Hilary Tiscione: Setole (Polidoro), di Gigi Agnano

In una meravigliosa villa nelle Isole Hawaii di proprietà di un batterista di fama internazionale, in un agosto “ustionato” dove ogni giorno è  un capitolo come nel diario di un’adolescente, si svolge “Setole”, il secondo romanzo di Hilary Tiscione, edito da Polidoro nella collana Interzona diretta da Orazio Labbate.

Un romanzo duro, claustrofobico, doloroso, con una forza sconvolgente fin dalle prime pagine; un libro che parla del vuoto, dell’assenza e dell’attesa. Che esplora le vite di personaggi afflitti e disastrati che si muovono tutti – a parte che in un paio di sporadiche e più o meno brevi feste in spiaggia – tra le stanze, la piscina, il giardino, il bar, il viale e la dependance della lussuosa casa in collina da cui si vede in lontananza l’Oceano. 

Potrebbe essere un luogo incantevole, foriero di serenità e rilassatezza, un presagio di bella vita, ma tutt’intorno alla villa anche la natura è sofferente – in questo l’autrice è quasi ossessivamente “leopardiana” -, come a rispecchiare il disagio esistenziale dei suoi abitanti: si sentono gli animali “litigare”, i gatti azzuffarsi, i cani “hanno pochi denti e disfano il cibo premendo la lingua contro il palato”, gli insetti e le rane vanno a morire in piscina, i pipistrelli in cerca del buio sono “come schizzati mossi da qualche rabbia”, le falene “volteggiano cadendo sull’erba come foglie sconvolte in fin di vita”.

Protagonista e voce narrante per gran parte del romanzo è la diciassettenne Lena alle prese con le tortuosità dell’adolescenza, una via di mezzo tra Lolita e la Liv Tyler di “Io ballo da sola”. Dice:

“Sento nello stomaco una specie di ventosa che crea una depressione sotto l’esofago, ho fame, ma non c’è nulla che mangerei. Penso di tirarmi su dal letto e resto ferma come un avanzo di torta indurito. L’aria calda mi prende la fronte come avessi l’influenza.  Mi ficca nella mente una sensazione di minaccia.”

Mira, la madre di Lena, ex modella quarantacinquenne, sta generalmente nella sua stanza. Dorme o si crogiola nella sua depressione, nella “galleria del dispiacere”. Di tanto in tanto si affaccia alla finestra “regalando miseria all’aria” e, nelle rare volte in cui compare, crea imbarazzo alla ragazza, fino a determinare l’episodio centrale della trama che preferiamo sia il lettore a scoprire. Basti dire che alla voglia di vita e al desiderio di “normalità” dell’adolescente fa da contraltare il disordine morale della madre che come un dispenser naturale di disagio farà irruzione nella storia e nella vita della figlia con la sua melodrammatica inquietudine.

Va detto che entrambe le donne stanno vivendo con sofferenza, rimorsi e sensi di colpa l’abbandono, più precisamente la scomparsa di Al, padre e marito, una presenza invisibile che tutti aspettano consapevoli dell’inutilità dell’attesa.

È una crisi di gelosia di Mira contro l’invisibile marito che dà il titolo al libro ed è lo snodo delle vicende più drammatiche del racconto: le setole dello spazzolino di Al  le generano una tale rabbia mista a disgusto da farle scagliare il contenitore d’argento contro lo specchio del bagno che va in frantumi ferendola.

Un altro personaggio chiave del romanzo è Cino dallo “sguardo velato”, il factotum della villa, di una saggezza che viene dal suo vissuto tanto misterioso quanto doloroso. Tutti lo trattano con deferenza perché è il solo “in famiglia” ad avere un comportamento comprensivo e affettuoso, l’unico che tenta di favorire un contesto amorevole. L’unico forse ad avere una qualche autorevolezza.

“Da quando lo conosco porta il pizzo, anni fa era corvino, adesso è rigato da una specie di madreperla che gli calza con euforia quella sua faccia scaltra. I capelli che si dividono nel centro gli fanno due onde sommesse ai lati delle tempie. Seguono l’arco cedevole del volto che guarda distante in luoghi appartati. Ha le labbra sedute in un’espressione che ha dimestichezza con la vita. Sembrano beffarsi di noi tutti con perenne educazione.”

