Antonio Corvino: “La solitudine del cormorano” (‘round midnight, 2025), di Valeria Jacobacci

Ben trovato fior di Camomilla / Memoria antica / Segno dell’infanzia amica

Un  tuffo nell’infanzia, questo scritto di Antonio Corvino, non solo del poeta e dell’uomo ma di un’epoca, di un secolo, di un periodo storico, il nostro, in cui il passato si scioglie come neve al sole, il più antico come il più recente, e l’illusione di un eterno presente sbiadisce perché neanche l’attimo si lascia individuare e svanisce come un’immagine insostenibile. Uno Zibaldone ricchissimo di suggestioni, bucoliche e georgiche insieme, nel disperato salvataggio di una cultura che nessuno vuole. Nessuno? I tratturi erano percorsi tracciati dai pastori per portare le mandrie al pascolo, probabilmente le stesse mandrie contribuivano a scavare il percorso calpestandolo con gli zoccoli, in autunno il percorso era dalle montagne verso la pianura e in primavera il contrario. Antonio Corvino descrive il suo peregrinare attraverso pascoli e terre solitarie, un mitico pastore, Titiro o Melibeo, fuori tempo e dentro il tempo poetico. Chi abbia fra le mani l’ultimo libro di Ken Follet, “Il cerchio dei giorni”, per Mondadori, in bella vista sui banchi delle librerie durante il periodo natalizio, avrà letto una storia di pastori, coltivatori e abitanti dei boschi, intenti, in una mitica Valle, sprofondata in una lontana preistoria, a trasportare enormi pietre guidati da una sacerdotessa, al fine di costruire un tempio di pietra all’ombra del quale sviluppare il commercio e crescere come umanità. Si tratta evidentemente di un mito antico,  da Stone Age, suggerito dall’imponente e misterioso Stonehenge o dalle Piramidi egiziane, indubbiamente la storia stessa dell’umanità alla quale manca però la dimensione poetica. Dietro questa storia infatti non c’è Teocrito, l’inventore della poesia bucolica, manca evidentemente Virgilio, perché l’antico non è stato rivisitato nei secoli dei secoli, lo sguardo del narratore è obiettivo, pragmatico e smanioso di omologazione. Che farci? Abbiamo perso alcune prospettive per favorirne altre.  Il “cormorano”, uccello acquatico e solitario a rischio di estinzione, nel quale l’autore si individua, segue invece un altro percorso, almeno metaforicamente, ama  la solitudine e la contemplazione, il panteismo dei poeti. La letteratura latina si rifaceva a quella greca, il taglio filosofico pervadeva lo studio del mito, in breve, era già cultura, oggetto di studio.  La modernità di Greci e Romani era  matura quando nasceva la poesia bucolica e pastorale.  E’ ancora questa la matrice culturale del “cormorano”. 

La commozione davanti a una pianta di oleandro, la suggestione di un profumo di basilico o l’emozione davanti alle distese di ginestre e alle terre ricoperte di arbusti selvatici coprenti centri distrutti dai Saraceni o templi greci di pietra una volta policroma sono gli elementi costitutivi del libro di Corvino. I personaggi di Follet non possono commuoversi e non commuovono nessuno perché sono veri, ragionevoli e molto consapevoli di una loro metastoricità.  La cultura classica era smaliziata e modernissima quando Tibullo tesseva l’elogio della vita campestre e Virgilio rimpiangeva il campicello perduto. Chi ha ancora una vecchia casa in campagna può capire. I poeti romantici  e preromantici scombussolarono l’idillio classico, anche all’orrido il mondo antico era abituato e lo contrapponeva nel dualismo apollineo-dionisiaco del teatro greco, l’horror batte ancora cassa al cinema, l’apollineo è più difficile e lo è perché la pace sospirata dopo gli orrori della guerra non è più legata alla primavera profumata e alle messi estive immerse nella canicola. Essere poeti è un lusso e un caso, dipende da dove si nasce e dall’animo in grado di cogliere certi sussurri. La poesia vive un momento critico, è troppo dolce o troppo salata, troppo facile e troppo difficile, troppo semplice e troppo complicata. Inoltre, la solitudine non piace, in solitudine prevale la noia perché non c’è bellezza da contemplare.

