Mi sembrava spocchioso l’autore, con quel “rev.” che ne precedeva il nome in copertina. Ho pensato che fosse l’ennesima persona famosa che si cimenta in “letteratura” di bassa lega. Sì, perché Richard Coles, oltre ad essere un sacerdote della Chiesa anglicana, è anche l’altra metà dei Communards, un gruppo musicale che, chi ha la mia età, non può non conoscere. Mi sono dovuta ricredere. In effetti, “Omicidio in parrocchia”, il secondo libro che vede protagonista il reverendo Daniel Clement, è una vera chicca.
Nonostante quello che sembra un sacrificio rituale e cruento, vittima un sedicenne un po’ ribelle, ci si affeziona all’atmosfera provinciale, un po’ consunta e a volte occhiuta dell’angolo di Sussex in cui si svolge la vicenda. È uno di quei libri perfetti per questo inizio autunno: un divano comodo, una coperta, una tazza di tè caldo e le pagine che scorrono una dopo l’altra, senza soluzione di continuità. Daniel è la perfetta controparte anglicana di padre Brown. L’editore, in quarta di copertina definisce la storia “delicata, ironica e molto british” e, in effetti, la scrittura risulta arguta e molto piacevole e i personaggi e le situazioni sono tratteggiati in maniera molto convincente. Piccole beghe di paese, persone che si tagliano i panni addosso, come si trattasse di uno sport nazionale, con solo una punta di acrimonia che si stempera nella prossimità affettiva ancora prima che spaziale, sono frequenti come lo sono anche riflessioni profonde sul senso della fede, sulla vita e sul significato di appartenere ad una congregazione. L’autore, poi, gioca con maestria e leggerezza con i luoghi comuni facendoli diventare occasioni di sorriso e riflessione. Altra protagonista del libro è la Chiesa anglicana, raccontata con bonaria indulgenza: le sue vicende storiche, il suo modo di concepire il cristianesimo i suoi riti, gli insegnamenti, sono descritti con puntualità ma senza pedanteria: ne risulta un’ottima occasione per imparare qualcosa di nuovo e allargare gli orizzonti – il che non fa male. Il libro, ambientato negli anni ’80, racconta le vicende di Daniel Clement, canonico di una piccola cittadina di provincia che si improvvisa investigatore a seguito della morte del giovane Josh, figlio del suo nuovo collaboratore, il pastore Chris Biddle, con cui ha un rapporto difficile, quando non apertamente conflittuale. Due sacerdoti. Due modi di vedere la vita. E la fede. Daniel dovrà darsi da fare per trovare il colpevole, anche perché parecchi abitanti del villaggio sembrano nascondere dei segreti e le loro vicende distrarranno non poco il nostro improvvisato detective – una di queste è la morte della signora Hawkins, molto ricca e già malata da tempo, cui il nostro, oltre a dare l’ultimo conforto, dovrà diventare esecutore testamentario proteggendo i suoi beni da persone che, a vario titolo, millantano di esserne i principali eredi… Una lettura che è un piacere ad ogni pagina, un cosy crime delizioso. Il secondo caso del reverendo Clement, che fa venire voglia, per chi non l’abbia ancora fatto, di procurarsi il primo libro della serie, “Delitto all’ora del vespro” – per ora gli unici due tradotti in italiano. Non c’è che da sperare che arrivino presto anche gli altri.
Silvia Lanzi
Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).
Camille Claudel affascina, le sue splendide sculture conquistano amanti dell’arte e gente comune, dalle prime biografie degli anni ’80 ce ne sono state altre in francese, italiano, inglese, spagnolo, tedesco. Dacia Maraini le ha dedicato un testo teatrale nel 1995.
Due film si sono ispiratati a lei, il primo interpretato e fortemente voluto da Isabelle Adjani nel 1988 tratto da una biografia scritta dalla nipote della scultrice e un altro, nel 2013, interpretato da Juliette Binoche (nota 1).
Senza nulla togliere alle altre biografie, quella scritta da Odile Ayral-Clause, docente di letteratura francese alla California Polytechnic State University, intitolata “Camille Claudel” è gradevole da leggere, scorrevole, approfondita ma non appesantita da troppi dettagli, basata su documenti autentici (lettere, diari).
