“Ricette Letterarie”: la crostata di malvarosa di Daniel Pennac, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la crostata di malvarosa ispirata a “La prosivendola”, il terzo romanzo del ciclo di Malausséne di Daniel Pennac. Malausséne è il tenero protagonista dei cosiddetti “romanzi di Belleville”, che prendono il nome dal quartiere parigino dove Malausséne vive e lavora come “capro espiatorio professionista”: viene pagato da un grande magazzino per prendersi la colpa degli errori aziendali agli occhi della clientela. Ne “La prosivendola”, si ritrova coinvolto in una vicenda criminale nel mondo dell’editoria.

*** LA CROSTATA DI MALVAROSA DI DANIEL PENNAC ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

“Julie è una bell’anima. 

Il mondo intero batte nel suo cuore. 

Non solo il mondo, ma ognuno degli sbarbatelli che lo popolano. 

Julie vuol bene a Clara, Julie vuol bene a Jérémy e al Piccolo, Julie vuol bene a Thérèse, Julie vuol bene a Louna, Julie vuol bene a Verdun – sì, anche a Verdun – e Julie vuol bene a Julius. 

Julie vuol bene a me, direi.

Ed ecco che in più Julie sa cucinare. Dettaglio superfluo? Col cavolo: tutti i giornali femminili ve lo confermeranno, la felicità è una ricetta di cucina.

– Una crostata di malvarosa, Benjamin.

– Di malvarosa? si stupisce Jérémy che è un figlio del cemento.

– Una ricetta di mio padre; la nostra casa del Vercors era invasa dalle malvarose. Fino al giorno in cui il governatore mio padre ha deciso di mangiarsele.”

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Ricette Letterarie: la crostata di malvarosa di Daniel Pennac 

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Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

CROSTATA DI MALVAROSA

Dosi per una crostata di diametro 20cm

Per la pasta frolla:

Ingredienti

  • 240g farina per dolci
  • 4g lievito chimico
  • 1 uovo intero di taglia L
  • 80g di zucchero bianco semolato fine
  • 125g burro non salato tagliato a cubetti
  • La scorza di un limone non trattato

Procedura:

  1. In una ciotola setaccia la farina con il lievito e metti da parte.
  2. In un’altra ciotola mescola l’uovo con lo zucchero, il burro a cubetti e la scorza di limone. Crea una sorta di cremina e versala sulla farina.
  3. Impasta velocemente, forma un panetto e mettilo in frigorifero per almeno due ore.

Per la farcitura ho utilizzato 200g di confettura di rosa canina, se disponete di un giardino di malvarosa ecco la ricetta:

Per la confettura

Ingredienti:

  • 250 g di petali freschi di malvarosa (solo la parte colorata, eliminando il calice verde)
  • 250 g di mele tipo Granny Smith mondate e tagliate a cubetti (lasciare qualche pezzo con la buccia)
  • 500 g di zucchero semolato
  • Succo di 1 limone medio (circa 30-40 ml)
  • 200 ml di acqua

Preparazione:

  1. Sciacqua i petali di malvarosa e mescolali con le mele, lo zucchero e il succo di limone. Versa il tutto in una ciotola capiente e lascia macerare una notte in frigorifero (aperta).
  2. Il giorno dopo cuoci versa il tutto in una casseruola dal fondo spesso, aggiungendo anche l’acqua. Mescola spesso per evitare che la confettura si attacchi al fondo e rimuovi le impurità che si formano sulla superficie utilizzando una ramina.
  3. La confettura è pronta quando raggiunge i 103°C. Puoi verificarne la consistenza versandola in un piattino e inclinandolo per valutarne la viscosità.
  4. Nel frattempo fai bollire i vasetti di vetro (da 250g) e le capsule per sanificarli. Asciugali con un panno pulito e preparati per invasare. Potrebbe farti comodo un apposito imbuto.
  5. Quando la confettura è pronta versala nei vasi di vetro (puoi anche frullarla per un effetto setolo). Lascia un centimetro  di distanza dalla imboccatura. Chiudi subito con la capsula. Per assicurarti che siano salubri immergili in acqua bollente per 15 minuti (oppure anche in forno a 100°C). Infine capovolgili e lasciarli raffreddare completamente.
  6. Conserva la confettura in un luogo fresco e asciutto e verifica sempre che si sia formato il vuoto e la capsula non faccia “click-clack” prima di utilizzarli. Una volta aperto il vaso si conserva in frigorifero per 4/5 giorni.

