Noam Chomsky: “Chi sono i padroni del mondo” (trad. Valentina Nicoli, Ponte alle Grazie), di Maurizia Maiano

Sono cresciuta con l’immagine del mito americano e sono per natura esterofila anche se amo la mia terra per quel sentimento di Heim (casa) che mi hanno trasmesso lo studio della lingua tedesca e la mia famiglia.

Della Storia degli Stati Uniti conoscevo poco. E la conoscevo soprattutto attraverso i racconti di mio nonno che giovanissimo era emigrato in America e poi era ritornato per andare a combattere sul Piave, per quel maledetto sogno nazionale e dove, dopo aver vissuto in trincea e visto il dolore: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie e buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata, aveva deciso che avrebbe voluto morire piuttosto che tornare salvo a metà. 

E dopo aver fatto l’Italia tornò ad emigrare per mantenere la famiglia e non solo la sua ma anche quella di mia nonna: i suoceri e due fratelli ed una serva, sì, perché anche se si era poveri ci si poteva  permettere una serva perché c’era sempre qualcuno più povero e a cui bastava solo essere sfamato. Alla serva però si voleva un gran bene, era una della famiglia, adottata per un reciproco scambio di convenienza e inevitabilmente e naturalmente per la vita condivisa nasceva l’amore. Chiedevo a mio nonno perché non avesse portato la famiglia con sé, mi sarei voluta sentire americana, ma il nonno rispondeva che l’America non era bella, che era solo un sogno e che lì la gente moriva per strada sotto lo sguardo indifferente degli altri e poi l’America sapeva fare solo la guerra e viveva della guerra.

Rimanevo in silenzio e pensavo che avevano massacrato gli indiani che poi sarebbero diventati “nativi americani”, che avevano ucciso quattro loro presidenti e sempre per mano di un “folle”, l’ultimo lo avevo visto anch’io cadere per mano di Lee Harvey Oswald. 

Sentivo parlare dei missili a Cuba e ancora non capivo la parola embargo e non capivo perché gli americani proclamassero d’essere sempre nel giusto. Poi fecero una guerra in Vietnam e ancora una volta non capivo perché fossero convinti di essere nel giusto, avevo visto al cinema Il grande cacciatore  ed Apocalypse Now e il tutto non mi tornava, riuscivo solo a chiedermi perché la guerra.

E dopo John F. Kennedy, amavo il Bob Kennedy di “Vogliamo un mondo più nuovo”. Era come se l’America custodisse i nostri sogni, anzi di più, si era presa sulle spalle il destino del mondo per realizzare la felicità.

Crescendo e studiando venni a sapere che avevano lanciato la bomba atomica, i primi nella storia, sul Giappone e l’avevano lanciata sulle città in un momento in cui la gente ignara pensava di essere tornata alla vita, perché la guerra era finita e le potenze vincitrici stavano trattando per spartirsi il mondo e ancora una volta pensavano d’essere nel giusto. Ci fu anche una guerra in Corea e sempre perché era giusta e in futuro avrebbero appoggiato i bosniaci (musulmani) contro i serbi e sempre perché era giusto e qualche anno dopo avrebbero combattuto contro i musulmani, che avevano messo al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini che poi era diventato un loro nemico e avevano fatto la stessa cosa con Ghedafi e con Saddam Hussein e poi Bin Laden e insomma con loro non sapevi mai quando saresti passato da amico a nemico e viceversa e non solo: sapevo che dietro certe stragi italiane e tentativi di golpe c’erano sempre gli americani, che erano stati loro ad organizzare il sequestro e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, a causa del compromesso di quest’ultimo con il Partito Comunista. Sapevo che esisteva un’organizzazione guidata dagli americani chiamata Gladio che praticamente vigilava e operava su tutta la politica italiana. Sapevo che i loro errori non li pagavano mai erano troppo sicuri di sé per avere dei ripensamenti. Eppure sapevo che loro erano i nostri alleati, i nostri fratelli, la nostra guida.

E io non me lo spiegavo molto bene. Non mi ritenevo colta ed avevo sempre un atteggiamento aporetico verso la realtà. Col tempo ho capito che quell’aporia non era solo mia: era l’effetto di un discorso che si presentava come naturale, ma che naturale non era affatto.

Ed ancora l’America Latina dove le riforme agrarie erano state impedite dai dittatori che gli amici americani appoggiavano. 

Di recente ho scoperto che siamo stati per molti anni la IEA (Impero Europeo dell’America) e che il sogno di una sola Europa era solo un sogno indotto americano.

Ricucendo le trame della memoria e dei racconti che avevo ascoltato riuscivo a creare in me l’immagine dei veri padroni del mondo. Tutte le guerre avvenute dopo la seconda guerra mondiale erano state innescate dagli americani. Ma non erano i cattivi anzi erano sempre in guerra e si facevano in quattro per salvare qualche popolo da un genocidio, da un’invasione, da un dittatore fornito di armi di distruzione di massa e poi puntavano il dito contro l’Unione Sovieticacon la quale avevano pur combattuto insieme e sconfitto un comune nemico. Non riuscivo a capire perché fossero diventati a loro volto nemici tra loro. Idee diverse, si diceva, capitalismo ed economia liberale, libertà individuale versus comunismo, economia pianificata e niente libertà individuale. Della Russia non avevo una cattiva considerazione, al contrario, mi sembrava una parte del mondo ancora parzialmente incontaminata, più che la storia era l’immagine di qualche libro di letteratura russa che conservavo, immagini di bianche distese innevate, il bianco nella mia mente prevaleva sul verde ed anime profondamente travagliate si muovevano sofferenti sotto il peso dell’esistenza e non distinguevo se fosse per colpa di regimi oppressivi, dello Zar o per una naturale inclinazione e sensibilità. 

Sempre per quel poco che avevo studiato sapevo che i russi non avevano mai invaso l’Europa, ma più di una volta avevano subito un tentativo di invasione. Ci aveva provato Napoleone prima dell’altro piccolo uomo. I Romani, anche se erano stati grandi, non ci avevano pensato, troppo lontani e così arrivò qualcuno di loro dalle lontane steppe. E poi c’erano stati Pietro il Grande e Caterina II che tanto amavano quell’Europa occidentale dell’Impero Romano e dei Sovrani Illuminati, di cui si sentivano gli eredi ideali.

