“Due regine. L’ultima stanza” – Copione teatrale in un atto unico, di Claudio Musso

Una stanza nel crepuscolo del mondo. Nessuno ascolta o annota. Non è un processo, non è una scena ufficiale. È l’ultimo incontro, forse mai avvenuto, tra due donne che sono state regine, madri mancate o manchevoli, guerriere costrette, pedine e sovrane. E ora, ci sono solo loro. Al centro una tavola lunga e stretta. L’atmosfera è sospesa e irreale. Le luci sembrano venire da candele che non si vedono. Una porta si apre a sinistra ed entra Elisabetta Tudor, regina regnante d’Inghilterra, sola, avvolta in una veste regale semplice ma austera. Dopo qualche istante da destra entra Maria Stuart, la cui nonna paterna era sorella di Enrico VIII, padre di Elisabetta, fatto che le permette di entrare nella linea di successione al trono inglese. La regina di Scozia è vestita in abiti più morbidi ma consunti dal lungo periodo di prigionia. Le due si osservano in silenzio. Si studiano. Poi si parlano.

ELISABETTA

(la voce tagliente, ma con incrinature)

«Siamo qui finalmente. Tu la martire, io la vergine di ferro. Così ci dipingono e lo faranno in seguito ma tali immagini non rendono giustizia a ciò che siamo state davvero. Ora siamo una di fronte all’altra. E tu non in effigie, non in lettere colme di suppliche o sfide. Ma così, in carne e occhi. Con quello sguardo. Ma è tardi – come tutto ciò che conta.»

MARIA

(tranquilla, non umile)

«Avresti potuto vedermi prima. E parlare unendo il mio lessico al tuo. Ma forse questa è l’unica stanza in cui potevamo incontrarci: quando ormai nulla può essere cambiato.»

ELISABETTA

«O tutto può essere detto. Ho scelto di governare con la ragione, tu con il cuore. Di essere più uomo degli uomini e ogni sentimento era un rischio. Ogni lacrima una debolezza che il mondo avrebbe usato contro di me. Perché sono una preda che molti vorrebbero stanare e immolare, io l’eretica. Anche tra il mio stesso popolo. Tra quei cattolici che vorrebbero mettermi in croce. Ma ormai il sangue è versato. Anche se ancora ti scorre nelle vene»

MARIA

(sorride con tristezza)

«Il tuo mi condanna. Ma il tuo stesso sangue, in fondo, mi riconosce. Eravamo nate per incontrarci o per distruggerci? Guarda che macerie abbiamo lasciato intorno a noi»

ELISABETTA

«Entrambe. Perché ci hanno costruite così. Una figlia della fede papista, l’altra di un matrimonio che mezza Europa considera blasfemo. Ci hanno cucito addosso le colpe dei nostri genitori e chiesto di governare mondi spaccati. Se volgo lo sguardo indietro mi chiedo se la Guerra delle Due Rose non è bastata a placare la fame di rivalsa.»

MARIA

«Ma io non volevo il tuo trono, Elisabetta. Solo un rifugio. Una promessa che il sangue reale valesse qualcosa più del sospetto che i tuoi fedeli consiglieri ti hanno instillato in quella corazza che mostri a tutta l’Inghilterra ma di cui io, ora che ti ho di fronte, vedo le crepe. Una regina non dovrebbe implorare di vivere. Ma io l’ho fatto. Tu non hai risposto.»

ELISABETTA

(si siede lentamente, come se ogni gesto fosse un peso)

«Perché mi sei sempre stata più simile di quanto volessi ammettere. La mia paura non era che tu fossi colpevole. Ma che tu fossi… giusta. Una donna come me, ma più audace, più desiderata. Più umana. Te lo dico chiaramente: ho sempre desiderato non essere me»

MARIA

«Io non sono migliore. Sono solo diversa. Non ho saputo scegliere bene gli uomini, ma ho amato e ho sperato. Tu invece hai rinunciato a ogni legame e il mondo ti ha lodata per questo. Ma chi ti ha tenuta la mano, Elisabetta, quando la notte della coscienza era buia?»

ELISABETTA

(pausa. Lo sguardo fisso altrove)

«Nessuno. Perché ho voluto che nessuno osasse. Avevo troppi occhi addosso per cedere alla debolezza. Per essere donna. Avevo il mio regno cucito sulla pelle. Ma sai, a volte ho invidiato le tue catene. Almeno quelle erano visibili. Le mie erano più sottili. Più feroci.»

