Omosessualità tra persecuzioni e arte, di Lavinia Capogna

L’attimo

Nessun cielo di una notte d’estate senza respiro

giunge così profondo nell’eternità,

nessun lago, quando le nebbie si diradano,

riflette una calma simile

come l’attimo –

quando i confini della solitudine si cancellano

e gli occhi diventano trasparenti

e le voci diventano semplici come venti

e niente c’è più da nascondere.

Come posso ora aver paura?

Io non ti perderò mai.

Karin Boye

Negli anni ’70 molti pensavano che il futuro sarebbe stato migliore: progressista, rispettoso.

Invece l’Italia sta attraversando una buia notte in cui il rispetto, la garanzia di alcuni diritti, le regole della convivenza civile vengono spesso ignorati.

Lo vediamo quotidianamente su alcuni social media, nei talk show televisivi e, purtroppo, nelle cronache cittadine.

Tra questi diritti c’è quello della protezione delle minoranze.

In relazione ai diritti civili per le persone omosessuali il nostro paese risulta 36º su 49 Paesi europei con un punteggio di tutela dei diritti del 24%, ben al di sotto della media UE (Fonte ILGA).

Secondo le stime le persone che si ritrovano nell’acronimo Lgbt+ sarebbero tra il 7 e il 9% della popolazione.

Pensiamo ad Andrea S., 15enne romano, suicida perché aggredito a scuola e via online solo perché era andato in classe con un paio di pantaloni rossi diventati rosa a causa di un lavaggio.

Pensiamo a Paolo M., anche lui quindicenne in provincia di Latina, bullizzato solo perché aveva i capelli lunghi biondi. Anch’egli suicida.

Due adolescenti, quasi due bambini, di cui non si sa che orientamento sentimentale avrebbero avuto da adulti.

Due bellissimi ragazzi traditi da coetanei in un tempo della vita in cui ci si apre al mondo con fiducia e meraviglia.

Pensiamo a Cloe Bianco, professoressa di fisica transgender, che un giorno, a 50 anni, stanca di nascondersi, si era presentata nella sua classe in Veneto vestita nel modo che lei sentiva più suo: da donna e non da uomo e bersaglio dell’odio leghista.

Anche Cloe suicida e lasciata sola.

Pensiamo alle aggressioni verso ragazzi che si tengono per mano o si scambiano un lieve bacio per strada – cosa che un ragazzo e una ragazza possono fare, senza più destare scandalo, da quarant’anni. 

Pensiamo a due donne innamorate che hanno scelto di fare un’unione civile, che eccetto due differenze equivale al matrimonio civile, che magari hanno un figlio e che devono affrontare un coming out continuo e non sanno mai come sarà accolto.

Pensiamo alla valanga di commenti quotidiani sgradevoli, volgari, brutali su un noto social media.

Pensiamo ai politici che diffondono omofobia.

La vita sentimentale reale o desiderata dalle persone non dovrebbe riguardare gli altri. Si chiama appunto vita privata.

Dovrebbe riguardare la legge solo laddove vi siano eventuali reati.

Purtroppo nei secoli c’è sempre stato un interesse, spesso nefasto, verso l’omosessualità, un orientamento sentimentale (e non solo sessuale) che è soltanto una variante minoritaria della sfera amorosa.

L’omofobia, termine coniato dallo psicologo George Weinberg nel 1972, è una forma di odio non innata ma appresa in famiglia, nell’ambiente, nella cultura (in senso sociologico) e che raramente viene messa in discussione dal soggetto anche se potrebbe farlo.

Alcuni sostengono che gli o le omofobe sarebbero gay repressi.

Essi odiano qualcuno che neppure conoscono solo perché lo ritengono appartenente ad un certo “gruppo” che mette in discussione, involontariamente, modelli e certezze.

È un processo di “deumanizzazione”, come è intitolato un saggio illuminante di Chiara Volpato, psicologa sociale (Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, 2011).

In Italia l’omofobia viene spesso associata alla chiesa cattolica (in parte è stato così anche se, recentemente, con Papa Francesco ci sono state aperture e ci sono molti gay cattolici).

Tuttavia essa non nasce dal Vangelo dove non c’è nulla contro l’omosessualità.

Nel 1994 John Boswell, filologo medievale, docente universitario della prestigiosa università di Yale, ha dimostrato, esaminando documenti Vaticani dell’epoca, come in alcune comunità cristiane fossero possibili matrimoni fondati sull’amore tra due uomini o tra due donne nel saggio “Same-Sex Unions in Pre – Modern Europe”.

Il libro non è mai stato tradotto e pubblicato in italiano…

Le persecuzioni da parte della chiesa incominciarono solo nel 1200.

Eva Cantarella, storica e docente universitaria, ha invece studiato la bisessualità nel mondo greco romano in “Secondo natura” (1988).

La sociologa Daniela Danna le donne nell’esaustivo saggio, “Amiche, compagne, amanti. Storie dell’amore tra donne” (1994). 

Molto recentemente la storica Maya De Leo in “Queer. Storia culturale della comunità LGBT+” (2023) si è domandata come mai ora che l’influenza della chiesa è minore sulla società l’omofobia sia invece aumentata.

È essenziale, nei limiti di un articolo, andare a vedere il passato sperando di migliorare un poco il presente, di far sorgere il dubbio a qualche omofobo/a che l’odio è sempre un male.

Nel Rinascimento Leonardo da Vinci subì un processo per ‘sodomia’ da cui venne assolto. Egli visse poi molti anni con il Salai, soprannome di un suo allievo. Fu risparmiato un processo a Michelangelo che visse decenni con il bellissimo poeta Tommaso de Cavalieri. E anche al più grande filosofo dell’umanesimo, Pico della Mirandola, compagno del poeta Girolamo Benivieni che, quando Pico venne avvelenato a 31 anni, tentò il suicidio dalla disperazione.

L’Inquisizione spagnola processò invece Miguel Cervantes che riuscì a scagionarsi. Si poteva finire sul rogo o in carcere.

Nel 1800 in Italia vi era una legge antigay (solo relativa agli uomini) nel Regno Sabaudo o regno di Sardegna con capitale Torino.

Tale legge non esisteva invece nel Regno delle Due Sicilie, capitale Napoli.

Solo in qualche libro francese c’erano accenni a personaggi gay o lesbiche: Balzac (“La ragazza dagli occhi d’oro” e il personaggio di Vautrin), Gautier (“Mademoiselle de Maupin), Dumas (“Il conte di Montecristo”), Zola (“Nanà”). Suscitarono scandalo la scrittrice bisessuale George Sand e il processo ad Oscar Wilde.

Nel 1886 Henry James scrisse “Le bostoniane” sull’affetto di una ragazza conteso tra una suffragetta e un bellimbusto.

Ancora oggi si nega, nonostante le documentazioni storiche, il fatto che grandi musicisti come Tchaikovsky e Chopin fossero gay anche se si ammette di Robert Schumann, Franz Schubert e di poeti come Rimbaud, Verlaine, Lord Byron, Mary Shelley, Emily Dickinson, Walt Whitman, Lord Tennyson, Swinburne, August von Platen, Renée Vivien, Gabriela Mistral.

Durante il periodo del Regno d’Italia e quello positivo di Giolitti l’atteggiamento verso l’omosessualità era variegata. La medicina e la nascente psicologia si occupavano spesso, in modo inquietante, di ‘invertiti’ o ‘pederasti’, come venivano chiamati i gay.

È importante sottolineare – perché l’estrema destra e i cattolici integralisti ci riprovano sempre – che l’omosessualità non ha nessun collegamento con la pedofilia che, se agita, è un grave crimine.

Il fascismo, che esplose negli anni Venti del 1900 come fenomeno terroristico, esaltava fino alla nausea un maschilismo becero e grossolano (battute da osteria, estrema misoginia ecc. ecc.).

Mussolini stesso aveva aggredito una donna e fatto sparire in manicomio una sua partner caduta in rovina per averlo finanziato e il loro figlio Albino (vedi: Aldo Cazzullo “Mussolini, il capobanda. Perché dovremmo vergognarci del fascismo” e il film “Vincere” di Marco Bellocchio).

I gay venivano visti allora come tutti uguali, damerini, manierati o come i boys di Wanda Osiris. Modo che, in senso ironico, avrebbe poi riproposto il geniale attore Paolo Poli (che ho conosciuto).

Nel 1930/31 Mussolini non fece inserire nel famigerato Codice Rocco l’articolo contro i gay perché sarebbe stata la prova regina che c’erano omosessuali anche in Italia. Il fascismo voleva dimostrare che da noi… non esistevano!

Il fascismo cercò di renderli invisibili, come si vede nel bellissimo film di Ettore Scola, “Una giornata particolare” (1977) interpretato da Sophia Loren e Marcello Mastroianni, facendoli sparire ‘al confino’ in isole allora remote come le Tremiti o Ustica oppure in carcere o, grazie a compiacenti medici, nei manicomi, spesso luoghi di violenze inaudite.

Furono almeno 300 tra il 1938 e il 1942 le vittime del confino. Moltissimi i ragazzi.

Vite che il fascismo voleva cancellare e di cui restava traccia solo nei verbali sgrammaticati scritti a macchina dalla polizia segreta.

Le lesbiche non erano prese in considerazione, vivevano a volte sole, a volte in coppia, ufficialmente come amiche, o sposate a mariti, a volte comprensivi, a volte ignari.

Si considerava l’amore tra due ragazze una fase passeggera adolescenziale o si guardava a loro morbosamente.

Stereotipi duri a morire.

Un grande narratore come Vasco Pratolini ha immaginato due lesbiche come “La Signora” in “Cronache di poveri amanti” (1947) ambientato negli anni Venti (un personaggio non troppo lusinghiero – una ricca fiorentina che circuisce una ragazza del popolo) e la più variegata e complessa Ninì, una giovane donna infelicemente sposata che ha una relazione con una cameriera, Fru, ma che ama perdutamente e segretamente la bella Nella Corsini tanto da compiere un delitto.

Giorgio Bassani avrebbe scritto una storia ambientata negli anni Trenta, “Gli occhiali d’oro”, nel 1958 su un mite professore ferrarese sfruttato da un bel ragazzo cinico dal quale il regista Giuliano Montaldo avrebbe realizzato poi un ottimo film.

Robert Musil aveva narrato la tragica storia di un cadetto militare austriaco in “I turbamenti del giovane Törless” nel 1906, pubblicato in Italia solo nel…1959!

In Francia Marcel Proust aveva creato i personaggi di Albertine e di Charlus nel capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto” e André Gide aveva scritto “Corydon” (1924), “I falsari” (1925), “Se il grano non muore” (1926), libri essenziali per una generazione.

