Italo Calvino: “Il castello dei destini incrociati”, di Sonia Di Furia

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone- certamente anch’essi ospiti di passaggio, che mi avevano preceduto per le vie della foresta- sedevano a cena attorno a un desco illuminato da candelieri”.

Inizia così il racconto di Calvino, edito da Mondadori nella collana Oscar, con la presentazione dell’autore stesso e la postfazione di Giorgio Manganelli.

Il volume è composto di due testi: Il castello dei destini incrociati e La taverna dei destini incrociati. Nel primo le figurine che accompagnano il racconto riproducono il mazzo di tarocchi miniati da Bonifacio Bembo per i duchi di Milano verso la metà del XV secolo, che ora si trovano parte all’Accademia Carrara di Bergamo, parte alla Morgan Library di New York. Alcune carte del mazzo Bembo sono andate perdute, tra cui due molto importanti: Il Diavolo e La Torre.

Il secondo testo è costruito con lo stesso metodo mediante il mazzo dei tarocchi oggi internazionalmente più diffuso: L’Ancien Tarot de Marseille della casa B. P. Grimaud, che riproduce un mazzo stampato nel 1761 dall’incisore Nicolas Conver, maître cartier a Marsiglia e che, sbiadito e alterato dal tempo, è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Il mazzo marsigliese non è molto diverso dai tarocchi ancora in uso in gran parte d’Italia come carte da gioco; ma mentre in ogni carta dei mazzi italiani la figura è tagliata per metà e si ripete capovolta, qui ogni figura conserva la sua compiutezza di quadretto insieme rozzo e misterioso che la rende particolarmente adatta all’operazione di raccontare attraverso figure variamente interpretabili.

L’idea di adoperare i tarocchi come una macchina narrativa combinatoria venne a Calvino da Paolo Fabbri che, in un seminario internazionale sulle strutture del racconto del luglio 1968 a Urbino, tenne una relazione su Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Di quell’apporto metodologico di ricerca, l’autore ha inteso prendere l’idea per cui il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa ha nella successione di carte che la precedono e la seguono; partendo da questa idea, si è mosso in maniera autonoma, secondo le esigenze interne del suo testo.

Il riferimento letterario naturale è l’Orlando furioso; anche se le miniature di Bonifacio Bembo precedevano di quasi un secolo il poema di Ludovico Ariosto, esse potevano ben rappresentare il mondo visuale nel quale la fantasia ariostesca s’era formata.

Ogni carta è uno stemma e di carta in carta i narratori confessano le loro vicende tra incaute avventure e frettolosi amori. A uno a uno i taciturni ospiti seduti al tavolo diventano i protagonisti dei racconti e il lettore ne scopre vite e drammi, gioie e angosce infinite, in un gioco narrativo che coinvolge e sconvolge. A un certo punto nelle intenzioni dell’autore questo volume avrebbe dovuto contenere non due ma tre testi. Calvino avrebbe dovuto cercare un terzo mazzo di tarocchi abbastanza diverso dagli altri due. Ma quale avrebbe potuto essere l’equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Pensò ai fumetti, non a quelli comici, ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi: gangsters, donne terrorizzate, astronavi, vamp, guerra aerea, scienziati pazzi. Pensò di affiancare al Castello e alla Taverna, Il motel dei destini incrociati. Non andò oltre la formulazione dell’idea. Il suo interesse teorico ed espressivo per quel tipo di esperimento si era esaurito. Era tempo di passare ad altro.