Torniamo al poeta di “La solitudine del cormorano”: ha avuto la fortuna di nascere nel Sud, in un luogo di rara bellezza, in lui si incontrano il passato e il presente, in questo scritto fatto di versi e pagine in prosa, il diario di Corvino mette insieme una placida quiete e un grande dolore di partecipazione ai mali dell’umanità: “I dittatori parlano di libertà, gli aggressori di pazienza, i violenti di bontà, i ricchi di povertà, gli ignoranti di sapienza, i guerrafondai di pace, i blasfemi di perdono e Dio stesso era diventato ateo, tanto Cristo taceva.” L’autore sintetizza così le contemporanee assurdità, l’elemento cristiano si sovrappone al mondo classico, il “cormorano” contempla le attuali incongruenze in attesa di possibili spiegazioni. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Keanu Reeves e China Miéville: “Il libro dell’altrove” (minimum fax, 2025), di Valeria Jacobacci

Qualche citazione dal testo per approfondire “Il libro dell’altrove”pubblicato da Minimum Fax, e cosa esprimono, con molta sofferenza, i due autori, il fascinoso attore Keanu Reeves e il fantasioso fumettista China Miéville: “ Meglio l’insubordinazione che l’indipendenza” e “La storia ha fatto su e giù moltissime volte” e anche “Tutto quello che succede è già successo”. Vera protagonista è l’Entropia, come in tutti i romanzi distopici che si rispettino, una tendenza al Caos molto ben descritta e drammaticamente affrontata dalla coppia Unute, l’immortale che vuole morire, e Diana, la bella scienziata che tenta di salvarlo e di carpirne il terribile segreto. Davvero penosa l’esistenza di entrambi, circondata da soldati invulnerabili e scenari apocalittici, bestie umane e uomini bestiali, perpetuamente sporchi di sangue e lamentosamente cinici.

Salti mortali nell’epica e nelle religioni di tutti i tempi e risvegli in brevi scene di vita quotidiana con una donna che lava i piatti e si asciuga le mani nello strofinaccio. “Non voglio morire” cerca di spiegare l’eterno Unute, “Voglio la mortalità”, c’è una differenza! Diana comprende ma ha un dovere da compiere perché non è solo una scienziata ma un ufficiale dell’esercito del Governo, con tutta probabilità degli Stati Uniti d’America, ma non è specificato. Lo scopo del Governo è quello di tenere la situazione sotto controllo, Unute può infatti diventare un problema se l’immortalità si diffonde a partire da lui: che senso ha uccidere se chiunque muoia torna poi inopinatamente in vita? La guerra rischia di diventare ancor più problematica, un’estenuante opera di devastazione senza fine!

Ma perché Unute vuole morire? In realtà muore spesso ma ogni volta risorge da una sorta di uovo primordiale. “Professore, per favore, dica lei, è nato prima l’uovo oppure la gallina? Che figura! Il professore non lo sa!” cantava Natalino Otto sulla base di un boogie-woogie: il mistero resta irrisolto e Unute non ne può più di rinascere continuamente! Intanto, se vuole morire è altrettanto vero che vuole vivere, non è questo l’eterno dilemma dell’umanità? Purtroppo, fra gli innumerevoli  riferimenti alla letteratura di tutti i tempi, dagli Egizi, alla Bibbia, a Pinocchio e a Frankenstein, con accenni a Dorian Gray e a Osiride, fatto a pezzi dispersi ovunque e pronti a ricomporsi, gli autori non hanno pensato a Dante e alle acque del Lete, il fiume della dimenticanza. Il problema è proprio questo: senza dimenticare le vite precedenti, magari dopo aver fatto una nuotata in quel fiume, l’eroe Unute, che conta ottantamila anni, non sopporta più la vita, e questo è un problema.