Composizione:

  1. Ungi la tortiera con un poco di burro, poi stendi la pasta frolla con un matterello fino uno spessore di circa 0,5cm e fodera la tortiera. Infine bucherella il fondo con i rebbi della forchetta.
  2. Versa sul fondo 200g di confettura. Stendila e livellala bene con un cucchiaio. Stendi la pasta frolla restante e ricava delle strisce, poi ricopri la crostata. Spennella le strisce con un uovo sbattuto con un goccio di latte.
  3. Cuoci la crostata in forno caldo a 180°C per 30 minuti. Lasciala raffreddare prima di estrarla dalla tortiera.

“Ricette Letterarie”: il rotolo al tè verde di Banana Yoshimoto, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone il rotolo al tè verde ispirato a “Kitchen”, il primo e più famoso romanzo della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto. Scritto nel 1988, il romanzo ha per protagonista Mikage Sakurai, che, dopo aver perso la nonna, l’ultima persona cara che le resta al mondo, si rintana in cucina. Dice: “«Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano».

*** IL ROTOLO AL TE VERDE DI BANANA YOSHIMOTO ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

“Feci un sogno.

Stavo pulendo il lavandino della casa che avevo lasciato quel giorno.

La cosa da cui mi dispiaceva di più staccarmi era il colore verde chiaro del pavimento.

Era un colore che odiavo quando abitavo lì, ora che dovevo andarmene mi era carissimo.

La casa era svuotata, negli scaffali e sul carrello non rimaneva più niente […]

A un certo punto mi accorsi che dietro di me c’era Yuichi con uno straccio in mano che puliva il pavimento. Vederlo mi diede sollievo.

“Dài, fermati un po’ che facciamo un tè” dissi io. La mia voce echeggiava nella casa vuota. Avevo l’impressione che fosse grande, grandissima.

“Okay,” disse Yuichi sollevando la testa. […]

“E così questa era la tua cucina. Non era niente male!” disse, mentre beveva il tè […] seduto per terra su un cuscino.

“Sì, è vero,” dissi. […]

Tutto era tranquillo come in una campana di vetro. “

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Ricette Letterarie: il rotolo al tè verde di Banana Yoshimoto 

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Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

ROTOLO AL TE MATCHA

INGREDIENTI

Per il rotolo:

  • 4 uova taglia M
  • 90g zucchero bianco semolato fino
  • 70g farina bianca per dolci
  • 4g lievito per dolci
  • 10g tè matcha in polvere
  • 20g latte o bevanda vegetale
  • 20g olio di semi di girasole 

Per la farcitura:

  • 250g panna fresca da montare (non zuccherata)
  • 25g zucchero a velo
  • 3g di tè Macha in polvere
  • 80g lamponi freschi (o fragole tagliate a cubetti)
  • Q.b. cocco disidratato 

PROCEDIMENTO

Per il rotolo:

  1. In una ciotola setaccia la farina, il lievito e il tè Matcha.
  2. In un’altra ciotola, monta le uova con lo dello zucchero (utilizzando un frustino elettrico) fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Quando il composto è montato aggiungi l’olio e il latte e amalgama bene.
  3. Aggiungi le polveri alla montata di uova aggiungendole in tre volte e mescolando con una spatola dal basso verso l’alto per non smontare il composto.
  4. Versa in una teglia rettangolare (circa 30×40 cm) rivestita con carta forno e livella la superficie della pastella.
  5. Cuoci per 12 minuti in forno caldo a 180°C fin quando la superficie del dolce è leggermente dorata e soffice al tatto.
  6. Estrai dal forno e lascialo raffreddare leggermente, poi capovolgilo su un altro foglio di carta forno e arrotolalo. Metti da parte.

Per la farcitura:

  1. Monta la panna con lo zucchero finché non è soda ma soffice.
  2. Mettine da parte 1/3 da spalmare sul rotolo (coperta in frigorifero), poi mescola la restante con il tè Matcha setacciato.

Per finire:

  1. Srotola la base ormai fredda e spalmavi sopra la panna al tè  Matcha. Distribuisci sopra i lamponi e i fiocchi di cocco disidratato. 
  2. Arrotola nuovamente la base (dalla parte più lunga del rettangolo) e avvolgila nella pellicola trasparente. Riponi in frigorifero o in congelatore per almeno due ore.