Nel raccontare le storie altrui, quella dell’alchimista, della sposa dannata, del ladro di sepolcri, dell’Orlando pazzo per amore di Angelica, di Astolfo che sale sulla luna per recuperare il senno dell’amico racchiuso in un’ampolla (insieme a lacrime e sospiri d’amore, ozio, tempo perso nel gioco, desideri irrealizzati, doni fatti con speranza di ricompensa, tranne la pazzia, quella sta tutta sulla Terra), Calvino racconta la sua storia e la sua personale concezione della vita. Dissemina di qua e di là pensieri, riflessioni, opinioni, come quando scrive che: “Due diverse vie s’aprono a chi ha ancora da trovare se stesso: la via della passioni, che è sempre una via di fatto, aggressiva, a tagli netti, e la via della sapienza, che richiede di pensarci su e imparare a poco a poco“; oppure: “Il buffone ogni volta che apre la bocca, tra uno sberleffo e un lezzo, semina sospetti, dicerie denigratorie, angosce, allarmi“; o ancora riflette sul tempo che passa: “Per sentieri d’inchiostro s’allontana al galoppo lo slancio guerriero della giovinezza, l’ansia esistenziale, l’energia dell’avventura spesi in una carneficina di cancellature e fogli appallottolati“. E forse tutti ci riconosciamo in questo teatro della vita a cui Calvino ha tentato di dare ordine.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Milan Kundera: “Lo scherzo” (Adelphi, trad. A.Barbato), di Valeria Jacobacci

Lo scherzo” è il primo romanzo di Milan Kundera, finito di scrivere nel 1965, fu pubblicato nel 1967, quando l’autore era ancora membro del partito comunista cecoslovacco. Ma: “La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più.” 

     

Nel 1968 la Primavera di Praga cambia completamente le prospettive, Kundera accoglie con speranza il movimento, rappresenta finalmente la sua personale visione del socialismo. Sarà la causa della sua seconda espulsione dal partito, che lo costringe a lasciare l’incarico di docente all’Università per emigrare poi in Francia. I rapporti con la Cecoslovacchia sono interrotti, scrive in francese, per molti anni non permette che i suoi romanzi siano tradotti in lingua ceca. “L’insostenibile leggerezza dell’essere” è stato pubblicato in Cecoslovacchia solo nel 2006.

    “Lo scherzo” ha sicuramente una forte impronta autobiografica, sempre più interessante, man mano che il tempo passa, illuminando gli eventi successivi, forse consequenziali dei fatti storici narrati e delle relative vicende umane.

      Il nome del protagonista è Ludvick, lo stesso del padre e del cugino di Kundera.

     Il padre era direttore dell’Accademia musicale di Brno, pianista famoso, il cugino, più grande di età, era un artista poliedrico, scrittore, pittore, studioso del dadaismo. 

       E’ evidente come questa formazione di stampo occidentale e liberale mal si adattasse a un qualunque regime, benché la passione per il partito fosse in lui sincera e appassionata.

       E’ infatti questa la nota dolente. Il disinganno politico è il leit motiv di tutta l’opera, si svolge con ritmo musicale come la sinfonia che l’autore avrebbe composto se non avesse optato per la letteratura. Così la polifonia dei personaggi si sviluppa per contrapposizioni e controcanti, riproponendo la stessa storia da punti di vista diversi. 

    Oltre al protagonista, Ludvick, i personaggi sono: Helena, giornalista, comunista sincera, moglie dell’uomo che condanna Ludvick a lasciare il  partito e gli studi, sottoponendolo alla leva e poi al carcere, rubandogli la giovinezza, la speranza e l’amore;  c’è poi Jaroslav, amico di gioventù, testimone della passione per la musica popolare, anima e propaganda del partito, ispirazione  di musicisti come il russo Šostakovič, che combinava la tradizione russa con le correnti occidentali del Novecento, censurato e riabilitato solo dopo la morte di Stalin; Kostka, uno dei narratori, è il medico che gli deve un favore e gli presta l’appartamento, dove Ludvick incontra Helena, la possiede senza esserne attratto fisicamente e al solo scopo di vendicarsi del marito, Pavel. E poi le donne, oltre Helena, una categoria a parte, creature astruse, inconoscibili, incomprensibili. 

     Un giorno Ludvick torna nella sua città, la trova brutta, con la piccola piazza che sembra il cortile della caserma dove è stato rinchiuso da ragazzo, sulla piazza affaccia la camera d’albergo che ha prenotato, si presenta squallida e inadatta all’incontro con Helena. Così gli viene in mente il dottor Kostka, che risolve il problema prestandogli casa sua ma lo porta anche, del tutto inconsapevolmente, a rivedere l’amore della sua vita: Lucie Sebetkova.

Ludvick ha bisogno di un barbiere, forse per rendersi piacevole e in ordine per la giornalista che deve incontrare il giorno dopo, e, nel negozio dove il dottore lo accompagna, prende posto sulla poltrona girevole abbandonandosi alle cure di una donna senza guardare il suo aspetto. 