L’umanità però ha un programma eutico, molti eroi, simili a Berserk, sono alla ricerca della verità. La bella Diana è decisa a venirne in qualche modo a capo, aiutata nell’impresa da altri volenterosi. Molti ostacoli si oppongono nel percorso, nessun mostro preistorico si è estinto, sono tutti presenti con i loro enigmi, niente è risolto, il brodo primordiale schiuma sempre più e ne emerge un cinghiale immortale, (in realtà muore e risorge anche lui, come Unute, con il quale ha un conto in sospeso, come accade a creature dello stesso genere, e lo insegue da millenni per ucciderlo) simile al Minotauro ma con caratteristiche dei Tre porcellini, si scompone e ricompone sanguinando, appunto, come al mattatoio. Urge almeno una teoria per dare un senso alla vicenda, ed eccola:  ”Dobbiamo spezzare una dipendenza. La nostra cultura è dipendente dalla negatività, e questo significa avere una dipendenza dalla morte. E’ una cultura della morte . Ecco cosa dobbiamo spezzare.“  Lo afferma un amico della bella Diana dando una svolta alla narrazione. Ed ecco la verità: Unute l’immortale è in realtà la morte stessa. E’ lui che bisogna uccidere per uccidere la Morte, l’unica vera immortale. Per questo il Governo ha messo a punto un progetto, Diana lo porta avanti, è il Life Project.  Unute è vicino a realizzare il suo proposito di porre fine alle innumerevoli vite, la conclusione è vicina. All’ultimo momento, l’Uovo primordiale si fa avanti. Unute e il cinghiale immortale non hanno più voglia di collaborare. Babirussa il cinghiale e Unute l’immortale ritornano ognuno nel suo uovo e tutto ricomincia.

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Sebastiano Martini: “Il frastuono del mondo” (Voland, 2025), di Valeria Jacobacci

La vicenda inizia sul Molo Audace, ci troviamo a Trieste, protagonista un agente immobiliare di cinquantacinque anni, una persona comune, fatta eccezione per una sensibilità particolare che gli fa volgere lo sguardo intorno cogliendo ogni sfumatura, ogni colore e, soprattutto, ogni suono, o, meglio, rumore.

E’ un fastidioso acufene il segnale di un disagio interiore più profondo, che emerge come una rimozione freudiana ostinata e intransigente.  Lo vediamo scrutare il Grattacielo Rosso, come lo chiamano i triestini, un grande palazzo del Novecento, Palazzo Aedes, oppure Palazzo Berlam, dal nome dell’architetto.

E’ lì dentro che Orlando dovrà entrare per svolgere il suo lavoro di intermediario per l’affitto di appartamenti, incarico ricevuto via internet dal Gruppo Generali che nel Palazzo ha sede. L’incarico non è particolarmente prestigioso né abbastanza remunerativo da giustificare il viaggio da Asti, città dove risiede. Inoltre non è il solo ad essere stato ingaggiato, un gruppetto di persone aspetta come lui l’ora dell’appuntamento. Orlando non si unisce agli altri, aspetta per conto suo che siano le tre e mezza in punto, orario dell’incontro. Il senso di estraneità è contemperato dall’aria profumata di salsedine che il vento solleva mitigando la calura di un’estate particolarmente afosa.

E’ questo il pregio dell’autore, porgere ogni senso all’immaginazione di chi legge, trascinandolo in una realtà virtuale che è il segreto della letteratura.

Con Orlando Ferrero siamo in piedi di fronte alla mole del Palazzo Rosso, in fastidiosa attesa, dominati dalla struttura e sul punto di sparirvi all’interno. Messaggi affettuosi partono dal cellulare e trascrivono non le impressioni ma la concretezza degli impegni e delle azioni di sempre, concludendosi con “Un bacio”. Quel bacio tranquillizzante interrompe il fastidio dell’acufene e dell’attesa.

Dopo l’appuntamento di lavoro Orlando è libero di gironzolare in città, sceglie come alloggio l’Hotel Tre merli, con accesso al mare. Perché non andare a fare una nuotata? Quello che per gli altri è svago e refrigerio per lui è oppressione e fastidio, non gli piace il chiasso dei bagnanti e quello sovrastante dei bambini, quando la pausa del pranzo li sostituisce con l’acciottolio di piatti e bicchieri non è ugualmente possibile sostituirli con lo sciabordio delle onde sugli scogli o con quello dello stridio dei gabbiani.

Ogni singolo rumore è insopportabile e amplificato, non serve coprirlo con la musica in cuffia, percepita come falsa, neanche il silenzio è possibile, perché allora il rombo del sangue nelle orecchie o del respiro si impongono petulanti e inarrestabili.

Dopo un breve riposo Orlando è per strada, in cerca di un posto appartato dove prendere un caffè lontano dai turisti. Gli affari si portano avanti senza troppi inconvenienti, fra il fastidioso ronzio dell’albergo e i giretti per una città bella ma oppressa dalla calura.