La tragica vita di questa geniale artista francese ha molti elementi che fanno riflettere.
Bella, interessante, con intensi occhi blu, una folta chioma castana, era nata nel 1864 in un’antica cittadina, Fère-en-Tardenois, nel nord del paese. Presto la famiglia si era trasferita a Villeneuve-sur-Fère, un’altra cittadina dove sarebbe nato il fratello terzogenito Paul, futuro poeta e commediografo che tanta parte avrebbe avuto nelle sventure della sorella.
Entrambi erano paesi assai suggestivi e il secondo influenzerà profondamente Camille che soltanto nel 1881, a 17 anni, si sarebbe trasferita a Parigi con la sua famiglia.
Parigi era il cuore pulsante della Francia, la capitale dove tutto poteva accadere, il centro nervoso dell’Europa. I Claudel erano agiati, avevano delle proprietà, il padre era un funzionario. Sarà l’unico che avrà un grande affetto per la figlia e che cercherà di aiutarla.
C’era anche una seconda figlia, Louise, che aveva lo stesso nome della madre. La madre era una donna di idee ristrette, molto convenzionale. Camille manifestò presto un carattere ribelle e determinato.
Scoprì da adolescente la sua vocazione: diventare scultrice.
Parigi le offriva questa possibilità e si iscrisse ad una Accademia di scultura fondata da un italiano, Filippo Colarossi. I suoi primi lavori erano così interessanti che iniziò a prendere lezioni private.
Qualche anno dopo diventerà suo maestro il celebre Rodin. Auguste Rodin era partito dal nulla ed era diventato il numero uno, il suo talento era innegabile. Era un parigino, nato nel 1840 in una famiglia proletaria ed era un autodidatta. Da quando aveva 24 anni conviveva con una sarta e lavandaia, una donna semplice, bella in gioventù (come risulta da una statua in cui la ritrasse), Rose Beuret, con la quale aveva avuto un figlio. Essi si sarebbe sposati soltanto nell’ultimo anno delle loro vite (morirono a pochi mesi di distanza), nell’allora lontanissimo 1917.
Rodin intuì il talento di Camille che divenne la sua allieva. Egli era noto per le sue infedeltà ma anche come un uomo che rispettava le donne e le sue modelle. Nel 1887, Rodin e Camille si innamorarono: lui aveva 48 anni (che allora era un’età avanzata), lei 23.
A causa di questa relazione, che durerà circa cinque anni, scandalosa per una ragazza borghese del tempo, esploderà l’astio della famiglia verso di lei. Camille frequentava artisti, aveva un’amicizia preziosa ed intellettuale con il musicista Claude Debussy e con due ragazze inglesi, anch’esse scultrici – un ambiente completamente estraneo e visto con grande sospetto da una famiglia borghese della Francia di fine secolo.
Il fratello Paul, con cui ella aveva avuto inizialmente un rapporto di confidenza e che aveva ritratto in varie statue, da libero pensatore e anarchico era diventato improvvisamente un cattolico fervente cercando di affermarsi nell’ambiente letterario.
Rodin cercò di aiutare Camille a farsi strada nel complesso mondo artistico parigino ma ella aveva tanto talento senza bisogno di lui, ottenne delle recensioni favorevoli e una fedele amicizia con un gallerista, Eugène Blot.
Rodin aveva promesso a Camille (per iscritto) di fare un viaggio insieme in Svizzera e in Italia per sei mesi e poi di sposarsi. Camille era gelosa di Rose, Rose di Camille, Rodin forse sognava un’utopistica armonia in cui le sue amanti si fossero vicendevolmente accettate.
Non sappiamo se Rodin fosse geloso professionalmente di Camille: era l’unica artista che potesse competere con lui.
Ma dopo qualche anno, nel 1892, le cose cambiarono: egli non aveva mantenuto neppure una delle sue promesse: Camille chiese a Rodin di separarsi da Rose, lui prese tempo, fece promesse, fu vago. È vero che egli conviveva con Rose da ben 27 anni ma è altrettanto vero che Camille lo amava davvero e che la sua relazione sentimentale l’aveva posta, secondo i pregiudizi dell’epoca, nel ruolo di “donna perduta” (cosa che non era: la sua unica storia d’amore fu quella con Rodin).