Servizio

Spalma la superficie del rotolo con la panna montata tenuta da parta e decorala con una pioggia di cocco disidratato. Conserva in frigorifero fino al servizio.

Andrea Bajani: “L’anniversario” (Feltrinelli), di Valeria Jacobacci

 La  famiglia è una prigione? Un carcere di massima sicurezza? E’ così che la immaginiamo nel racconto di Andrea Bajani, che affida alla lama affilata del “romanzo” la salvezza che è liberazione ma anche strappo e vergogna, paura e senso di colpa. Da questo cocktail velenoso è difficile salvarsi, anche se si frappongono migliaia di chilometri e si cancellano accuratamente le tracce che conducono all’autonomia finalmente raggiunta. Il fuggitivo però resta un transfuga, un traditore e un disertore della guerra sempre in agguato fra un armistizio e l’altro. Il nido senza il quale nessun essere vivente può sopravvivere è anche trappola e tagliola. L’anniversario da festeggiare è il giorno in cui si imboccano le scale di casa e non si fa più ritorno.

Vengono in mente le parole di una canzone del primo Novecento, dove la giornata dell’addio è una magnifica giornata: “Oggi che bellissima giornata, che giornata di felicità, la mia bella donna mi ha lasciato…” il disco un po’ gracchiante attesta un indiscutibile sollievo. Succede quando un rapporto malato ha finalmente fine e il legame miracolosamente si scioglie. Nel caso della famiglia la situazione è diversa, il groviglio è inestricabile, più di un nodo di Gordio, e come tale ha bisogno di una spada e di un eroe per essere tagliato, più che di un semplice paio di forbici.

Perché? Perché si tratta davvero di un gesto eroico, del quale non tutti sono capaci, e anche quelli che ci riescono hanno bisogno di molto tempo per arrivarci. Lasciare la famiglia è facile quando il rapporto con essa è sano, allora non si tratta di abbandono, è un semplice e naturale allontanamento, senza traumi, solo la schiavitù rende complicata e pericolosa l’evasione.

Bajani parla di un rapporto familiare malato, sicuramente non raro, alla base del quale c’è la completa sottomissione della madre al padre. L’anomalia della situazione grava sui figli, un maschio, il protagonista, e una femmina, sua sorella. I due reagiscono in forma diversa agli scoppi d’ira del tiranno, consistenti in volo di oggetti, mobili rotti e botte sul corpo della madre, raramente su quello del figlio. Lui, il figlio, non ha la forza per ribellarsi, inizialmente perché è solo un bambino, poi perché, per l’appunto, non è un eroe, durante la crescita i numerosi episodi gli hanno provocato una nevrosi, con disturbi psicofisici che vanno dalle crisi di panico ai crampi violenti nel profondo delle viscere. La sorella si chiude, non trova complicità in lui, che suscita così il suo disprezzo, aspetta tranquilla di crescere per sposarsi e mettersi in salvo, se davvero si metterà in salvo.

L’incomunicabilità è il danno maggiore rappresentato dalla via di fuga scelta dalla madre, che è quella di rifugiarsi in un altro pianeta, dove non le arriva il dolore dell’umiliazione e non la spaventa la violenza, semplicemente lei non c’è, anzi, non “è”.   E’ questa la psicanalisi operata dal figlio, che osserva la madre con stupore crescente. Ad ogni crisi di violenza domestica segue un periodo neutro, durante il quale nessuno dice o fa niente, in attesa che tutto torni normale, di solito è il figlio a rompere il ghiaccio, raccontando un episodio qualunque o azzardando una battuta di spirito, allora il tiranno si degna di rispondere e la famiglia può tornare a respirare. La madre si prodiga in attenzioni e riguardi, come se dovesse farsi perdonare una colpa e non fosse invece il contrario.

I nonni hanno uno spazio in questa famiglia. Quelli materni restano ancorati a uno sterile perbenismo che impedisce loro di correre in difesa della propria figlia, assistono inermi e abulici alla sua rovina. Gli altri nonni non sono sposati, anzi, la nonna ha avuto figli da uomini diversi, il figlio bullo soffre di complessi d’inferiorità perché i fratelli di primo letto appartengono a una classe sociale più ricca. Ecco svelato il mistero: il senso d’impotenza e il rancore si scaricano sulla donna inerme che ha accettato di essere sua moglie.

