Bianca Pitzorno: “La sonnambula” (Bompiani, 2026), di Cristiana Buccarelli

 Un romanzo storico dal sapore fiabesco.

Considero Bianca Piztorno una delle più grandi scrittrici italiane viventi e il suo ultimo lavoro narrativo, La sonnambula (Bompiani 2026), è un romanzo storico originalissimo e delicato che unisce i fatti documentati alla narrazione immaginaria con un’impostazione fatalista, ironica e romantica che si discosta volutamente da un totale realismo: come nella sua migliore tradizione l’autrice dona alla sua opera  un’essenza fiabesca.

”Da sempre il mio metodo di scrittura è questo – dice Bianca Pitzorno – : scegliere un personaggio con determinate caratteristiche e porlo in una situazione anomala, chiedendomi e chiedendogli come ne potrà uscire. Nel caso della sonnambula, non mi è stato difficile individuare quali potessero essere le difficoltà e le insidie poste lungo il cammino di una giovane donna armata solo della sua fierezza e intraprendenza in un mondo maschilista e regolato da rigide divisioni sociali com’era la provincia italiana di fine Ottocento. La città da cui parte la storia è in realtà Sassari, che però come faccio spesso nei miei romanzi, chiamo col nome di Donora. Questo romanzo mescola dunque fatti storici realmente accaduti – che in parte ho pescato tra le memorie della mia famiglia o da altri ritagli di giornale, e in parte derivano dallo straordinario lavoro d’archivio dello storico sassarese Enrico Costa (1841-1909), a cui La sonnambula è dedicato. Lo stile che ho scelto è quello dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento di cui sono appassionata lettrice, ma interpretato con un filo di allusioni ironiche alle mode letterarie di quegli anni”.

Come è noto alla fine dell’Ottocento la parola sonnambula non indicava una donna che agiva durante il sonno, ma una sensitiva o una medium, cioè una persona che venendo interrogata da qualcuno, cadeva in trance e attraverso le parole pronunciate o attraverso la scrittura prediceva il futuro. 

Ofelia Rossi, è la sonnambula protagonista di questa narrazione, che dopo aver vissuto una serie di traversie coniugali e non, connesse anche ai suoi presunti poteri da sensitiva (sulle quali ora non mi soffermo), si sposta sotto falso nome dalla sua città di origine Vibrona, a Donora; è dunque un personaggio in fuga, che si reinventa una vita e che utilizza la sua intelligenza per crearsi un mestiere ed essere realmente indipendente da tutto e da tutti. L’autrice, come lei stessa ci riporta in nota, trae spunto per il suo personaggio da un ritaglio di giornale conservato da sua nonna a Sassari a fine Ottocento, infatti in un numero de L’Isola del maggio 1894 appare un annuncio della “Rinomata Sonnambula” che esercita la sua attività a Sassari con il nome di Elisa Morello e dà consulti di presenza e per corrispondenze per tutti gli argomenti possibili…’’

Anche se spesso finge per sbarcare il lunario, a volte Ofelia è realmente presa da vertigini e visioni misteriose, ma non crede in alcuna forma di superstizione, e riesce con forza dignità e coraggio ad affrontare la vita in un mondo in cui una donna sola, la cui origine e collocazione sociale non sono chiare, non ha un’esistenza facile, soprattutto in una provincia come Sassari-Donora alla fine dell’Ottocento. 

In buona sostanza Ofelia è una donna che guarda, che ascolta, che vede oltre e che soprattutto sperimenta la vitaPer molto tempo accoglie nel suo appartamento in via del Fiore Rosso n. 7 per cinque liremoltissime donne e qualche uomo che richiedono il suo intervento profetico in relazione a speranze, dolori ed eventi futuri, ma la sua è in realtà una forma di profonda empatia nei confronti degli esseri umani.

Tra le storie degli svariati postulanti mi ha colpito particolarmente quella di Carolina Prandi, figlia di un ricco commerciante, alla quale viene impedito dal padre di studiare la matematica in quanto donna e che invece, incitata dalla sonnambula, riuscirà a studiare per conto suo e in seguito a mantenersi come insegnante, mentre l’azienda del padre fallirà miseramente per non avere quest’ultimo ascoltato i calcoli della figlia relativi a un suo investimento sbagliato e avendo designato come unico erede della sua attività il figlio maschio.    

Attraverso la storia di Ofelia Rossi, l’autrice esalta il potere della mente e dell’empatia umana e ci ricorda che chi ha forza d’animo, volontà e ricchezza interiore può costruire liberamente il proprio destino. 

È una narrazione delicata, dove i sentimenti stessi della protagonista sono volutamente accennati con delle pennellate leggere e al tempo stesso capaci di far emergere una ricca dimensione interiore e dei sentimenti potenti con il tocco di una vera narratrice quale è Bianca Piztorno. 

Si tratta di una vicenda umana a lieto fine, sulla quale non mi soffermo per non togliere a chi la leggerà il gusto di scoprirla in prima persona, ma voglio dire che tale narrazione è capace di spalancarci davanti agli occhi un mondo e di farci comprendere quanta strada abbiano dovuto percorrere le donne riguardo alla loro indipendenza in poco più di un secolo.