Camille lo lasciò.
Continuò a lavorare alacremente ma si ritrovò indifesa e discriminata. La sua situazione economica precipitò.
Sviluppò allora un profondo astio verso Rodin. Da una parte era anche comprensibile, si sentiva ingannata dell’uomo che aveva promesso di sposarla.
Sembra anche, secondo alcune indiscrezioni, che lei abbia avuto un’interruzione di una gravidanza (allora un reato penale) anche se non ci sono prove certe.
Ella raggiunse l’apice della sua arte, un lavoro difficile, faticoso: lavorava tutto il giorno tra i vari materiali, tanta polvere e scalpelli.
Le sue sculture erano/sono capolavori , piene di umanità, espressività, una delicata sensualità, intensi chiaroscuri, dolore e rivelavano una rarissima maestria.
Una grande mostra nel 1984 a Parigi ha rivelato Camille Claudel al pubblico francese dopo decenni di oblio.
Parecchie opere si trovano al Museo Rodin, poi finalmente nel 2017 è stato aperto il Museo Camille Claudel a Nogent – sur- Seine, in rue Flaubert, nel nord est della Francia. Altre sono al Museo d’Orsay, quello degli Impressionisti a Parigi e in varie città, tra le quali Vienna e Washington, al The National Museum of Women in the Arts (NMWA).
Verso il 1903 (Camille aveva 40 anni) c’era stata una rottura con la madre, il fratello Paul e la sorella Louise ma il padre di lei, molto anziano, cercava ancora, vanamente, una riconciliazione e segretamente l’aiutava economicamente.
Camille incominciò a manifestare un malessere psicologico rivolto principalmente verso Rodin (che, anche se lontano, a volte l’aiutava tramite terzi, a volte l’ignorava), sviluppò idee esagerate: pensava che lui volesse rubare le sue opere artistiche o farla avvelenare, si trascurava molto, la sua casa era assai in disordine, aveva troppi gatti…
Scriveva inopportune lettere alla polizia.
Bisogna però dire che c’era veramente una scultrice che la copiava come emerge da un documentario realizzato recentemente su di lei (nota 2).
Nel 1913, quando Camille aveva 49 anni,
la situazione precipitò in pochi giorni. Notate le date: il 2 marzo il padre morì.
Non l’avevano avvertita del decadimento fisico di lui, del decesso e dei funerali (come avrebbero dovuto), venne esclusa dall’eredità (aspetto non insignificante), il 7 marzo venne compilato un breve testo (vergognoso) di un medico che nella biografia di Odile Ayral-Clause viene riportato integralmente.
L’8 marzo la madre fece richiesta ufficiale di un ricovero.
Il 10 venne eseguito.
Erano passati solo otto giorni dal decesso del padre. Strano che Paul e la madre pensassero a come ricoverare Camille.
E anche la burocrazia, sempre così lenta, si era dimostrata assai solerte in questo caso…
Camille non era pazza: aveva un disturbo psicologico a cui sarebbe disonesto dare un nome postumo (anche se parecchi lo fanno su internet) ma era una persona innocua, non aveva mai fatto nulla contro gli altri o contro sé stessa.
L’istituto era a pagamento e si trovava in provincia. Per tutta la vita ella si illuderà che questa incarcerazione (il termine è esatto) fosse stato causata dall’influenza di Rodin sulla sua famiglia, scagionando così i suoi parenti.
In realtà non era così. Rodin non aveva nessun potere sui parenti di lei però non la andò mai a trovare e nel 1907 iniziò un’altra lunga relazione con un’aristocratica rimanendo sempre con Rose.
Per Camille incominciò un calvario indescrivibile che sarebbe durato per trent’anni fino alla sua morte nel 1943. Infatti lei non uscì più dai due Istituti in cui venne ricoverata. In mezzo ci furono decenni di cambiamenti sociali e di costumi e ben due guerre mondiali.
Nell’Istituto c’erano persone con ogni tipo di problema psichiatrico ma anche persone soltanto “asociali”, fuori dalle regole o anche sani fatti scomparire da inaffidabili parenti e compiacenti medici. Camille si distinse per il suo comportamento gentile, tranquillo anche se interiormente disperato.
