dello stesso autore, vecchio, provato, ansimante, che risulta commuovente anche per chi non mastica alcuna parola di tedesco.
Super Deluxe, tra l’India e la Svezia, suonano reggae con influenze di musica indiana e un tocco di rock’n roll;
Popkulies & Rebecca, nati a Berlino nel 2006, si spostano nel sud della Francia, poi a Capo Verde, infine in Danimarca. Acustica fusa all’elettronica e la voce malinconica di Rebecca;
M.B.T’s Sound, Congo funky;
Hinds, duo rock al femminile di Madrid;
Nusrat Fateh Ali Khan, scomparso nel ’97, è il musicista pakistano più famoso al mondo grazie anche alle collaborazioni con Peter Gabriel e l’etichetta Real World. Cantante di qawwali, musica religiosa sufi;
Black Uhuru, gruppo reggae giamaicano nato nel 1972; progetto che nasce dall’incontro delle ninnananna Bantu con la musica elettronica e l’hip hop;
Sahra Halgan, cantante e attivista del Somaliland;
N’Gou Bagayoko, chitarrista del Sud-Est del Mali. In questo brano è accompagnato dalla moglie Nahawa Doumbia, una cantante molto popolare della regione Wassoulou;
Tinariwen, gruppo Tuareg, i cui musicisti vengono da Mali e Algeria. Suonano il Tishoumaren, un mix di musica tradizionale e blues;
Amir Perelman, cresciuto in Israele, fonde il Jazz con la tradizione indiana, armena e mediterranea;
Ryuichi Sakamoto, scomparso nel 2023, è molto probabilmente il più noto compositore giapponese, per la collaborazione con David Bowie e le numerose colonne sonore, tra cui L’ultimo imperatore e Il tè nel deserto;
David Sylvian, inglese, classe 1958, è stato il cantante dei Japan per poi intraprendere dal 1983 la carriera solista proponendo un’elettronica tra l’intimismo e l’avanguardia;
Majid Bekkas, Rachid Zeroual, African Gnaoua Blues, musica berbera del sud del Marocco.
Venerdì 12 agosto 2022, alle undici meno un quarto di una mattinata di sole, nel nord dello Stato di New York, sono stato aggredito e quasi ucciso da un giovane armato di coltello.
Così inizia “Coltello”, l’ultimo lavoro di Salman Rushdie, il libro che lo scrittore indiano naturalizzato britannico “non avrebbe mai voluto scrivere”, meno di trecento pagine dedicate alle Donne e agli Uomini che gli “hanno salvato la vita”.
L’Autore ricostruisce i momenti salienti dell’aggressione di cui è stato vittima, all’età di 75 anni, a più di trent’anni dalla fatwa emessa dall’ayatollah Khomeyni, guida suprema dell’Iran, pronunciata contro di lui per la pubblicazione de “I versi satanici” del 1988, romanzo ispirato a fatti realmente accaduti, che parlava di sradicamento, razzismo e soprattutto di fanatismo religioso.
L’attentato è avvenuto nel corso di una conferenza ad opera di un ventiquattrenne americano di origine libanese di fede islamica, che ha sferrato in 27 secondi una quindicina di coltellate sul corpo della vittima determinando danni irreversibili: la perdita definitiva di un occhio e dell’uso di alcune dita di una mano.
Come se ripercorresse quegli attimi al rallentatore, Rushdie scrive:
Alla vista di quella sagoma assassina lanciata contro di me, il mio primo pensiero è stato: “sei tu, dunque. Eccoti qui”.
E più avanti:
Il mio secondo pensiero è stato: “Perché ora? Davvero? È passato così tanto tempo. Perché proprio adesso dopo tutti questi anni?”. […] in quel momento, c’era una sorta di viaggiatore del tempo che avanzava rapido verso di me, un fantasma assassino giunto dal passato.
Nel libro Rushdie non sembra aver voglia di approfondire più di tanto le motivazioni dell’attentatore. Al centro della storia in effetti c’è un incontro immaginario tra la vittima ed il suo carnefice, ma le domande dell’autore vanno a sbattere contro i silenzi del suo aspirante assassino. Lo chiama “A.”, a mo’ di vendetta, per evitare perfino di menzionarlo con il suo nome. Poco gli interessano le ragioni di un uomo che congegna l’uccisione di un altro essere umano (che peraltro non conosce affatto) e che decide di eseguire una condanna a morte basata sulle pagine di un’opera di cui non ha mai letto un rigo (per la precisione l’attentatore confesserà di averne letto due pagine).