C’è poi l’elemento surreale e originalissimo che la Piztorno inserisce nel romanzo attraverso lo spirito guida con cui manifesta sé stessa nelle sembianze di una ragazzina che appare molto spesso in sogno a Ofelia ma anche a volte alla sua cliente più affezionata, Angelica Soro, cugina dell’ingegnere Corrado Laudati, di cui si innamorerà poi la sonnambula. L’autrice stessa sottolinea con arguzia, come tale spirito guida rappresenti sé stessa e la forza della letteratura: “in questo romanzo, inoltre, mi diverto a rompere la parete invisibile che separa l’autore dalla sua storia e da chi la legge, ed entro in scena io stessa, nei panni onirici di una ragazzina che tiene al guinzaglio un gallo dalle piume colorate… Quelle piume simboleggiano la scrittura, le sue infinite sfumature e possibilità. Sono convinta che la letteratura sia lo strumento più potente per dimostrare che nessuna vita è insignificante o banale: ciascuna esistenza, se letta con occhi curiosi ed empatici, rivela pieghe straordinarie. Non tutte le vicende della sonnambula, delle sue clienti e di tutti i suoi compagni d’avventure sono esistenze a prima vista straordinarie, ma proprio per questo credo che i lettori potranno riconoscervisi e, attraverso di esse, dare un significato speciale al proprio stesso destino ”.

Infine la nostra Bianca Pitzorno nella nota finale si rivolge per ringraziarle anche alle sue quattro bisnonne, personaggi che inserisce in questo romanzo e che lei non ha mai conosciuto.

‘’Ringrazio le mie quattro bisnonne Marietta Paolin, Ignazia Delitala, Maria Giuseppa Toreno e Raffaellina Oggiano, qui ritratte nelle quattro signore che ricevono dalla sonnambula un unico responso per loro incomprensibile. È anche grazie a loro che io sono qui e ho potuto scrivere questa e molte altre storie’’

Tutte queste signore, di cui la Piztorno ci racconta brevemente la vita, riceveranno dalla sonnambula un responso per loro incomprensibile e per il quale Ofelia Rossi cadrà in una reale forma di trance e, condotta dallo spirito guida (cioè la stessa Bianca che entra così come personaggio nel suo romanzo), scriverà a ognuna su un foglio diverso: ‘’ho scritto con quattro penne di gallo di colori diversi’’, parole  per loro incomprensibili, ma che in realtà indicano il fatto che si erano incontrate, conosciute e  riunite attorno a un tavolino da tè le quattro bisnonne dell’autrice.

Un altro personaggio de La sonnambula che voglio ricordare in particolare è quello di Corrado, il quale, a differenza di altri, rappresenta la bella figura maschile di un uomo maturo emotivamente, che non esiterà ad abbandonare tutto un mondo provinciale di cui è un’esponente alto borghese per scegliere una nuova forma di vita comunitaria e paritaria (chi legge saprà quale) ed essere così vicino a Ofelia, la donna che ama.

‘’Tornare a Donora era poi necessario? Gli sarebbe costato tanto rinunciare a quella vita piena di pregiudizi e di ipocrisie? (……) Perché non doveva sforzarsi di cambiare lui? Cosa avrebbe perduto? Il suo prestigio di miglior ingegnere cittadino? Ma valeva la sua infelicità, la sua solitudine?(….)

’Ho deciso di rimanere con te…Naturalmente se mi vorrai. Ma ti supplico di volermi’’. 

Bianca Piztorno, a mio avviso, stimola a interrogarsi sul fatto che possa esistere un filo che lega insieme tutto quello che accade, qualcosa che verosimilmente unisca in un unico disegno passato presente e futuro, ciò che viviamo, ciò che immaginiamo e ciò che spesso si ammanta intorno alla nostra dimensione onirica.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Intervista a Enrico Gamba per “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima” (Bompiani, 2026), di Lavinia Capogna

Enrico Gamba, la mindfulness è un percorso

Se apriamo un manuale di storia della psicologia incontriamo nelle prime pagine colui che viene considerato il primo psicologo, Wilhelm Maximilian Wundt, un signore con la barba, gli occhiali e un’aria intelligente che nel 1879 aprì il primo laboratorio di psicologia sperimentale a Leipzig in Germania ma in realtà il desiderio di conoscere se stessi e di superare disagi e problematiche (o malattie) ha una storia millennaria.

Già nelle poesie degli antichi greci o nella filosofia di Socrate si trovano queste aspirazioni.

“Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi” notava Sant’Agostino nel 400 d.C.

Anche Amleto di Shakespeare è un personaggio assai complesso e così Don Chisciotte di Cervantes (e nelle sue novelle lo stesso Cervantes inventò un dottore che aveva paura di essere di vetro e perciò non voleva essere sfiorato). Si potrebbe poi passare, facendo un brevissimo excursus, dalle raffinatissime psicologie dei personaggi di Lev Tolstoj o quelle di Dostoevskij, che hanno interessato anche Freud, fino a Italo Svevo.