La famiglia, la scienza, la società borghese si trovarono concordi: Camille, geniale scultrice, doveva scomparire.
E non c’era luogo migliore dell’Istituto dove la vita era scandita da inutili attività, dalle urla dei pazienti agitati, dai racconti sconnessi di altri.
Nel tempo, un paio di medici più coscienziosi proporranno di farla tornare in famiglia, proposta che verrà rifiutata.
Nel 1917 lei scrisse al dottore che aveva redatto il documento del 1913 chiedendogli gentilmente aiuto. Egli non le rispose.
Paul, nel frattempo, aveva fatto una grande carriera, era diventato un poeta, un commediografo e un diplomatico di successo (in futuro avrà anche delle lauree honoris causa dalle università di Princeton, Cambridge e altre e nel 1951 la Légion d’honneur).
Viaggiava oltreoceano, era sposato, padre di famiglia, molto benestante, assai apprezzato per le sue idee religiose anche se, lo dico da credente, il suo comportamento verso Camille non ebbe nulla di cristiano.
In trent’anni andò a trovare la sorella tra le sette e le dodici volte (secondo le biografie). Aveva obliato la frase “ero malato e mi visitaste” del Vangelo secondo Matteo.
Si noti che non sto criticando il lavoro letterario di Paul Claudel ma il suo comportamento verso Camille così come emerge dai documenti storici.
La madre invece non andò mai a trovarla ma le inviava dolci e cioccolata…
Paul non andò neppure quando i medici lo avvertirono che lei era peggiorata a causa delle grandi privazioni alimentari, dovute alla guerra, e a problemi circolatori. Era il 1943 e lei aveva 78 anni.
E fu assente ai funerali. Camille ebbe una povera tomba e poi una fossa comune.
Furono presenti solo le infermiere, a lei molto affezionate.
Il suo malessere psicologico si sarebbe potuto gestire nel 1913 proponendole di abitare con un’amica o un’infermiera e di vedere stabilmente un medico esperto di malattie mentali a Parigi. La psicoanalisi nel 1913 – data del suo ricovero – era già una disciplina avanzata. Il suo centro era a Vienna e a Zurigo ma Parigi non era certo un luogo sperduto.
Avrebbe potuto essere libera, stare meglio o guarire, incontrare un altro uomo, più sincero di Rodin, guadagnare, vedere il suo talento riconosciuto ma la sua vita le era stata rubata.
Non c’è perdono per quello che è stato fatto a Camille Claudel.
……
Nota 1) “Camille Claudel”, film, regia di Bruno Nuytten (1988)
“Camille Claudel 1915”, film, regia di Bruno Dumont (2013).
Nota 2) Su Raiplay si trova un bel documentario francese, doppiato in italiano, intitolato “Camille Claudel, scolpire per vivere” diretto da Sandra Paugan (2024).
In teatro, oltre che il testo della Maraini, hanno scritto su Camille Claudel: Vera Giagoni, Chiara Pasetti e Francesca Martinelli.
Io avevo già dedicato a Camille Claudel un articolo sul web più di vent’anni fa, intitolato “Camille Claudel, una donna straordinaria”, andato perduto.
Lavinia Capogna
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”. E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”. Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Una raccolta di racconti noir, thriller fra polizieschi e introspettivi? Senza dubbio questo ed altro ancora rappresenta “Il grande buio” di Enrico Macioci, edizioni NEO. Dello stesso autore avevamo apprezzato “L’estate breve”per TerraRossa, “Lettera d’amore allo Yeti” con Mondadori, “Terremoto” per Terre di mezzo. Peculiare di questo nuovo lavoro è un distopico sguardo all’anima nera di un anti mondo, somigliante a un anti Cristo, destinato, tranne forse in un caso o due, a restare senza riscatto, senza redenzione e, soprattutto, senza spiegazione. Abituati come siamo agli enigmi, continuamente presenti nel mondo attuale, leggiamo spesso senza scomporci di orribili morti, crudeli delitti, malsane fissazioni, ma questa volta sicuramente non è tutto qui: in questo libro un inquisitore ostinato e un osservatore nascosto pongono domande, sembra non si accontentino del mistero. Qui, prima del macabro e prima dell’assurdo, è la semplicità delle vite comuni che non convince, quasi un teorema messo a dimostrare che è proprio l’idea di normalità a risultare assurda, a sollevare i dubbi più disparati. Se il contrario di vita è morte, il contrario di luce è buio, un “grande” buio, recitato nel titolo e teorizzato in alcuni passaggi. Il concetto non è nuovo, era in ogni letteratura ancora prima che le lingue ne lasciassero traccia, nuova è una diversa prospettiva, né distaccata o indifferente, né eroica o patetica, piuttosto presentata da un occhio strabico profondamente dissociato, una spia dentro il cervello umano, una spia disturbante come un pensiero rimosso. L’orrore condominiale maciullato in piscina esordisce senza equivoci nel primo racconto, apocalittico senza appello come la scena di un film, così come filmico sembra l’ultimo racconto con la sua chiusura ad anello, nel mezzo il tema viene declinato in più modi, tutti riconducibili alla paura del buco nero, più che cosmico e divoratore di universi, luttuoso e disorientato, come appare di notte una stanza da letto senza il chiarore proveniente da abatjour, imposte o finestre.