E poi amavo l’astronauta Yuri Gagarin che era stato il primo uomo nello spazio, era volato così lontano prima degli americani che però atterrarono sulla luna nel 1969 anche se poi venne in mente a qualcuno di diffondere la notizia che era stata tutta una farsa, mi rimase sempre il dubbio se la luna dei poeti e tanto cara al Leopardi fosse stata conquistata dagli Yankee americani. In effetti non ci tornò più nessuno, forse non ne valeva la pena o la Luna chiese di essere semplicemente lasciata in pace per alimentare il sogno degli umani. 

Dopo qualche decennio ci fu il caso dell’astronauta Sergej Konstantinovič Krikalëv, che, il 25 marzo 1992, rientrava sulla terra dopo 311 giorni trascorsi suo malgrado nello spazio a bordo della stazione spaziale Mir, era rimasto intrappolato a bordo della stazione per diversi mesi in più del previsto perché il paese che l’aveva lanciato in orbita non esisteva più, fui presa dalla malinconia. Mi aveva fatto tornare in mente la storia di Solaris dove lo spazio infinito cosmico si confondeva con le immagini interiori ed intime della propria anima. L’URSS stava collassando e con essa l’ideologia del socialismo e di un mondo migliore anche se ripetevo tra me: non lo volevano anche gli USA? Così immaginai questo mondo e la Casa Comune Europea, che a qualcuno venne in mente di proporre, e mi piaceva vedere Reagan Gorbaciov insieme, pensavo che li avremmo accolti nel nostro mondo che finalmente diventava migliore.

    Ora scrivendo mi viene in mente l’immagine di 2001 Odissea nello Spazio, il monolito, il primate che lo afferra ha scoperto uno strumento, è la tecnica, quante cose potrà fare. E poi la scena finale, Bowman che lentamente diventa vecchio e vede davanti a sé il monolito nero che cerca di afferrare per poi scomparire e rinascere in un feto cosmico mentre siamo pervasi dalle note del Così parlò Zarathustra di Strauss. La domanda è: a che punto siamo? 

Un mio amico mi risponde. E’ uno che si chiama Pensandbike, pensa andando in bicicletta, una metafora piene di allusioni.

P. – Siamo al punto in cui non sappiamo ancora cosa c’è dietro alle verità assolute che ci raccontano, cosa si celi al riparo degli ideali che da una parte e dall’altra del mondo ci propinano come la cosa più pura ed incontaminata che esiste sulla terra.

 La tara – Ahimé – non ce l’ha in testa la gente di un popolo o dell’altro: la tara è insita nel cervello dell’Homo Sapiensche è l’unica specie vivente su questo pianeta a praticare la guerra e ad adoperarsi per distruggere il mondo che lo ospita.

M. Tara nel cervello dell’Homo Sapiens significa dunque qualcosa da cui mai ci libereremo ed in un eterno ritorno si alterneranno vita e distruzione e mai pace definitiva ma solo tregua?

P. Purtroppo ne sono assolutamente convinto. E basta guardare la storia ed il sussegirsi delle guerre per averne conferma. Nessuno ne parla, ma ci sono, e continuano a scoppiare guerre dimenticate ignorate ma che producono i loro effetti nefasti. Considerandole tutte, nell’era moderna avremo avuto giorni di pace totale nel mondo? Non ci scommetterei grosse somme. D’altra parte se lo stesso nostro Paese, pacifista in base alla Costitizione, produce e vende armi ricavandone profitto, quanto potrà rammaricarsi della presenza di guerre, se le stesse sono occasione di business? E dietro questo business c’è gente che studia, appurando che per il nemico più dannoso di un soldato morto è un soldato ferito, perché il primo va solo sepolto, mentre il secondo obbliga a prestargli soccorso e cure. In base a questo progetta quindi ordigni che mutilano anziché uccidere. Mi chiedo se c’è un’altra specie vivente al nostro livello…

M. – Sì, è vero! Demoni….ma anche Dei…il mistero della natura umana, è così e non lo capirò mai

P. – Credo che nessuno possa capirlo semplicemente perché è incomprensibile.

Un’altra voce – La grande storia è sempre stata fatta da e per i desideri di uomini (maschi) adulti. Forse è soltanto il momento di guardare più sotto e di lato.

Quando ho incontrato Chomsky, ho avuto l’impressione che  qualcuno stesse finalmente dando una forma a ciò che avevo intuito senza riuscire ad esprimerlo. Il libro è stato  pubblicato nel 2019 da Ponte alle Grazie e tradotto da Valentina Nicoli. Colpisce che questa critica del potere non nasca dalla politica ma dalla linguistica. Disciplina capace di smontare e smascherare perché sa usare parole, grammatica e sintassi con libertà e la politica se ne serve, la usa nella comunicazione per simulare, mascherare e smascherare, gestire dissenso e consenso. Chomsky affronta le più attuali questioni di politica internazionale – dal terrorismo alle tensioni mediorientali, dal conflitto potenzialmente esplosivo tra Occidente e Russia all’espansione cinese – costringendoci a guardare quel che abbiamo davanti agli occhi, ma rifiutiamo di vedere, assuefatti al discorso ufficiale e prigionieri di una memoria autorizzata che troppo dimentica. Chomsky è uno studioso di linguistica ed è attraverso la linguistica che critica il potere. La linguistica come teoria della libertà. Il linguaggio come facoltà innata e creativa, capace di produrre frasi mai udite prima. Linguaggio significa possedere degli strumenti: grammatica e sintassi e dei mattoncini lego: parole, aggettivi, verbi, preposizioni che articolati insieme e sempre in modo diverso, grazie agli strumenti, confermano la creatività dell’essere umano che possiede capacità cognitive autonome in grado di reagire all’ambiente. 

Grammatica e sintassi sono condizione di possibilità e di libertà, ma possono creare vincoli di indottrinamento.  La ragione umana è creativa e reagisce ad ogni forma di imposizione, non può mai essere manipolata totalmente. L’essere umano è libero ed ogni sistema deve assumere una maschera per imporsi, ma può diventare un gioco a rimpiattino perché a sua volta potrebbe essere  smascherato.