Infine, come in ogni villa lussuosa un po’ fabbrica di San Pietro, c’è un cantiere e degli operai. E tra gli operai c’è il giovane ed avvenente Rocco, che presto diventerà il fidanzato di Lena, quello col quale consumerà la sua prima volta nel ventre cavo di un grande albero.

La Tiscione fa indiscutibilmente un ottimo lavoro stilistico nell’enfatizzare la sofferenza personale dei protagonisti, nel mettere su carta le loro vite interiori, le fragilità e le solitudini, anche se si tratta, d’altronde come succede nella realtà, di rebus irrisolvibili; nel disegnare le atmosfere di tensione e di attesa di una sciagura imminente, di  una “calamità alle porte”; nel descrivere, grazie a una lingua e a un ritmo molto interessanti, rumori e odori, restituendo al lettore un’esperienza sensoriale a volte anche disturbante, in un romanzo cui è difficile non attribuire, anche per la qualità dei dialoghi, una grande forza cinematografica. Nella quarta di copertina si parla correttamente de “Il giardino delle vergini suicide” di Sofia Coppola (tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides), ma a me ha fatto anche pensare – quasi fosse una naturale conseguenza della lettura – alla famosa scena finale di Zabriskie Point in cui Daria immagina che la villa esploda a ralenti con tutte le sue suppellettili nella luce del tramonto.

Gigi Agnano

Musica Randagia: la playlist di luglio 2024

Abou Diarra, Marina Herlop, Galliano, The Zawose Queens, Boubacar Traorè, Rasha, The Smile, Tirzah e altri per la terza playlist di Musica Randagia.

La playlist di musica randagia

I musicisti:

Tikoubaouine, gruppo algerino di desert blues, originario di Tamanrasset. Cantano in Targui, uno dei dialetti Tuareg;

Abou Diarra, di Sikasso nel Mali, è un virtuoso di n’goni, uno strumento a corde dell’Africa Centrale;

Marina Herlop, trentaduenne catalana;

Fatou Seidi Ghali, tuareg del Niger, anche in duo ne Les Filles de Illighadad. E’ una delle pochissime chitarriste nigeriane;

Galliano, gruppo londinese nato nei locali underground a metà anni Ottanta;

Ballakè Sissoko, maliano, suona la kora, strumento a corde tradizionale originario dell’etnia mandingo/malinke, diffuso in tutta l’Africa Occidentale;

The Zawose Queens, tanzaniane di etnia Wagogo;

Bab L’Bluz, gruppo marocchino;

Les Filles de Illighadad, duo femminile nigeriano;

Boubacar Traorè, nato nell’ovest del Mali, chitarrista, cantante e autore;

The Smile, gruppo fondato nel 2022 dal frontman dei Radiohead Thom Yorke;

Rasha, sudanese, amalgama tradizione nubiana col blues del Sahel, il jazz ed il reggae con musicalità flamenche;

Kalabrese, svizzero di Zurigo come Sarah Palin che l’accompagna in questo brano;

Rajery, malgascio, musicista di valiha, uno strumento a corde simile alla cetra tipico del Madagascar;

Ignacio Maria Gomez, argentino di Bariloche, ma cittadino del mondo, eternamente in viaggio;

Tirzah, cantautrice londinese.

Per ascoltare la playlist randagia di luglio, clicca sulla foto:

Alan Sillitoe: La solitudine del maratoneta (Minimum Fax – trad. Vincenzo Mantovani), di Gigi Agnano

“La solitudine del maratoneta” è il primo di una raccolta di nove racconti dello scrittore britannico Alan Sillitoe (1928 – 2010) pubblicata nel 1959 con lo stesso titolo. Ha come protagonista Smith, un adolescente scontroso e senza futuro di un quartiere operaio di Nottingham, che viene condannato alla reclusione in un riformatorio per giovani delinquenti per aver derubato una panetteria. Il direttore del carcere – il “bastardo” – nota che il ragazzo ha un fisico adatto alla corsa e gli consente di allenarsi per un’importante gara podistica, la cui vittoria rappresenterebbe un’opportunità per il prestigio del Riformatorio.