La psicologia è una scienza con le sue teorie, i suoi esperimenti, i test, le diverse scuole, i suoi campi di indagini specifici, la sua parte umanistica e quella collegata allo studio del cervello che ha aperto nuove frontiere.

Oltre ai libri di studio, ai testi strettamente tecnici esistono saggi che possono essere letti anche dai non addetti ai lavori.

Tra questi ci sono volumi molto importanti: pensiamo alle opere di Erich Fromm, al prezioso saggio biografico di Viktor Frankl, all’intelligenza emotiva di Daniel Goleman, alle persone altamente sensibili di Elaine Aron, a quelli migliori dedicati alle donne – solo per citarne alcuni.

Nella sua storia, ancora relativamente recente ma densa di avvenimenti la psicologia ha dovuto affrontare anche critiche. Ci sono ancora persone che pensano che solo “i matti” dovrebbero fare una psicoterapia. Non è così.

Enrico Gamba è uno psicologo psicoterapeuta che ha un luminoso e confortevole studio a Milano, un’ampia esperienza ed è autore, finora, di due libri: “ONE 365 – Un insegnamento al giorno per un’esistenza eccezionale” e – appena pubblicato da Bompiani – “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima“, un libro ricco di spunti di riflessione, stimolante, sincero. Racconta, in uno stile scorrevole, mai ingarbugliato anzi chiarissimo la società attuale da un punto di vista psicologico con incursioni anche nella sociologia, la filosofia, i testi sacri Indiani, l’epigenetica, le costellazioni familiari, il vissuto di alcuni pazienti e soprattutto la mindfulness di cui Gamba è un grande praticante ed esperto.

Egli delinea una società che ha conosciuto enormi cambiamenti in poco tempo, che ha raggiunto possibilità prima impensate, ma in cui i progressi scientifici e tecnologici non sono andati di pari passo con quelli emotivi e spirituali.

Una società in cui è possibile comunicare in un minuto con qualcuno che vive nell’isola più sperduta del Pacifico ma nella quale la maggior parte delle persone si sentono estremamente sole, ansiose, svuotate.

Come ci dicono le statistiche i malesseri psicologici (da lievi a gravi) sono purtroppo aumentati in modo esponenziale. 

Il libro di Gamba non promette facili ed illusorie soluzioni ma propone un percorso. La mindfulness è infatti un percorso, una “strada” e la strada si fa andando, come scriveva il poeta Antonio Machado. 

Vuoi raccontarci come la meditazione usata da millenni dai monaci tibetani e dagli yogi indiani sia diventata la mindfulness, un valido e riconosciuto strumento della psicologia?

Se guardiamo alla storia, la meditazione nasce come pratica esperienziale, non come tecnica. Per millenni i monaci tibetani e gli yogi indiani l’hanno utilizzata come via di conoscenza di sé, di addestramento della mente e di trasformazione interiore. Non era qualcosa da “ottenere”, ma uno stato da coltivare: la capacità di stare presenti a ciò che accade, dentro e fuori.

Il passaggio verso la mindfulness avviene quando questo sapere antico incontra lo sguardo della scienza occidentale. A partire dagli anni ’70, soprattutto grazie al lavoro di Jon Kabat-Zinn, si è compreso che il cuore di quelle pratiche poteva essere estratto dal contesto religioso e proposto in modo laico, accessibile e rigoroso. Non si è trattato di snaturare la meditazione, ma di tradurla in un linguaggio comprensibile alla psicologia e alla medicina.

La mindfulness nasce proprio qui: dall’incontro tra tradizione contemplativa e metodo scientifico. È la stessa attenzione consapevole coltivata dagli yogi e dai monaci, ma osservata, studiata e validata attraverso la ricerca. Oggi sappiamo, grazie alle neuroscienze, che questa pratica modifica il funzionamento del cervello, del sistema nervoso e della regolazione emotiva. Non è più solo una “filosofia di vita”, ma uno strumento clinico efficace per stress, ansia, depressione, dolore cronico e molto altro.

In fondo, ciò che è cambiato non è la sostanza, ma il contesto. La mindfulness è la meditazione che ha imparato a parlare il linguaggio della psicologia moderna, senza perdere la sua anima. È un ponte tra Oriente e Occidente, tra esperienza interiore e conoscenza scientifica, che ci ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: imparare a stare presenti può trasformare profondamente il modo in cui viviamo, soffriamo e ci prendiamo cura di noi stessi.

Nel tuo libro hai raccontato alcune cose di te assai private: incertezze giovanili, un viaggio in India, incontri singolari, sincronie junghiane, sogni. Credo che questo possa aiutare a vedere un terapeuta non solo come “un distaccato medico della mente” ma anche come un essere umano. Che ne pensi?

Sì, ed è esattamente il motivo per cui ho scelto di raccontare anche la mia storia.

Non perché sia “speciale”, ma perché è vera. È la mia. E perché ciò che mi è accaduto – le incertezze, i passaggi difficili, quel viaggio in India, gli incontri singolari, i sogni, le sincronie che Jung avrebbe chiamato “messaggeri dell’inconscio” – mi ha trasformato. Mi ha portato, passo dopo passo, a comprendere ciò che oggi sento importante trasmettere a chi attraversa momenti simili a quelli che ho attraversato io.