Se il linguaggio è il luogo in cui si esercita il potere, allora può essere anche il primo spazio in cui nasce la resistenza. Linguistica, epistemologia, politica ed etica diventano un filo rosso intorno a cui si snoda il nostro essere al mondo. La linguistica dice che l’uomo è creativo e libero, il linguaggio è creativo nel bene e nel male, ci salva e ci condanna, l’epistemologia è spesso troppo fragile per pensare di raggiungere una qualche verità, la politica, che è il potere, si serve del linguaggio ed è infine l’etica che ha il dovere morale di smascherare la propaganda. Come nella spirale magica di Bernouilli in ogni curva che si ripete e si rinnova, si racconta la storia eterna della trasformazione: per scoprire come la forma del movimento diventi il simbolo più profondo della rinascita.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Rade Jarak: “Deserti – Fiction autobiografica” (Ed. Carthago, trad. Suzana Glavaš), di Rita Felerico

Rade Jarak: lo scrittore croato che è allo stesso tempo tutti e nessuno

“Di tutto ciò forse la cosa più importante è ricordare che il tempo ha un suo mistero, sebbene esso per un attimo possa sfuggirci di mano. Un giorno sicuro ce ne ricorderemo”, scrive Rade, perché siamo fatti anche di passato, ovvero di tutto ciò che è accaduto nonostante noi. Le pagine del libro attraversano l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza del nostro autore, i percorsi di formazione, i dubbi, le emozioni, le sensibili fragilità, con uno stile e una modulazione tutta di Rade; entra nei ricordi, nelle immagini di fotografie ingiallite che ancora sprigionano luce di esistenze, nel legno dei mobili delle case, negli oggetti con i quali convive, nell’odore dei cibi, nei panorami che si stagliano dalle finestre.

Raccontandoci di un secolo senza definirlo, Rade narra la verità sulla nostra dimensione, in opposizione a quella euclidea, la verità che la scienza non aveva ancora raccontato, quella che scopre osservando le mappe dello zio, immaginando di viaggiare in Paesi sconosciuti e tutti da scoprire ma legati da una unica, sola atmosfera. “ Avevo la sensazione di uscire da una mera astrazione della mappa e di poter materializzare in un vorticoso attimo, tutte quelle astratte lontananze in ogni metro, in ogni centimetro, in ogni granello di sabbia del deserto……E poi là dentro c’era di tutto, c’erano immagini di mille città..”.

Ad unire città e Paesi, uomini di  ogni razza c’è il mare, il Mediterraneo, il suo colore blu non riproducibile neppure se si prova  a mischiare ogni sfumatura o tono di azzurro, quel mare di onde nel quale la fanciulla ‘nuotatrice’ di Rade va ad immergersi, un moto che con movimenti, gesti semplici la ragazza scalfisce. “Non vogliamo fare il bagno con te, perché schizzi”, dice a Rade . Ma Rade è un cittadino del Mediterraneo.

Abitare il Mediterraneo è essere coinvolti e vivere spazi, emozioni, colori, dolori, sapendo di condividerli in un linguaggio, quello del mare e  in immagini che intrecciano umori, profumi, sapori, segni, parte di un sapere collettivo che sopravvive ad ogni tentativo di prepotente violenza tesa a sopprimere e cancellare una realtà che per la sua bellezza, le sue ferite, rende muti e silenziosi. Riconoscerla  è un antidoto alla sparizione, una medicina, una cura a quel costante desiderio di dare senso alle esistenze  e alle loro memorie. Rade Jarak è  un uomo del Mediterraneo.

Deserti – Fiction autobiografica, pubblicato nel 2023 da Carthago-edizioni, dalla indovinata copertina – che riproduce un  quadro di Carmelo Zaffora, il Sigillo del Mare, sintesi delle atmosfere che il libro dona, quel cappello dietro al quale si immagina lo sguardo rivolto verso l’orizzonte sognante del mare –  è un romanzo aperto sulla vita di un ragazzino e poi uomo cresciuto sulle rive del mare Mediterraneo, abitando paesi e villaggi in parte spariti, ma ricchi di antiche tracce di storia incastonate nei borghi antichi, di leggende, di fantasmi che prendono vita dai racconti e dalla memoria degli anziani.

Rade, appassionato protagonista delle storie, comunica con toni semplici ma intensi, con sillabe evocative, contenute in uno stile mai gridato, quasi discorsivo, quasi sommesso, anche quando scrive di paura, di timore, di angosce o quando affronta una varietà di temi, da quello dell’identità a quello dei sentimenti dell’adolescenza, da quello degli  amori rubati e immaginati a quello della famiglia, ai ricordi delle storie familiari, dagli oggetti che popolano i luoghi  misti e incrociati con quelli deformati dalla fantasia, fino a richiamare lo sfaldamento umano della guerra.

La descrizione del parco, del labirinto di verde, è una reale parallela descrizione della vita che appariva ai suoi occhi : “ Ah quel giardino! Era un meraviglioso caos! Per me una vera e autentica foresta magica,un castello incantato dalle mille porte ed altrettante camere, ma senza vie d’uscita”. Descrivere sé stessi e la realtà che ti avvolge  è sempre molto difficile. La via di fuga di Rade è sempre il mare. Viaggia con il suo desiderio su quelle navi che lo solcano, anche se ridotte a vecchi legni marciti dall’acqua, ogni legno è un pezzettino di sogni, dice.

La vita scorre come tante inquadrature di un film, come una somma di deserti che non si riescono mai ad attraversare senza bruciarsi, deserti come simboli dei silenzi che definiscono le solitudini, la distanza dei corpi da ciò che si sente con il cuore che rischia di sparire nei labirinti delle assenze, delle lontananze. Rimangono i deserti e quel che resta delle città sconvolte e delle persone sconvolte dalla storia dei fatti : “ Eravamo due creature impotenti, ognuna nel proprio deserto, appoggiate l’una all’altra nella pena e per questo anche più vulnerabili, poiché oltre al proprio deserto, guardavamo, sentivamo, il deserto e la pena dell’altro”.

Il richiamo finale alla guerra e al dissolvimento di ogni sentimento di umanità percorre le ultime pagine del libro lì dove Rade confessa che dove c’è il mare in tempesta “lì è la mia patria… Grandi , assai grandi, sono i deserti in noi, nei nostri animi. Anche il mondo è un deserto”. E il tempo e gli anni ci sfuggono dalle mani e dal cuore. Ma da questo non dobbiamo farci impaurire.  

Tradotto in italiano dal croato con grande competenza e appassionato desiderio di includere Rade nei nostri cuori e immaginari, Suzana Glavaš   riesce ad essere lettrice attenta e interprete nello stesso tempo del suo linguaggio, con tale intenso sentimento da dar voce anche ai sensi e ai suoni inascoltati che si celano dietro le parole di Rade.     

Al prossimo romanzo.     