“ «Noi vogliamo che qui si lavori sodo e onestamente, e vogliamo della buona atletica», disse anche. «E se tu ci darai queste due cose, sta’ pur certo che ti tratteremo bene e che quando ti rispediremo nel mondo sarai un uomo onesto». Be’, a momenti crepavo dal ridere… “

In cambio gli offre un carico di lavoro più blando e Smith, benché riluttante, accetta il baratto per godere del privilegio di una libertà mitigata, fatta di corse mattutine nella campagna intorno al riformatorio, quando nel silenzio dell’alba i piedi risuonano sulla terra e per il gelo “perfino gli uccelli non hanno il coraggio di cantare”

“ A volte penso che non sono mai stato tanto libero come durante quel paio d’ore in cui trotterello su per il sentiero fuori dai cancelli e svolto davanti alla quercia panciuta e nuda in fondo al viottolo. Tutto è morto, però va bene così, perché è morto prima di essere vivo, non morto dopo esser stato vivo. ”

Ma quando arriva il giorno della gara il ragazzo, pur di affermare i propri valori e rivendicare il suo spirito libero e la sua indipendenza, butta al vento la vittoria ed ogni possibilità di redenzione: dopo aver superato e distaccato tutti gli altri corridori, a pochi metri dal traguardo, smette di correre e perde volutamente la gara, consapevole che quel gesto di sfida e di ribellione al sistema repressivo carcerario e più in generale alla società gli costerà caro. 

“Quel bastardo rimbecillito del nostro direttore, quel negriero mezzo morto e incancrenito, è vuoto come una latta da benzina usata, e vuole che io e la mia vita di corridore gli diamo la gloria, gli mettiamo dentro sangue e vene pulsanti che non ha mai avuto…”

Nelle poche pagine di un racconto Sillitoe scrive qualcosa di potente e di provocatorio rappresentando le difficoltà e la crudezza della vita della classe operaia nell’Inghilterra del dopoguerra. Attraverso una narrazione in prima persona Smith racconta, con una serie di flashback, il suo passato travagliato, che non avrebbe potuto portarlo in altro luogo se non in un centro di detenzione minorile. Sono gli anni  disperati della morte per cancro del padre, di un’indennità che non basta a sfamarlo anche a causa della madre, trasandata e patetica, che la sperpera per cose superflue come una pelliccia, un tappeto, torte, un televisore. È il tempo dei piccoli furti e della rapina che lo metterà nei guai. In riformatorio però scopre il suo unico talento, quello per la corsa di resistenza. Correre sulle lunghe distanze comporta sacrificio, isolamento, alienazione e funge da evidente metafora del percorso esistenziale del ragazzo, schiacciato dalla solitudine, dalla povertà e dalle privazioni.

La natura del monologo interiore tende a sottolineare lo scontro tra “loro” e “noi”, tra coloro che sostengono e perpetuano il sistema che vuole intrappolare quelli come Smith e quelli come Smith che non stanno al gioco, i fuorilegge. All’inglese elegante del direttore e dei suoi amici fa da contraltare il linguaggio rozzo e colloquiale del narratore, che correndo in solitudine riflette e sviluppa un suo peculiare senso della moralità che non lascia spazio all’acquiescenza.

“… e allora compresi che cos’era la solitudine del maratoneta in corsa attraverso la campagna, rendendomi conto che per quanto mi riguardava questa sensazione era l’unica onestà e realtà esistente al mondo e che io, sapendolo, non sarei mai stato diverso, quali che fossero le mie sensazioni in certi momenti, e qualsiasi cosa gli altri cercassero di dirmi.”

Sillitoe è un maestro nel presentare al lettore il dilemma morale del suo protagonista che sarebbe anche attratto dalla possibilità di riscattarsi grazie allo sport da un’esistenza a dir poco complicata, ma la rabbia, il suo istinto ribelle, il desiderio di battersi contro una società ingiusta finiranno col prevalere. È la dichiarazione di una guerra già persa, non essendoci alcuna speranza di un cambiamento sociale, ma almeno Smith si prende lo sfizio di vincere una battaglia, dimostrando che l’individuo può avere una capacità di resistenza superiore alle aspettative, imprevedibile. In questo senso, “La solitudine del maratoneta” a ben guardare non è la storia di una sconfitta, ma il racconto attualissimo di un giovane che, consapevole del suo suo status di perdente, si rifiuta di accettare i valori di una vecchia generazione che è evidente abbia fallito. E Smith è proprio la prova di quel fallimento: il sistema di detenzione non riabilita nessuno e i metodi del direttore che quel sistema rappresenta non riusciranno mai a cambiarlo e ad ammaestrarlo (come un “cavallo da corsa umano”).