Macioci, che è nato nel ’75, sono certa conosca la serie di telefilm di Hitchcock, uscita nel ’55: l’atmosfera è la stessa, la fine di ogni episodio lascia lo stesso ironico stupore, con l’impressione di essere stati garbatamente presi in giro, oppure provocati nei sentimenti e nel buon senso comune, e magari portati a chiederci che cosa sia il buon senso comune. “La puzza” è il secondo racconto, invaso dal pestifero odore di cadavere, a ricordare che il marcio non è solo in Danimarca. Ormai abbiamo notizia di femminicidi quasi ogni giorno, non c’è bisogno di ricorrere alla fantasia, la realtà supera l’immaginazione, come recita un abusato luogo comune: “Proprio come in Barbablù” osserva nella narrazione uno dei personaggi. L’attenzione si sposta quindi su quanto accade dopo, quando l’assassino incontra un’altra donna, del tutto ignara e affascinata dall’avventura di una notte, per lei l’avventura non si concluderà in orrore, per sua fortuna non è lei l’oggetto dell’ “amore” e perciò del possesso, la vendetta non è sulle donne in genere ma su “quella” donna, considerata unica.
In ogni storia il lettore è attratto dalla descrizione minuziosa di ambienti, stati d’animo, sensazioni e particolari , la natura parla ma parlano anche gli oggetti, le strade, i condomini e i marciapiedi, un’osservazione pregnante che ricorda l’oggettivismo denso di significato di Robbe-Grillet. Il tema poliziesco di certi intrecci, caro allo stesso Robbe-Grillet, e ricorrente in questo libro, rafforza l’impressione che in letteratura niente va perso; il filo conduttore entra ed esce dalla realtà come l’ago di un ricamo a tombolo. Un tema ricorrente è quello del disgusto, una sensazione rivoltante d’insofferenza per la brutale volgarità dell’animale umano, incapace di prescindere da umori, eiezioni, sudiciume, dai quali invece sembra a volte attratto, incapace com’è di osservarli scientificamente per quello che sono, o di sublimarli con la pietà. Ambiguo è lo stupro, ambigua è la vita di coppie o famiglie borghesi, perbene, normali. Presente, e forse dominante, è la contrapposizione dei ruoli e dei caratteri nelle coppie, all’interno delle quali le posizioni si ribaltano alternativamente, l’uomo è fragile, inconcludente ed esile, la donna a volte una virago, amante in segreto di una preistorica clava, a volte spezzata, esasperata e pericolosa, il conflitto non ha soluzione, o così sembra. Fra le storie si può intravedere un filo conduttore: il personaggio dell’ispettore e del suo aiuto (tributo a Sherlock Holmes e a Watson, mai dimenticati nell’immaginario, ridimensionati e adattati alla disillusione) può essere il fil rouge, se vediamo in loro, personaggi marginali e forse inessenziali, una ipotetica coscienza, che osserva e arretra, quasi con rispetto, di fronte all’imperscrutabile buio. Il lettore va avanti fino alla fine , attratto e partecipe, assorbito dalla narrazione, che è poi il principale merito di un buon libro.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.