Sigmund Freud nel suo saggio su “Anna O.” non si era dimostrato molto positivo anche se poi in una lettera privata aveva sostenuto che tutte le persone sarebbero bisessuali.

Per un certo tempo la psicoanalisi tramutò l’omosessualità da “peccato” – come era allora per la chiesa – o “vizio” nel parlar comune – in una malattia senza però basi scientifiche.

Per molti fu visto come un progresso: il vicino di casa gay non era più un vizioso ma un povero ammalato …

Bisognerà arrivare al 1973 e poi definitivamente al 17 maggio 1990 perché l’omosessualità fosse tolta dall’elenco delle malattie mentali e riconosciuta dall’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) come “variante naturale del comportamento umano”.

In Austria negli anni Venti le lesbiche erano perseguitate legalmente (legge Paragrafo 129) ma non in Germania dove il Paragrafo 175 era esclusivamente contro i gay.

Durante la Repubblica di Weimar Berlino fu notoriamente una città molto aperta con caffè, locali, riviste, iniziative culturali e, insieme a Parigi (dove abitavano la libraia e amica di Joyce, Sylvia Beach, e Gertrude Stein, amica di Hemingway) la città più gay friendly d’Europa. 

Qui viveva la scrittrice svizzera ventenne Annemarie Schwarzenbach che scriveva delicati romanzi, lo scrittore Ludwig Renn, ex reduce, di famiglia aristocratica e comunista, la scenografa Thea Sternheim che sarà un’eroina nella Resistenza.

Nel 1931 venne realizzato un film che ebbe un grande successo, “Ragazze in uniforme”, diretto dalla regista Leontine Sagan sull’amore di una ragazza per la sua insegnante.

Lo scrittore gay inglese Christopher Isherwood lasciò Berlino, dove aveva vissuto alcuni anni, e scritto dei romanzi che nel 1972 avrebbero ispirato il famoso film di Bob Fosse “Cabaret” con Liza Minnelli.

Nel ’39 con il poeta W. H. Auden raggiunse l’America.

Nel frattempo Adolf Hitler, ex caporale, figlio di una cameriera sposata con un cugino in un paesetto austriaco, imbevuto delle peggiori scartoffie razziste, che aveva avuto una relazione incestuosa con la nipote (!) che dopo una furiosa lite era stata trovata morta (caso immediatamente archiviato come suicidio…) aveva radunato i peggiori soggetti in circolazione tra cui un militare che gli fu utilissimo.

William L. Shirer nella sua “Storia del Terzo Reich” ci racconta chi era il capitano Ernst Röhm: “appartenente al comando del settimo distretto militare di Monaco, che aveva aderito al partito prima di Hitler, era un soldato di professione, tozzo, col collo taurino, gli occhi porcini e la faccia sfregiata: la parte superiore del suo naso era stata asportata da un proiettile nel 1914. (…) Era pervaso, come Hitler, da un odio violento per la Repubblica (…). 

Era un uomo ostinato, spietato e impulsivo. Come tanti altri nazisti della prima ora, era un omosessuale. Ebbe una grande parte nell’organizzazione delle prime squadre armate naziste che dovevano dare origine alle SA, i reparti d’assalto che egli comandò fino all’ultimo, fino a quando nel 1934 fu ucciso per ordine di Hitler”.

Ci si può chiedere perché Shirer avesse scritto “come tanti altri nazisti della prima ora, era un omosessuale”.

Si può rispondere in due modi: primo, essendo l’omosessualità un orientamento sentimentale/sessuale può appartenere a qualsiasi tipo di persona; secondo, in contemporanea all’inizio della persecuzione dei nazisti ne era incominciata un’altra nell’Unione sovietica di Stalin. Come vedremo lo scrittore gay Klaus Mann, figlio di Thomas Mann, le mise perfettamente a fuoco in un suo articolo della fine del 1934 su una rivista di Praga.

Nel 1934 Hitler fece, dunque, uccidere Röhm e nella “notte dei lunghi coltelli” le SA in una lotta feroce tra militari (come si vede nel film “La caduta degli Dei” diretto da Luchino Visconti 1969).

Iniziarono da allora violente persecuzioni verso gli omosessuali o presunti tali in Germania con deportazioni, mostruosi esperimenti, castrazioni, obbligo di frequentare bordelli.

È l’Olocausto dimenticato e rimosso: almeno 10.000 gay morirono nei campi di sterminio nazisti dei 15.000 deportati. 

Il saggista Massimo Consoli (che ho conosciuto) gli ha dedicato il libro “Homocaust’ che andrebbe ripubblicato.

Lo storico Giovanni Dall’Orto un testo.

Pierre Seel, allora diciassettenne, deportato francese, è stato uno dei pochi sopravvissuti che ha raccontato questo sterminio nel libro “Io, Pierre Seel, deportato omosessuale”.

La storica tedesca Claudia Schoppmann ha narrato invece in “Zeit der Maskierung – Lebensgeschichten lesbischer Frauen im “Dritten Reich” (Il tempo del mascheramento – Storie di vita di donne lesbiche nel “Terzo Reich”) la situazione delle donne.

Un saggio fondamentale del 1998 ancora non pubblicato in italiano….

Nell’articolo “Lesbiennes sous Ie III Reich: disparaître ou mourir” (Essere lesbiche durante il nazismo: scomparire o morire) di Edna Costello, pubblicato su un sito svizzero, si legge:

“L’arrivo al potere di Hitler nel 1933 colpì pienamente la comunità lesbica. Le retate nei caffè erano frequenti (…) la stampa proibita, le associazioni disciolte.

“(…) le lesbiche vivevano nella paura di essere denunciate. Temevano anche, a giusto titolo, i licenziamenti (…).

La maggior parte delle donne intervistate raccontavano che al fine di passare inosservate cambiarono la loro apparenza (…) la pressione sociale era così forte che molte si sposarono.

Si sa tuttavia che numerose lesbiche furono arrestate e mandate in campi di concentramento”.

Nel 1917 con la rivoluzione russa e la nascita dell’URSS Lenin aveva dichiarato le leggi zariste decadute: si aprì un periodo in cui vennero approvate leggi molto emancipate. 

Anche gli omosessuali potevano iscriversi al partito comunista.

Le persecuzioni incominciarono con Stalin nel 1934 quando l’omosessualità venne dichiarata una “degenerazione borghese”. Si attribuì, vera o falsa che fosse, allo scrittore Maksim Gor’kij la frase: “Facciamo sparire gli omosessuali, così sparirà il fascismo!”.

Una falsa idea che rimase in alcuni marxisti (non socialisti) fino agli anni ’60.

Non si sa il numero dei gay deportati nei gulag sovietici ma subivano trattamenti drammatici anche se non venivano uccisi. I gulag erano situati prevalentemente in Siberia e si doveva, per esempio, estrarre oro e carbone, tagliare legname, costruire grandi infrastrutture.

Le lesbiche non erano perseguitate legalmente ma se veniva scoperta una storia d’amore si veniva considerate “asociali” o malate mentali.

Pensiamo alla grande poeta bisessuale Marina Cvetaeva, suicida nel 1941, come la svedese Karin Boye.

Klaus Mann, attivista antifascista a cui si devono in decine e decine di articoli le analisi più illuminanti sul suo tempo, pubblicò dunque un articolo intitolato “Omosessualità e fascismo” in cui denunciò sia le persecuzioni in Germania sia quelle in URSS.

Fu l’unico a farlo.

Non parlò di quelle in Italia perché sarebbero iniziate tre anni dopo.

Egli scriveva “Hanno dimenticato i marxisti che il dogma e il tipo di Führer, che noi combattiamo prima di tutto, sono determinati da fattori economici?

E che Hitler (che fra l’altro è sicuramente amato più calorosamente o istericamente da donne piccole borghesi che da baldi maschi o effeminati) è potuto arrivare al potere non perché “la gioventù tedesca è contaminata dall’omosessualità” ma piuttosto perché Thyssen (celebre industriale ndr) pagava e menzogne prezzolate hanno offuscato i cervelli di gente affamata”.

Anche nel franchismo spagnolo i gay vennero assai perseguitati.

La vittima più celebre fu nel 1936 il grande poeta Federico García Lorca, brutalmente ucciso a 38 anni non solo perché aveva firmato una petizione contro Franco ma principalmente per il suo orientamento.

Gli uomini venivano imprigionati.

Le lesbiche dovevano rendersi invisibili altrimenti venivano sottoposte a violenze ed elettroshock.

La famosa artista Victorina Durán e la nota attrice teatrale Margarita Xirgu si rifugiarono in Argentina.

I 10.000 gay uccisi, i “confinati” italiani, i deportati sovietici e le violenze spagnole dovrebbero suscitare rispetto verso queste vittime innocenti.

L’unico conforto era la letteratura.

Alla fine degli anni Venti erano stati pubblicati in Inghilterra tre romanzi seri come “Risposte nella polvere” di Rosamond Lehmann, “Il pozzo della solitudine” di Radclyffe Hall e “Orlando”, un libro prezioso e originalissimo di Virginia Woolf.

Lillian Hellman ebbe un grande successo a Broadway negli anni Trenta con la commedia “The Children’s Hour” dal quale sarebbero stati tratti due film di cui uno, “Quelle due”, interpretato Audrey Hepburn e Shirley MacLaine. 

Nel 1952 al tempo del maccartismo in cui i bar gay erano vietati, Patricia Highsmith pubblicò con un nome d’arte “The Price of Salt” o “Carol” dal quale il regista Todd Haynes avrebbe tratto il bellissimo film omonimo.

Tennesse Williams scriveva le sue grandi commedie e James Baldwin e Lorraine Hansberry affrontavano una doppia discriminazione perché Afro American e gay.

Nel paese i due famosi Rapporti Kinsey sulla vita sessuale degli americani rivelarono che le persone Lgbt erano molte di più di quelle che si credevano.

In Europa nel 1949 Simone de Beauvoir pubblicò il saggio “Il secondo sesso” che avrebbe aperto un dibattito nel movimento femminista degli anni ’70 con i suoi gruppi di autocoscienza.

Marguerite Yourcenar il romanzo “Memorie di Adriano”, Elsa Morante ‘L’isola di Arturo”, Natalia Ginzburg “Valentino” e poi “Caro Michele”.

Nel 1964 Milena Milani scandalizzò con “La ragazza di nome Giulio” che venne sequestrato. Idem Alberto Arbasino, Jean Genet e Françoise Sagan con la sua vita spericolata. Goliardia Sapienza (che ho conosciuto) avrebbe avuto un meritato successo troppo tardi.