La solitudine del maratoneta è un testo avvincente, poetico e di grande musicalità; è forse una delle migliori indagini letterarie sul tema della ribellione, un racconto schietto, poetico e inquietante come autentico, lirico e inquieto è il suo protagonista.

Anche se Sillitoe non amava l’etichetta, la critica lo inserisce nella schiera di autori contestatori degli anni ‘50, i cosiddetti “Angry Young Men”, Giovani Arrabbiati (tra questi il più famoso è molto probabilmente John Osborne di Ricorda con rabbia), caratterizzati dall’urgenza di tradurre in letteratura una rabbia furiosa e accomunati dall’origine operaia e da una critica profonda contro l’establishment sociale e culturale. Nello specifico, Sillitoe, che aveva lavorato in una fabbrica di biciclette dall’età di 14 anni, che veniva da una famiglia operaia spesso sull’orlo della fame e che conosceva il senso del conflitto di classe, è stato uno dei primi scrittori a mandare in frantumi con estremo realismo, una prosa priva di ornamenti e uno stile sobrio, la classica rappresentazione del proletariato sentimentale, melodrammatica e stucchevole che aveva caratterizzato fino a quel momento gran parte della letteratura.

Gigi Agnano

20 giugno – Giornata Mondiale del Rifugiato, di Gigi Agnano (grafica di Anna Di Rosa)

“Rifugiato: sostantivo maschile, persona che ha trovato rifugio in luogo sicuro; part., individuo che, in seguito alle vicende del proprio paese, ha ottenuto asilo politico in un paese straniero.” 

Più brevemente, “rifugiato” fa pensare a uno che in qualche modo ce l’ha fatta, nel senso che respira. Respira a dispetto dei vari decreti “Sicurezza” o “Cutro” che i nostri fantasiosi politici si affannano ad introdurre nel sistema normativo italiano per ridurre protezione ed accoglienza. 

Chi invece non ce l’ha fatta sono gli oltre 28.000 migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo dal 2013 al 2023 (di questi, 22.300 lungo la rotta del Mediterraneo centrale). 

Chi non ce l’ha fatta sono le “decine” di migranti “dispersi” – pare fossero 66, di cui 26 bambini – che erano sulla barca a vela che si è ribaltata lunedì al largo delle coste calabresi. 

Chi non ce l’ha fatta sono il papà e la mamma della tredicenne superstite che i genitori li ha visti morire tra le onde.

E non ce l’ha fatta Satnam Singh, il lavoratore indiano, che sempre lunedì, nei campi vicino Latina, è stato schiacciato da un macchinario che gli ha tranciato il braccio destro e le gambe. Singh lavorava da due anni senza contratto e pare che dopo l’incidente sia stato abbandonato ancora vivo davanti casa con il braccio tagliato in una cassetta per la raccolta degli ortaggi. E’ morto dopo due giorni di agonia, non ce l’ha fatta.

Abbiamo un’umanità che annega vicino casa nostra, che muore di botte e di sevizie un po’ più in là in Libia, in Tunisia, in Turchia, o di stenti nel Sahara. Che quando arriva, se arriva, viene sfruttata come neanche le bestie meriterebbero.

Abbiamo miliardate di soldi pubblici italiani ed europei, cioè nostri, che vengono spese perché l’umanità muoia. 

In questo mare magnum c’è, a titolo d’esempio, il simpatico accordo con l’Albania che ha un costo previsto (e sottolineerei “previsto”) di 653 milioni, di cui 252 per le spese di trasferta dei funzionari ministeriali. Soldi nostri perché l’umanità muoia.

Oggi, 20 giugno, è la “Giornata mondiale del Rifugiato”. Noi del Randagio vogliamo celebrarla perché ogni essere umano abbia diritto a sperare e sognare.