Yasmina Reza è principalmente una drammaturga ma scrive anche romanzi molto apprezzati dalla critica e dai lettori; del 2024 è l’opera “La vita normale”, pubblicata da Adelphi in Italia come altri suoi scritti di successo internazionale. Si tratta di una raccolta di racconti più o meno brevi, ispirati quasi sempre dalle scene di processi da lei personalmente seguiti nelle aule di un tribunale.
“Edith Scaravetti ha ucciso suo marito Laurent Baca di notte, con un colpo di carabina 22 long rifle alla tempia. Mi occorre un bel po’ per mettere a fuoco il suo viso, benché l’aula sia piccola e la mia panca abbastanza vicina. Con i capelli neri tirati indietro, il corpo rattrappito, come congelato, guarda fisso un punto poco più in là delle sue scarpe.” (Il rovescio della vita)
“Il 3 agosto 2021, in un convoglio della linea 13 della metropolitana in direzione Chatillon, Dalila ha fatto un piccolo massacro. Ha pugnalato al torace un giovane fattorino nero, ricoprendolo di insulti razzisti… ” (Disperatezza)
E’, nell’insieme, il ritratto epocale di una società il cui tratto comune è l’assenza di consapevolezza, come se tutti i personaggi, uomini, donne o bambini, vecchi o giovani, di qualunque classe sociale, si trovassero privi di coordinate, spogli di informazioni valide, senza difese, soprattutto da se stessi. A fare da protagonista il completo abbandono dell’essere umano, alla mercé di impulsi che non è in grado di dominare e che, soprattutto, non comprende affatto. Merito dell’autrice è l’aver messo il dito nella piaga, un cinismo cieco non dovuto a durezza d’animo ma a mancanza di comprendonio. Da questo suo punto di vista i processi sono completamente inutili poiché nessuno degli imputati capisce che cosa ha fatto, smarrito nel “tutto si equivale” e nel “tutto è possibile”. Molte volte però il processo non c’è e il racconto è descrizione dietro una fotocamera di persone prese a caso come esempio di possibili, o molto probabili, storie e biografie, tutti possono essere tutti. Ancora Pirandello? Forse per caso. In alcuni processi quello che viene rappresentato è il degrado sociale, una donna uccide il marito alcolizzato e violento e lo seppellisce in giardino, poi sposta il corpo, lo immerge nel cemento, viene scoperta e processata: ha subito stupro e violenza da ragazzina e questo è il risultato.
I riferimenti a esperienze personali dell’autrice si inseriscono senza problemi e senza chiedere il permesso, non è una voce fuori campo, è la coscienza che manca ai personaggi. I riferimenti letterari e culturali sono espliciti, a Borges, per esempio, o a se stessa, quando cita “Il dio del massacro” la commedia da cui fu tratto il film “Carnage” di Roman Polanski. Yasmina Reza può permetterselo. Non manca la critica a un mostro sacro come Faulkner e all’illeggibile “Assalonne, Assalonne!”.
Ma torniamo ai processi, qual è l’interesse di Yasmina Reza per i processi? Sono descrizioni, immagini fotografiche, in un certo senso, sono tratti fotografici quelli che vengono descritti, fotogrammi che nascondono o svelano come quando il fotografo è un artista che coglie l’anima con l’obiettivo. Forse è questo l’unico modo attualmente possibile di indagare la realtà. Fra tutti primeggia il tema della morte, niente di gotico o grottesco, come si è abituati a pensare, enigmatica sì! Che sia morte naturale o violenta, improvvisa o annunciata. Anche la morte del suo amico editore, Roberto Calasso, del quale le arrivano per posta i due ultimi libri, senza dedica, perché la morte interrompe lo scambio. Non per chi scrive, come Yasmina Reza, o per chi edita i libri altrui, come Calasso, padre della Casa editrice Adelphi.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.
Claudio Magris, germanista e scrittore nato a Trieste nel 1939, non ha certo bisogno di presentazioni. È stato definito il “cantore” della finis Austriae e della cultura mitteleuropea: basti pensare a opere come Lontano da dove o Danubio. Ha dedicato attenzione anche ad autori italiani di confine, come Biagio Marin e Italo Svevo, e più in generale alla crisi della letteratura contemporanea. Accanto ai saggi, è autore di narrativa: tra le opere più significative vi è Tempocurvo a Krems, che dà il titolo ad uno dei cinque racconti della raccolta pubblicata da Garzanti nel 2019.