Rita Felerico 

Rita Felerico: laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, counselor filosofico,  promotrice di manifestazioni e iniziative culturali, vincitrice di vari concorsi di poesia, è vice presidente dell’Associazione Peripli – Culture e Società Euromediterranee. Ha pubblicato sillogi poetiche, con Bibliopolis  DeSiderio con disegni dell’artista Lello Esposito, Invenzioni a due voci, editore Graus, con disegni del Maestro Riccardo Dalisi. Nudarsi, editore Turisa con disegni dell’arch. Aldo Capasso, Nudarsi – incroci di poesia -dialogo tra versi liberi e parole recluse, editore La valle del Tempo, Di impavida poesia, editore La Valle del Tempo e Del Tempo Trovare le Parole, editore La  Valle del Tempo, corredata da opere di artiste/i di vari Paesi. Presente in raccolte e collettanei, con saggi  (alcuni pubblicati da Homo Scrivens e da La Valle del Tempo) racconti, recensioni è docente presso le scuole estive dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Organizza dal 2009 gli incontri del Cafè Philo a Napoli e scrive di teatro su varie testate online.

Mary Beth Keane: “Un amore qualunque e necessario” (Mondadori, trad. M. C. Dallavalle), di Cristiana Buccarelli

‘’Un amore qualunque e necessario” di Mary Beth Keane, pubblicato in Italia da Mondadori nel giugno del 2020, è un romanzo di particolare forza narrativa ed emotiva, il quale mi è stranamente sfuggito in pieno Covid, in quelle lunghe giornate in cui dedicavo molte ore del giorno alla scoperta e alla lettura di romanzi memorabili. Prima ancora di essere un romanzo di formazione e una saga familiare è, a mio avviso, uno strumento di indagine letteraria dell’autrice sui temi esistenziali del bene e del male, che possono rappresentarsi come faccende molto complesse in cui gli esseri umani e anche molto spesso i nuclei familiari sono invischiati in maniera particolarmente intricata. 

Il tema della famiglia subito emerge in una rappresentazione corale: infatti la narrazione riguarda nello specifico due famiglie che vivono accanto e che sono l’una l’antitesi dell’altra; i Gleeson, con Francis il padre, Lena la madre e le tre figlie sembrano solidi e felici, mentre gli Stanhope sono tormentati dall’instabilità mentale di Anne, madre di Peter e moglie di Brian, quando ad un certo punto la serenità degli uni e l’infelicità degli altri si mescoleranno, e tutti resteranno invischiati in un rapporto di interdipendenza tra le cose che accadono, in cui gli elementi del bene e del male si intrecciano. M. B. Keane demolisce volutamente dall’interno l’idea di una felicità edulcorata della famiglia con la propria vita tranquilla ed ha il coraggio di raccontarci che le famiglie a volte possono anche essere degli inferni o delle mine vaganti.

‘’il silenzio della casa, quando sua madre si ritirava nella sua stanza non era il quieto silenzio di una biblioteca o di un qualsiasi luogo altrettanto tranquillo. Secondo Peter era più simile al breve intervallo da fiato sospeso tra il momento in cui si preme un bottone e quello in cui la bomba esplode o si disinnesca. Riusciva sempre a sentire il battito del suo cuore in quei momenti. Riusciva a tracciare il sinuoso percorso del sangue nelle sue vene.’’  

In particolare la Keane, attraverso il personaggio di Anne, la madre di Peter, affronta il tema della malattia mentale e delle sue radici più profonde. Anne è stata segnata da giovanissima da un abuso sessuale da parte di un amico di famiglia, per questo motivo fugge dall’Irlanda e opera una rimozione di ciò che le è accaduto, parte per l’America dove riesce a lavorare come infermiera, poi incontra Brian e decide di farsi una famiglia; in realtà è una giovane donna  fragile e instabile, e quando perderà un figlio prima di darlo alla luce, in lei si romperà un equilibrio e ciò la porterà a un’escalation di comportamenti irrazionali, fino a un estremo atto di violenza nei confronti del poliziotto Francis Gleeson, suo vicino di casa e padre di Kate. Ma Anne è un personaggio a cui l’autrice credo sia particolarmente affezionata, e le farà compiere, attraverso il romanzo, un lungo e interessante percorso di evoluzione personale. Infatti grazie all’intervento di uno psichiatra molto capace, Anne riuscirà a capire le cause dei suoi disturbi mentali e a riacquistare lucidità, tenterà in qualche maniera di essere perdonata delle persone a cui ha fatto del male e a riconquistare l’affetto del figlio Peter, con il quale in realtà non hanno mai smesso di volersi bene, dunque avrà un nuovo modo di porsi verso il mondo e la sua stessa famiglia.  

A tutta questa narrazione fa da perno all’interno del romanzo un amore puro, solido, profondo, quasi necessario nel compensare il dolore che nasce da un evento terribile; questo amore comincia a farsi sentire già dalla prima adolescenza tra i due personaggi protagonisti di tutta la storia: Peter e Kate, cresciuti insieme porta a porta. E se l’amore da solo non può guarire certi traumi e certe ferite, fra loro ci sarà un tale sentimento di cura reciproca, di compassione di accoglienza, che diventerà una forma di salvezza. 

’E poi c’erano le cose che la sorprendevano per l’emozione che provava al solo vederle: lo yogurt di Peter vicino al suo succo d’arancia nel minifrigo; i boxer sul pavimento vicino al suo reggiseno. Una volta fece per infilarsi i jeans di Peter pensando che fossero i suoi, e quando si accorse dell’errore, si domandò se fosse mai stata tanto felice in vita sua’’  

Ma anche quei personaggi che non si amano, anzi che sono stati in qualche maniera nemici e si sono distrutti la vita, ad un tratto nella storia per caso si incrociano dopo moltissimo tempo e riescono a darsi qualcosa, trovano un punto di incontro, un sentire comune e in tal senso l’autrice compie una considerevole esplorazione dell’animo umano. Ci sarà infatti un momento in cui Anne e Francis si ritroveranno a parlare della loro infanzia in Irlanda.