Si pubblicarono le splendide, sommesse poesie di Sandro Penna e quelle assai profonde della poeta Ingeborg Bachmann.

Umberto Saba poté rendere pubblico “Ernesto”, romanzo autobiografico.

Pier Paolo Pasolini, unico gay dichiarato, pubblicava le sue opere ma “Amado mio”, suo primo romanzo, rimase a lungo inedito: contiene limpide immagini poetiche delle gite sul fiume e sulla forza della vita nonostante la guerra.

Anche ‘Maurice” dello scrittore inglese E.M.Forster venne pubblicato postumo.

Negli anni ’80 David Leavitt seppe ben descrivere la società contemporanea così come Pier Vittorio Tondelli che ci ha lasciati troppo presto come il poeta Dario Bellezza.

Susan Sontag proseguiva le sue acute analisi sulla società e sulla fotografia. 

I film di Pedro Almodóvar e quelli di Ferzan Özpetek raggiungevano il grande pubblico.

La Winterson prendeva in giro il fanatismo di una setta inglese in “Non ci sono solo le arance”. Alejandra Pizarnik, poeta argentina, Sarah Kane, commediografa inglese iconoclasta e Chantal Akerman, regista sperimentale belga, purtroppo si suicidarono.

Nel 1984 moriva il sociologo gay Michel Foucault.

Il testo attuale migliore, relativo alle donne, è, secondo me, il saggio “Identités lesbiennes: en finir avec les idées reçues” (Identità lesbiche, per farla finita con le idee preconcette) della scrittrice e docente francese Stéphanie Arc, ancora inedito in Italia.

Nel 1969 era nato dalla rivolta di Stonewell a New York il Movimento Lgbt+ che, seppure lentamente, si era affermato anche in Italia. 

Esso non minava o non mina la società, vuole solo giusti diritti civili e rispetto. 

E, ricordiamo, che anche se è aperto a tutti non sarebbe mai potuto esistere in un paese omofobo come il nostro senza l’appoggio negli anni ’70 del partito radicale e negli anni ’80 del partito comunista (PCI).

Attualmente la psicologia è, in gran parte, rispettosa.

Ma ancora oggi vi sono persone ignoranti o in malafede che diffondono, come gli untori di manzoniana memoria, la falsa idea che l’omosessualità sia una malattia o che non sia “normale’ o “contronatura” – idiozie che si possono smontare in un minuto.

La società sa benissimo come creare sofferenza nei giovani omosessuali facendoli sentire sbagliati, esclusi, derisi, bullizzati se non aggrediti. 

La cosa che disturba tanto l’estrema destra e i cattolici integralisti è la visibilità. 

Se tutti gli omosessuali stessero silenziosi, a casa, timorosi di essere “scoperti” o al massimo supplicassero tolleranza come se fosse una grande cortesia andrebbe a loro benissimo.

Invece ogni essere umano ha diritto di vivere la propria vita alla luce del sole.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Le riviste letterarie italiane tra le due guerre, di Sonia Di Furia

Nel periodo fra le due guerre la storia culturale appare fortemente caratterizzata dalla vicenda di alcune riviste, che discutono le scelte della letteratura e ne lanciano i programmi. Prima di tutte “La Ronda”, che inizia le pubblicazioni nel 1919 per concluderle nel 1922 (ma un numero straordinario uscirà ancora nel 1923). Sorta a Roma, fu retta inizialmente da un comitato di redazione composto da Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Bruno Barilli, Vincenzo Cardarelli, Emilio Cecchi, Lorenzo Montano e Aurelio E Salfi; in seguito la direzione venne assunta dai soli Salfi e Cardarelli, che della rivista era stato il principale promotore e sostenitore.  

Ricollegandosi alla lezione della “Voce” cosiddetta “bianca”, diretta da Giuseppe De Robertis, La Ronda sostenne con estremo rigore l’autonomia della letteratura e l’assoluta preminenza dello stile sui contenuti. Il suo programma respinge il coinvolgimento dello scrittore sul piano politico-sociale, tipico delle scelte culturali di inizio secolo, ma soprattutto rifiuta lo sperimentalismo delle avanguardie. Al loro “disordine”, come forma di contestazione di un intero sistema sociale e delle sue coordinate linguistico-ideologiche, viene opposto un ordine che si ispira ai valori della tradizione, con l’intenzione di riprendere il discorso letterario là dove i maggiori scrittori dell’Ottocento l’avevano condotto (i modelli proposti dai rondisti sono Manzoni per la prosa e Leopardi per la poesia). Da un lato La Ronda rifiuta l’irrazionalismo e le sue spericolate avventure, richiamandosi ai criteri della chiarezza razionale; dall’altro il ritorno all’ordine, proposto per la letteratura, finiva per coincidere con il ritorno all’ordine che il fascismo stava imponendo alla società italiana. Non si vuole certo stabilire una dipendenza diretta fra questi due fenomeni. Resta il fatto che la figura di intellettuale propugnata da La Ronda, era tale da non preoccupare assolutamente il regime, per il totale disinteresse nei confronti della realtà socio-politica. La risoluzione della scrittura in un prevalente esercizio di stile, oltre a mettere in secondo piano un genere aperto e problematico come il romanzo, dava vita alla cosiddetta prosa d’arte, estendendo l’influenza della rivista ben oltre la sua effettiva durata.  

In diretto rapporto con la politica, legato all’affermazione stessa del fascismo, viene rivendicato invece da “Il Selvaggio”, la rivista fondata nel 1924 a Colle Val d’Elsa da Mino Maccari e trasferita poi nel 1927 a Firenze, che verrà stampata fino al 1943. Il suo fondatore, importante soprattutto come caricaturista, le impresse un taglio polemico e satirico, basato non solo sulla scrittura, ma sul disegno e sulla grafica, che fu particolarmente curata.  Il Selvaggio intese ispirarsi alla tradizione nazionale, o meglio a quella di una presunta italianità, che veniva fatta coincidere con i valori della provincia e del mondo contadino, ritenuti i soli autentici o vitali, capaci di contrastare la corruzione dell’età presente e di promuovere il suo rinnovamento. L’avere identificato questi valori con lo spirito del nascente fascismo indusse ad aderire entusiasticamente al regime, salvo poi a dissentire sulle scelte diverse che il governo veniva compiendo. Di qui una fedeltà che non impedirà atteggiamenti di fronda e di dissenso, contro particolari settori dell’apparato statale, accusati di involuzione ideologica e burocratica, di culto delle apparenze. 

Dopo aver partecipato all’esperienza iniziale del Selvaggio, lo scrittore e pittore Leo Longanesi darà vita a Bologna, nel 1926, a “L’Italiano”, trasferendolo poi a Roma, che ha come sottotitolo “Foglio mensile della rivoluzione fascista”. Anch’egli sostenitore convinto di Mussolini, accorderà tuttavia ampio spazio a posizioni di sottile e tagliente ironia, tanto da far scrivere a Montale che la rivista pubblicò “quanto di meglio e di più audace la fronda fascista poté esprimere in quegli anni”. Nel 1937 Longanesi fonderà “Omnibus”, che si può considerare il primo rotocalco italiano di attualità, sarà soppresso due anni dopo dalla censura, costituendo poi, nel secondo dopoguerra, la casa editrice che porta il suo nome. Non stupisce quindi che a queste riviste abbiano collaborato anche intellettuali e artisti estranei o avversi al regime fascista. 

Al Selvaggio, in particolare, fece capo il cosiddetto movimento di “Strapaese”, che divise in quegli anni parte della cultura italiana. A esso si oppose infatti il movimento di “Stracittà”, che ebbe il suo organo nella rivista “900”, fondata a Roma nel 1926 da Massimo Bontempelli e da Curzio Malaparte. Quest’ultimo, giornalista e scrittore dagli umori vivacemente polemici, noto soprattutto per i romanzi “Kaputt” e  “La pelle”, se ne staccò tuttavia l’anno successivo, per passare allo schieramento opposto. La rivista uscì inizialmente in lingua francese, con il sottotitolo “Cahiers d’Italie et d’Europe”, avvalendosi di un comitato di redazione in cui comparivano nomi prestigiosi della letteratura straniera, da James Joyce al russo Erenburg. Facendosi espressione soprattutto del pensiero di Bontempelli e della sua poetica del Realismo magico, “900” si batté per una cultura modernamente europea, rifiutando il provincialismo ottocentesco ed entrando così inevitabilmente in polemica con il Selvaggio. Le sue aperture non furono senza efficacia su scrittori come Corrado Alvaro, che fu uno dei redattori, e Alberto Moravia, ma non riuscirono a elevare veramente il dibattito culturale, che si perdeva in sterili polemiche, nel 1932 Cesare Pavese definiva Strapaese e Stracittà come “una caricatura letteraria”.  

Se Bontempelli si era sforzato, con risultati piuttosto effimeri, di aprire la cultura dell’Italia fascista all’Europa, profondamente diverso era stato lo spirito del programma europeista avanzato da Piero Gobetti, nell’ultima delle riviste da lui fondate. “Il Baretti” nasce a Torino nel 1924, cesserà la pubblicazione nel 1928, sopravvivendo alla morte prematura del suo fondatore, con un preciso intento costruttivo e polemico: quello di trasferire il discorso politico, divenuto oramai impossibile, sul piano letterario, affidando a esso le residue possibilità di condurre un’azione di resistenza nei confronti del regime e di rieducazione a quei valori delle libertà democratiche che venivano così brutalmente calpestati. Proprio il significato etico-politico e pedagogico attribuito alla cultura giustifica le scelte della rivista, che propone in primo luogo un ritorno alla serietà e alla ragione.  Si spiegano così alcuni punti di contatto con Benedetto Croce e con il programma della “Ronda”, anche se Gobetti rifiuta di risolvere la letteratura in un puro problema di stile, richiedendo una particolare attenzione per i contenuti delle tematiche affrontate. La ragione alla quale si richiama è quella che ha le sue radici nella volontà di riforme propria dell’Illuminismo e nello spirito critico rappresentato da questo movimento di idee, contro ogni forma di chiusura e di dogmatismo. Ne consegue l’ampiezza delle coordinate europee entro cui si colloca l’azione della rivista, da opporre al nazionalismo fascista e al provincialismo in cui rischiava di arenarsi la cultura italiana (non a caso il titolo deriva dallo scrittore Giuseppe Baretti, nato a Torino e morto a Londra, viaggiatore cosmopolita e illuminista dalla sferzante vena satirica).  Ma la forza dell’iniziativa è anche nella personalità che Gobetti, in una fase di grandi difficoltà, seppe ancora una volta raccogliere intorno alle sue proposte: ricordiamo Guglielmo Alberti, Arrigo Cajumi, Santino Caramella (che fu poi il direttore), Giacomo Debenedetti, Mario Fubini, Aldo Garosci, Leone Ginzburg, Mario Gromo, Carlo Levi, Massimo Mila, Eugenio Montale, Augusto Monti, Natalino Sapegno, Sergio Solmi, Lionello Vincenti. 