Solitudine e acufeni intervallati dai messaggi al cellulare. Che cosa ha realmente condotto Orlando Ferraro a Trieste? Un nome prende forma in una pagina del giornale “Il Piccolo”, sfogliato per caso al tavolino di un bar. E’ Simone Nardi. Si fa strada nel buio di un passato adolescenziale del tutto dimenticato. L’acufene incalza, bisogna consultare un otorino, perché non farlo nei tempi vuoti a Trieste, senza aspettare di far ritorno ad Asti?

Ci troviamo seduti in una sala d’attesa, ognuno seduto con un cellulare fra le mani, Orlando sofferma lo sguardo sulle pareti, dove sono esposte fotografie dell’artista Anne Gerdes. Bambini, di solito neonati o appena sbocciati nella corolla di un fiore, fiabescamente rappresentati dall’obiettivo della fotografa australiana, alludono a una possibile realtà di felice poesia.

Poi tocca sottoporsi alla visita, soddisfacente per l’udito di Orlando , definito perfetto, del tutto insoddisfacente per l’acufene, che non ha nessun possibile rimedio. Impossibile liberarsene.

Come è impossibile liberarsi del nome Simone Nardi. L’amico dei quindici anni emerge dal passato, è l’inizio di una serie di flash back.  Appuntamenti in un luogo convenuto per i compagni di scuola, “la fioriera”, sicuramente dotata di “muretto”, ad Asti, come nelle città degli anni ’70, un po’ ovunque in Italia. Amicizie e primi amori, una ragazza amata da entrambi, Orlando e Simone,  un futuro davanti e la passione condivisa per una chitarra, che Simone suona benissimo mentre Orlando sta provando  come si fa a ricavarne i motivi di moda. Poi una notte, un incidente. A Trieste Simone si è trasferito con la famiglia dopo quella notte che ha segnato un destino.

Sono passati quarant’anni ma, per quanto ci si possa illudere, il passato non passa, non come avevamo pensato che sarebbe passato. Impiccato e imbavagliato, un uomo che si chiamava Simone Nardi è stato ritrovato sotto un ponte. Che cosa l’ha indotto a uccidersi? Qualcuno l’ha ucciso? E’ possibile rintracciare la famiglia? Quale rapporto può esserci con l’antico incidente? Comincia così un thriller, non solo nell’intreccio della vicenda, ma nell’intimo della coscienza di Orlando Ferrero.

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Valentina Santini: “Latte guasto” (Voland, 2025), di Valeria Jacobacci

La  Maremma di Grosseto fa da sfondo a questa narrazione di Valentina Santini, classe 1983, scrittrice e sceneggiatrice di lavori televisivi, psicologa, editor e copywriter. L’indagine psicanalitica è peculiare di questo romanzo, interamente raccontato dall’interno di una coscienza, quella della protagonista, che ha perso la possibilità di rivelarsi attraverso le parole perché non ha voce per pronunciarle. Le parole in realtà ci sono e occupano tutto lo spazio esistenziale ma non servono a niente; la bambina, Viola, protagonista fragile e spettatrice di vicende più grandi di lei, ne è soffocata e oppressa ma incapace di liberarle dal profondo di se stessa: il mutismo selettivo, in seguito a un episodio traumatico, glielo impedisce.   Lo sfondo della vicenda è rappresentato dalle condizioni penosamente drammatiche di un piccolissimo centro, è Quattrostrade, vicino Ribolla.

In questa località, nel 1954, quarantatré persone morirono in un’esplosione di gas, avvenuto nella miniera di carbone Camorra, che fu in seguito chiusa. Nessuno risarcì le famiglie di quanti vi avevano lavorato ed erano morti. Si parlò di un semplice evento casuale. Il villaggio minerario della Montecatini era sorto intorno alla miniera e dopo l’incidente cessò di dare da vivere ai superstiti. Restavano i campi e gli orti.

Diversi anni dopo, in un orto entra Viola, che frequenta le scuole elementari e non si sente del tutto accettata dalla madre, cupa e schiacciata da una vita di donna tradita, e dal padre, amareggiato dall’aver perso il lavoro ed essere poi restato invalido in un incidente, presso la stazione di Scarlino, dove è operaio.