‘’Dapprima rimasero seduti un po’ rigidamente, Francis sulla poltrona, Anne a un’estremità del divano, ma poi si rilassarono lasciandosi andare ai ricordi. Entrambi si erano travestiti da wren-boys, i cacciatori di scriccioli dell’antica tradizione irlandese. Entrambi avevano l’abitudine di andare e tornare dalla chiesa in calesse. Entrambi ricordavano che i cibi avevano un sapore diverso laggiù, specialmente il burro, il latte, le uova. Entrambi provavano una punta di malinconia pensando all’Irlanda, o forse il rimpianto per la loro infanzia…(…..) Francis riconosceva in Anne il suo stesso dolore senza nome…’’  

La Keane compie un’indagine psicologica approfondita soprattutto in alcuni dei suoi personaggi, mentre altri li fa restare volutamente sullo sfondo. A parte Anne con la sua mente particolare, anche Francis dopo l’incidente gravissimo che ha subito cambierà e cercherà di reiventarsi una vita che gli permetta di unire il suo passato con il presente. Ma l’autrice ci farà conoscere approfonditamente anche Kate con la sua personalità forte e solida sin dall’adolescenza, con la sua determinazione nel ritrovare Peter da adulta e costruire con lui una vita nonostante le difficoltà. Allo stesso modo e forse ancora di più ci fa conoscere il personaggio di Peter e seguire la lunga evoluzione attraverso il tempo; quella di un ragazzo solido e brillante negli studi e nello sport, che riesce a farsi forza da solo fin dall’infanzia, nonostante la situazione familiare difficilissima, e che poi all’improvviso da adulto precipita nell’alcolismo, in quanto dentro di lui sopravvive ancora lo spettro di quel  vuoto familiare accumulato in origine, ma che riuscirà a salvarsi attraverso il sostegno e l’amore di Kate. Infine c’è George, fratello minore di Brian che, nonostante la sua vita un po’ scombinata, si offre con generosità di occuparsi di Peter adolescente, quando non ha più altri riferimenti. I personaggi principali sono talmente cesellati nella loro complessità umana, nei loro aspetti caratteriali da dare realmente a chi legge la sensazione di conoscerli fino in fondo, di camminargli affianco; hanno la particolarità di rimanere impressi in tutta la loro umanità. È dunque uno scavo in profondità nell’animo umano quello che compie M.B. Keane e Un amore qualunque e necessario è soprattutto un romanzo sull’espiazione, la redenzione e il perdono, un perdono attraverso il quale si stempera un male originario e si può arrivare a una forma di pace collettiva.

‘’E poi vide quello che non aveva mai visto prima, e cioè che Peter stava bene. E Kate stava bene. Lena stava bene. E lui, Francis Gleeson, stava bene. E capì che tutte le cose che erano accadute nelle loro vite non li avevano feriti in maniera sostanziale, nonostante quello che potevano aver creduto a volte.’’

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Federico García Lorca, angelo andaluso, di Lavinia Capogna

Verso le cinque del pomeriggio di una giornata caldissima, il 17 agosto 1936, un ragazzino di 12 anni, Manuel, che abitava a Granada di fronte alla casa dei due fratelli dove Federico García Lorca si era rifugiato, fu l’ultimo a vedere il poeta. 

Due giorni dopo García Lorca, 38 anni, sarebbe stato fucilato da una squadraccia di franchisti, i fascisti spagnoli. 

Il poeta indossava una camicia bianca e una cravatta con il nodo allentato e pantaloni grigi scuri. 

García Lorca, il più grande poeta e commediografo spagnolo, che viene trascinato via da una banda di assassini è l’ultima immagine che abbiamo di lui. 

Era nato il 5 giugno 1898 in Andalusia a Fuente Vaqueros, una cittadina vicino Granada in una famiglia benestante e di idee liberali. Suo padre era un possidente terriero, un uomo equilibrato e riservato. Sua madre una maestra, più giovane del marito, una donna colta che proveniva da una famiglia povera e aveva avuto un’infanzia difficile. 

Una malattia infantile aveva lasciato nel piccolo Federico una lentezza nei movimenti e una gamba era un pochino più lunga di un’altra. Adulto aveva una camminata un po’ oscillante. In un verso su un amore non corrisposto scriverà: “(…) forse per il mio triste aspetto? Oh, la mia goffa camminata”. Nessun articolo italiano, che mi risulti, ha mai parlato della disabilità di García Lorca. 

Egli era bello, con occhi scuri intelligenti, vivaci, con i capelli neri, simpatico e amabile. 

“Era un lampo fisico, un’energia in moto perpetuo, un’allegria, uno splendore, una tenerezza assolutamente sovrumana. La sua persona era magica e apportava felicità” scrisse su di lui un altro grande poeta, il cileno Pablo Neruda, Premio Nobel, che dedicò anche all’amico scomparso un bellissimo poema così come avevano fatto Antonio Machado e Unamuno, altri celebri poeti spagnoli (nota 1).

“Oggi ho nel cuore un vago tremolio di stelle ma il mio sentiero si perde nell’anima della nebbia”. 

Questi versi sono l’incipit di una poesia tratta dalla prima raccolta poetica di García Lorca, Libros des poemas 1918 /1920, pubblicata a soli vent’anni.

Già solo leggendo questo libro ci si rende conto di essere di fronte ad un grande poeta seppure allora fosse solo un ragazzo. Già aveva un suo timbro inconfondibile che poi diventerà sempre più raffinato e caratteristico, un incantevole equilibrio tra musicalità del verso e significato in cui traspare una dolorosa e garbata malinconia, il rimpianto dell’infanzia, l’amore cercato ma fuggevole, l’influenza delle storie popolari, l’ironia, la sensualità, un forte senso del tragico, una grande forza emotiva espressa da vibranti immagini e colori. 

Fin dall’infanzia Federico García Lorca, bambino agiato, aveva sofferto per la condizione dei poveri, dei diseredati. Da ragazzo scriverà: “l’essere di Granada mi inclina alla comprensione solidale dei perseguitati: del gitano, del nero, dell’ebreo, del morisco (arabo) che tutti portiamo dentro di noi”, diventerà socialista e avrà un profondo affetto verso Gesù Cristo, sarà un cristiano piuttosto anticlericale in un paese ultra cattolico come la Spagna del Novecento. 

Da ragazzo prese lezioni di piano e di chitarra diventando un ottimo musicista. Per nostra fortuna, tra la musica e la poesia scelse la seconda ma la musica influenzò profondamente i suoi versi. 

La sua famiglia si trasferì a Granada, bellissima città moresca, e lui incominciò a scrivere versi, ad ascoltare, con poca voglia, le lezioni di giurisprudenza all’università, a frequentare alcuni ragazzi bohémien in un caffè centrale, a disegnare (altra sua grande passione), e a porsi domande sui suoi affetti: sappiamo che si infatuò di un paio di ragazze, entrambe bionde, eteree, pianiste come lui, ma incominciò anche ad essere consapevole del suo orientamento omosessuale. 