Credo che vedere un terapeuta solo come un “medico della mente” distaccato e neutrale sia un’immagine incompleta, e a volte persino dannosa. La cura non passa solo dalla competenza, ma anche dalla presenza. E la presenza è umana: fatta di ferite integrate, di consapevolezza conquistata, di vulnerabilità che non chiede di essere esibita, ma che può diventare un ponte.

Nel lavoro terapeutico possiamo offrire conoscenze, strumenti, intuizioni. Ma spesso ciò che davvero “sposta” qualcosa nell’altro è l’esempio: la testimonianza silenziosa che si può attraversare la notte e uscirne con uno sguardo più vero. Raccontare alcuni frammenti della mia vita nel libro è stato un modo per dire: non sei strano, non sei rotto, non sei solo. E soprattutto: si può trasformare il dolore in senso.

E poi c’è un’altra cosa. Le sincronie, i sogni, certi incontri… non li ho messi per creare fascino narrativo, ma perché fanno parte della realtà psichica di molte persone. Tante volte i pazienti vivono esperienze interiori profonde e non le raccontano per paura di essere giudicati o patologizzati. Dare loro dignità, con rispetto e misura, significa anche aprire uno spazio sicuro: uno spazio in cui l’essere umano può essere intero, non solo “corretto”.

Quindi sì: se il lettore, grazie a questo, riesce a vedere il terapeuta come un essere umano, allora il libro sta già facendo una parte del suo lavoro. Perché la relazione, prima di tutto, è un incontro tra due umanità. E da lì può iniziare davvero il cambiamento.

Secondo te, esistono ancora pregiudizi verso le psicoterapie nonostante la loro efficacia, se ben eseguite, sia stata ampiamente provata?

Sempre meno, nella mia percezione. E questo è un segnale molto bello: la psicoterapia sta diventando sempre più associata non solo alla “cura” di un disagio, ma a una scelta di maturità, di responsabilità verso se stessi, a un desiderio genuino di crescere e conoscersi.

Detto questo, i pregiudizi non sono spariti del tutto: spesso hanno solo cambiato forma. Per alcune persone andare in terapia è ancora sinonimo di “avere qualcosa che non va”, quasi fosse un marchio. Per altre è vista come un lusso, o come un parlare infinito senza risultati. E poi c’è un’idea molto radicata, soprattutto nella nostra cultura, che “bisogna farcela da soli”, stringere i denti, andare avanti. Come se chiedere aiuto fosse una debolezza, invece che un atto di lucidità.

Qui secondo me è fondamentale un passaggio: la psicologia non nasce soltanto per “curare la mente” come se la società producesse automaticamente persone serene e integrate. La psicologia serve anche — e direi soprattutto — a migliorare la qualità della vita. A riconoscere i modelli appresi, familiari e sociali, che spesso ci portiamo dentro senza averli mai davvero elaborati. A trasformare automatismi, paure, copioni relazionali che creano sofferenza anche quando, fuori, sembra “andare tutto bene”.

Quindi sì: la psicoterapia è certamente uno strumento clinico per la patologia, quando c’è. Ma è anche uno strumento di prevenzione, di crescita, di educazione emotiva. E questo ha un impatto non solo individuale: più persone imparano a conoscersi, a regolare le emozioni, a comunicare meglio, meno violenza invisibile produciamo nelle relazioni, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro. In questo senso la psicoterapia è anche un investimento sociale.

E forse è proprio questo che sta cambiando: la consapevolezza che stare meglio non è un colpo di fortuna. È una competenza. E, quando la terapia è ben condotta, può diventare uno dei percorsi più concreti e scientificamente fondati per svilupparla.

Ho letto il libro di Tucker e alcuni di Brian Weiss, di cui hai seguito un master, da te citati e trovo interessante questa apertura da parte di uno scienziato verso la spiritualità, elemento che è presente anche nel fisico Federico Faggin e altri. Pur rispettando le credenze di tutti, un accentuato materialismo scientifico non potrebbe ridurre le possibilità di apprendere e di ampliare le conoscenze?

Come ho scritto nel libro, la scienza per essere davvero scienza non deve mai trasformarsi in un dogma. Perché nel momento in cui diventa un sistema chiuso di credenze – anche se si chiama “materialismo” – smette di essere ricerca e diventa ideologia.

La grande avventura della conoscenza umana è sempre stata legata agli strumenti di osservazione che l’essere umano ha saputo sviluppare. Per secoli non abbiamo “visto” i batteri, non perché non esistessero, ma perché mancava il microscopio. Non potevamo misurare certe onde, non perché fossero fantasie, ma perché mancavano strumenti e modelli. In questo senso, è ragionevole pensare che possano esistere fenomeni che oggi trascendono l’esperienza comune e che non riusciamo ancora a descrivere con criteri oggettivi semplicemente perché non abbiamo ancora mezzi adeguati per osservarli e studiarli.