In questi testi i protagonisti fanno i conti con un tempo che sembra fermarsi, ma che continua a scorrere inesorabile verso la foce del Danubio. Non il Mar Nero, come si direbbe seguendo la geografia, ma Krems: la cittadina della Wachau che, nel racconto, diventa simbolicamente l’Oceano, un cerchio che abbraccia il mondo. Le sue acque scorrono e, nello stesso istante, ritornano; le rive si specchiano l’una nell’altra. È l’immagine di un tempo che smette di espandersi in linea retta e si curva, trovando una suggestiva raffigurazione anche nella copertina del libro.
Che cos’è un’immagine, se non l’intrinsecamente statico in contrasto con lo scorrere eracliteo? I cerchi concentrici creati da un sasso gettato nell’acqua: un punto in cui passato e futuro si incontrano nell’eterno presente. E’ qui che letteratura e scienza si sfiorano. Può la letteratura illuminare concetti della fisica quantistica e, viceversa, la fisica aiutare la comprensione della letteratura? In queste pagine le immagini scientifiche si adagiano morbidamente sul racconto, trasfigurando la realtà in simbolo.
Il “cono di luce” di Penrose, per esempio, mostra che nulla può viaggiare più veloce della luce: alla base sta il passato, al vertice il futuro, all’interno un agitarsi di punti, di monadi che, incontrandosi, generano infinite possibilità. Stati finzionali (si chiamano così in fisica quantistica gli stati potenziali, tutto ciò che potrebbe essere) che, in letteratura e in filosofia, diventano lo spazio dell’anima: ciò che tutto contiene. L’indeterminismo quantistico, con le sue possibilità multiple, trova un’eco nell’invenzione letteraria, che crea universi possibili e li rende esperienza umana.
Il tema centrale del libro resta però la vecchiaia: un avanzare per indietreggiare, come scrive Magris: ci si inoltrava in un territorio sconosciuto per sottrarsi alla realtà che premeva da tutte le parti spigolosa ed invadente. Il mondo continuava ad affluire generoso verso di lui ma a poco a poco aveva sentito la necessità di arginarlo, di deviare se possibile quel fiume e di erigere qualche barricata contro la vita che avanzava. È il tempo in cui si erigono argini e si cercano ripari contro l’invadenza del mondo, mentre tutto continua a fluire intorno.
Tempo curvo a Krems è il racconto più complesso della raccolta: qui il tempo fisico si piega e diventa quasi metafisico, toccando le corde dell’interiorità.
Lo spunto narrativo nasce da un episodio casuale: durante una conferenza a Krems, una signora triestina ricorda al protagonista la compagna di liceo Nori, di cui egli era innamorato a diciassette anni. Quel nome riaccende memorie sopite, che sembrano tornare a vivere come presenti. Il fatto che Nori le avesse parlato di lui lo stupì alquanto, ma si lasciò viziare da quella fantasia come da una musica. Era una dilazionata rivincita.Qualche tempo dopo, un amico a Roma gli dice di aver incontrato Nori e di aver parlato con lei di lui. Incuriosito, l’uomo la chiama: ma mentre tenta di presentarsi, dall’altro capo del telefono riceve un saluto festoso, come se fossero amici di lunga data. Un evento banale diventa allora un cortocircuito spazio-temporale, in cui effetto e causa si confondono, e il presente sembra modificare retroattivamente il passato.
Magris gioca qui con le teorie della fisica e le trasforma in metafora esistenziale: può un passato che non è mai stato realmente vissuto essere creato da un evento successivo? Può il presente riscrivere ciò che è stato? Così, la legge newtoniana dell’azione e reazione e la relatività di Einstein diventano immagini narrative della memoria, del desiderio di eternità, della tensione tra apparire ed essere. Quella familiarità al telefono era dunque l’effetto di una conoscenza reciproca che per forza doveva esserci stata nel passato e quindi modificava quest’ultimo, risaliva nel tempo a creare, decenni addietro, qualcosa che allora non c’era stato. Può un passato che non è mai esistito essere modificato dalla casualità di un evento presente?