MARIA

(la osserva con un’intensità nuova)

«E allora perché farmi uccidere? Perché lasciarmi cadere, se sai quanto ci hanno stretto allo stesso modo? Hai sempre cercato di fare passare l’idea che il tuo valore dipendesse dalla tua rinuncia. Io sono stata madre, sposa, amante, ciò che tu non sei mai potuta essere e che il popolo inglese avrebbe gradito. Dimmelo, perché mi mandi dal boia?»

ELISABETTA

(con voce quasi infantile)

«Perché se ti avessi salvata, non sarei più stata regina. E io sono stata educata per sopravvivere, non per amare. Ti ho temuta, Maria. Non per il potere. Ma per tutto ciò che io non potevo permettermi di essere, per tutto ciò per il quale sei maledettamente diversa da me. Ammetto tuttavia che sai leggermi come nessuno mai. Altro che mangiauomini!»

MARIA

(con tono improvvisamente dolce)

«Un po’ di carne non hai mai fatto male a nessuno, Elisabetta. Certo che è proprio vero che la genetica ogni tanto si sbaglia. Hai preso poco da tuo padre, Enrico VIII. Ma torniamo al nocciolo. Non sai quante volte ho desiderato scriverti una lettera che non fosse una supplica. Una lettera da donna a donna. Ma tu eri sempre distante. Sempre incoronata. E io sempre in ginocchio e sorvegliata a vista in quella finta casa come una criminale.»

ELISABETTA

(si alza, quasi stanca)

«Non potevo permettere che la spina nel fianco girasse indisturbata per la corte. I lord scozzesi ti davano la caccia e sei venuta a rifugiarti da me. Lo ammetto, avrei potuto agire altrimenti. Ma eri un pericolo vivente per me. E per il potere che ho ricevuto dalle mani insanguinate della mia sorellastra, un’altra papista che getta ombre sulla nostra storia. Diciamocelo, anche se non mi sottraggo alle responsabilità del tuo esilio qui, soprattutto nei modi in cui è stato attuato. Siamo state scolpite come nemiche. Una cattolica, una protestante. Una santa, una strega. Ma nessuno ha raccontato davvero il dolore che ci ha attraversate. Nessuno ci ha ascoltate. Solo giudicate e usate per partigianeria.»

MARIA

«E allora lasciamo che almeno qui, in questa stanza senza testimoni, resti la verità. Non ci siamo amate, no. Ho anche complottato contro di te. Ma ci siamo riconosciute. In segreto. Nella stessa solitudine, nello stesso orgoglio, nella stessa tragedia. E questo, forse, è più onesto di ogni perdono. E aggiungo una cosa che non dici apertamente: siamo due facce dello stesso destino, quello di nascere in un tempo in cui essere donna era già una colpa.

ELISABETTA

«Questa stanza, con le nostre verità, è più intima di qualsiasi carezza…»

(Un lungo silenzio. Elisabetta si avvicina al tavolo. Si sfila l’anello, lo posa. Lo lascia lì, tra loro.)

ELISABETTA

(guardandola negli occhi)

«Che la Storia dica pure che ti ho condannata. Ma tu sappi, e solo tu, che una parte di me morirà con te domani. Quella che nessuno ha mai conosciuto. Quella che forse, in un altro tempo, sarebbe fuggita con te, lanciando questa corona di spine nel Tamigi.»

MARIA

(si alza, dritta, fiera)

«E io morirò senza odio. Perché ho visto nei tuoi occhi ciò che nessun altro ha visto: la donna, non la regina. E questo basta. Per essere meno sola. Almeno per un istante. Ed eccoci qui insieme ancora per qualche minuto. Spogliate della leggenda. Tu sovrana d’Inghilterra, io prigioniera d’Europa. Regine sole sul crinale della Storia. Sorelle nel peso»

(Si guardano. Nessun abbraccio. Ma uno specchio. Due figure che si riflettono. Il sipario cala su un gesto che non si compie.)

EPILOGO

Due donne separate dalla fede, dalla Storia, dalla politica. Ma unite da una stessa ferita. Non riconciliazione, ma rivelazione. Questa scena non è mai avvenuta. Eppure, in qualche luogo della verità, forse sì. Sono parole rubate a due donne sempre sul ciglio del baratro che non si trovano nei romanzi ma forse in qualche angolo del silenzio.