È qui che la psicologia diventa, inevitabilmente, una “scienza di confine”. Da un lato tende – giustamente – alla rigorosità: replicabilità, metodo, verificabilità. Dall’altro, però, lavora con la materia più complessa che esista: l’esperienza soggettiva, la coscienza, il significato, il vissuto. E nel vissuto delle persone, soprattutto in ambito clinico, accadono talvolta esperienze interiori che non rientrano in una mappa concettuale già consolidata: sogni trasformativi, sincronie, percezioni sottili, stati di coscienza non ordinari. Possiamo liquidarli come “niente”, oppure possiamo fare ciò che la scienza, nella sua forma migliore, ha sempre fatto: osservare, raccogliere, documentare, sospendere il giudizio e continuare a indagare.

Ed è qui che la tua domanda è centrata: un materialismo scientifico accentuato, quando diventa l’unica lente ammessa, rischia di ridurre le possibilità di apprendere. Non perché “la spiritualità” debba essere accettata come verità, ma perché l’apertura mentale è un prerequisito del metodo scientifico stesso. La scienza cresce quando sa dire: “Non lo so ancora” senza trasformare quell’ignoranza in negazione.

A me piace una posizione molto semplice: rispetto totale per le credenze di tutti, e al tempo stesso un atteggiamento esplorativo. Non credulità, non rifiuto. Curiosità rigorosa. È quello che vedo in alcuni studiosi che citi: non stanno dicendo “è tutto dimostrato”, ma stanno dicendo “forse il reale è più vasto di ciò che oggi sappiamo misurare”.

E forse la sintesi più sana è questa: tenere insieme due qualità che raramente convivono — umiltà e coraggio. Umiltà nel non pretendere certezze dove non ci sono. Coraggio nel non chiudere la porta a ciò che ancora non sappiamo spiegare. Perché, se è vero che la scienza deve essere rigorosa, è altrettanto vero che deve restare viva. E ciò che resta vivo, per definizione, continua a fare domande.

Vorresti dare un consiglio a chi oggi si sente smarrito, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze?

Direi questo.

Se è vero che la scienza non ha ancora risposte definitive sul senso dell’essere umano, della mente e della coscienza, è altrettanto vero che ciascuno di noi ha un’opportunità enorme: imparare a rivolgere lo sguardo verso di sé.

E oggi questo è forse l’atto più rivoluzionario che un ragazzo o una ragazza possano compiere.

A chi si sente smarrito direi innanzitutto: non c’è nulla di sbagliato in te. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere altrove, di performare, di confrontarci, di adattarci. È naturale sentirsi persi quando nessuno ci ha mai insegnato come funzioniamo dentro.

Il mio consiglio è imparare ad ascoltarsi. Imparare a prendere coscienza di ciò che accade dentro di noi: riconoscere le emozioni, dare loro un nome, comprendere i pensieri invece di esserne travolti, distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci intossica. Queste non sono abilità “accessorie”, sono competenze fondamentali per vivere.

Pratiche come la mindfulness servono esattamente a questo: a sviluppare una presenza interiore stabile, una sorta di radicamento profondo. Quando manca questo radicamento è facile sentirsi sballottati, confusi, in balìa di tutto. Quando invece iniziamo a conoscerci, a sentirci, a stare con ciò che c’è, lentamente qualcosa si organizza dentro.

Per questo diffondo la consapevolezza da tanti anni: non come moda, non come tecnica miracolosa, ma come allenamento umano di base. È naturale sentirsi in difficoltà se non sappiamo come funzioniamo. È naturale perdersi quando non abbiamo radici interiori sufficienti a sostenerci.

E allora il messaggio è questo: il percorso su di sé non è qualcosa da fare solo “quando si sta male”. È un cammino che ciascuno di noi, prima o poi, è chiamato a fare non per correggersi, ma per vivere bene. Per abitare la propria vita con più lucidità, verità e gentilezza verso se stessi. E questo, soprattutto oggi, è un dono immenso.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Breve riflessione a caldo leggendo Krasznahorkai e guardando la balena di Tarr, di Mariarosaria Sciglitano

C’era aria di Nobel fin dal 2015, quando la critica americana Susan Sontag lo aveva definito “The contemporary Hungarian master of apocalypse”, maestro dell’Apocalisse, dopo aver letto il suo secondo libro, Melancolia della resistenza, e dopo che lo scrittore ungherese era stato insignito del prestigioso Man Booker International Prize. I nomi ungheresi che ritroviamo puntuali ogni anno sono, appunto, quello di László Krasznahorkai e quello, assolutamente non meno meritevole, di Péter Nádas, anche lui leggibile in lingua italiana.

In occasione del conferimento del Nobel la sua casa editrice ungherese, la storica Magvető, sui social ripubblica un post del 2024: «Quest’anno la Magvető è piena di anniversari importanti, rotondi […]: la casa editrice compie 70 anni, Péter Esterházy è nato 75 anni fa […] Esattamente 40 anni fa, il 10 aprile 1985, veniva pubblicato il primo romanzo di László Krasznahorkai: Sátántangó. I tesori gelosamente custoditi del nostro archivio editoriale sono i cataloghi in cui i colleghi di un tempo registravano i dettagli delle prime pubblicazioni. […] Sátántangó è ormai diventato un classico, un’opera fondamentale senza la quale la cultura ungherese, così come la letteratura mondiale, sono impensabili e inimmaginabili”, scrive János Szegő, editor della casa editrice. 