Gigi Agnano

Elias Canetti: Le voci di Marrakech (Adelphi – trad. Bruno Nacci), di Gigi Agnano

Ritenuta per molto tempo un’opera marginale, Le Voci di Marrakech (Die Stimmen von Marrakesch, pubblicato nel 1967) è invece senz’ombra di dubbio uno dei libri più belli e affascinanti di Elias Canetti. Ed essendo anche il più accessibile, può sicuramente considerarsi come il miglior viatico per affrontare l’universo complesso del pensiero del Premio Nobel bulgaro, naturalizzato inglese, di lingua tedesca.  

Nato come resoconto di un viaggio del 1954 al seguito di una produzione cinematografica, queste note, meglio dire queste impressioni e riflessioni offrono, in quattordici racconti senza alcuna trama, un sorprendente ritratto della città marocchina e dei suoi abitanti, con straordinarie descrizioni di piazza Djema El Fna, del suk, della Mellah (il quartiere ebraico) e dei loro frequentatori, mendicanti ciechi, bambini, poeti di strada, asini picchiati brutalmente e cammelli portati al macello, tutti, uomini e bestie, accomunati da una drammatica lotta per la sopravvivenza. 

Ma non si pensi di poter ridurre il libro di Canetti ad una guida turistica per quanto splendida, in quanto la descrizione della città è personale e disorganica e trascura luoghi d’interesse che il turista potrebbe ritenere imperdibili. Inoltre, le osservazioni della città sono spesso solo lo spunto per digressioni di carattere filosofico universale.

Quegli scorci, quelle piazze e quelle strade, quei vicoli dove perdersi è la normalità, quelle terrazze dei caffè, quei cortili che offrono rifugio dal caos e dai rumori, stimolano non solo l’esplorazione dei luoghi, ma soprattutto invitano ad intraprendere un percorso a ritroso in cui lo straniero viaggia verso se stesso: 

“Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza.”

In questo labirinto di strade e di mercati, di posti incantevoli e desolati, Canetti – un po’ flaneur alla Benjamin, un po’ Orwell che nel ‘39 aveva scritto di un suo viaggio in Marocco – tesse una ragnatela di storie vivaci, compone una sinfonia con le voci e i bisbigli, i mormorii e le urla di dolore e di gioia di una vasta gamma di personaggi; inquadra peraltro con le sue acute sequenze anche la pena degli animali, all’ultimo gradino nella scala degli sfruttati e dei derelitti.

Le prime pagine del libro immergono il lettore tra la folla di Djemaa el Fna, la piazza centrale di Marrakech, un microcosmo della città stessa con una sua particolare vitalità. Qui i cantastorie ipnotizzano e catturano il pubblico col racconto di antiche epopee, mentre acrobati, incantatori di serpenti, musicisti e artisti offrono il proprio talento a locali e turisti. 

Dalla piazza il narratore si sposta verso il suk, il labirinto di stradine dove riecheggiano le grida melodiche dei venditori d’acqua o i ritmi ipnotici di musica Gnawa che si fondono coi suoni anche religiosi della città, la chiamata alla preghiera dai minareti o i canti mistici sufi. 

Una moltitudine di voci ma anche una mescolanza di lingue incomprensibili di mercanti e artigiani e musicisti rivenienti da diversi contesti etnici, comunità culturali distinte che lavorano, vendono, contrattano, suonano gli uni accanto agli altri.

Ci sono uomini che cantano il nome di Allah; o un mendicante cieco, un marabù che si infila in bocca e mastica la moneta ricevuta in elemosina per identificarne il valore ma anche per dare la sua benedizione al donatore:

“Il vecchio aveva finito di masticare e sputò fuori la moneta. Si girò verso di me e il suo volto era raggiante. Recitò per me un versetto di benedizione che ripetè sei volte. La gentilezza e il calore da cui mi sentii pervaso mentre lui parlava, non li ho mai ricevuti da nessun altro essere umano.”

L’atmosfera è decisamente diversa nella Mellah, il quartiere ebraico che peraltro oggi è scomparso. Essendo Canetti sefardita di origine spagnola, la visita alla comunità giudaica di origine iberica dà al suo viaggio il sapore di un ritorno a casa, alle origini. In tal senso Marrakech non è un qualsiasi posto esotico, ma un luogo legato profondamente alla sua storia personale. 