Questa tradizione verrà ripresa qualche anno dopo dai giovani che, fra il 1933 e il 1935, si riuniranno presso la redazione della “Cultura”, la rivista con cui Giulio Einaudi iniziò la sua attività editoriale. Ma non vanno dimenticate altre riviste meno note, alle quali va riconosciuto il merito di avere introdotto elementi di rilievo nel dibattito letterario: “Primo tempo” (1922), fondata a Torino da Giacomo Debenedetti e Sergio Solmi, che vi esordirono come critici e ottennero importanti collaborazioni, oltre a pubblicare testi di Saba e Montale; “La Libra” (1928- 30), che vide la luce a Novara per merito del francesista Mario Bonfantini, di Enrico Emanuelli e di Mario Soldati, occupandosi in particolare dei problemi legati alla ripresa del romanzo.  

Un ruolo centrale, nella letteratura del ventennio, viene svolto dalla rivista fiorentina “Solaria”, che sin dal titolo (la congiunzione di elementi che simboleggiano la vastità degli orizzonti naturali) si propone come una ideale “repubblica delle lettere”, del tutto indipendente rispetto ai condizionamenti del potere politico. Fondata nel 1926 da Alberto Carocci, affiancato poi da Giansiro Ferrata e temporaneamente sostituito da Alessandro Bonsanti, uscì fino al 1936, ma gli ultimi numeri per i ritardi e le interruzioni, portano la data del 1934. Nella presentazione dell’iniziativa, emerge un ecclettismo destinato ad assumere un carattere fortemente propulsivo e innovativo, dal momento che Solaria riuscì a riunire le forze più vive della letteratura del tempo, avviando un discorso ricco di molteplici prospettive. L’interesse per lo stile, che si richiama al rigore formale della Ronda, non è disgiunto da una forte esigenza di moralità, di ascendenza per così dire gobettiana. La rivista prestò particolare attenzione alla specificità dei linguaggi letterari, considerati come uno spazio separato, da esplorare attraverso strumenti tecnici specialistici e particolarmente affinati; ma anche, soprattutto negli anni Trenta, rilanciò il problema della responsabilità storica dello scrittore, attirando su di sé l’attenzione sospettosa del regime, che ne mise sotto sequestro alcuni fascicoli. 

L’ospitalità accordata negli ultimi anni agli scrittori più giovani (Vittorini, Gadda, Moravia, Montale, ecc.) è quasi la conseguenza dell’interesse per altri autori italiani che, per lo più ignorati o trascurati dalla critica ufficiale, Solaria ebbe il merito di valorizzare, sollecitando una considerazione più meditata e approfondita. Vere e proprie operazioni di scoperta e di rilancio si possono considerare i numeri unici dedicati a Umberto Saba (n.5,1928), Italo Svevo (nn.3-4, 1929) e Federico Tozzi (nn.5-6, 1930). L’interesse per lo stile era quindi parallelo a quello per le problematiche delle opere. Non a caso i tre scrittori indicati possono essere accomunati per l’importanza che assume, nelle loro opere, la tematica psicanalitica; si ricordi che a Solaria collaborarono scrittori che si mostreranno particolarmente attenti a questo aspetto, come Gadda e Moravia, oltre a un critico come Giacomo Debenedetti, che si può a pieno titolo ritenere il padre della critica psicanalitica italiana. Se si considera che la psicanalisi era completamente ignorata dalla cultura di regime, e che ancora nel secondo dopoguerra verrà misconosciuta e avversata, si può avere un’idea delle aperture promosse dalla rivista, che riguardano non un generico modernismo, ma una più intima coscienza, e desiderio di conoscenza, della modernità. Una stessa convinzione guida gli interessi nei confronti delle letterature straniere, che perdono ogni carattere di occasionalità e di settorialità, sforzandosi di cogliere lo spirito più autenticamente innovatore della ricerca letteraria contemporanea. Era, anche in questo caso, il rifiuto delle superficiali improvvisazioni e dei dilettantismi autarchici, a favore di un più libero aprirsi degli orizzonti intellettuali. Oltre a recensire con grande tempestività opere di Valéry, Gide, Malraux, Hemingway, ecc., la rivista pubblicò traduzioni di Rilke, Eliot e Joyce, approfondendo la conoscenza di Proust e Kafka. Attraverso l’incontro con autori e testi decisivi della cultura novecentesca, si ponevano così le basi per un effettivo rinnovamento della cultura italiana. L’ecclettismo di Solaria coincise con lo sperimentalismo di una ricerca che diventa anche laboratorio di idee, volto a saggiare diverse forme e possibilità espressive: dall’Ermetismo alla prosa lirica, fino a porre le premesse per una ripresa decisiva del romanzo.  

Sempre a Firenze, Alessandro Bonsanti fondava nel 1937 “Letteratura”, che uscì irregolarmente durante la guerra e nel primo dopoguerra. La rivista si può considerare l’erede di Solaria, in particolare la linea che privilegiava la ricerca creativa e i processi di elaborazione della scrittura, proprio per la sua strenua volontà di mantenere il discorso in un ambito rigorosamente letterario, sul piano di una produzione di testi pienamente inserita nella consapevolezza dei valori raggiunti dalla letteratura europea.  

Nel 1929 era nato a Firenze “Il Frontespizio”, che durerà fino al 1940; dal 1930 viene stampato da Vallecchi, passando l’anno successivo sotto la direzione di Piero Bargellini. Legata al tradizionalismo cattolico della cultura fiorentina, la rivista ridiede voce alla generazione degli intellettuali primonovecenteschi (in particolare Papini, Soffici e Domenico Giuliotti), fautore di una letteratura cristiana impetuosa e primitiva, che piacque a Gobetti, accogliendo in seguito le più moderne istanze di un cattolicesimo che si andava orientando verso le soluzioni dell’Ermetismo (nel 1936 vi uscì il saggio di Carlo Bo, Letteratura come vita. L’incompatibilità di queste due anime determinò alla fine una crisi interna alla rivista e la nascita di “Campo di Marte” (1938-39), edita anch’essa da Enrico Vallecchi. Dopo essersi posta il problema del ruolo dell’artista, la rivista, redatta da Alfonso Gatto e Vasco Pratolini, ha ospitato le prove dei nuovi narratori e, soprattutto, degli ermetici, sui versanti della produzione poetica e della riflessione critica. Un’interessante appendice di questa vicenda può essere rintracciata nella rivista milanese “Corrente” (1938-40), che accolse i contributi dell’Ermetismo fiorentino all’interno di un più ampio dibattito filosofico-culturale, attento alle trasformazioni del gusto estetico (vi parteciparono filosofi come Antonio Banfi, Enzo Paci e Luciano Anceschi), oltre che polemicamente critico nei confronti del fascismo, che soppresse la rivista allo scoppio della guerra.  

L’ultimo e rilevante capitolo del rapporto fra le riviste culturali e la politica del regime è costituito da “Primato” (1940-43), fondata e diretta da Giuseppe Bottai e Giorgio Vecchietti. Gerarca del regime, Bottai si era venuto orientando verso posizioni critiche, che si riflettono sulle pagine della rivista, rivolta soprattutto ai giovani e molto diffusa nelle scuole. Aperta alla collaborazione dei maggiori scrittori e intellettuali italiani, “Primato” finì per rappresentare la crisi della cultura fascista, accogliendo non pochi elementi di rottura e spunti di discussione approfonditi poi nel dopoguerra. Si tornò a parlare di libertà dell’arte, del ruolo degli intellettuali, dell’esigenza di una cultura sopranazionale, in un più autonomo e spregiudicato confronto d’opinioni, che trovò espressione in alcuni vivaci dibattiti: ad esempio quello sull’Ermetismo, sui numeri 7-9 del 1940, o quello sull’esistenzialismo, a partire dal primo numero del 1943. 

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Molière, commediografo e attore, di Lavinia Capogna

“L’uomo (…) dategli una maschera e vi dirà la verità”. 

Oscar Wilde

Nella metà del 1600 i carrozzoni di un teatro girovago attraversavano le belle strade alberate dell’ovest e del sud della Francia. Era una troupe che aveva, vanamente, cercato il successo a Parigi.

Il capocomico era finito addirittura in carcere per debiti ma non si era dato per vinto. 

L’arrivo dei commedianti – discendenti degli antichi giullari e delle maschere della Commedia dell’Arte italiana – veniva accolto in modo variegato nelle città e cittadine, seguito probabilmente dai bambini che correvano allegri verso i variopinti carrozzoni.

Da una parte, la chiesa cattolica e la parte più retriva dell’aristocrazia condannavano i teatranti: gente sregolata, vagabondi, guitti, con le loro scene di cartapesta, i fondali dipinti, i vestiti sgargianti, la vita promiscua tra donne e uomini, i cani vagabondi, le loro piccole chitarre spagnole con rose dipinte e i flauti di legno con cui accompagnare le recite e, talvolta, per ingannar la noia dei lunghi tragitti; dall’altra, i loro allestimenti erano l’unico svago tra il duro lavoro in campagna, le povere case illuminate da candele dove, a malapena, si leggeva un verso dell’Ecclesiaste.

Eppure il capocomico dell’Illustre Théâtre che stava raggiungendo Bordeaux o Lyon o qualche remota contrada era un borghese di Parigi di tutto rispetto: si chiamava Jean – Baptiste Poquelin ma si firmava Molière – come tutti gli attori aveva un nome d’arte.

Suo padre era un agiato tappezziere del re. Suo figlio era nato nel 1622, sei anni dopo la morte di Cervantes e Shakespeare, anch’egli aveva il titolo di tappezziere e valletto di camera del re ma il padre lo aveva persuaso a studiare legge, sognava di vederlo avvocato ma il ventenne Molière aveva buttato tutto all’aria: a 21 anni aveva confessato di voler diventare attore.

Con lui viaggiava Joseph Béjart, un funzionario dell’amministrazione dell’Acqua e delle Foreste, anch’egli appassionato di teatro e attore come i suoi quattro figli tra i quali una bella ragazza con i capelli rossi, Madeleine Béjart, appena ventenne e madre nubile di una bambina, Françoise, figlia di un aristocratico con cui lei aveva avuto un’importante relazione sentimentale.