Con simili genitori e nonni che può fare il nostro protagonista? Solo fuggire. Ed è quello che farà superando il più forte sentimento di colpa che è quello di lasciare la madre nelle mani del suo aguzzino. Ma la vittima non rischia niente perché è già morta molti anni prima. E nemmeno se n’è accorta. Che succede in terza generazione? Quello che succede a molti giovani laureati senza beni di fortuna e famiglie forti alle spalle: il figlio cerca e trova lavoro un po’ ovunque all’estero. Dopo il distacco per frequentare l’università questo è per lui un ottimo pretesto per mettere quanti più chilometri possibili fra sé e i suoi disgraziati parenti. Tuttavia le radici si tagliano dopo molto tempo e solo quando la maturazione psicologica e sentimentale è raggiunta, dopo una lunga psicoanalisi, una profonda sofferenza e un faticoso riguadagnare la riva dopo il più rovinoso dei naufragi.

Ma la vera protagonista resta la donna: perché non ha mai reagito?  Eppure lei non ha paura, profondamente anestetizzata, non è in grado di salvare né se stessa né i propri figli. Oppure pensa di farlo proprio in questo modo? E il padre? Può avere una qualche scusante? La sua è un’assurda richiesta d’amore. E’ così che il figlio decodifica il comportamento del debole, del fallito, dell’incapace. Forse non sa che le colpe vengono da più parti, per questo la sua risulta una denuncia: della società e dei suoi vizi, dei falsi valori e degli atavici pregiudizi.
 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Ryszard Kapuściński: ‘’Shah-in-shah’’ (Feltrinelli), di Claudio Musso

Kapuściński, giornalista e reporter, acuto osservatore di terre e dei suoi abitanti, è a Teheran nei giorni in cui la storia millenaria dell’Iran persiano vive, per l’ennesima volta, una svolta determinante. L’intero paese sta infatti passando dalla morsa dell’ultimo Scià a quella del più celebre ayatollah; da un sovrano, in fondo, ad un altro, da un vacanziere patentato e armato di polizia segreta ad un transfuga all’estero pronto a ridare potere alla versione sciita dell’Islam; da un censore delle parole, se queste non esaltano la sua altezza, ad un indesiderato che fa sentire la propria voce di incitamento alla rivolta attraverso audiocassette che passano di mano in mano.

Lo scrittore è solo in un albergo disabitato di cui è l’unico cliente mentre fuori si avverte il senso di un tempo sospeso dove il silenzio, quasi irreale, è interrotto dall’odore parlante della polvere da sparo e dai coltelli che, arrotati, producono una melodia sinistra da ambo le parti della barricata: la rivoluzione iraniana è alle porte o forse è già nella testa delle persone, si attende solo la miccia. Kapuściński osserva immagini, rilegge appunti e interviste fatte a vari iraniani incontrati sul suo cammino, riannoda le proprie impressioni di questo viaggio nella vertigine e correda i suoi resoconti con puntuali riflessioni sulla esperienza della dittatura e le sue rifrazioni e conseguenze, anche psicologiche, e sulla rivoluzione di assedio, non di assalto, che il popolo opererà di lì a poco. Il tutto confluisce in Shah-in-shah uscito nel 1982, una delle opere forse più sentite dall’autore e dai lettori, e ripetutamente pubblicato da Feltrinelli nella traduzione dal polacco di Vera Verdiani.

Khomeini arriva per ultimo nelle pagine di questo libro ed è l’ultimo a salire sul palco della narrazione. Prima c’è Reza Pahlevi, lo Scià degli Scià, alfiere di una ‘Nuova Civiltà’ intrisa di Occidente, la cui parabola è il vero oggetto del testo punteggiato da una prosa vivace e amante delle istantanee. Un’occasione per dragare la storia dell’Iran e per capire in parte quella di oggi. Scrive del sovrano:

«È profondamente convinto della sua missione e sa dove vuole arrivare (per dirla con la sua innata brutalità, vuole mettere al lavoro la folla ignorante e costruire un forte stato moderno davanti al quale – dice – tutti se la facciano addosso dalla paura). Ha la mano di ferro prussiana e la sbrigativa efficienza dell’aguzzino. Il vecchio Iran apatico e sonnolento (per ordine dello scià da questo momento in poi la Persia si chiamerà Iran) trema fin nelle fondamenta».