   E’ una pagina da non perdere. L’amorevole cura di mani estranee diventa carezza conosciuta e dimenticata, conservata in un angolo dell’essere, fin quando lo sguardo corre allo specchio dove si rivela un viso ma è impossibile incrociare occhi che guardano altrove. 

    Quando il lettore vorrebbe saperne di più la parola passa ad Helena, che nel capitolo successivo racconta l’appuntamento del giorno dopo con l’uomo che potrebbe, se lo volesse, portarla via dal marito e dalla figlia.

    E’ patetica. “Che la tristezza non sia unita al mio nome” pensa Helena citando Fucik, lo scrittore cecoslovacco assassinato dal regime nazista, eroe e difensore del comunismo. Questa passione politica la connota, in questa si riconosce ed è l’unica cosa alla quale resta fedele. Infatti tradisce regolarmente il marito, non lo ama più da tempo, forse perché a sua volta ha una relazione con una ragazza, molto  più giovane di lei. 

    Quando si sono sposati erano compagni di partito. Era stato il partito a imporre a Pavel di sposarla: niente di privato fra i compagni, tutto in comune, perfino l’amore. 

    Di recente Helena non ha esitato a denunciare i costumi scorretti di una compagna che ha una storia con un uomo sposato. Il partito li obbliga a lasciarsi, la ragazza perde il lavoro, Helena non ha rimorsi. Domani andrà da Ludvick.  

    Il tragico (e comico) errore di Helena è di fraintendere del tutto le intenzioni di Ludvick, che ai suoi occhi appare leggero, innamorato, divertente, sincero. 

Ludvick  è  tutt’altro, si dimostra cinico, spietato, avvelenato, ma la sua attitudine a fraintendere le donne è del tutto giustificabile.  

Com’è brutta la Morava!” esclama affacciandosi sullo squallido paesaggio del lungofiume.

  “ Tutto aveva avuto origine – ricorda –  dalla mia infausta tendenza agli scherzi idioti e dall’infausta incapacità di Marketa di capire gli scherzi. Marketa apparteneva a quel tipo di donna che prende tutto sul serio.” 

La cartolina con lo scherzo recitava:  “L’ottimismo è l’oppio dei popoli. Lo spirito sano puzza d’imbecillità. Viva Trockij! Ludvick” 

Marketa è bella e stupida, anche l’ideologia lo è. Stupido e ottuso è lo spirito del partito, nazista o comunista che sia. 

    La ragazza prende tutto alla lettera, e tuttavia non avrebbe fatto caso alle frasi di Ludvick, canzonatorie del suo ingenuo entusiasmo, che scambia un ritiro imposto per un premio. Tutti gli amici dell’università la prendono in giro ma nessuna testimonianza si leverà in difesa di Ludvick quando la cartolina viene intercettata e lo fa passare per dissidente e trockista. Niente potrà convincere i suoi giudici che si trattava di uno scherzo. 

     Ludvick si convince poco per volta della propria colpevolezza, tanto forte è il condizionamento ideologico. E’ proprio questo il dramma.

    Marketa ha un’indole buona (oltre che stupida), presa dal rimorso per aver abbandonato Ludvick al suo destino di traditore, gli propone di tornare con lui, in realtà per redimerlo, secondo il cliché di moda.

   Finalmente il giovane millantatore, che si fa scudo dell’umorismo per darsi il coraggio di accostare una ragazza, di avere un’esperienza sessuale che finora non ha avuto, potrebbe raggiungere il suo scopo. Ma non è così che intende soddisfare il suo desiderio. È stato innamorato, non è sentirsi perdonato di una colpa che non ha commesso il modo per realizzare un sogno.

  E’ la perdita dell’innocenza. Si tratta davvero di innocenza? Non è forse una maschera quella che indossava quando, cercando di conquistare Marketa, si fingeva spregiudicato, esperto, sicuro di sé?

   Da questo momento il dubbio è la diretta e vera conseguenza dello scherzo. 