Una scrittrice dell’epoca la descrisse così: “Era bella, era galante, aveva molto spirito. Cantava bene, ballava bene, suonava ogni sorta di strumento musicale. Scriveva molto bene sia in versi che in prosa, e la sua conversazione era molto divertente”.

Lei e Molière erano amici o forse avevano già una relazione sentimentale.

Anche lui era assai interessante, aveva lunghi boccoli neri fino alle spalle, uno sguardo intenso. C’è chi lo ha descritto come un giovanotto serio, accuratissimo nell’organizzazione della sua troupe teatrale (composta da dieci attori), generoso, umano, di carattere mite ma “pronto all’indignazione”, piacevole nel conversare.

Nella prima fase del suo lavoro in provincia (1645/1658) fu il vero continuatore della Commedia dell’Arte italiana e di quella spagnola, scriveva farse e commedie che, purtroppo, sono andate perdute eccetto due. 

Lavorò anche con il famoso attore Scaramouche (al secolo Tiberio Fiorilli o Fiorillo, napoletano, di cui anche la moglie, Elisabetta Del Campo, palermitana, era famosa con il nome di Marinetta).

Alla troupe si aggiungerà poi una bambina, Armande, trattata con grande affetto e premura da Madeleine Béjart (certamente la madre) e che, in seguito, avrà un’importanza nella vita del commediografo, regista, capocomico attore.

“Il Seicento francese fu un secolo di estrema vivacità intellettuale – scrive il saggista Luigi Lunari – caratterizzato dalle discussioni sul metodo scientifico teorizzato da Cartesio (Descartes), dalla controversia religiosa suscitata dal giansenismo, dal manifestarsi attorno alla corte di Luigi XIV di un grande movimento d’arte e di cultura. Ma per quel che riguarda il teatro, è soprattutto il teatro comico il capitolo più vitale e più significativo del “grand siècle.”

Il successo per Molière incomincerà solo con il ritorno a Parigi nel 1658 quando il fratello gay del re, il Duca d’Orléans, soprannominato Monsieur, prese sotto la sua protezione la compagnia che cambiò il nome in “Théâtre du Monsieur, frère unique du Roi”.

I due più celebri autori tragici erano Pierre Corneille e Jean Racine (nota 1).

Sembra invece che Molière non avesse un gran talento come attore tragico ma che fosse esilarante nel comico.

Ci piace immaginarlo come un Gigi Proietti che conquistò la protezione del Re Sole, Louis XIV. Il re, che era un appassionato di balletto, chiedeva opere inframmezzate da danze, effetti scenici (una grande conchiglia che si apriva da cui emergeva Madeleine, palcoscenici rotanti) e musica e da qui incomincerà la collaborazione tra Molière e Jean -Baptiste Lully.

Lully era un toscano, di vero nome Giovann Battista Lulli, che da bambino era stato “adottato” da due principesse francesi. 

Aveva un gran talento ma, sembra, un caratteraccio e dopo alcune messe in scena la loro collaborazione si interruppe.

Gli Album con la musica che compose per Molière si trovano ancora.

La grandezza di Molière sta nelle sue trenta o trentadue commedie, nel come sono scritte, nell’umanità che emerge, nelle verità che esprime, nei sagaci intrecci, nei ritmi perfetti, nella lingua che usa, argot, occitano, fiammingo, piccardo, nelle esclamazioni, nel lessico colto, manierato – a seconda del carattere e della classe sociale dei personaggi (nota 2), nella satira geniale contro la società del suo tempo descrivendone i vizi e le ipocrisie – satira che gli costerà non poche critiche, maldicenze, avversioni (un aristocratico, che credette di riconoscersi in un personaggio, arrivò a ferirlo) – ma anche grande ammirazione e fama (un altro nobile, riconosciutosi in una commedia, seppur comica, disse che era orgoglioso di essere stato immortalato da Molière).

Il pubblico veniva da fuori Parigi per vedere le sue commedie, gli incassi e le sovvenzioni del re erano alti.

Carlo Goldoni scrisse con grande stima di lui nelle sue “Memorie” e gli dedicò una piacevole commedia, “Il Molière”, nel 1751 (Nota 3).

Nel 1665, la compagnia di Molière ottenne il nome di “Troupe du Roi” passando direttamente sotto la direzione del re.

Subito dopo il decesso di Molière nel 1673 l’unione di questa ed altre porterà alla fondazione, sette anni dopo, della celebre “Comédie – Française”.

Nella spassosissima lite tra i due poeti in “Le intellettuali” (Les Femmes savantes, letteramente “Le donne sapienti” 1672) Molière riprese un episodio autentico ma mostrò anche la presunzione di artisti senza talento.

In “L’avaro” appare un commissario della polizia del re che dice: “Lasciatemi fare, conosco il mio mestiere, grazie a Dio. Non è da oggi che mi occupo di furti, e vorrei avere tanti sacchi pieni di mille franchi quante persone ho fatto impiccare”…

Nel capolavoro “Il malato immaginario” (Le Malade imaginaire 1673), la sua ultima opera, prese in giro i medici o parte di essi, una casta presuntuosa che usava un linguaggio incomprensibile e che prescriveva inquietanti rimedi come salassi, impiastri, sostanze tossiche con empirici dosaggi, clisteri e purganti.

In “Il medico per forza” (Le Médecin malgré lui 1666) Martina, la moglie di un boscaiolo manesco, Sganarello, per liberarsene lo fa passare per un dottore. Lui, con un po’ di latinorum, cerca di cavarsela.

Si deve anche dire che questa avversione di Molière verso la medicina potrebbe aver avuto radici nel decesso prematuro della madre, l’amata Marie Cressé, avvenuta nel 1632 a 31 anni, quando lui aveva solo dieci anni.

L’ira dei medici parigini verso Molière ebbe un risvolto tragico: da moribondo ben due si rifiutarono di andare a soccorrerlo!

A 37 anni, nel 1659, mise in scena “Le preziose ridicole” (Les Précieuses ridicules) che ebbe un grande successo. La commedia racconta di due gentiluomini che, delusi dalla blanda accoglienza di due ricche borghesi, decidono di far loro uno scherzo. 

La commedia non è misogina: Molière ironizza sulle “preziose” non sulle donne in generale, una moda femminile allora in voga lanciata dalla scrittrice di romanzi galanti Madame de Scudery di parlar affettato, in modo astruso e di ritenersi chic, ma il personaggio negativo della commedia è il retrogrado zio (“Per l’ultima volta: io non voglio sapere niente di tutte queste frottole; voglio essere padrone assoluto; e per farla finita con ogni genere di discorsi, o vi sposate tutte e due, e in fretta, oppure, parola mia d’onore, vi fate monache!”).

La commedia inoltre dimostrava che un paio di servitori abbigliati da aristocratici potevano essere più… nobili dei nobili!

Questa rappresentazione nel 1659 era veramente sovversiva. I nobili, che ne fossero consapevoli oppure no, ridevano di loro stessi e rideva anche il re che si divertiva un mondo alle commedie di Molière.

“La scuola delle mogli” (L’École des femmes), rappresentata al Teatro del Palais Royal nel 1662, aveva un amabile intreccio e splendidi dialoghi e faceva seguito a “La scuola dei mariti (L’École des maris) dell’anno precedente.

Nella commedia Molière denunciava con forza quello che la sociologia avrebbe chiamato, qualche secolo dopo, patriarcato nel personaggio di Astolfo, un arricchito con velleità aristocratiche, che ha adottato una bambina, l’ha cresciuta in convento e ora ragazza intende sposarla e farne una moglie devota e sottomessa.

Egli fa un paragone tra le donne “intellettuali” e quelle incolte:

“una intellettuale che pensa solo a visite e a ricevimenti, che in versi e in prosa scrive bigliettini galanti, che riceve marchesi e giovani alla moda, mentre sarei per tutti «il marito di Lei» (…).

No, no, non voglio affatto un ingegno per moglie; (…)

Pretendo che la mia, non sublime per lumi, non sappia addirittura che cosa sia un sonetto; e se mai capitasse di giocare alle rime, quando le viene chiesto: «Che metti nel cestino?» Voglio che lei risponda: «Una torta alla crema». Insomma lei dev’essere d’una ignoranza estrema e deve limitarsi, se devo dirla tutta, a filare, cucire, amarmi e dir preghiere”. 

Ma l’amico Crisaldo gli risponde schiettamente: “Una donna cretina è dunque il vostro sogno?”.

Nella già citata “Le intellettuali” Molière presentava alcune visioni della vita femminili inconciliabili: Henriette desidera solo sposarsi, avere figli e viver quietamente, sua sorella Armande, emancipata ma sola, disprezza l’amore e vuole avventurarsi nella filosofia, la loro madre, Philaminte, vorrebbe fondare una Accademia delle donne, Belisa crede invece che tutti gli uomini siano innamorati di lei e la povera cameriera Martina viene licenziata perché fa errori di grammatica.

Anche se ironica la commedia è assai interessante per studiare le donne del tempo che non aderivano ad un unico modello.

La scena in cui il vanesio ed interessato poeta Trissotin (ispirato ad un poeta e abate del tempo) legge loro una sua astrusa, barocca poesia è un vertice della comicità molieriana.

In “Il borghese gentiluomo” (Le Bourgeois gentilhomme 1670), un capolavoro, Molière metteva in scena l’ingenuo signor Jourdain che ha manie di grandezza e che si fa bellamente ingannare dal maestro di danza, dal maestro d’armi, da quello di filosofia, dal rifinito sarto e dal servitore Coviello mascherato da Gran Turco.

A far da contrappunto alle sue dispendiose debolezze c’è Madame Jourdain che tenta, vanamente, di metterlo in guardia.

Molière aveva colto un desiderio serpeggiante: quello della borghesia di emergere, di acquistare maggiore spazio nella società. E, ricordiamo, la rivoluzione che scoppierà un secolo dopo, nel 1789, fu una rivoluzione borghese.

“L’avaro” (L’Avare 1668) è la storia di un tiranno, il famoso vedovo Arpagone che non ha affetto per nessuno, che non dà neppure al figlio i soldi per i vestiti (ed egli deve chiedere prestiti ai mercanti), né ai domestici, che ha un cuoco che fa anche il cocchiere, che vuole sposare la figlia ad un vetusto vedovo benestante per trarne profitto, e che, segretamente, presta soldi ad usura alle peggiori condizioni. 

Arpagone controlla ossessivamente di non essere derubato, diffida sempre, è di umor collerico e soprattutto rende tutti infelici.

Fortissimo è il dissidio tra padre e figlio e innumerevoli le scene comiche.