Viola entra in un giardino dopo la scuola per rubare ciliegie da dividere con l’amica del cuore, Sara. E’ una bambina come le altre ma entra in quel giardino e quando ne esce non parla più. Da quell’orto esce una piccola persona ingabbiata in un segreto che non può essere rivelato. La memoria però è intatta e le parole fluiscono in un quaderno che racchiude la sua storia. Su questa vicenda, la vita di una bambina confidata al suo diario, si riflettono il dolore e la solitudine di personaggi intrappolati in destini angusti e in drammi irrisolvibili. Al quaderno dell’infanzia segue quello dell’adolescenza e, infine, il terzo, destinato a chiudere la vicenda e a liberare le parole che dai quaderni voleranno fuori e saranno forse finalmente pronunciate.

Il pregio della scrittura di questo “Latte guasto” sta nel flusso del pensiero che trasporta il lettore nella mente di Viola e in qualche modo lo trasforma in Viola. E’ il mistero della mente umana, sede dell’individualità di ognuno, mai davvero comunicabile all’esterno. La mente è anche lo specchio dove si riflettono gli altri, spiati e indagati dalla singolare prospettiva di chi può solo congetturare sulla realtà altrui e su come funzionano le cose, come sono fatti i singolari meccanismi delle vicende umane.

Viola si porta dentro il suo segreto e contribuisce in questo modo alla rovina della madre, dentro di lei c’è invece l’unico desiderio di non farla soffrire e di proteggerla dalla verità. Bambini, adolescenti e adulti sono chiusi in compartimenti stagno dai quali è impossibile liberarsi. L’incomunicabilità è trasversale a età, temperamento e condizione sociale. Il padre e la sua amante sono adulti consapevoli della propria colpa, che nascondono per vergogna e rimorso; i ragazzacci, pronti alla violenza e allo stupro, sono rozzi e ignoranti, non possono crescere, troppo vigliacchi e istintivi. Paolo, unico personaggio positivo, è capace di amare Viola nonostante il suo mutismo ed è disposto a farlo anche a costo della vita. In scena entra anche la musica con la sua magia. Alla morte improvvisa del padre, Viola va a lavorare, come badante di una ragazza gravemente malata, in casa di un maestro di canto e pianoforte, del quale una delle allieve è Sara, l’antica compagna di scuola di Viola. La musica che arriva dal pianoforte non ha bisogno di parole per esprimersi ma Sara canta e le parole volano libere. Tuttavia nessuno è veramente libero, neanche la morte porta la libertà, i morti non sono mai davvero morti,  qualcosa di loro torna continuamente indietro.

Per fuggire via e ritrovare la voce, affinché le parole possano librarsi in libertà, c’è bisogno del fuoco, un fuoco liberatorio e purificatore. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Dejan Atanacković: “Lusitania” (Bottega Errante Edizioni, trad. Valentina Marconi, 2025), di Valeria Jacobacci

“Cos’è Lusitania? È la storia di uno Stato utopico fondato dai membri di un gruppo dimenticato e marginalizzato di persone che, nel contesto serbo attuale – e non solo – si potrebbero chiamare: cittadini liberi. Persone che, in realtà, non hanno uno Stato e sono costrette a crearne uno nuovo. Persone nelle quali la società maggioritaria, che produce le proprie immagini e i propri valori, vedeva, come in uno specchio, il proprio terrore di fronte alla verità. Persone che restano e resistono, circondate dalla stupidità dominante, studiandone le strane correnti, come una fragile nave circondata da un mare in tempesta, determinate a sopravvivere. Se fosse esistito, lo Stato di Lusitania rappresenterebbe oggi, credo, il ricordo di un progetto raramente riuscito di democrazia e di confronto con la verità, in questa parte del mondo. Belgrado, agosto 2025”

Affermazioni, queste, dell’autore serbo, Dejan Atanacković, in conclusione di quella che era cominciata come una serie di appunti in vista di una Mostra, ed è poi diventato un romanzo: “Lusitania“. La trama è un intrico letterario pieno di visitazioni storiche, filosofiche, psicanalitiche, letterarie, come se tutto il passato si mescolasse di continuo. Un secolo è sullo sfondo ed è il Novecento, difficilissimo e cruento. 