    E’ propria di Kundera l’analisi dello stato di coscienza, la ricerca della verità interiore. Anche il più puro dei sentimenti, come la fedeltà al partito o l’innamoramento, possono  avere un’ambiguità di fondo. Ne deriva un tetro pessimismo, una depressione che Ludvick interpreta come malinconia, dalla quale si allontana quasi suo malgrado, seguendo i compagni della caserma nelle rare libere uscite  a caccia di prostitute. 

   Niente può cambiare la parte buona che ha dentro, nessuna donna merita disprezzo, non è il soddisfacimento dell’istinto che può placare la malinconia, lo sa Ludvick, e in fondo lo sanno anche i suoi compagni. Le ragazze disposte a darsi dietro compenso non sono vere prostitute, vanno nei locali per incontrare i soldati delle caserme vicine, sembrano voler consolare, svolgere un compito, fanno parte di un sistema. 

    Ludvick è perso: fuori dal partito e dagli studi non è niente, sembra un frate francescano che abbia smarrito la fede e, nonostante tutto, resti un mistico. Gli tocca subire la punizione da parte di un tribunale che somiglia a quello dell’Inquisizione: il tribunale di un partito che più di tutto teme appunto la perdita del credo da parte di quanti ne fanno parte. 

    Nelle numerose interviste concesse, Kundera torna spesso sull’idea dei totalitarismi che trattano gli esseri umani come bambini, deresponsabilizzandoli, chiedendo loro di non pensare, non decidere, di abbandonarsi a una volontà superiore. 

    Nel 2008 è stato trovato un documento negli archivi della polizia di Praga che farebbe pensare a una delazione ad opera di Kundera contro un ragazzo accusato di spionaggio. Sarà proprio questo giovane, condannato a ventidue anni di reclusione, ad aver ispirato il personaggio di Ludvick?  

   La biografia dello scrittore contiene abbastanza elementi da far pensare che l’esperienza del rifiuto e l’abbandono della patria gli siano stati sufficienti a elaborare la sua visione del mondo. Se fosse anche presente il rimorso? Sì. Il rimorso fa parte di tutto questo, se non nello specifico caso (che non è possibile chiarire) nella comune responsabilità  di aver partecipato a un piano che, piuttosto che salvifico, si è rivelato distruttivo.

    Le donne hanno un ruolo fondamentale in questo sistema di pensiero, nessuno più di loro è capace di non pensare, di abbandonarsi all’emozione, al sentimento e alla passione, capace anche di cambiare e di perdonare. Se c’è qualcosa che Ludvick non sa fare è perdonare. In lui l’assenza di giustizia provoca desiderio di vendetta, a lungo meditata e portata a compimento con risultati sorprendenti. 

    Non così per Lucie, della quale gli sfugge completamente il senso della personalità e, fino all’ultimo, il mistero della storia. 

Perseguitata e derisa per aver subito uno stupro, la ragazza viene riabilitata troppo tardi e troppo tardi Ludvick capirà i motivi della sua ritrosia.

  “E fu allora che vidi per la prima volta Lucie – racconta –  perché non le passai accanto senza fermarmi?

   Lucie sarà capace di amarlo incondizionatamente, senza pretendere niente e tuttavia senza darsi mai, almeno non fisicamente.

    Sarà lo scioglimento di questo mistero a lenire infine l’animo esacerbato di Ludvick? 

   Le persone contro le quali sferra la sua vendetta ne usciranno indenni. Al contrario, sembrerà proprio questo l’inizio di una vita guarita da ogni veleno, in qualche misura, sanata.

La patria tornerà a essere bella, forse non dovrà vergognarsi di averla amata, tanto tempo fa.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Jean Philippe Postel: “Il mistero Arnolfini. Indagine su un dipinto di Van Eyck”, di Sonia Di Furia

La penna dello scrittore Daniel Pennac firma la prefazione de “Il mistero Arnolfini. Indagine su un dipinto di Van Eyck” di Jean- Philippe Postel, edito da SKIRA con la traduzione di Doriana Comerlati. Nel presentare il romanzo pone l’accento non tanto sulla descrizione del dipinto, quanto sull’analisi minuziosa e spietata delle numerose illusioni ottiche disseminate nella tavola. I due coniugi non si guardano, sottolinea Pennac, e proprio questa assenza di sguardi si pone per prima alla sua attenzione, facendogli pensare che tutto il quadro sia sviluppato su quegli occhi che si voltano altrove, dove il pittore non ci conduce. Un libro che tiene inchiodati dalla suspence, puntualizza ancora, come nella migliore tradizione del romanzo poliziesco.