SIPARIO 

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Perché leggere la letteratura tedesca: quattro romanzi per affrontare le domande che contano, di Claudio Musso

C’è chi dice che la letteratura tedesca sia ‘difficile’. Troppo seria, troppo filosofica, troppo cupa. Eppure, se mai c’è stato un tempo in cui valga la pena riscoprirla, è questo. Perché, più di altre, sa andare a fondo. Sa raccontare il buio senza cedere al nichilismo e, al tempo stesso, interrogare senza semplificare. In un’epoca come la nostra di rumore, slogan e risposte immediate, essa ci offre invece domande lente, necessarie, vitali. Non è una letteratura che consola. Non intrattiene ma trattiene noi lettori in una ragnatela da cui possiamo uscire se scorgiamo i fili che ci legano o dai quali ci lasciamo legare per liberarci.

Ed allora ecco quattro romanzi che, ciascuno a modo proprio, possono aiutarci a orientare lo sguardo in questo presente frastagliato. Ecco quattro ‘mattoni’, non solo di pagine ma di sostanza, che sono quelli che ci permettono di costruire per creare qualcosa o proteggerci.

Heinrich von Kleist, Michael Kohlhaas (trad. Paola Capriolo, Marsilio)

Giustizia e disobbedienza: quando la legge non basta.

Michael Kohlhaas è un commerciante di cavalli onesto, scrupoloso, fedele al diritto. Ma un giorno subisce un’ingiustizia che le autorità si rifiutano di sanare. Da quel momento la sua vita cambia: si trasforma in un vendicatore, guida una rivolta, sfida apertamente il potere. È un uomo che crede nella giustizia fino a diventarne vittima. Leggere oggi Kohlhaas significa riflettere su quanto può essere sottile il confine tra legalità e giustizia, tra ribellione e responsabilità morale. È una parabola inquietante e profonda che ci parla del senso di impotenza di fronte a istituzioni opache e contraddittorie. Un’esperienza fin troppo attuale?

«Poiché era uno degli uomini più integri, e allo stesso tempo più terribili, del suo tempo

Kleist non offre modelli morali rassicuranti, ma una domanda: cosa succede quando il diritto non difende più chi ha ragione? Esistono modi per non abbandonarsi alla giustizia privata?

Christa Wolf, Trama d’infanzia (trad. Anita Raja, e/o)

Memoria, colpa, coscienza: la Storia dentro di noi.

Christa Wolf torna alla propria infanzia vissuta sotto il nazismo e la rilegge alla luce del presente, nella Germania Est. È un tentativo sofferto, spesso ambiguo, di interrogare sé stessa e il proprio sguardo di bambina: perché non ha visto? Perché non ha capito? Cosa resta di quella bambina in lei, oggi? Trama d’infanzia è un romanzo, non tra i più noti in Italia, che parla del passato come materia viva, mai davvero superata. Oggi, in tempi di rimozioni rapide e di verità riscritte, ci invita a una forma di memoria vigile e intransigente.

«Può darsi che il nostro compito più importante sia quello di non dimenticare

Wolf scrive come chi scava nella propria voce per trovare un senso più grande. È un libro che ci insegna che la coscienza si costruisce lentamente. Nella fatica della memoria.

Franz Kafka, Il processo (trad. Ervino Pocar, Mondadori)

L’alienazione dell’individuo nell’era dell’assurdo

Josef K. si sveglia una mattina e scopre di essere stato arrestato. Nessuno gli dice perché e gli spiega nulla. Inizia così un processo senza accuse, in un tribunale senza regole, in un sistema che sfugge a ogni logica. Kafka non costruisce solo un incubo: descrive un’esperienza profondamente moderna. Nel mondo di oggi, tra burocrazie impersonali, algoritmi oscuri, decisioni che ci riguardano ma che non comprendiamo, il romanzo risuona con una forza nuova. È il racconto di chi cerca un senso dove il senso è stato cancellato.

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.» 

Kafka, sempre variamente interpretato e interpellato, certamente non ci rassicura. Ma ci aiuta a nominare l’assurdo e a resistervi. Ci invita a non accettare l’opacità come destino.