Quando nel 1834 Balzac ha tratteggiato il personaggio di Felix Grandet, padre di Eugénie Grandet, nel romanzo omonimo si è ispirato a Molière, come ammise egli stesso.

Non mancano naturalmente nelle commedie di Molière storie d’amore contrastate e servitori ora fedeli, ora intriganti che si ritroveranno anche nel suo unico erede letterario, Carlo Goldoni, anche se il veneziano ha un fondo più bonario e gioviale e il francese più filosofico e meditabondo.

Tra le altre opere famose si trova “Le Furberie di Scapin” (Les Fourberies de Scapin, 1671) ispirata ad una del commediografo latino Terenzio.

Sia Molière sia Shakespeare e altri, a volte, prendevano qualche idea da autori classici o medievali ma non era un plagio perché poi le utilizzavano in modo del tutto originale e differente (Nota 4). 

Prendendo spunto dalla commedia dello spagnolo Tirso de Molina scrisse invece “Don Giovanni o Il convitato di pietra” (Dom Juan ou le Festin de pierre 1665).

Nel 1787 Mozart, con libretto di Lorenzo Da Ponte, avrebbe poi composto la splendida opera lirica.

Hélène Sandoval, attrice e regista, fondatrice nel 2003 del prestigioso Théâtre Français de Rome, dove è possibile assistere a commedie di Molière, oltre che di altri autori, recitate in lingua originale, fare laboratori, ci dice: “Don Giovanni è il primo grande manipolatore, ispirato a Tirso de Molina però se parliamo di Molière possiamo dire che nei suoi testi c’è già tutta la società di oggi: c’è il manipolatore, il bigotto, i medici criticati perché dicono cose assurde. 

C’è tutta la società attuale….Amo Molière…è anche molto divertente, le battute, i tempi… sono geniali!”

Anche Cesare Garboli, studioso e fine traduttore di Molière, ha analizzato il personaggio del Don Giovanni.

Un uomo che fa mille effimere conquiste sessuali perché incapace di sentimenti, di un coinvolgimento emotivo e men che meno di responsabilità e quindi non da invidiare ma piuttosto da compiangere.

In “Tartuffe ou l’Imposteur (Il Tartufo o l’impostore 1664) Molière mette in scena uno dei suoi personaggi più celebri: un approfittatore che, fingendo ogni virtù e sostenuto da una divertente nonna, si è installato a casa di un ricco borghese, Orgone.

Non solo egli dà lezioni di morale a tutti e si ingozza di cibo e vino ma giunge (in due celebri scene) ad insidiare Elmira, la fedele ed arguta moglie di colui che lo ha accolto.

Orgone è obnubilato da Tartufo così come il borghese gentiluomo lo era dell’aristocrazia al punto di cacciare da casa il figlio, da voler far sposare a Tartufo la figlia, la remissiva Marianna, da cedergli il suo patrimonio.

Il colto Cleante, cristiano vero, e soprattutto Elmira riusciranno a smascherarlo.

Il guaio è che Tartufo è (in apparenza) un devoto, un uomo pio, religiosissimo.

Non è un prete ma così si percepisce.

La commedia venne immediatamente proibita. Molière si batté per anni per farla rappresentare e la riscrisse in alcune parti. Non aveva altra scelta: essere malvisto o accusato dalla chiesa – che puntellava l’assolutismo del re – era pericoloso nel 1600.

Da allora la parola ‘tartufo’, usata come aggettivo e non come nome proprio, è diventata sinonimo di ipocrita.

Un Tartufo al femminile è Arsinoè, la donna (presumibilmente sulla trentina) che ostenta grande moralità e devozione ma che invece getta discordia tra la bella Celimene e Alceste, suo spasimante in “Il misantropo” (Le Misanthrope 1666).

Incentrata su un uomo, Alceste appunto, che detesta e condanna tutto il genere umano è un capolavoro di psicologia e di critica sociale: la scena dei pettegolezzi sui nobili e borghesi e la lettera d’amore in cui Celimene dileggia i suoi spasimanti, che lei finge scritta ad una donna, sono un chiaro attacco alla società e, infatti, la commedia venne accolta meno bene delle altre. 

È uno dei testi più profondi di Molière, nel ragionevole, equilibrato Filinte sembra quasi che si sveli l’autore stesso.

Nel frattempo la relazione sentimentale tra Molière e Madeleine Béjart era diventata un’amicizia e un sodalizio artistico.

Armande Béjart, attrice, che fin da bambina seguiva la compagnia, si sposò con Molière il 20 febbraio 1662.

Aveva circa vent’anni e lui 40. Era dai ritratti una ragazza bruna con un’aria particolare e sappiamo che suonava il clavicembalo.

La leggenda di Armande infedele, di Molière cupamente geloso, ipocondriaco e malato nasce dalla prima biografia postuma, quella di Grimarest del 1705 piena di errori.

Dai registri dell’attore La Grange che trascriveva i piccoli fatti della compagnia teatrale, Molière risulta essere stato assente per una indisposizione solo un giorno in quindici anni!

Armande e il commediografo ebbero quattro figli ma solo una giunse all’età adulta, Esprit – Madeleine che studiò in convento e divenne poi monaca. 

Molière non ebbe discendenti.

Uno dei molti nemici di Molière, il corpulento attore Montfleury, che era anche un commediografo di scarso talento, lo denunciò: era proibito sposare la figlia di una donna che era stata la propria compagna o moglie.

Questa denuncia non venne tenuta in nessun conto a corte.

Nel 1670 venne pubblicata, sotto uno pseudonimo, una commedia su Molière piena di cose false ed insultanti che insinuava che Armande fosse la figlia di Molière. Non si seppe mai chi fu l’autore ma Molière lo denunciò.

Georges Forestier, professore emerito di letteratura francese alla Sorbonne, autore nel 2018 di un’accuratissima biografia su Molière, ha definitivamente smentito questa ignobile menzogna sulla base di documenti storici: Armande era figlia dell’aristocratico primo grande amore di Madeleine Béjart.

Suscitò anche pettegolezzi il fatto che Molière avesse adottato un adolescente, Michel Baron, che faceva parte di una compagnia di poveri bambini attori. Baron, verso i 16 anni, si trasferì a casa di Molière (nell’edificio abitavano altri attori e attrici della compagnia) e lui gli insegnò l’arte della recitazione: divenne un grande attore. 

Aveva lunghi capelli neri, un cipiglio fiero, era assai elegante.

Si vociferò di una relazione sentimentale tra lui e il suo maestro anche se Baron potrebbe essere stato solo un allievo prediletto di cui Molière aveva intuito il talento.

Nell’inverno del 1673 Molière si ammalò. Aveva forte tosse e accessi febbrili (probabilmente una bronchite) e compose una commedia “Il malato immaginario”.

Il povero Argante, che si crede gravemente ammalato, viene sfruttato dagli esosi medici, considerato matto dagli altri, la cameriera Tonietta si finge dottore e gli consiglia arrosti e vino rosso. Egli vuole far sposare sua figlia Angelica, innamorata di un altro, ad un bellimbusto figlio di un dottore, medico egli stesso (dice un personaggio “Sarà uno svago molto divertente. Certuni invitano la fidanzata a teatro, ma vuoi mettere la galanteria di offrire un’autopsia?”).

In una scena compare anche un austero notaio, dall’eloquente nome di Signor Buonafede.

Molière descriveva acutamente un malessere psicologico (come aveva fatto Cervantes nella novella sull’uomo che si credeva fatto di vetro) ma anche la crudeltà della società che trae profitto dai disturbi altrui.

La morte di Molière ha qualcosa che atterrisce perché sembra un’invenzione letteraria eppure è storia.

Da tempo Madeleine Béjart aveva lasciato il teatro, viveva agiatamente, era diventata una devota cattolica. Il 17 febbraio 1672 era deceduta a 54 anni.

Il 17 febbraio 1673 era il primo anniversario della sua scomparsa.

Era la quarta rappresentazione della commedia. 

Ad un certo punto Molière gridò e si accasciò su una poltrona (che è stata conservata).

Inizialmente si credette ad uno dei suoi colpi di genio recitativi ma poi apparve chiaro che stava molto male. Sembra si fosse rotta una vena.

Baron lo riportò a casa. Lui e Armande cercarono disperatamente un medico e un prete ma questi si rifiutarono di andare a casa di Molière.

Lui, secondo Baron, chiese un “pezzetto di parmigiano”.

Verso le dieci di sera morì.

Morire recitando “Il malato immaginario” sembra una cosa tratta da una sua commedia.

Gli attori non potevano essere sepolti in terra consacrata a meno che non si fossero pentiti. Molière non si era pentito o forse non ci aveva neppure pensato.

Il re concesse il funerale religioso ma solo se eseguito in piena notte. Vi parteciparono circa 800 persone.

La morte improvvisa di Molière colse tutti di sorpresa. Poco dopo ne parlò una Gazzetta di Amsterdam e suscitò costernazione in Italia. Gli furono dedicati epitaffi e poesie in francese e latino.

A 51 anni egli uscì clamorosamente di scena per restare, per sempre, nel cuore di chi ama la vera arte.

……..

• Nota 1) detto per inciso, sarà nota un secolo dopo, la pronipote di Corneille, Charlotte Corday, ventenne assassina di Marat nel 1793 per ragioni politiche.

• Nota 2) vedi “Molière : une langue pour le théâtre” di Gilles Siouffi, Sorbonne Université sul sito BNF Essential (2023).

• Nota 3) vedi Lavinia Capogna “Carlo Goldoni e le sue Memorie”.

• Nota 4) vedi “Manualetto Shakespeariano” dell’anglista Gabriele Baldini.

Bibliografia:

• Molière Commedie (BUR) traduzione Luigi Lunari

• Il Molière di Cesare Garboli ripubblicato a giugno 2026 nei Millenni Einaudi al costo, secondo me, eccessivo di 100 euro.

• Edizioni singole di varie commedie (alcune si trovano anche online in pdf)

• Tout Molière: Œuvres complètes (Éd.Robert Laffont 2022)

Biografie e altri testi:

• Georges Forestier, Molière (NRF Gallimard 2018) un’ottima biografia che non è stata ancora tradotta e pubblicata in Italia.

• Michail Bulgakov, “Vita del signor de Molière” (Feltrinelli 2022) – Il libro di Bulgakov è ben scritto ed ironico ma contiene alcune inesattezze in quanto i dati sono ripresi dalla prima biografia su Molière del 1705 che contiene vari errori.