Il messaggio violento della società era (e in parte ancora è) che l’omosessualità sia qualcosa di sbagliato (e nei secoli ci sono state violente repressioni) quando invece è “una variante naturale del comportamento umano” (OMS Organizzazione Mondiale della Sanità 1990). Ci possono così volere anche anni per accettare il proprio orientamento. Nell’epoca in cui visse García Lorca era impossibile renderlo pubblico. 

Sappiamo che García Lorca venne bullizzato a scuola fin da adolescente, chiamato Federica, deriso. All’università aveva per amici Luis Buñuel, il futuro celebre regista che avrebbe poi ritratto in modo dissacrante la borghesia, il poeta Rafael Alberti, entrambi etero, e altri giovani con tendenze artistiche più o meno Surrealiste. Anche loro sapevano di Federico finché non giunse un talentuoso ed istrionico diciottenne che aveva capelli lunghi e basette (ma non ancora i baffi), indossava un teatrale mantello nero e si chiamava Salvador Dalì. 

Tra Federico e Dalì nacque una grande amicizia e anche qualcosa di sentimentale ma mentre García Lorca si innamorò di lui, Dalì risulta dalle lettere smanceroso ma non sembra molto sincero.

Più felice fu l’amore con Emilio Aladrén, uno scultore di qualche anno più giovane del poeta, a fine anni Venti. Aladrén era abbastanza bello, fine di aspetto, con qualcosa di esotico ma lasciò García Lorca per fidanzarsi e poi sposarsi con una donna inglese. Le fine di questa importante relazione provocò nel poeta una grande crisi. Nonostante i suoi modi amabili molti notarono una grande tristezza. 

Pochissimo altro si sa della vita sentimentale di García Lorca eccetto che nel 2010 il critico d’arte Juan Ramirez de Lucas, deceduto molto anziano, lasciò ad una sorella delle lettere che García Lorca gli aveva scritto e un poesia di cui nessuno era a conoscenza. 

Nel 1936 il poeta aveva pensato di fuggire in Messico con de Lucas anche per salvarlo dalla guerra civile. 

L’orientamento di García Lorca è stato a lungo negato in Spagna, anche dalla sua famiglia. Fu un tabù fino agli anni ’80 ed aveva anche avuto un gran peso nel suo assassinio (come vedremo). 

Nel 1927 García Lorca pubblicò “Canzoni”, nel ’28 “Romancero gitano”, nel ’31 “Canto jondo”. Vennero pubblicate postume le raccolte “Poeta a New York” e “Divano del Tamarit”.

“Romancero gitano” ebbe molto successo. García Lorca fece un lungo viaggio a New York dove frequentò alla Columbia University un corso di inglese, conobbe numerose persone e si trovò in un mondo completamente diverso dalla sua Andalusia. Nella raccolta “Poeta a New York” raccontò l’ansia di fronte a quel mondo che andava così veloce, i grattacieli che si stagliavano sul cielo grigio, le macchine. 

Il successo gli portò anche invidie e gelosie nell’ambiente letterario spagnolo. 

La sua lirica più celebre è probabilmente “Lamento per Ignacio Sánchez Mejías” (Llanto por Ignacio Sánchez Mejías), composta nel 1935: 

“Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco 

alle cinque della sera.

Il resto era morte e solo morte, alle cinque della sera (…)”.

Le commedie di García Lorca come “La casa di Bernarda Alba”, “Nozze di sangue”, “Yerma”, “Mariana Pineda”, solo per citare le più famose, sono capolavori di poesia e di drammaticità. Uno dei temi che l’attraversa è il desiderio di vivere, di respirare, di amare represso dalla violenza e dalle regole di una società arcaica contadina o di possidenti terrieri. 

La Sposa di “Nozze di sangue” non ama lo Sposo (così si chiamano i personaggi) con cui deve convolare a nozze ma il suo antico fidanzato Leonardo che viene da una famiglia maledetta. 

La Morte, che appare come la Mendicante vestita di verde (spesso nelle sue opere torna il colore verde), trama luttuosamente insieme alla Luna. 

Le cinque figlie della dispotica Bernarda Alba vivono anche loro represse, segregate in casa a cucire merletti ma un giovane parla segretamente con una di loro attraverso l’inferriata della finestra. 

Non so se sia mai stato evidenziato quanto García Lorca sia stato un commediografo femminista ante litteram con una particolare sensibilità verso le donne vittime del patriarcato. 

E le scenografie teatrali descritte, le stanze rosa o tutte bianche, i cesti di frutta, i suoni delle chitarre, i bambini che attraversano la scena, i contadini che si odono da lontano – che non hanno nulla di folcloristico, tra realtà e sogno, tra realismo e artificio sono la descrizione della sua terra. 

Nel 1932 incominciò la splendida avventura de “La Barraca”, con la quale lui e una compagnia di giovani pieni di entusiasmo portarono un teatro itinerante nei paesi e nelle cittadine. 

Il pubblico non era la borghesia o l’alta borghesia usuale dei teatri rinomati ma bensì persone, in gran parte illetterate, che non avevano mai visto recitare sulle assi di un palcoscenico e che facevano coloriti commenti alle rappresentazioni vivendo la finzione come fosse una realtà. 

García Lorca si occupò anche della regia. 

Fu una grande sperimentazione artistica, umana e sociale che durò tre anni. 

La Spagna attraversò enormi cambiamenti negli anni ’30. 

Alle elezioni del febbraio 1936 aveva vinto il Fronte Popolare (socialisti, comunisti e repubblicani). 

La sinistra sostenne grandi progressi nel paese come l’aumento delle scuole (su 28 milioni di abitanti quasi il 35% erano analfabeti), una sanità accessibile, la riforma agraria, la ridistribuzione delle terre ai contadini, la separazione tra stato e chiesa cattolica ecc. ecc. 

Il governo democraticamente eletto venne attaccato dal generale Francisco Franco che incominciò ad occupare il paese risalendo dal Marocco dove si trovava. 

La guerra scoppiò il 17 luglio 1936 e sarebbe durata fino al 1939. 

Franco era un feroce fascista che ebbe come alleati Hitler e Mussolini. 