Gli iraniani provano odio verso questa monarchia che è accreditata presso le principali cancellerie mondiali grazie al suo oro nero, è felice di vederla sparire o anche morire perché considerano lo Scià un estraneo che prende ordini dalle potenze straniere. Una testa coronata che parla un farsi tutto suo e che ha una visione del futuro in cui non si accorge del presente. Egli sta chiuso nel suo palazzo incantato e non conosce il fuori, abitato da indigenza e collasso, immerge sé stesso e i suoi protetti nel lusso più sfrenato, invade l’Iran di strumenti bellici più disparati per mostrarsi al mondo corazzato e ai tavoli che contano, fa arrivare cacciatorpedinieri in un Iran dove mancano i porti, organizza spedizioni di materiale ma mancano le strade, prova ad investire nell’industria ma mancano operai specializzati che decide di importare dall’estero. Però ha una risorsa preziosa:

«Il petrolio scatena emozioni e passioni straordinarie, perché è innanzitutto una grande tentazione. La tentazione di acquistare con poca fatica fortune colossali, forza, successo e potere. E’ un liquido sporco e maleodorante che sgorga zampillante verso l’alto e poi ricade sotto forma di una frusciante pioggia di soldi.»

L’oro nero crea l’illusione di un’esistenza completamente diversa, di una vita facile senza fatica, è una materia che contagia la mente, annebbia la vista, corrompe i cuori, rafforza il senso di potere, produce grossi profitti ma dà lavoro a poca gente, crea molti problemi sociali perché non dà vita né ad un proletariato numeroso né ad una borghesia altrettanto numerosa. Pertanto lo Scià può disporne a piacimento, ergersi a guardiano di qualcosa dal quale dipende se domani andremo in automobile oppure no. È una favola e, come ogni favola, per quanto duratura, è una menzogna perché infonde un tale senso di onnipotenza da fare credere di dribblare la sentenza del tempo.

Nella sua messa in scena il sovrano si avvale di una potente polizia segreta, la Savak, che controlla movimenti sospetti e parole che non devono mai illudere al disagio. In questo modo su un intero campo semantico si rischia di poggiare un piede per poi saltare in aria tanto da fare diventare la gente sempre più paranoica, la franchezza un sotterfugio e il coraggio una forma di collaborazione. Se anche la dittatura cade, come la fine di un brutto sogno, le irte conseguenze psicologiche sopravvivono per decenni in comportamenti inconsapevoli e nella diffidenza iraniana che ancora oggi pervade l’animo di molti, mentre l’albero del pensiero autonomo e critico fatica a rinascere.

Kapuściński riflette sul fatto che dai nascondigli, dagli anfratti e dalle fessure di queste terre sterili dove vive il popolo iraniano, privato anche dell’humus vitale dei giovani mandati all’estero, non sempre escono i migliori semmai i più forti e questi ultimi non sono creatori e promotori di nuovi valori ma sono coloro che sono riusciti a sopravvivere grazie alla maggiore capacità di resistere. E qui ci imbattiamo nello sciismo, la corrente minoritaria dell’Islam e la più accanitamente ortodossa, da sempre osteggiata e perseguitata nel mondo musulmano, il quale sembra offrire le risposte ad un’intera nazione. Più la dittatura si fa infatti repressiva, più le moschee, unico luogo che lo Scià non può toccare, si riempiono di gente, di voci libere di pensare e di dirsi. Coloro che ivi riparano non sono tutti mossi da un fervore religioso ma hanno bisogno di tirare il fiato per sentirsi di nuovo essere umani. Due mondi in naufragio trovano così lo stesso porto comune sicuro e, mentre i primi sentano allentare la presa, i secondi, il potente clero sciita, comincia il suo indottrinamento.

Esistono popolazioni alle quali da secoli tutto va male, tutto si sbriciola tra le mani, che hanno sempre il vento contrario, che non fanno in tempo a intravedere un barlume di speranza senza che questo subito si spenga: popoli che si direbbero marchiati da un fato avverso.”