• Louis Barbier, Le monde selon Molière (Éditions Tallandier, 2021)

• Luigi Lunari, Breve Storia del Teatro

• Carlo Goldoni, Memorie

Come è noto “la langue de Molière” è il francese e “Le pays de Molière” la Francia. Segnalo infine il film “Molière” di Ariane Mnouchkine (1978).

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Il sogno in Jean Paul, Borges e Carroll, di Maurizia Maiano

Il discorso del Cristo morto e altri sogni di Jean Paul, Johann Paul Friedrich Richter (1763 – 1823)

Jean Paul occupa un posto singolare nel Romanticismo: ne incarna pienamente la sensibilità, ma al tempo stesso ne oltrepassa gli orizzonti, anticipando molte inquietudini della modernità. In un sogno del protagonista, Cristo risponde all’umanità che gli chiede del Padre: “No, non esiste… non c’è alcun Dio… siamo tutti orfani, voi e io…”. La frase non va letta come una professione di ateismo da parte di Jean Paul. È un incubo, una visione estrema nella quale il poeta porta fino alle conseguenze più radicali l’angoscia dell’uomo moderno di fronte al silenzio di Dio. Il risveglio conserva ancora uno spiraglio di speranza.
Dunque, Dio è morto. È inevitabile pensare al celebre annuncio nietzschiano della morte di Dio, ma in Jean Paul il significato è diverso: non è ancora una dichiarazione filosofica, bensì un’esperienza visionaria del vuoto, un grido interiore che anticipa il disagio spirituale della modernità. Un tentativo di aggrapparsi al passato in modo nuovo e liberarsi da una fede troppo istituzionalizzata e spesso negazione del vero sentire e del vero amore. E’ l’Arte, secondo Jean Paul, che continua il dialogo tra l’uomo e l’invisibile; e la Poesia diventa una forma di esperienza religiosa.

Le rovine circolari di Jorge Luis Borges

Scritto nel 1940, il racconto fa parte della raccolta Finzioni del 1944. Se si prova a leggere prima Jean Paul e poi Borges si scoprirà una composizione per pianoforte a quattro mani. Come due pianisti che si alternano sulla stessa tastiera, Jean Paul e Borges sembrano proseguire un unico movimento iniziato un secolo prima. Entrambi obbediscono a uno spirito che li guida, ad una medesima musica interiore, compressi nell’ ansia di trovarsi al centro di un mondo avvolto nel buio. Qui si coglie il passaggio tra due epoche. Nel Romanticismo il sogno proviene ancora da una dimensione superiore e viene donato all’uomo; in Borges, invece, nasce dall’uomo stesso, che assume un potere quasi demiurgico fino a scoprire di essere, a sua volta, il sogno di qualcun altro. Nel primo, il sogno appare come fuga dal reale, dono degli dei; nel secondo è frutto di un soggetto creatore. Una medesima intelligenza poetica li aiuta ad interpretare la Storia e la vita dell’uomo.

Lewis Carroll: Attraverso lo specchio

Tra Jean Paul e Borges si inserisce un terzo interlocutore inatteso: Lewis Carroll. L’inizio de Le rovine circolari richiama in esergo Attraverso lo specchio (1871), dove Pinco Panco e Panco Pinco, i gemelli paffuti e bizzarri, mostrano ad Alice il Re Rosso addormentato, rivelandole che l’intera realtà è un suo sogno e che lei stessa ne è solo una parte. L’opera si trasforma ancor di più in una sonata di un intreccio interconnesso di sogno e veglia. Carroll introduce il dubbio sulla consistenza del reale con il tono del paradosso fiabesco; Borges trasforma quello stesso dubbio in una meditazione metafisica sull’identità, sul tempo e sulla creazione.

Sognare diventa un atto creativo, materia da modellare tra veglia e sonno, mentre l’uomo impara a distinguere il reale dall’immaginato; non è più soltanto uno spazio dell’immaginazione, un dono ricevuto, ma un’opera costruita con pazienza, quasi un atto artistico. L’uomo assume il ruolo del demiurgo, salvo scoprire infine di essere egli stesso il sogno di un altro. Mentre il romantico Paul allevia il dolore dell’uomo al risveglio con la luminosità della luce; Borges ne coglie invece bellezza e malinconia, l’atmosfera rarefatta di un’estasi che si dissolve allontanandosi. Il sogno non è più soltanto uno spazio dell’immaginazione: è diventato il luogo in cui si decide l’esistenza stessa dell’uomo. La scoperta finale di Borges non riguarda soltanto il protagonista, ma coinvolge anche il lettore, chiamato a interrogarsi sulla natura della propria realtà.

L’attività onirica diventa filo conduttore, ponte tra realtà e immaginazione, tra memoria e creazione, tra dolore e gioia, come una musica che si dispiega, legando presente e passato, veglia e sonno, coscienza e poesia. Con Borges, e con Carroll attraverso Borges, si compie il passaggio da un mondo ancora romantico, nel quale il sogno consola l’uomo custodendone la speranza, a un universo pienamente moderno, nel quale diventa la sostanza stessa della realtà. Jean Paul lascia intravedere l’assenza di Dio come esperienza dolorosa; Borges conduce quella stessa intuizione fino alle estreme conseguenze, mostrando un uomo che scopre di essere egli stesso il sogno di un altro. Tra i due autori non vi è soltanto un secolo di distanza, ma la trasformazione stessa della coscienza occidentale. Viene sancito il passaggio da un mondo ingenuo e romantico a un mondo sentimentale e consapevole di una realtà sognata. Le interconnessioni spazio-temporali non sono soltanto un dialogo fra Jean Paul e Borges: sono i cadaveri eccellenti di una letteratura che continua a sognare se stessa attraverso i secoli, facendo risuonare, in epoche diverse, le medesime domande sull’origine dell’uomo, sul tempo e sul mistero dell’esistenza.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Erich Maria Remarque e il suo capolavoro: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Lavinia Capogna

Nel 1921 il famoso scrittore viennese Stefan Zweig ricevette la lettera di un ragazzo sconosciuto che gli scriveva:

“Ho 23 anni, sono stato il capro espiatorio dei miei genitori, aderente del Wandervogel (un’associazione naturista molto nota all’epoca poi sciolta dai nazisti), contadino, operaio, soldato, autodidatta, insegnante, scrittore. Mi trovo attualmente in un tale groviglio del destino, in una lotta così intensa per la mia opera (…) che ho bisogno di persone che mi aiutino. È difficile per me, nel mio smisurato orgoglio, dirlo; ma ci sono momenti in cui si ha bisogno di altre persone e tratti di strada che non si possono percorrere da soli. 

Ora avrei bisogno di qualcuno che possa dirmi qualcosa su di me, qualcuno di cui abbia fiducia incondizionata, a cui possa credere e che possa seguire! Non conosco nessun altro se non lei! Perché lei possiede la sensibilità, l’empatia e la comprensione verso il prossimo più raffinata che io abbia mai incontrato finora. Per me si tratta di questo: vorrei che mi dicesse se la strada che sto percorrendo è quella giusta. Vorrei inviarle alcuni frammenti (…) vorrei il suo giudizio… Per me è una questione di vita o di morte. O crollo o ce la faccio” (Nota 1)

Lo scrivente di questa drammatica lettera era Erich Paul Remark, autore di un romanzo che era passato pressoché inosservato e poi di altri due, di cui uno inedito.

Era un bel ragazzo, sensibile e solitario.

Aveva solo 23 anni ma aveva già affrontato cose ardue: nato nel 1898 a Osnabrück, un’antica cittadina che allora aveva 65.000 abitanti, si era sentito un pesce fuor d’acqua nel suo ambiente.

Il padre era un tipografo e rilegatore con antenati francesi di nome Remarque, la madre, Anna Maria Stallknecht, una casalinga, una sorella, Elfriede (di cui riparleremo) una sarta.

Lui aveva studiato il pianoforte e, appena diciassettenne, aveva conosciuto il poeta e pittore trentenne Fritz Hörstemeier, con il quale aveva fatto grande amicizia. Nella soffitta di Hörstemeier si riunivano giovani artisti, si leggevano poesie. Era un ambiente bohémien vivace, stimolante intellettualmente.

Nel 1917 partì per il fronte ma dopo alcune settimane venne ferito. Fu ricoverato per mesi. Aveva fatto in tempo a vedere gli orrori della guerra.

Nell’autunno 1918 venne rimandato in prima linea ma, fortunatamente, una settimana dopo venne firmato l’armistizio.

La Germania era stata sconfitta. Due imperi erano crollati: quello austriaco e quello russo. Il grande risentimento per la sconfitta favorirà quindici anni dopo, insieme ad altri fattori, il nazismo.

Negli anni dopo la guerra Remarque aveva esercitato varie professioni, come aveva scritto a Zweig, tra cui quella di maestro. Era benvoluto dai bambini, aveva l’abitudine di vestirsi elegantemente nonostante la sua situazione economica fosse modesta.

In seguito fu giornalista sportivo e scrittore anche se i suoi primi lavori non lasciavano presagire che nel 1930 avrebbe pubblicato un capolavoro.

Zweig rispose alla lettera e lo incoraggiò. 

Egli cambiò il suo nome in Erich Maria Remarque. Maria era un omaggio alla madre e Remarque il cognome degli antenati paterni di origine francese. 

In più in francese il verbo “remarquer” significa “notare, osservare” e nei suoi romanzi egli raccontò la Germania del Novecento.

Nel 1930 uscì il suo quarto romanzo: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Im Westen nichts Neues).

Il successo fu immenso ed inaspettato.

Il romanzo era stato rifiutato da una importante casa editrice, quella che pubblicava Thomas Mann, ma accettato da un’altra meno nota.

Verso il 1916 il giovane Paul e altri studenti diciottenni sono convinti ad andare al fronte dal loro maestro, un esagitato nazionalista.

Subiscono un addestramento che mira a piegare il loro carattere, a sottometterli, fatto anche di sadiche punizioni.

Devono diventare carne da macello.

Remarque, seppure con eleganza, non celava nel libro nulla della vita al fronte: le reclute che urlavano durante i bombardamenti con i gas tossici, gli scontri a fuoco, gli svenimenti, la diarrea causata dal terrore, i pidocchi, i topi, la fame costante di ragazzi che avevano solo rape, fagioli e patate marce nelle loro gamelle a differenza del vitto abbondante degli ufficiali, il non voler pensare e il sonno come unico rifugio emotivo ma anche il bel rapporto di complicità tra Paul e Katczinsky, il veterano con i capelli rossi, i momenti di ozio, le sigarette condivise.

Il cinismo dei superiori era incarnato da Himmelstoss, il caporale che nella vita civile era un postino ma che al fronte diventava abietto. Remarque descrisse “la banalità del male” trent’anni prima che Hannah Arendt la spiegasse.