Fu una guerra violentissima in cui ci fu la distruzione di Guernica (che avrebbe ispirato a Pablo Picasso il suo famoso quadro) da parte dell’aviazione tedesca e la battaglia dell’Ebro.

García Lorca appoggiava il legittimo governo democratico del Fronte Popolare come molti altri intellettuali e aveva firmato una petizione a suo favore. Oltre al grande poeta Antonio Machado parteciparono, in varie forme, a sostegno del Fronte Popolare stranieri ed intellettuali come Ernest Hemingway, Ludwig Renn, Klaus Mann, André Malraux, George Orwell, Simone Weil, Pablo Neruda. L’anziano poeta Miguel de Unamuno, nato nel 1864, che inizialmente aveva appoggiato Franco cambiò presto idea, venne arrestato e sarebbe deceduto alla fine del 1936.

Nell’estate del ’36 la situazione era diventata sempre più pericolosa per García Lorca. Si rifugiò in casa di due fratelli conservatori che ammiravano le sue opere. 

Una squadraccia di franchisti, su ordine militare, fece irruzione nella casa sequestrando il poeta. 

Si tentò di liberarlo ma il 19 agosto, senza che avesse commesso alcun reato, senza accuse e senza processo venne barbaramente picchiato, insultato e fucilato insieme ad altri oppositori del franchismo – come ha minuziosamente ricostruito, sulla base di documenti e testimonianze storiche, il saggista irlandese Ian Gibson che ha dedicato al poeta una bellissima biografia e altri saggi. 

In Italia si sono occupati di García Lorca prestigiosi spagnolisti come Vittorio Bodini e Gabriele Morelli. 

L’opposizione politica fu una delle ragioni ma non l’unica dell’omicidio di García Lorca. Egli era detestato in quanto gay. 

Ben presto la notizia dell’uccisione del poeta si sparse per il mondo. 

La falsa versione ufficiale fu che egli era deceduto in un non chiarito episodio bellico. 

La sua opera letteraria venne proibita in Spagna fino al 1953 quando venne pubblicata un’edizione censurata. 

E la sua memoria avversata fino al 1975 quando Franco morì. 

Oggi García Lorca è l’autore spagnolo più amato nel mondo insieme a Miguel Cervantes. 

…….. 

Nota 1) Lavinia Capogna da “Federico García Lorca, poeta” nel saggio “Pagine Sparse – Studi Letterari” 

Bibliografia:

Tutte le poesie e il teatro di García Lorca in varie edizioni Einaudi, Garzanti, Newton Compton

Ian Gibson Vida, passion y muerte de Federico García Lorca (edizione definitiva) 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Vincenzo Montisano: “Inaugura stanotte il secolo del bene” (Wojtek, 2025), di Maurizia Maiano

La lettura di Inaugura stanotte il secolo del bene mi immerge in  un melting pot di esperienze e di letture già vissute, riattivate e rimescolate in una narrazione che crea ed esaspera  il senso di disagio. Una condizione esistenziale o storica quella di cui ci parla Vincenzo Montisano? Mi piace scorrere il passato per trovare un filo ed una continuità con il presente, un triste presente che il nuovo ci prospetta e sempre se sono ancora validi i valori del passato.

La prima immagine che mi viene incontro è quella sempre eterna di Quasimodo:

Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera–  Ineguagliabile e pregnante immagine dell’esistenza umana espressa in una semplice paratassi. Un profondo disagio esistenziale di fronte alla precarietà dell’esistenza eppure quel raggio di sole ci illumina come a volercene  indicare la via o come nel Viaggio al termine della notte, Celine. 

Penso a Guy Debord, La società dello spettacolo. La nostra è una società che osserva e guarda più che vivere. La vita, gioie, dolori e sofferenze sembrano trovarsi altrove, in uno schermo che li riproduce che sia il mondo reale o una fiction. Cosa diventa questo disagio esistenziale se restiamo affacciati alla finestra aspettando che tutto passi? Il mondo che ci scorre davanti è opaco e impersonale, tutto accade ma non chiama all’azione. Una attesa senza progetto che non viene contrastata. La violenza non scandalizza, ad essa ci siamo assuefatti, la morte non interrompe e il dolore non obbliga a reagire. Lo beviamo come nero latte del mattino (Paul Celan). 

E ancora La caduta della casa Usher, Edgard Allan PoeLa casa da sempre simbolo della genealogia familiare, luogo degli affetti, diventa il centro della  decadenza morale e fisica. La dimora degli Usher racconta di una stirpe chiusa in se stessa: quando la famiglia si estingue, anche la casa crollaIn Montisano la casa diventa il luogo delle distopie del presente, si dissolve anche il legame simbolico che fondava l’eredità e l’autorità paterna. Il cadavere di Marcel, padre, sostituisce la casa  come luogo  e diventa la sua profanazione, segna la fine del principio del padre. E’ d’obbligo un altro richiamo letterario, La Lettera al padre di Kafka.

Tutto è compiuto. Mi ritrovo nella villa di famiglia di Hugo, luogo sinistro par excellence… il Cristo di bronzo perpendicolare alla scena che ornava l’ambiente di sacrale virilità assieme alle corone di fiori, all’euforia dei lampadari di cristallo sulla scalinata di marmo che conduceva ai piani superiori… oggettche diventano sinestesici. Essi sconvolgono la condizione del lutto:  a me non sembrava affatto una veglia funebre, piuttosto il godereccio rito popolare del porco scannato in dicembre.

 Io, la bara e Galina, la tanatoesteta…. eccolo stare  dentro alla cassa di legno dolce, a mani giunte. Beato, un ciarlatano in attesa di santificazione…. Gonfio di gas intestinali, livido di rabbia perché la caducità non l’aveva risparmiato. Che decadenza nelle cose di questo mondo. Ché morendo sfoggiano il meglio di sé. E infatti un dio minore doveva avergli aperto quel ghigno in bocca…Padre nelle tue mani consegno il mio spirito (Luca 23,46), non può essere pronunciato, è la rottura! Non c’è più un padre a cui affidrsi! 

Una descrizione violenta e barocca, per non dire dissacrante, combinazione di nomi ed aggettivi tra loro stridenti. Quella stanza adibita per la veglia funebre e per l’ultimo addio, luogo del raccoglimento e riflessione sulla precarietà dell’esistenza, diventa il godereccio rito popolare del porco scannato completato dalla presenza della tanatoesteta.