Atanacković è un artista che ha una scrittura estremamente ricca, piena di suggestioni, colori, fantasie, è onirica, immaginosa e fervida. E’ evidente l’occhio del fotografo, del pittore, dell’installatore di opere, in queste descrizioni. Sembra, a volte, di leggere un copione teatrale: i tanti personaggi si affacciano sulla scena, ammiccano, alludono, si profondono in dialoghi e soliloqui, ricordano Čechov e talora Shakespeare, si nascondono dietro tende e sipari e si descrivono a vicenda.                              

Il racconto inizia con il preludio ad una guerra: un transatlantico britannico affonda, colpito da un sottomarino tedesco, il 17 maggio 1915, durante la Prima Guerra Mondiale. L’affondamento causa la morte di 1980 persone, fu un evento chiave che spinse gli USA a entrare in guerra nel 1917. Il  transatlantico si chiama Lusitania.                                                                              

E’ qui che simbolismo e realismo si innestano, la nave affondata si lega curiosamente alle vicende dell’ospedale psichiatrico di Belgrado, la Casa del senno perduto, diretto dal dottor Dusan Stojimirovic. Il dottore applica sui pazienti cure diametralmente opposte a quelle praticate all’epoca: i malati  sono accettati e trattati cordialmente, sono liberi di esprimersi, nel rispetto per la loro diversità, non ci sono differenze fra curatori e curati, tutto si svolge in armonia. Durante l’assedio di Belgrado da parte delle forze austro-ungariche, l’istituto è lasciato a godere di una speciale autonomia, i 120 elementi che lo compongono si autoamministrano, al suo interno si svolgono seminari e dibattiti, medici e pazienti si riuniscono per discutere, di solito intorno a un pianoforte. Non molto diverso dai falansteri immaginati da Charles Fourier, il manicomio belgradese gode di autonomia e benessere. La terapia consiste principalmente nella messa in scena di opere teatrali, delle quali i 120 componenti sono sceneggiatori, spettatori e attori al tempo stesso. La particolarità consiste nel fatto che gli attori indossano maschere animali, così come nel teatro greco si usavano maschere caprine. La varietà degli animali si presta bene a indicare le diverse tipologie umane, come già ampiamente sperimentato nella letteratura, dalle favole di Esopo alla Fattoria degli animali di Orwell. 

L’altra istituzione, determinante ai fini del racconto, è il Museo di Storia Naturale di Belgrado, dove Vasilij Arnot viene chiamato a dirigere e costituire un importante centro scientifico sul modello di quello francese. La tendenza del tempo è quella di riprodurre gli ambienti naturali attraverso i diorama, ricostruzioni meravigliose di valli, montagne e radure, abitate dagli animali che vi si trovano. Per porre gli animali nei diorama è necessario imbalsamarli, una tecnica avanzatissima in questo particolare momento storico, durante il quale la tassidermia, e cioè l’imbalsamazione, è un’arte raffinata e il tassidermista un professionista stimato e molto ben pagato. Vasilij Arnot è stato in passato insegnante di chimica a Linz, dove gli è capitato di dare un ceffone a Hitler, suo allievo, allora dodicenne, per aver insultato un compagno, provvedimento che lo rende subito simpatico. Nel difficile compito assegnatogli, si serve dell’aiuto di due studiosi, padre e figlio di nome Hodek, rispettivamente tassidermista e zoologo, si appresta così a realizzare un magnifico diorama nell’Istituto di Scienze naturali di Belgrado. Arnot viene da Vienna, è intriso di cultura occidentale e in tale ottica progetta il suo diorama. 

I narratori delle vicende descritte nel romanzo sono diversi. Uno è Sir Thomas Lipton, amico di  Stojimirovic, direttore del manicomio diventato Città Stato. Lipton, il famoso commerciante del tè che ne porta il nome, aiuta i medici a fronteggiare la terribile epidemia di tifo, mette anche i suoi yachts a disposizione della Croce Rossa, per il trasporto di volontari medici nella Serbia martoriata dalla guerra. Nel suo viaggio, Lipton ha conosciuto una famosa sensitiva e ha partecipato a una seduta spiritica durante la quale si evoca un morto nel naufragio del transatlantico Lusitania. Sembra che il morto non sia morto ma in procinto di tornare, si tratta di Teofilovic, cittadino serbo proveniente dagli USA. 