La storia ci trasporta nel XV secolo, tempo in cui gli scambi e i rapporti attraverso le rotte marittime mediterranee avevano dato vita ai primi incontri tra esperienze toscane e fiamminghe. I centri italiani in cui era stata più precoce la loro diffusione erano Napoli, fin dagli anni di Renato d’Angiò e poi sotto la dinastia aragonese, e Genova, dove le opere non arrivarono attraverso i rapporti tra le corti, ma attraverso i grandi mercanti e banchieri in relazione commerciale con le Fiandre.

 Giovanni Arnolfini era un mercante lucchese che si era stabilito fin dal 1420 a Bruges, uno dei centri di banca e finanza più importanti d’Europa. Nel 1434 aveva commissionato un ritratto suo e della moglie Giovanna a Jan van Eyck, pittore fiammingo che a quella data era diventato celebre per la qualità innovatrice della sua opera. Le floride condizioni del mercante italiano e l’importanza dell’avvenimento da ricordare nel dipinto, lo scambio, cioè della promessa di fedeltà dei coniugi, giustificano il ricorso al pittore locale più affermato del momento.

Postel mette in discussione ogni verità acclarata, fin dalla prima pagina, a partire dalla realizzazione del quadro, la cui data è scritta sullo specchio, apparentemente dall’artista stesso. Inizia così un romanzo che vuole essere un’indagine, un’analisi. Nessun pittore prima di allora aveva raffigurato un uomo e una donna in una camera da letto, mai re e regine, duchi e duchesse, principi e principesse si   erano spinti a tanto, e di punto in bianco vediamo loro, i coniugi, che si tengono per mano in quell’ambiente intimo e riservato alla coppia. E subito una domanda: chi sono realmente? Risposta che non abbiamo, anche se quella giusta sarebbe: perché sono lì e cosa fanno?

L’opera è esposta alla National Gallery dal 1843 e la sua vicenda storica è travagliata, fatta di secoli di guerre, furti e sparizione, incendi e ritrovamenti. Ma alla fine cos’è questo dipinto, qualcosa di reale o il sogno calmo, morbido e vellutato del suo autore?

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Kazimierz Sakowicz: “Diario di Ponary” (a cura di Gigliola Bettelle – Mimesis), di Gigi Agnano

In “Anime baltiche“, Jan Brokken ricorda le vicende che portarono al ritiro dei sovietici da Vilnius il 22 giugno 1941 e l’entrata dei nazisti in città tre giorni dopo. Con l’arrivo dei tedeschi, la già precaria situazione per gli ebrei – circa centomila in quella che veniva chiamata “la Gerusalemme del nord” – si trasformò in una tragedia definitiva.

Il “Diario di Ponary“, scritto da Kazimierz Sakowicz dall’estate del 1941 al novembre del ’43, è una testimonianza diretta unica sugli orrori perpetrati dai nazisti nella foresta di Ponary, circa dieci chilometri a sud di Vilnius. In quel luogo, si stima siano state uccise circa 60.000 persone, principalmente ebrei lituani, ma anche polacchi e prigionieri sovietici.

Le vittime venivano portate a Ponary (Paneriai in lituano), allineate e fucilate ai bordi di grandi fossati che i sovietici avevano scavato per lo stoccaggio del carburante prima dell’arrivo dei tedeschi. I corpi cadevano nella fossa e se qualcuno mostrava segni di vita, veniva finito con un altro colpo.

Kazimierz Sakowicz, giornalista polacco, si ritrovò ad assistere a queste esecuzioni dalla soffitta di casa sua, una villetta tra i boschi affacciata proprio sul luogo dei massacri. Decise di assumersi il rischio e la responsabilità di documentare quotidianamente ciò che vedeva, scrivendo su foglietti che nascondeva in bottiglie di limonata, sigillate e sotterrate, forse con la speranza che qualcuno le avrebbe trovate dopo la guerra.