Siamo piuttosto di fronte ad una raccolta di scene a volte orribili, altre delicate, che raccontano come in un rosario ogni singola sofferenza e gli stadi di un lungo e miracoloso processo di guarigione; il tutto intriso di quell’ironia e di quell’arguzia che sono tra i tratti distintivi dell’opera di Rushdie. Quell’autoironia molto britannica che si trova per esempio laddove lo scrittore descrive di essere a terra tra la vita e la morte e si rammarica per il suo bell’abito Ralph Lauren irrimediabilmente macchiato di sangue, da tagliare per la verifica delle ferite. O l’umorismo nero di quando parla della perdita dell’occhio destro che penzola sul viso “come un uovo a malapena sodo”. O ancora quando si rallegra per il fatto che settimane di ricovero in ospedale gli hanno tolto i chili di troppo, aggiungendo tra parentesi “(anche se tutti concordavamo sul fatto che non fosse un tipo di dieta da consigliare)”.
Ma Il coltello può considerarsi anche come una lunga lettera di riconoscenza alla sua ultima moglie, la scrittrice Rachel Eliza Griffiths, a voler dimostrare che non si sarebbe potuto umanamente tollerare tutto quell’odio senza l’amore ricevuto nella lunga convalescenza. Il racconto di Rushdie del loro primo incontro a una festa nel 2018 è degno di una commedia di Woody Allen. Lo scrittore, confuso dalla bellezza di Eliza, si rompe gli occhiali sbattendo contro una vetrata e finisce a terra col volto coperto di sangue. Quell’occasione avrà un esito felice: la futura moglie lo accompagna a casa e, da quel momento, resterà con lui.
Il coltello si avvia alla conclusione con una scena magnifica nella sua crudezza. Tredici mesi dopo l’attentato, lo scrittore decide di tornare “sul luogo del delitto” in compagnia di Eliza (che non era presente il giorno della conferenza), passando prima per la prigione dove è rinchiuso il terrorista. Ovviamente non ha nessuna intenzione di andarlo a trovare. Di fronte al carcere della contea, Rushdie viene preso, piuttosto che dal dolore, da una felicità che non avrebbe mai immaginato: è felice di essere vivo, mentre A. è dietro le sbarre in attesa del processo.
Forse, nei decenni di carcere che ti aspettano, imparerai l’introspezione e arriverai a capire di aver fatto una cosa sbagliata. Ma sai che c’è? Non mi interessa. […]. Non m’interessa nulla di te, né dell’ideologia di cui ti proclami rappresentante e che rappresenti così miseramente. Io ho la mia vita, e il mio lavoro, e ci sono persone che mi vogliono bene. Queste sono le cose che mi interessano.
La tua intrusione nella mia vita è stata violenta e mi ha provocato dei danni, ma ora la mia vita è ripresa, ed è una vita piena d’amore. Non so che cosa riempirà i tuoi giorni da carcerato, ma sono abbastanza sicuro che non sarà l’amore. E se mai penserò a te in futuro, lo farò con una noncurante scrollata di spalle. Non ti perdono, ma nemmeno ti odio. Sei semplicemente irrilevante per me. E d’ora in poi, per il resto dei tuoi giorni, sarai irrilevante anche per tutti gli altri. Sono felice di avere la mia vita e non la tua. La mia vita continua.
Nell’espressione spietata del suo disprezzo, c’è tutto l’orgoglio e il trionfo dello scrittore, che scongiura il male e la morte e cura le ferite attraverso le parole; che è consapevole di aver risposto armato con la penna e con l’Arte al tumulto delle avversità e della violenza; che sa finalmente di aver vinto – con il lascito dei suoi libri – anche il timore di essere ricordato più per la fatwa e per il suo status di vittima che per le sue qualità artistiche.
Il coltello, sottotitolato “meditazioni dopo un tentato assassinio” si aggiunge ai saggi dell’ampia bibliografia di Rushdie. Il lettore che ha conosciuto i suoi romanzi più famosi non resti deluso dalle scarse qualità letterarie di questo libro. Qui giocoforza manca la fantasia delle sue opere migliori, avendo l’autore l’obiettivo di evocare soprattutto i fatti della propria drammatica esperienza. Come succede però nei buoni saggi il libro è ricco di riferimenti cinematografici (da Il viaggio sulla luna a Un Chien Andalou) e letterari (dal Processo di Kafka a Re Lear, da Naguib Mahfuz anch’egli scampato ad un attentato al Saramago di Cecità). Ma alcune pagine basterebbero da sole per commuovere l’appassionato di letteratura. Sono quelle in cui Rushdie, che lentamente torna alla vita, si confronta con la morte che si annida e si annuncia tra i suoi colleghi scrittori: Milan Kundera, Hanif Kureishi, l’ultima cena a New York con Martin Amis, il cancro diagnosticato al suo grande amico Paul Auster.