Jenny Erpenbeck, Di passaggio (trad. Ada Vigliani, Sellerio)

Una casa, cento anni, mille identità tedesche

Una casa sulle rive di un lago del Brandeburgo è la vera protagonista di questo romanzo. Passa di mano in mano, di epoca in epoca: una domestica ebrea costretta a fuggire, un funzionario nazista, un artista della DDR, una scrittrice della Germania riunificata. Ogni stanza, ogni oggetto, ogni albero ha una memoria. Erpenbeck racconta la storia tedesca del Novecento senza farne una lezione di storia. Lo fa attraverso le tracce lasciate da chi è passato: amori, lutti, silenzi. In un tempo segnato da smarrimenti identitari e fratture storiche, Di passaggio è una riflessione poetica su ciò che resta e su cosa significa “casa”.

«La casa sa tutto quello che accade.» 

Non esiste luogo neutro: anche i muri ascoltano. Anche le pietre hanno una storia da raccontare. In tempi di migrazioni e dislocamenti, è un libro di radici e di mutamento.

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Ciò che unisce questi quattro romanzi non è un’estetica comune o un’ideologia condivisa, ma è un’attitudine: la volontà di interrogare, in profondità, l’uomo, la storia, il potere, la responsabilità, il linguaggio. Leggerli oggi non significa cercare risposte immediate, ma aprirsi a domande che resistono. Sono opere esigenti, sì. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di letture che non semplifichino, che non blandiscano o cullino. Come scriveva Cesare Cases, la letteratura, e in particolare quella tedesca, ha questo compito essenziale:

«non ci dà risposte, ma ci pone le domande decisive

E in tempi incerti, che sempre ci saranno, è proprio dalle domande che dobbiamo ripartire.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Hannah Crafts: ‘’Memorie di una schiava’’ (Edizioni Clichy, 2025), di Claudio Musso

Questo è un libro che arriva a noi con un ritardo che fa rumore. 

Scritto a metà Ottocento da una donna afroamericana fuggita dalla schiavitù, il manoscritto rimane nascosto per oltre un secolo e mezzo, senza trovare lettori, senza ricevere ascolto. Nessuno lo pubblica o può confrontarsi con quella voce non mediata, non corretta da editori o accademie, che conserva intatto lo stupore, la rabbia, la grazia di chi ha molto vissuto e che poco ha potuto dire. 

Fino al 2002 quando, grazie alla scoperta di uno studioso, quelle pagine sono diventate leggibili. Particolarissima è la capacità di questa donna di osservare il mondo in modo obliquo, silenzioso, come se la comprensione più profonda non passasse per l’evidenza, ma per la vibrazione sotterranea delle cose. Lo sguardo di Hannah, la narratrice di queste pagine, è affinato dalla necessità: non potendo studiare sui libri, legge volti e gesti; non potendo esprimersi liberamente, impara a distinguere le intenzioni nei toni della voce, nei silenzi, nei movimenti impercettibili.

Questa voce scrive per testimoniare, per esistere, per usare finalmente parole che le sono sempre state negate. Scrive con urgenza, con lucidità, con il desiderio profondo di raccontare ciò che vede e ciò che intuisce, pur sapendo che forse nessuno avrebbe mai letto quelle pagine. Proprio questa condizione originaria, quella di un libro nato senza lettori, lo rende oggi così prezioso. Leggerlo significa colmare una mancanza, restituire spazio e ascolto a una coscienza silenziata.

Hannah non lavora nei campi, non conosce direttamente la brutalità delle piantagioni, ma la osserva da vicino. È una schiava “privilegiata”, se così si può dire: una cameriera personale, una donna di servizio al fianco di diverse padrone bianche, impiegata negli interni delle grandi case del Sud schiavista. Vive negli spazi del potere, ascolta conversazioni, osserva relazioni, impara a leggere i segni dell’autorità e della finzione morale. Dalla soglia su cui si trova, può vedere tutto ciò che si muove sopra e sotto di lei: la rigidità razziale, la fragilità dei rapporti, la crudeltà dissimulata dietro l’eleganza e il benessere dei bianchi. Vede anche le baracche dove vengono stipati gli altri schiavi, l’indigenza, la fatica. Non li vive, ma li intuisce, li respira. E ne porta il peso sulla pagina.