Qui lo sguardo dell’autore avverte l’urgenza di penetrare spazi privati, di andare nelle case e nei cortili, catturando momenti reconditi di vita familiare, di solidarietà tra vicini, di relazioni interpersonali. Se nella descrizione della varia umanità osservata negli spazi aperti Canetti ci costringe a confrontarci con i nostri pregiudizi, ad abbracciare la diversità, ad imparare la lezione di convivenza di Marrakech; dall’altra parte, nel mostrarci lo svolgersi nella Mellah della vita a porte chiuse, ci invita ad apprezzarne il senso della comunità, ad essere genuinamente empatici, a predisporci positivamente all’ascolto dei meno fortunati. Scrive: “La mancanza di tempo è mancanza di empatia per il mondo.”

Occupandosi di una città ancora all’ombra del protettorato francese, Il libro suscita e ha suscitato giocoforza dibattiti sulla difficile questione dei rapporti tra Oriente e Occidente, tra islam, ebraismo e cristianesimo, tra colonialisti e colonizzati, sfruttatori e sfruttati. L’autore è stato da più parti accusato, forse a ragione, di un approccio “orientalista”, secondo la definizione di Edward Said, per aver adottato un certo numero di stereotipi e di cliché: l’Oriente misterioso del genere Mille e una notte, il potere erotico delle donne orientali, la pigrizia degli arabi, i cammelli, i bazar, la violenza sugli animali, ecc… Un’altra accusa mossa all’autore è di scarso interesse per i problemi sociali, politici ed economici, non avendo tenuto conto delle forti tensioni tra popolazione locale e colonizzatori (il viaggio è del ’54 e l’indipendenza del Marocco verrà conseguita nel ’56). C’è stato anche chi ha tacciato Canetti di razzismo e di misoginia, laddove invece ci sembra che abbia proposto, come già detto, una visione sensibile ed empatica, mai giudicante, sottolineando gli aspetti di pluralità etnica, culturale e religiosa. Potremmo senz’altro sbagliare, ma non crediamo infatti che Le voci di Marrakech abbiano una finalità “ideologica”, o che l’intenzione di Canetti, fatta salva la dimensione etnologica e antropologica, fosse quella di produrre un lavoro di saggistica erudita, bensì un’opera decisamente letteraria, poetica e narrativa, che celebra la gioia per tutto ciò che è umano.

“Quando si viaggia si prende tutto come viene, lo sdegno rimane a casa. Si osserva, si ascolta, ci si entusiasma per le cose più atroci solo perché sono nuove. I buoni viaggiatori sono gente senza cuore.”

Le voci di Marrakech, infatti, sono prima di tutto un’esperienza mistica e sensoriale, che immerge i lettori nelle immagini, nei suoni e negli aromi di spezie e d’incenso. Un mondo in cui lingue, tradizioni, storie e religioni si fondono armoniosamente, creando un patchwork di vita ricco e complesso. Dalle vivaci piazze ai vicoli stretti e ai mercati, la capitale culturale del Marocco del ’54 emerge come una città che esalta le differenze e abbraccia la moltitudine. Un felice esempio di convivenza che vedrà un punto di rottura proprio nel ’67, l’anno di pubblicazione del libro che coincide con la guerra dei sei giorni; e che risulta di grande attualità ed interesse oggi se si considera col senno di poi il manifestarsi di integralismi e fanatismi nell’ultima parte del Novecento e in questo primo scorcio di millennio.

Voci, citazioni acustiche, suoni che sopravvivono a tutti gli altri suoni: ogni pagina del romanzo è come la traccia di una playlist o l’episodio di un podcast, ogni racconto mette il lettore all’ascolto. E a me che non amo particolarmente gli audiolibri è capitato tra l’altro di avvicinarmi a Le voci di Marrakech nella versione recitata a Radio 3 (“ad alta voce”) da Toni Servillo, che è un’esperienza facile da recuperare e che, in questo caso specifico, mi sento di consigliare. Segnalo infine che su YouTube è possibile reperire stralci di una lettura del 1985 dello stesso autore, vecchio, provato, ansimante, che risulta commuovente anche per chi non mastica alcuna parola di tedesco.

Gigi Agnano