L’allora curatrice, Mária Zsámboki, a cui si deve in assoluto il primo tentativo di interpretazione, annotava: «Leggiamo il primo, avvincente romanzo di uno scrittore con un umorismo pungente, una visione sofisticata e profonda, uno stile sfumato e raffinato: un libro che ci presenta le vicissitudini del destino in una forma matura e chiara».

Ma in Italia László Krasznahorkai non si presenta con Satantango (trad. di Dóra Várnai, Bompiani, 2016), bensì con Melancolia della resistenza (trad. di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli, Zandonai, 2013) grazie alla brillante intuizione dell’editor Giuliano Geri, poco prima che la casa editrice in questione, purtroppo, chiudesse i battenti.

Ed è proprio su questo suo secondo libro che si basa una delle più fortunate collaborazioni tra lo scrittore e il regista, parimenti ungherese, Béla Tarr, ospitato nel 2024 a Napoli nell’ambito del Maggio dei Monumenti con un workshop, una bellissima rassegna integrale e tante iniziative a lui dedicate. Parliamo de Le armonie di Werckmeister (2000), che ho avuto l’onore di tradurre lavorando fianco a fianco con il regista, che ascoltava scrupolosamente risuonare i dialoghi in italiano. 

Le atmosfere rarefatte, quelle comunità ai limiti dell’umano, ai margini del mondo, in prospettive temporali sospese, le attese infinite, che ricordano il tempo in Dino Buzzati, dei libri di Krasznahorkai, lo hanno forse troppo spesso incastrato nella definizione di “apocalittico”. Ma l’autore ha più volte ribadito nelle sue interviste che l’Apocalisse è la normale condizione del mondo, è il suo stato ordinario.

L’opera di Krasznahorkai viene abitualmente considerata come un unico, lungo arco narrativo che parte dall’implosione del villaggio e della sua comunità e procede verso aperture cosmiche, prende il via dal senso della fine del mondo e si eleva fino alla trascendenza. E, sebbene ogni sua opera affronti il caos e l’ordine da prospettive diverse, ci riporta sempre alla stessa consapevolezza: oltre i confini del linguaggio, dell’esperienza umana e della comprensione, c’è qualcosa che ci attende e che non possiamo più controllare. 

Nota positiva: mentre per il primo premio Nobel alla letteratura ungherese, Imre Kertész (2022), l’editoria italiana era stata colta alla sprovvista e in italiano c’era solo un titolo, Essere senza destino (trad. di Barbara Griffini dal tedesco, Feltrinelli 1999), con Krasznahorkai si è organizzata per tempo, tant’è che dopo Zandonai e Melancolia della resistenza, Bompiani ha regolarmente pubblicato le sue opere.

Mariarosaria Sciglitano*

László Krasznahorkai e Mariarosaria Sciglitano. Foto di Katalin Kismartoni scattata a Budapest, presso la sede della MTA – Accademia Ungherese delle Scienze.

*Mariarosaria Sciglitano: ha ottenuto la cittadinanza ungherese per chiari meriti. Traduttrice, giornalista, PhD in letteratura comparata, ha tenuto corsi di letteratura italiana contemporanea e di traduzione letteraria dall’ungherese all’Università ELTE di Budapest. Ha insegnato italiano come lettrice madrelingua all’Università Corvinus di Budapest per circa un trentennio; ha svolto corsi di lingua italiana livello avanzato all’Istituto Italiano di Cultura per l’Ungheria per un ventennio.
È stata docente a contratto all’Università di Firenze e cultrice della materia (Letteratura ungherese) all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale.
Membro della Federazione Nazionale dei Giornalisti Ungheresi (MÚOSZ) dal 1995, collabora con media italiani (la Repubblica, il Manifesto, il Sole 24 Ore, RAI, Radio Popolare, Radio Mir) e ungheresi (ÉS, HVG, MTI, TV2, Magyar Rádió) occupandosi di cultura.
È stata giornalista accreditata presso il Ministero degli Esteri d’Ungheria per Radio Rai, Rassegna sindacale e Il Manifesto.
Svolge attività di consulenza per la traduzione letteraria dall’ungherese all’italiano presso l’Istituto Balassi, e continua a svolgerla presso il Petőfi Literary Fund. Collabora come consulente madrelingua per l’Italianistica con l’Ufficio Scolastico Nazionale – Oktatási Hivatal.
Traduce per editori come Garzanti, Feltrinelli, Bompiani, Il Saggiatore, Marsilio, Marietti, Neri Pozza, Hopefulmonster e altri sia italiani sia stranieri, conseguendo il riconoscimento per la traduzione “Frankfurt ’99”, nel 1997; il premio Déry Tibor per la sua attività di traduttrice nel 2018; il premio MIBACT – Fondo per il potenziamento della cultura e della lingua italiana all’estero nel 2020. Tra gli autori tradotti, il premio Nobel della letteratura ungherese Imre Kertész.
Ha curato la traduzione dall’ungherese e dall’inglese all’italiano di numerose sceneggiature letterarie e la sottotitolazione dei relativi film, nonché di opere teatrali.
Svolge regolarmente lavori editoriali di revisione, correzione, editing.