L’assemblaggio di questi appunti ci consegna un resoconto agghiacciante. Le SS, assistite da collaborazionisti lituani, spesso ubriachi, sparavano a uomini, donne, anziani e bambini, generalmente nudi, dopo averli brutalizzati. I più piccoli venivano uccisi con il calcio del fucile tra le grida disperate delle madri, mentre per gli adulti c’era installato un trampolino per colpirli mentre rimbalzavano. Chi tentava la fuga era oggetto di una caccia dagli esiti scontati e finiva ucciso nei campi circostanti. A fine giornata, l’ultimo gruppo di ebrei, prima di essere fucilato, ricopriva di sabbia i cadaveri accatastati. La puzza era insopportabile, enormi nuvole di mosche infestavano i corpi e iniziò a circolare la voce che l’acqua nelle case fosse contaminata dal sangue dei morti. Si sviluppò un commercio vivace degli abiti delle vittime, lasciati ai collaborazionisti lituani per essere rivenduti alla popolazione locale, laddove i tedeschi, naturalmente, trattenevano il denaro e i beni più preziosi. Ma se “per i tedeschi, 300 ebrei rappresentavano 300 nemici dell’umanità; per i lituani, invece, erano 300 paia di scarpe e pantaloni“.

Le annotazioni di Sakowicz, per quanto dettagliate e precise, sono scarne e prive di qualsiasi coinvolgimento emotivo. È proprio questa freddezza, quasi burocratica, che amplifica l’orrore e la potenza del suo racconto. Un esempio emblematico di questo distacco è il seguente brano:

11 agosto 1941

L’automobile targata NV-370 portava due divertite “signore” (dames) in compagnia di un certo “gentiluomo”: facevano una gita di un giorno per vedere le esecuzioni. Dopo le esecuzioni erano di ritorno; non ho visto tristezza sui loro visi.”

Sakowicz fu ucciso in circostanze poco chiare il 5 luglio 1944 mentre andava in bicicletta da Vilnius a Ponary. L’ultimo documento ritrovato risale al novembre del 1943, ma probabilmente continuò a prendere appunti fino alla fine.

Himmler, nell’ottobre 1943, disse ai suoi ufficiali: “Questa è una pagina gloriosa della nostra storia, ma non sarà mai scritta.” Nel tentativo di cancellare ogni traccia, nell’aprile 1944 inviò a Ponary un Sonderkommando composto da detenuti ebrei per riesumare i cadaveri e bruciarli. Tuttavia, grazie alle cronache di Sakowicz e al lavoro di due sopravvissuti – Rachel Margolis e Yitzhak Arad, che introducono il libro – oggi abbiamo una testimonianza unica che documenta nei minimi dettagli le atrocità della macchina della morte nazista.

Il “Diario di Ponary” è uno dei resoconti più terrificanti dello sterminio degli ebrei che io abbia mai letto. Non solo ci costringe a confrontarci con i massacri del passato, ma ci offre anche una lezione fondamentale e attuale sui pericoli dei “nuovi” fascismi. Ancora oggi, in Lituania, gruppi neonazisti operano apertamente, organizzano marce in onore dei collaboratori dell’Olocausto, innalzano bandiere con la svastica e striscioni che incitano alla russofobia e all’antisemitismo, gridando “la Lituania ai lituani”. Il tutto nell’inquietante indifferenza dell’Unione Europea, di cui la Lituania fa parte dal 2004. 

Gigi Agnano

Jan Brokken: “Anime baltiche” (Iperborea), di Gigi Agnano

Può Napoli, la mia città, venire in mente leggendo un libro di viaggio che porta nel cuore delle repubbliche baltiche, scritto per di più da un olandese? In apparenza, la risposta sembrerebbe ovvia: no. Tra Napoli e Tallinn ci sono quasi tremila chilometri di distanza non solo geografica, ma anche storica, culturale, artistica e paesaggistica. Le differenze climatiche, nei colori, nella luce e nel carattere delle persone sono evidenti. Eppure, mentre Jan Brokken racconta le vicende travagliate di queste terre a lungo oppresse, eppure mai domate, mi ritrovo a pensare a Napoli. Quando descrive le dominazioni straniere, la capacità di adattamento delle popolazioni, l’immenso patrimonio culturale e la resistenza all’assimilazione attraverso la musica, la pittura, la letteratura e il canto, sarà bizzarro, ma un pensiero per la mia città emerge inevitabilmente.