Il soldato consapevole della morte imminente nel tremendo ospedale da campo che regala i suoi stivali ad un altro, il povero Müller che studia fisica per non restare indietro negli studi, il grande sconforto di Paul per l’omicidio del francese (il tipografo Gérard Duval), l’incontro con le ragazze francesi sul fiume, lo sradicamento che Paul prova durante la licenza a casa, sono parti indimenticabili del libro.

Nella prima guerra mondiale ci furono circa 17 milioni di morti più mutilati e traumatizzati per sempre e poi la terribile epidemia dell’influenza detta “spagnola”.

Scriveva Remarque: “Non può essere del tutto scomparsa quella tenerezza che ci turbava il sangue, quell’incertezza, quell’inquietudine di ciò che doveva giungere, i mille volti dell’avvenire, la melodia dei sogni e dei libri, il fruscio lontano, il presentimento della donna. Non può essere scomparso tutto questo sotto il fuoco tambureggiante, nella disperazione, nei bordelli di truppa”.

Erano stati pubblicati in quegli anni anche altri romanzi sul conflitto: uno di Arnold Zweig (da non confondersi con Stefan Zweig, intitolato “La questione del sergente Grischa”) e un altro di Ludwig Renn (“Guerra”). Avevano avuto successo ma nessuno aveva eguagliato quello del libro di Remarque che in cinque settimane aveva venduto 200.000 copie e che, pochi mesi dopo, aveva già superato il milione di copie.

“È il libro in lingua tedesca di maggior successo del XX secolo” scrive un biografo di Remarque.

Ad oggi ha venduto 20.000.000 di copie nel mondo ed è stato tradotto in 49 lingue.

Come fa notare la storica e saggista Barbara Beuys: “Il best seller di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, (…) oscura la visione ben più ampia di una letteratura che, durante la Repubblica di Weimar, esaltava la guerra e le battaglie, la violenza e il genocidio come prova del fuoco che conferivano all’uomo gloria e onore, ebbrezza e passione” e, continuando, lei cita autori e titoli ridondanti di questo genere di letteratura guerrafondaia allora in voga (Nota 2).

Remarque rimase frastornato dal successo del libro, era schivo verso i fotografi, schietto nel rispondere ai giornalisti. Aveva 32 anni e scriverà, nel corso della sua vita, altri dieci romanzi, una commedia, una sceneggiatura cinematografica e alcuni racconti brevi.

Nel 1930 divenne immediatamente bersaglio dei nazisti che odiavano il libro per il suo contenuto antimilitarista ed umano.

Venne bruciato nel rogo dei libri del 1933.

Essi inventarono di sana pianta, come facevano spesso nelle loro gazzette, che Remarque si chiamasse in realtà Kramer e che fosse ebreo.

Era invece di famiglia cattolica e aveva studiato in seminario.

Anche il film realizzato dal regista Lewis Milestone a Hollywood “All Quiet on the Westfront”, vincitore di due premi Oscar, venne sabotato dai nazisti e in particolare dal ministro della propaganda Goebbles (quello che nel 1945 avrebbe ammazzato i sei figli adolescenti insieme alla moglie). 

Le sale cinematografiche dove il film veniva proiettato vennero attaccate dai nazisti e nel 1930 il film venne proibito in Germania e Austria. (Nota 3)

Su consiglio di un’amica, Remarque aveva acquistato con i proventi del libro una villa sul Lago Maggiore, a pochi chilometri dalla tranquilla Ascona nel Canton Ticino dove, eccetto i dieci anni americani e i soggiorni parigini, trascorse gran parte della sua vita.

Il giorno prima che Hitler diventasse cancelliere nel 1933 era saggiamente partito con la sua automobile Lancia verso Ascona – come racconta Uwe Wittstock nel bel saggio “Febbraio 1933. L’inverno della letteratura” (Marsilio 2023).

Remarque aiutò i rifugiati, ne ospitò alcuni nella sua casa svizzera, li sostenne economicamente, era un uomo generoso ma non riescì ad integrarsi totalmente con gli altri letterati di quella che i critici letterari chiamano Exilliteratur (1933 – 1945).

Il suo migliore amico fu lo scrittore ebreo austriaco Franz Werfel.

Thomas Mann scrisse nel 1939 nei suoi Diari: “A proposito degli scrittori Zweig, Ludwig, Feuchtwanger e Remarque. A chi spetta il primato dell’inferiorità?”.

Era un giudizio assai ingiusto forse dettato da invidia per il grande successo di Remarque. 

Remarque, che era diventato molto ricco, risentiva invece che tanti colleghi vivessero in povertà, quasi reietti in America dove erano guardati con sospetto, che i loro libri non avessero successo (eccetto quelli di Thomas Mann e Stefan Zweig). 

Venivano pubblicati solo ad Amsterdam dalla casa editrice Querido.  

Klaus e Erika Mann nel loro bel libro sull’esilio “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio) definirono Remarque un caposaldo della forzata immigrazione.

Nel 1943 sua sorella Elfriede Scholz, una sarta che viveva a Dresda, si lasciò sfuggire commenti negativi su Hitler e il regime e venne denunciata da due donne e dal marito di una di loro, un capitano. Imprigionata, venne condannata a morte a 40 anni. Si trattava anche di una vendetta contro lo scrittore. Il giudice infatti le disse: “Suo fratello, purtroppo, è fuori dalla nostra portata; lei, invece, non ci sfuggirà”.

Elfriede Scholz affrontò la morte con coraggio (Nota 4).

Remarque verrà a saperlo solo nel 1946 e assolderà un avvocato per scoprire gli aguzzini che non furono però né processati né rimossi.

“The ladies liked him; he liked the ladies.” disse di lui una scrittrice, Marta Feuchtwanger.

Era un uomo molto romantico, con un debole per bellissime attrici.

In una intervista su Youtube del 1962 egli appare simpatico e con una bella voce.

Nel 1927 si era sposato con Jutta Zambona, una ballerina austriaca, bruna e bella ma pochi anni dopo il loro matrimonio era finito.

Lui e la moglie divorziarono ma quando, nel 1938, lei rimase senza passaporto perché le era stato revocato in Germania e quindi pericolosamente apolide in un’Europa sull’orlo della guerra, e gli chiese di sposarsi nuovamente solo per avere un passaporto, lui accettò.

Una sera nel tiepido settembre 1937 al Lido di Venezia all’hotel Excelsior, Remarque si presentò gentilmente al tavolo dove Marlene Dietrich stava cenando con Joseph von Sternberg, il suo inseparabile regista. 

Nascerà dopo questo incontro una storia d’amore su cui si è scritto molto: Marlene era una grande star.

Lui le scriveva splendide lettere d’amore, le inviava ogni giorno fiori e regali. Entrambi non erano fedeli.

Poco dopo l’inizio della loro relazione Marlene si innamorò di Joe Castairs, ereditiera inglese di una compagnia petrolifera e famosa sportiva e nel ’40 dell’attore francese Jean Gabin. Remarque la lasciò.

Rimasero però amici. (Nota 5)

Marlene lo convinse a scrivere ancora. Per lei, lui scriverà “Arco di trionfo” (Arc de Triomphe 1946) storia di un medico disperato e clandestino a Parigi e di una donna affascinante ma inaffidabile. 

Il libro ebbe un gran successo e ben presto divenne un film interpretato da Ingrid Bergman.

Lui incominciò una nuova relazione con Natalie Paley, attrice, modella e cugina di Nicola II, ultimo zar di Russia. 

Ebbe anche storie d’amore con altre attrici come Edy Lamarr, Dolores del Rio e, brevemente, con l’enigmatica Greta Garbo. Nonostante ciò dai “Diari” egli emerge sostanzialmente come un uomo solo, la sera beveva superalcolici, ascoltava musica classica, rifletteva sulla vita, era pessimista ma tuttavia voleva resistere, frequentava anche bar gay.

Era un grande collezionista d’arte. Acquistò opere di Renoir, Cézanne, Degas, Toulouse-Lautrec e altri.

Nel 1952 scrisse un altro romanzo dal quale venne tratto un film a Hollywood in cui anche lui interpretava un ruolo: “Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben), la storia di un soldato che nel 1943 dal fronte sovietico ritorna nella Germania distrutta e l’unico sostegno è una ragazza, figlia di un medico deportato.

Il libro uscì censurato nella Repubblica Federale nel 1954 e integralmente soltanto nel…1989!

Egli sapeva anche creare splendide atmosfere come nel bel romanzo “La notte di Lisbona (Die Nacht von Lissabon) del 1962.

Dopo la guerra, Remarque tornerà ad Ascona in Svizzera. Visiterà velocemente la Germania ovest. Sarà contro il mantenimento degli ex nazisti in posti importanti nella Repubblica Federale e nel 1961 contrario alla costruzione del muro di Berlino.

Nel 1951 aveva incontrato l’ultimo amore, Paulette Goddard, attrice, in parte ebrea, ex moglie del geniale regista e attore inglese Charles Chaplin e indimenticabile interprete della monella di “Tempi moderni” (1936) e della ragazza de “Il Dittatore” (1940) di Chaplin. 

Paulette era spiritosa, vivace, innamorata. Si sposarono nel 1958 e rimasero insieme fino al 1970, anno in cui Remarque, la cui salute era minata da tempo, morì a Locarno a 72 anni.

Aveva trascorso parecchio tempo negli ultimi anni a Roma, città che amava moltissimo.

…..

Nota 1) Da “Als wäre alles das letzte Mal”. Eine Biographie” (1998) (Come se fosse l’ultima volta), un’ottima biografia di Wilhelm von Sternburgs che dovrebbe essere tradotta in italiano.

Nota 2) Barbara Beuys da “Sophie Scholl. Eine biographie”

Nota 3) da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” sono stati tratti altri due film nel 1979 e nel 2022.

Nota 4) La tragica storia di Elfriede è stata recentemente ricostruita nel saggio di Heinrich Thies: “Die verlorene Schwester – Elfriede und Erich Maria Remarque: Eine Doppelbiografie” (La sorella perduta).

Nota 5) All’inizio del 2000 le lettere dello scrittore a Marlene sono state pubblicate (“Dimmi che mi ami”, ed.Archinto) ma non quelle di lei a lui bruciate da Paulette Goddard.

Interessante anche il libro di Ruth Marton, “Mein Freund Boni: Erinnerungen an Erich Maria Remarque” (Il mio amico Boni: Ricordi di E.M.R.).

Boni era un soprannome di Remarque.

Hilton Tims The Last Romantic: A Life of Erich Maria Remarque.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.