Colpisce il fatto che il vero oggetto del suo sguardo, e forse anche il vero protagonista del libro, sia il mondo bianco. ‘Memorie di una schiava’ più che un racconto, con risvolti autobiografici, della sofferenza nera è una radiografia della società bianca che si nutre di schiavi ma è schiava essa stessa, delle ricchezze, del pettegolezzo, delle carriere pubbliche, di una posizione a tutti i costi. Hannah osserva i suoi padroni con un’intelligenza silenziosa ma impietosa: ne coglie la generosità artefatta, ma anche la complicità con un sistema che considera lo schiavo come proprietà e oggetto. Crafts inoltre non descrive solo la schiavitù fisica, quella delle catene, dei bastoni, delle fughe. Ci mostra piuttosto un sistema che incide nell’interiorità: nel modo in cui una schiava deve reprimere pensieri, sogni, desideri. L’ordine imposto infatti richiede obbedienza ma anche l’abolizione del sé. Ci sono padroni che amano sondare il dolore fino alla soglia della tortura: non per sadismo gratuito, ma per esercitare un potere che si misura anche nella capacità di spegnere una coscienza, non solo un corpo. Anche i personaggi più “benevoli”, che pure ci sono, sono travolti da un generale ottundimento dei valori, da un’inerzia morale che svuota ogni gesto di fattiva umanità. Il risultato è un ritratto penetrante di una classe dominante che ama raccontarsi civile e cristiana, tra costituzioni e bibbie, ma pratica la disumanizzazione, anche di sé, come norma.

In questo paesaggio confuso, dove nulla è saldo e tutto può cambiare in base a un ordine o a un capriccio, l’unico punto fermo per Hannah resta la Bibbia anche quando il mondo a più riprese le volta le spalle. Le Sacre Scritture, lette di nascosto, sono la sua unica bussola morale. In assenza di affetti stabili, di protezione o di diritti, la fede diventa rifugio e àncora. La parola divina, a differenza di quella degli uomini, non tradisce, non viene piegata dal potere o almeno così spera. Questo legame profondo con il testo sacro attraversa tutto il romanzo, fornendo alla protagonista una lingua alternativa per pensare sé stessa, per resistere, per credere che la libertà sia possibile.

La scrittura di Hannah Crafts è viva, urgente, attraversata da una tensione continua tra espressione e contenimento. È una lingua nutrita da letture — si sentono echi di Dickens, delle sorelle Brontë e del gotico vittoriano — ma che conserva una tonalità personale, immediata, mai pretenziosa. Ci sono travestimenti, misteri, fughe, segreti: elementi che testimoniano una notevole consapevolezza narrativa, pur con qualche ingenuità strutturale. Non è un romanzo secondo i canoni estetici della forma compiuta, ma è un’opera di valore per la sua carica umana, politica, etica. La sua forza non sta nell’ambizione letteraria ma nella necessità con cui è stato scritto.

La recente traduzione italiana di Giada Diano e Giulia Facchini, curata con attenzione da Edizioni Clichy, restituisce con efficacia questa urgenza e questa misura, offrendo finalmente anche al pubblico italiano la possibilità di accostarsi a un testo dimenticato, rimasto troppo a lungo in silenzio. La lettura è sorprendentemente scorrevole, coinvolgente, mai pesante: è un testo che si legge con interesse genuino, con partecipazione crescente, anche grazie alla sua struttura narrativa che alterna osservazione sociale, introspezione e tensione drammatica.

Leggere oggi questo libro è un gesto di ascolto e di restituzione. Significa raccogliere una voce che ha parlato nel vuoto, e che continua a parlarci, con delicatezza ma anche con fermezza. Significa accettare di essere guardati da uno sguardo che ci analizza senza odio, ma senza illusioni. ‘Memorie di una schiava’ non è solo un documento storico o letterario: è una forma di resistenza silenziosa, un atto di scrittura che custodisce la dignità, la coscienza e la memoria di chi non ha mai avuto il diritto di raccontare. È un testo ‘in presa diretta’ che smaschera il vero male della schiavitù: non è solo nel corpo incatenato, ma nell’anima ferita, spezzata, ridotta al silenzio. Il peggio è vedersi negare perfino il diritto al desiderio. La libertà non è solo fuggire: è poter immaginare, poter sentire, poter volere. Per questo ‘Memorie di una schiava’ non è solo il racconto di una fuga, ma il tentativo di restituire dignità al pensiero stesso. Alla parola. Alla memoria. 

E ci mostra che persino una donna nata nella schiavitù, senza istruzione, può diventare cronista del suo tempo – in cui non solo una certa America ma anche tutto l’Occidente è sul banco degli imputati – , ritrattista impietosa e delicata, e narratrice capace di restituire luce, nonostante l’ombra.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.