Superando il primo accenno di campanilismo, aggiungo un secondo parallelismo un po’ meno azzardato: ogni volta che sento parlare delle repubbliche baltiche, percepite spesso come luoghi oscuri e poco affascinanti, mi viene in mente un altro libro. Non ambientato in quelle terre, ma che evoca storie simili: “Prigioniera di Hitler e Stalin” di Margarete Buber Neumann. In questo memoir, l’autrice racconta la propria esperienza nei gulag sovietici e nei lager nazisti, testimoniando in prima persona le atrocità del totalitarismo. Allo stesso modo, Brokken, attraverso biografie, testimonianze e aneddoti, penetra nella Storia del Novecento e segue il destino tragico di intere comunità baltiche schiacciate tra due regimi autoritari. Gli eventi chiave sono comuni: il patto Ribbentrop-Molotov, l’occupazione russa, l’invasione tedesca, l’Olocausto e la “liberazione” sovietica. Per la Buber Neumann, come per i Paesi baltici, si tratta di sofferenze analoghe, con gli stessi carnefici che, di volta in volta, si avvicendano nell’esercizio delle loro pratiche criminali.

Le “anime” di Brokken sono prima di tutto quelle di grandi personalità nate in questa regione e accomunate dal bisogno di fuggire all’estero per esprimere la loro arte: lo scrittore Romain Gary, il pittore Mark Rothko, l’architetto Michail Osipovič Ėjzenštejn (padre del regista Sergej), la filosofa Hannah Arendt, lo scultore Jacques Lipchitz, il musicista Arvo Pärt, il violinista Gidon Kremer. Ma il viaggio di Brokken ci porta anche a conoscere persone “comuni”, le cui vicende straordinarie sono spesso sconosciute. Come quella di Loreta Asanaviciute, schiacciata da un carro armato russo nel 1991, poco prima della riconquista dell’indipendenza, o quella dei Roze, titolari di una delle più antiche librerie di Riga; o quella dei von Wrangel, ultimi discendenti di una nobiltà baltica decaduta, cui peraltro era appartenuta anche Alexandra von Wolff- Stomersee, moglie di Tomasi di Lampedusa e prima psicanalista donna in Italia.

Sono storie di vite spezzate, di persecuzioni razziali, censure e deportazioni, fughe e chilometri percorsi a piedi, crudeltà e suicidi (Rothko e Gary). Tuttavia, Brokken non si limita a narrare tragedie: c’è spazio anche per la tenerezza e la solidarietà, l’arte e la resistenza culturale.

Con oltre trent’anni di carriera letteraria, Jan Brokken ha scritto di Africa, Caraibi, Russia, Cina e altri posti lontani, ma “Anime Baltiche” (Iperborea, trad. Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo), potrebbe essere il suo lavoro più riuscito. Oscillando tra storia e cultura, intrecciando vicissitudini personali e grandi eventi, l’autore illumina le ombre del passato con estrema sensibilità. Dipinge ritratti malinconici ma vitali di un popolo che ha lottato per preservare la propria indipendenza e identità culturale, intrisa di influenze tedesche, russe, scandinave, polacche ed ebraiche.

Le pagine di questo libro ci accompagnano in un viaggio immersivo ed emozionante attraverso la Lituania, la Lettonia e l’Estonia; ci portano attraverso i vicoli del quartiere ebraico di Vilnius, “la Gerusalemme della Lituania”, passeggiano con noi nella stradine medievali di Tallin o nel cuore di Riga col suo ricco patrimonio architettonico in stile Art Nouveau.

Il lettore si affida a Brokken come a una guida sapiente e affidabile, capace di passare attraverso la complessa storia di un’Europa dimenticata, mai davvero integrata nella memoria del nostro continente, per condurci fino al cuore dell’esistenza umana. Perché, per dirla con l’autore: “Viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi.

Gigi Agnano