Quando cade una dittatura? Quando le persone smettono di avere paura. Perché quest’ultima fa delle persone il sostegno di un sistema che odiano, lo Scià può contare su di loro, sui loro timori e ad un cenno dall’alto rispondono, in una strana simbiosi, con un fremito di spavento. E quando cade il monarca iraniano? Quando esce un articolo di giornale con una parola di troppo che riunisce persone che non indietreggiano più di fronte ai manganelli. La rivoluzione, che rovescia l’oppressione e la miseria, coglie tutti di sorpresa, persino coloro che l’hanno sempre desiderata. Perché essa è un dramma che l’uomo tende come tale ad evitare ma è sempre un ultimo tentativo per un popolo che ha capito che non c’è altra via di uscita. Ora è tempo per Khomeini di tornare in patria e, mentre vengono abbattute le statue dello Scià, il demiurgo si mette subito all’opera:

«Il talento dello sciita si manifesta nella lotta, non nel lavoro. Contestatori nati, sempre scontenti e all’opposizione, dotati di un forte senso della dignità e dell’onore, appena scoccò l’ora di dare battaglia si sentirono di nuovo nel loro elemento»

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Alcuni libri suggeriti da Raimondo di Maio della Libreria “Dante & Descartes” di Napoli

Abbiamo chiesto a Raimondo di Maio – lo scugnizzo di vico San Mandato, il ragioniere, il filosofo, il comunista, l’agente Feltrinelli e Einaudi, l’editore, più comunemente noto da oltre quarant’anni come “il libraio” di Napoli – di parlarci dei libri letti quest’anno. A dire il vero, considerato il convulso clima pre-natalizio, eravamo andati da lui in via Mezzocannone per farci suggerire qualche libro da mettere sotto l’albero, ma lui non ha ceduto neanche per un attimo alla tentazione consumistica. “I libri, quelli veri, non sono oggetti di consumo – dice – al contrario sono elementi che contrassegnano la nostra esistenza.” E così, quella che doveva essere una semplice lista di consigli per regali natalizi, si è trasformata in un viaggio tra i libri che hanno segnato il suo ultimo anno di letture.


Ecco cosa ci ha detto: 

“Consiglio alcuni libri letti ultimamente che hanno arricchito la mia essenza. Il primo è di Erri De Luca e Ines de la Fressange, L’età sperimentale, un libro per tutti, tutti attraversiamo la “linea d’ombra” del tempo che passa; questo fantastico libro racconta proprio lo sperimentare lo scorrere del tempo a venire nella nostra grande età. Tanto tempo fa Erri De Luca in un altro testo Lettere da una città bruciata ha scritto: “A me fa questo: anche se invecchio, il tempo scorre ma non passa, resta“.

Secondo libro Domenico Rea, “il napoletano“. Si tratta di un “libro perduto e ritrovato” grazie al tenace lavoro di Annalisa Carbone, che con passione e fatica ha cavato questo testo del grande scrittore dal mensile sportivo “il napoletano”. Sono 24 saggi-articoli niente affatto sportivi, scritti nel biennio 1975-1976, durante gli anni della sua direzione prima e consulenza poi al rotocalco. Egli infatti impresse come un bravo direttore d’orchestra la torsione realistica e culturale, leggi politica, che fa lievitare gli articoli, che normalmente perché giornalistici sono considerati antiletteratura e invece, grazie al lievito letterario che ha saputo aggiungere ai testi, abbiamo tra le mani un letteratissimo volume.

Dovremmo leggere e misurarci con la letteratura capace di aggiudicarsi un Premio Nobel. Bene, allora, suggerisco la lettura di uno storico premio Nobel: Grazia Deledda. Procuratevi un suo romanzo, i suoi racconti e affacciatevi in quello straordinario mondo della scrittrice. Scoprirete un avvincente e straordinario mondo letterario.

Consiglio anche il Premio Nobel di quest’anno Han Kang, L’ora di greco, Adelphi. Questo libro era già nel programma del grande Editore a prescindere dall’assegnazione del premio;.
Vorrei fare come i cantautori che cantano le propri canzoni e consigliare alcune mie appassionate pubblicazioni che meritano di essere lette: Emma de Franciscis, L’uomo che attraversò tre secoli; Adelia Battista, L’Angelo bianco; Gioconda Fappiano, Sette racconti; Enzo Acampora, La casa che ballava Una storia della Pignasecca; last but not least, un libro per ripassare la storia contemporanea Antonio Scurati, L’ora del destino Romanzo Bompiani. La storia di M e dell’Italia a partire dal 1940…”

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!