Il bitinicco arrabbiato – Vita agra di uno scrittore in libreria (Terzo Sberleffo): Il fuoco che ti porti dentro, Athos Zontini e altri paradossi della Letteratura, di Davide D’Urso

IL BITINICCO ARRABBIATO

VITA AGRA DI UNO SCRITTORE IN LIBRERIA

Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle”. 

Così scriveva Bianciardi, qualche tempo fa. Io sarò più misurato, mi limiterò a rompervi le palle.

TERZO SBERLEFFO 

IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO, ATHOS ZONTINI E ALTRI PARADOSSI DELLA LETTERATURA

Si fa un gran parlare – e a ragione – de Il fuoco che ti porti dentro, l’ultimo romanzo di Antonio Franchini, pubblicato dall’editore Marsilio. Il paradosso che qui s’intende affrontare è che il grosso dei lettori lo considera un nome nuovo – mentre l’autore, classe ’58, una dozzina di libri all’attivo, rappresenta da anni una delle voci più autorevoli del panorama letterario italiano. Gli addetti ai lavori, naturalmente, seguono da tempo il suo percorso, e con crescente interesse – benché, essendo lui un direttore editoriale, non si capisce mai quanto l’interesse sia rivolto allo scrittore e quanto al gigante dell’editoria che in effetti è.

In ogni caso, il fatto che sia poco conosciuto presso il grande pubblico è un fenomeno che desta non poche perplessità. Viene da chiedersi: dov’eravamo noi lettori quando, quasi trent’anni fa, usciva Quando vi ucciderete, maestro? o, poco più tardi, quell’altro capolavoro che ha per titolo L’abusivo? Ve lo dico io. Eravamo occupati a lamentarci. A guardare con nostalgia alla letteratura del passato rimpiangendo, che so, i Buzzati, i Cassola, i Bianciardi dei cosiddetti anni d’oro. Per non dire dei tre imprescindibili nomi – citati spesso congiuntamente, e quasi sempre a sproposito – Pasolini, Sciascia, Calvino. E forse, era solo un alibi di comodo per evitare di misurarci con un nuovo modo di fare letteratura.

Intanto, Franchini, ma anche Albinati, Walter Siti, Emanuele Trevi, Eraldo Affinati sfornavano un gioiello dopo l’altro. A distanza di trent’anni da Istruzioni per l’uso del lupoMaggio selvaggioIl contagioCampo del sangueScuola di nudo, questi scrittori sono ormai entrati a far parte del canone letterario, ottenendo perfino riconoscimenti di grande prestigio – per quanto, in alcune circostanze, i libri premiati non fossero i migliori della loro produzione. Insomma, una sorta di elogio alla carriera. Ed è probabile che un domani, paradossalmente, sentiremo ancora ripetere la solita nenia, questa volta dedicata a loro, i venerati maestri del futuro: non ci sono più i Franchini, gli Albinati, i Walter Siti di una volta! Dimenticando di aggiungere che quando pubblicavano le loro migliori opere erano ignorati dai più. 

Parallelamente, alcuni giovani ma già solidi autori stanno compiendo un percorso artistico di notevole interesse. Per ora ci limitiamo a ignorarli. Più in là decideremo se dare loro un premio. 

Un titolo su tutti? Orfanzia (Bompiani, 2016), di Athos Zontini. Un capolavoro. Dimenticato, ahimè. 

Ecco il punto. Ho la sensazione che l’industria culturale abbia talmente concentrato l’attenzione sul presente (sulle vendite, in particolare, da realizzare nell’immediato) da non concedere a uno scrittore la possibilità di trovare il proprio pubblico per dare vita a un dialogo sincero con i lettori. Lo stesso Franchini qualche anno fa scriveva: “Molte opere uscite dal dopoguerra all’inizio degli anni Sessanta hanno avuto tutto il tempo di farsi assorbire, di entrare nelle fibre profonde della società come una pioggia autunnale lenta e nutriente che imbeve il terreno poco alla volta”. 

Un libro, oggi, pochi mesi dopo la sua pubblicazione, è già considerato sorpassato. Nessuno più si mostra interessato ai temi che approfondisce, tanto meno all’autore che li affronta: né la critica, subissata di nuove uscite; né i librai, per la medesima ragione; né i lettori, che dalle proposte degli uni e degli altri dipendono. Non a caso si parla di novità del momento, perché sembra che la loro vita duri in effetti il lasso di un momento. Se una novità non fa immediatamente il botto – qualunque cosa voglia dire – è destinata a morire. Come se la letteratura, dopo secoli passati a indagare il Reale, inseguendo una qualche possibile forma di Verità, per quanto dolorosa, si debba oggi accontentare di esprimere un’arte minore, l’incomprensibile arte di fare il botto. 