In Montisano il corpo del padre torna come materia abietta da cui non ci si libera, la distruzione non inaugura alcuna fine, ma lascia il mondo intatto nel suo funzionamento automatico. Com’è strano, sembra che i conteporanei si portino dietro qualcosa dal passato a cui non possono più credere: ogni società è un’arma contro se stessa, ed il consorzio umano  un plotone suicida imbottito di speranza, quest’ernia del futuro. E tutto sarà bene. Di seme in seme, generazione dopo generazione. Fino allo spegnimento dei cieli, ogni cosa sarà bene proprio perché tutto è eternamente male. 

Una condizione post-tragica in cui la dissoluzione del senso non genera catastrofe ma indifferenzaUna indissolubilità di bene e male di cui sappiamo la vita consiste, ma a cui non sappiamo più attribuirne un senso. Ed il nero sembra prevalere sul bianco o l’unica alternativa è il suo grigiore.

Una società post etica in cui  tutto si svolge in città senza nome, riguarda tutti, riguarda il nostro Abendland i cui valori individualistici di un Io, che vuole affermarsi al di sopra di tutto, ignora il noi, l’altro che ci potrebbe aiutare a condividere la vita, i suoi dolori e le sue contraddizioni. 

Inaugura stanotte il secolo del bene è un romanzo pubblicato nel 2025 dall’editore Wojtek. Hugo Boll, rinchiuso in un bunker, racconta la sua vita a Karl Olsen,  l’interlocutore silenzioso che lo ascolta attento senza proferir parola. Hugo confessa  la sua disfatta personale: figlio di un’aristocrazia in declino, decide di distruggere il patrimonio di famiglia come reazione alla morte del padre. E’ una realtà che va verso il collasso, si sviluppa una strage morale con temi forti come lotta ai valori consolidati, senso di colpa, abiezione e ricerca di salvezza. 

Nel suo racconto emergono immagini di famiglie in disfacimento, colpa, odio ereditato, tentativi di redenzione impossibile, fino a gesti estremi. In questo sfacelo personale e collettivo, Montisano non si limita alla cronaca di una rovina ma costruisce una sorta di radiografia della contemporaneità: il libro esplora la difficoltà di confrontarsi con i mali del presente, il bisogno di trovare un nemico, il desiderio insieme patologico e salvifico di annientare ciò che fa soffrire. 

I rapporti con le donne sono frammentari e strumentali, non sono partner sentimentali ma strumenti  su cui rimbalza  la crisi del protagonista, relegate ad una funzione più che ad una partecipazione. 

Di tutti i simboli della tradizione nessuno sembra corrispondere ad una possibilità di realizzazione. La normalità affettiva è impossibile, Alice: l’oriente e l’occidente, il candore e la depravazione, la castità apparente all’araba e l’assiomatico godimento all’europea.  

Leda, il desiderio, l’attrazione seduttiva sono prive di reciprocità; l’orizzonte luminoso non si intravede e appare come una promessa irraggiungibile, se discutevamo dell’infinito, candidamente affermava che una spiegazione della vita ne avrebbe ucciso la poesia

Galina, la tanatoesteta, è l’amministratrice tecnica della morte, cerca di salvare una forma vuota di significato

Estrella, infine, è un orizzonte luminoso solo di nome, una stella che non orienta, promessa di senso destinata a restare irraggiungibile, conserva ancora una traccia di desiderio e di relazione. E’ una luce che non scalda ma mostra che qualcosa di umano non è del tutto estinto

Il tutto si svolge in una atmosfera  in cui vige la non responsabilità. I personaggi, presenti allo spettacolo finale, compaiono non in sequenza o seguendo una successione  logica;  è il protagonista, Hugo, che li racconta delineandone le relazioni. Si scorreva brulicanti come acari in un silenzio corrotto da un rumore bianco di fondo, cui l’elemento umano era subalterno. Siamo in uno spazio non reale in cui  tutte le incongruenze paradossali che ospita, si svolgono come nella navata centrale d’una cattedrale in cui si praticano i riti di un culto nuovo. I suoi sacramenti spersonalizzano la ferocia dei drammi individuali in un indistinto e atroce incanto, che mi attrasse e mi sequestrò fatalmente.

Sullo sfondo agisce una società capitalistica in cui il costo dell’esistere si misura sempre sull’inesistenza di qualcun altroNei fast-food ci si illude di essere affrancati pagando un euro in più per un cappuccino solidale: un gesto minimo che dovrebbe redimere tutto — i malati di cancro ai testicoli, le madri vittime di violenza, i bambini affamati dalle pupille enormi e dai ventri gonfi. Le loro immagini sopravvivono incastonate tra cartelloni pubblicitari di hamburger vegani e dolci ipercalorici, trasformate in sfondo morale del consumo. La carità diventa così un accessorio del mercato, una quiete comprata a basso costo, mentre il sistema continua a nutrirsi dell’assenza e della miseria che finge di alleviare.

Forse è giusto fermarsi qui, lasciando al lettore il compito di attraversare gli ultimi appunti rinvenuti da Hugo tra le carte del padre. 

La lista delle preferenze di morte resta come una traccia emblematica, la fine, evento non scelto per eccellenza, ridotta a ipotesi, a catalogo, quasi una forma ironica del dire   che ci sostiene. In questo mondo desacralizzato, dove anche il dolore diventa forma di consumo, non è tanto una risposta a emergere quanto una domanda sospesa: che cosa resta, se qualcosa resta, a fondamento del nostro stare insieme? Forse l’esperienza di Hugo ci aiuterà a decidere per noi, se vogliamo dare una svolta alla nostra esistenza.

Il romanzo è stato finalista al Premio Neri Pozza 2023, un riconoscimento importante in ambito letterario italiano, e viene presentato in occasione di eventi culturali come manifestazioni di arti integrate (scultura, installazioni, musica e letteratura). Ad esempio, a Cosenza è stato inserito all’interno di un percorso di mostra e performance del collettivo culturale Nucleo Kubla Khan, dove ne è stata presentata la narrativa come parte dell’inaugurazione di un nuovo ciclo di attività.

Vincenzo Montisano è uno scrittore calabrese classe 1988, attivo da anni nei collettivi letterari come Nucleo Kubla Khan e La Masnada, con pubblicazioni di romanzi e storie brevi. Prima di Inaugura stanotte il secolo del bene, ha pubblicato altri lavori come Roy Scarlatt e Logica degli incendi, e ha partecipato a diverse attività editoriali, teatrali e culturali legate alla scrittura contemporanea.  

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.