Potremmo continuare con l’esperimento di John Archibald Wheeler della doppia fenditura ed eseguito in laboratorio. L’ossservazione può influenzare retroattivamente il passato di un evento quantistico. La realtà non è fissata finché non viene misurata e l’osservatore gioca un ruolo attivo nella creazione della realtà. Da qui la sua famosa sintesi: “Nessun fenomeno è un fenomeno fino a quando non è un fenomeno osservato.”
In un esperimento classico decidiamo l’assetto prima che il fotone parta. Nel delayed choice (scelta ritardata), invece, il fisico decide dopo il passaggio del fotone durante il percorso.
Incredibilmente, l’esito sembra “adattarsi” alla scelta finale, come se la decisione presente influisse retroattivamente sul comportamento passato. Possiamo usare quanto affermato da Wheeler per lasciare una conclusione aperta al racconto di Magris?
La riflessione si allarga alla nostra epoca, segnata dal culto della giovinezza nella convinzione di poter sfuggire alla fugacità e transitorietà dell’esistenza. Magris, al contrario, offre una visione in cui il passato si allinea al presente, e la morte stessa diventa forma di eternità: Muori e divieni, così veramente sei, riecheggia la massima goethiana. Eterno dileguare, eterno essere, il fiore muore nel frutto, dunque è il frutto. Non solo gli esseri viventi, ma anche gli oggetti, gli elementi del paesaggio subiscono mutamenti temporali dilatandosi in un tempo infinito. Ma se non c’è più quel tempo, se non esiste, si può dire cos’era, com’era? Il non-essere non è. La Storia non si fa con i se e con i ma. Un semplice detto popolare che si applica alla Grande Storia e alla Storia personale di ogni uomo.
Tempo curvo a Krems rimane di raffinata filosofia per l’anima, ci invita a riflettere sul valore del passato, della memoria che diventano eterno presente: la leggera brezza estiva che entrava dalla finestra, vicina al telefono, era un vento degli spazi infiniti, in cui tutto è presente e simultaneo, il roteare di un pianeta e la luce di una stella che giunge da tanto lontano. Forse il Danubio nei pressi di Krems era l’Oceano. Per noi Krems diventa la metafora che abbraccia i passaggi della vita e medita sul crepuscolo dell’esistenza. E cos’è la vita eterna se non la limpida luce che splende negli occhi immortali di Nori, che non invecchia. Paradosso temporale poiché la trasformazione sul cono di luce all’infinito è possibile solo per corpi fisici senza massa. La familiarità tra i personaggi è descritta come un effetto della relatività ristretta di Einstein secondo cui si tratta di fenomeni che avvengono in assenza di gravità dove due eventi non possono essere ordinati nello spazio-tempo in modo assoluto, mentre il tempo curvo fa parte della relatività generale dove la gravità causata da massa e energia determina la curvatura dello spazio e quindi il tempo scorre in modo diverso a seconda della sua posizione gravitazionale. Allora l’amore, l’amore tra i personaggi è oggetto di un maleficio o di un paradosso temporale?
Un P.S. al commento
Quanti libri ci consentono un viaggio nel tempo, in quanti libri ritroviamo luoghi in cui abbiamo vissuto, esperienze simili del nostro vissuto, ricordi che si affacciano e che attraverso le pagine riviviamo. Nel regno dei libri, tra le sue pagine, tutto acquista un’aureola di strana bellezza, il segno diventa simbolo, ciò che non avremmo mai potuto vedere. È come sentirsi parte di un mondo di eletti in piena consapevolezza.
Ho comprato il libro perché il titolo Tempo curvo a Krems mi ha fulminato, cosa racconterà Magris, anche Magris conosce Krems? Un luogo in cui avevo vissuto da ragazza. Krems, cittadina della Wachau, valle in cui scorre il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che si rispecchiano sempre nelle sue onde e sulle cui rive si stagliano silenziosi, severi e colmi di Storia conventi che accoglievano le scuole per i cadetti della nobiltà ed alta borghesia austro-ungarica come Stift Goettweig, che vedevo dalla finestra della mia stanza ed ancora Stein, Klosterneuburg, Stift Melk und Weisskirchen. Tutto mi riporta indietro nel tempo.
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.