E se cominciassimo a prenderci cura dei giovani autori? Leggendoli senza l’assillo di attenderci l’opera che cambierà il destino della letteratura? Dando non solo a questi scrittori il tempo di maturare, ma anche ai lettori la possibilità di seguirli nel loro percorso, crescendo insieme. Invece di abbandonarli a uno spietato quanto spesso ingiustificato oblio, dopo qualche mese di chiacchiericcio, per dedicarci con altrettanto fervore al nome successivo, e così via, in un circolo vizioso che non fa bene a nessuno. Eccetto ai bottegai dell’editoria, i rabdomanti del botto.

Ed evitando così di lamentarci un domani con il più stucchevole dei piagnistei: non ci sono più gli Zontini di una volta! 

Davide D’Urso


Davide D’Urso. Scrittore, libraio, operatore culturale. Dal 2013 dirige il punto vendita flegreo di Librerie.coop. Ha pubblicato “Il paese che non voleva cambiare” (Manni, 2007). “Incontri notevoli di un libraio militante” (Valtrend, 2012). “Tra le macerie”, (Gaffi – Italo Svevo, 2014). “I famelici” (Bompiani, 2021). “Fuoco sulla città” (Ad Est dell’Equatore, 2013) include il racconto, “Fuocoefiamme”. Nel 2022 viene scelto da Filippo La Porta per l’antologia “Gli occhi di Napoli” (Iod, 2022). I contigui è pubblicato all’interno dell’antologia “Napoli stanca”, a cura di Mirella Armiero (Solferino, 2023).

Alcuni libri suggeriti da Raimondo di Maio della Libreria “Dante & Descartes” di Napoli

Abbiamo chiesto a Raimondo di Maio – lo scugnizzo di vico San Mandato, il ragioniere, il filosofo, il comunista, l’agente Feltrinelli e Einaudi, l’editore, più comunemente noto da oltre quarant’anni come “il libraio” di Napoli – di parlarci dei libri letti quest’anno. A dire il vero, considerato il convulso clima pre-natalizio, eravamo andati da lui in via Mezzocannone per farci suggerire qualche libro da mettere sotto l’albero, ma lui non ha ceduto neanche per un attimo alla tentazione consumistica. “I libri, quelli veri, non sono oggetti di consumo – dice – al contrario sono elementi che contrassegnano la nostra esistenza.” E così, quella che doveva essere una semplice lista di consigli per regali natalizi, si è trasformata in un viaggio tra i libri che hanno segnato il suo ultimo anno di letture.


Ecco cosa ci ha detto: 

“Consiglio alcuni libri letti ultimamente che hanno arricchito la mia essenza. Il primo è di Erri De Luca e Ines de la Fressange, L’età sperimentale, un libro per tutti, tutti attraversiamo la “linea d’ombra” del tempo che passa; questo fantastico libro racconta proprio lo sperimentare lo scorrere del tempo a venire nella nostra grande età. Tanto tempo fa Erri De Luca in un altro testo Lettere da una città bruciata ha scritto: “A me fa questo: anche se invecchio, il tempo scorre ma non passa, resta“.

Secondo libro Domenico Rea, “il napoletano“. Si tratta di un “libro perduto e ritrovato” grazie al tenace lavoro di Annalisa Carbone, che con passione e fatica ha cavato questo testo del grande scrittore dal mensile sportivo “il napoletano”. Sono 24 saggi-articoli niente affatto sportivi, scritti nel biennio 1975-1976, durante gli anni della sua direzione prima e consulenza poi al rotocalco. Egli infatti impresse come un bravo direttore d’orchestra la torsione realistica e culturale, leggi politica, che fa lievitare gli articoli, che normalmente perché giornalistici sono considerati antiletteratura e invece, grazie al lievito letterario che ha saputo aggiungere ai testi, abbiamo tra le mani un letteratissimo volume.

Dovremmo leggere e misurarci con la letteratura capace di aggiudicarsi un Premio Nobel. Bene, allora, suggerisco la lettura di uno storico premio Nobel: Grazia Deledda. Procuratevi un suo romanzo, i suoi racconti e affacciatevi in quello straordinario mondo della scrittrice. Scoprirete un avvincente e straordinario mondo letterario.

Consiglio anche il Premio Nobel di quest’anno Han Kang, L’ora di greco, Adelphi. Questo libro era già nel programma del grande Editore a prescindere dall’assegnazione del premio;.
Vorrei fare come i cantautori che cantano le propri canzoni e consigliare alcune mie appassionate pubblicazioni che meritano di essere lette: Emma de Franciscis, L’uomo che attraversò tre secoli; Adelia Battista, L’Angelo bianco; Gioconda Fappiano, Sette racconti; Enzo Acampora, La casa che ballava Una storia della Pignasecca; last but not least, un libro per ripassare la storia contemporanea Antonio Scurati, L’ora del destino Romanzo Bompiani. La storia di M e dell’Italia a partire dal 1940…”

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!