Ed effettivamente la predizione della seduta spiritica si avvera: ricoperto di fango, Teofilovic compare a Belgrado, emergendo dalla cantina di una casa, collegata a una galleria sotterranea. L’uomo, nato in Serbia, viveva agiatamente a New York e si era imbarcato sul Lusitania. In Serbia aveva acquistato un terreno dove intendeva costruirsi una cappella mortuaria. Dopo il naufragio del Lusitania, col suo giubbotto di salvataggio percorre i territori in guerra, attraversa le trincee di entrambi gli schieramenti, è conosciuto come “l’uomo di fango”.

Vasilij Arnot, intanto, si vede bocciato il suo bellissimo diorama dal nuovo governo, che ha appena rovesciato i sovrani. Il motivo è che simbolicamente il diorama guarda a Occidente, mentre la politica vigente è a favore dell’Est. Disgustato, abbandona Belgrado e va a Firenze, dove visita La Specola, il museo di scienze naturali. Vi si aggira fra innumerevoli sale, intervallate da diorami fantastici, guidato da uno strano personaggio che ricorda comicamente il Bianconiglio di Lewis Carrol in “Alice nel paese delle meraviglie”.                    

E davvero è un “wonderland” il mondo folle descritto dai folli dell’ospedale psichiatrico di Belgrado: lo Stato indipendente di Lusitania. Qui Sir Lipton assiste a una conferenza del dottor Stojiriromic sulla stupidità: “Una volta radicatasi, la stupidità non è mai nuova, anzi, cercherà sempre di provare la sua esistenza secolare e le sue stupide tradizioni. Nella stupidità radicata, il cittadino stupido vede sempre qualcosa di primordiale (e le osservazioni del cittadino stupido non dovrebbero mai essere del tutto ignorate).”  Queste parole colpiscono Lipton, vicino, forse, a comprenderne il senso. “Perché chiamare l’ospedale, ormai Stato libero, proprio Lusitania, come la nave affondata?” chiede al direttore. “Lusitania non è solo il nome di una nave” risponde il maestro “ma anche la terra di un popolo iberico che resistette a lungo ai Romani, nonostante la superiorità del conquistatore. Certo, il Lusitania è anche una nave, l’architettura di una macchina galleggiante, la nave dei sacrificati, la nave dei folli.”

Gli appunti, scritti dai diversi narratori di questa vicenda, vengono conservati in scatole di legno, in ogni scatola si addensa un fitto mistero, come matriosche che dalla più grande vanno alla più piccola e minuscola, esse nascondono e proteggono sogni e incubi che rappresentano la verità. E’ così anche per i tanti aneddoti che s’intrecciano fra loro come i fili intricatissimi dei disegni che si sovrappongono fino a cancellarsi. Il racconto di uno dei folli parla di un uomo che studia ossessivamente l’anatomia umana distinguendo i singoli organi, scomponendoli e ricomponendoli all’infinito. Lo smembramento del corpo umano ricorda la sorte dei sovrani serbi, il re Alessandro I e la regina Draga Obrenovic, assassinati e fatti a pezzi da un gruppo di ufficiali  dissidenti e gettati dalla finestra della reggia. Ma vi si legge anche lo smembramento della stessa Serbia,  più volte sezionata e divisa nella sua storia plurimillenaria, illusoriamente riunita ai Paesi limitrofi  (Croazia, Macedonia, Montenegro, Slovenia, Bosnia-Erzegovina) come Regno di Jugoslavia, nel 1929 e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Repubblica Socialista Federale. Dopo la morte di Tito, nel 1980, le spinte nazionalistiche e il crollo dei regimi comunisti portarono, infine, alla secessione e alla dissoluzione dello Stato. Emblematico della dissennata lotta fra esseri umani, rappresentata dalla guerra, la più stupida delle umane aberrazioni, è questo passaggio del romanzo: “Tradizionalmente, in questa regione, si giustificano con la follia azioni che con la follia non hanno nulla a che vedere. Ci sarà sempre qualcuno che superficialmente metterà follia e stupidità sullo stesso piano, ma si tratta solo di una bugia tendenziosa. Perché mentre la follia viene rinchiusa e imprigionata da secoli, la stupidità viene sempre celebrata con sfarzo”. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.