(R)esistere attraverso la poesia: Forough Farrokhzad (Teheran, 1934 – 1967), di Barbara Gramegna

Proseguendo in un percorso ideale intorno alla poesia che si genera e alimenta nel e dell’esilio (vedi La mia scoperta di Nina Cassian), nella e della distanza, nella e della militanza – ma anche per e della resistenza – aprirò qui una finestra su una testimonianza di poesia persiana contemporanea della diaspora, con un precedente breve accenno all’opera ancora troppo poco conosciuta della troppo precocemente mancata Forough Farrokhzad (Teheran1934 – Teheran1967).

Mi riferirò infatti ad una raccolta curata da Rossella Renzi e Claudia Valsania dal titolo “Sia manifesta la tua voce – Forme di resistenza nella poesia persiana” uscita per Argolibri nel 2024 e presentata in diverse città d’Italia, fra le quali Bolzano, dove ho potuto partecipare personalmente.

Per il mio avvicinamento alla poesia persiana in generale devo e desidero ringraziare la “nutriente” frequentazione di una poeta e traduttrice persiana residente in Italia da quasi quarant’anni, presente nella suddetta raccolta con tre componimenti (“La forza della donna”, “Il coraggio”, “L’incertezza della libertà”), Nina Sadeghi.

Grazie a questa amica e a diverse occasioni che ci hanno visto collaborare in eventi culturali, sono entrata con curiosità, ma in punta di piedi, nella sua produzione poetica.

Sulle prime “leggo” i suoi versi da donna occidentale e ne colgo quindi un messaggio che, mi rendo conto solo successivamente, essere parziale e distorto. Pur apprezzandone globalmente le immagini, la simbologia e la forza espressiva, intuisco che mi mancano degli elementi per poterla apprezzare appieno e per riconoscere nei suoi versi la forte eco di una tradizione a me pressoché sconosciuta.

Da “La città dei sogni”: […] Nella mia città/piovono le mie credenze/sui corpi addormentati dei fiori/il giardino/prende una nuova freschezza/e la voce/nella gola della poetessa/trova la sua strada. (“Poetessa è femmina” di Nina Sadeghi, Galassia Arte, 2014, Roma). 

Individuo qui, infatti, la necessità di sottolineare come la forza generatrice della poesia riesca a farsi largo anche in spazi angusti e bui (la gola), e di come la poetessa trovi la sua voce, il suo sfogo, nonostante una paralisi dello scenario circostante (corpi addormentati dei fiori). Si tratta di allusioni sufficientemente forti alla necessità di “linfa vitale”, rimanendo nella metafora del giardino.

Il privilegio di potere però dialogare con lei mi consente di capire quali nuclei del suo poetare si rifacciano al misticismo sufi delle origini, e cosa, invece, la assimili preferibilmente alla poesia persiana moderna, sia nella forma che nelle tematiche (l’attualità politica e sociale, la condizione della donna, la riflessione sulla libertà ecc.): mi si traccia quindi un arco ideale che dalla poesia del XII secolo (quella di Rumi ad esempio) arriva ad un passato più recente sino ai giorni nostri.

Da “Un’altra Forough Farrokhzad” […] Tra le mie dita sono fiorite rose rosse/rosse/Ho portato lui/Nel giardino delle rose rosse/E sui petali di rose/Ho finalmente dormito con lui […] (ibidem)

Qui il legame con la tradizione è ancora più evidente; la simbologia della rosa e del giardino sono infatti topoi che ricorrono nella poesia persiana classica: la rosa (gol) e il giardino (bāgh o golestān) sono parte centrale di una serie di metafore che fonde e confonde amore terreno, bellezza estetica e profondo misticismo sufi. La natura è scenario e mezzo per elevare lo spirito.

L’esplicita dedica di questa poesia a Forough Farrokhzad mi invoglia però a prendere in mano i testi di questa poeta e artista del XX secolo.

Forough Farrokhzad vive poco, ma lascia una traccia indelebile nella vita culturale, artistica e politica dell’Iran e non solo quello degli anni ’50 e ’60; è una donna che può studiare, ma la sua vita familiare è scandita da codici e tradizione, in cui lei non decide nulla. La sua unica certezza è che la poesia sarà il suo veicolo di (r)esistenza alla condizione che le hanno imposto: quello di sposa e di madre.

Negli anni in cui vive Forough l’Iran assiste infatti ad una forte ingerenza americana, che causa la deposizione del primo ministro Mohammad Mossadeq e l’introduzione di un governo filo-occidentale, che avvia, attraverso una serie di riforme, un processo di modernizzazione, da un lato, ma che, per altri versi, mantiene inalterati le logiche di potere e il patriarcato.

Per ciò che riguarda la condizione della donna i messaggi lanciati dal governo di quegli anni sono dissonanti: dismissione del velo, ma divieto di voto, possibilità di accedere agli studi universitari ma conservazione dei privilegi maschili in ogni sede.  

Forough utilizza così la poesia per uscire dalla contenzione di un matrimonio combinato con un cugino e in cui la voce poetica le consente di parlare a nome e in nome di tutte le donne in sua eguale condizione. Un ulteriore proclama di volontà di affrancamento dal passato e da un presente non tanto diverso è rappresentato dalle sue scelte formali: il rifiuto del verso misurato e dei canoni a schemi fissi della poesia classica.

I temi sono quelli della vita e delle azioni domestiche quotidiane, che non la rappresentano nelle sue potenzialità, ma nei suoi limiti. La sua formazione artistica e la sua sensibilità la rendono inadatta e insofferente a qualsiasi costrizione; si sposa giovanissima e diventa madre, ma il matrimonio resiste solo tre anni, cosa che le costa la sottrazione del figlio Kamyar. Tormentata e ribelle, si unisce poi con il regista e scrittore Ebrahim Golestan. Da questo momento in poi Forough affronta nelle sue liriche anche i temi della passione amorosa (non quella sublimata per Dio espressa dai mistici) e dell’amore fisico con un’audacia che non lascia spazio a fraintendimenti.

Da “La conquista del giardino”: […]/Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna/con i papaveri bruciati del tuo bacio./E dell’intimità dei nostri corpi, serrata/e della nostra nudità che luccica/[…] (“La strage dei fiori”, Edizione Orientexpress, Napoli, 2007).

Una (r)esistenza poetica individuale quella di Forough che ci rimanda ad un altro tipo di (r)esistenza, quella corale del gruppo di autrici e autori della raccolta [sia manifesta la tua voce], in cui troviamo le poesie di: Ali Abdolrezaei, Mana Aghaee, Mina Assadi, Azam Bahrami, Aria Fani, Athena Farrokhzad, Maryam Hooleh, Granaz Moussavi, Leila Rahimian e Nina Sadeghi.

Si tratta di liriche civili, ovvero quelle che riguardano una comunità intera, che, pur partendo da una soggettività, escono da questa dimensione e da voce interiore, si fanno voce “manifesta” di una collettività, si trasformano in grido, in disperato appello, ma anche in spazio di catarsi e, forse, di futura salvezza.

Il famoso germanista Franco Fortini, in una sua lirica intitolata “Traducendo Brecht”, afferma: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi, invitando quindi, sempre e comunque, alla presa di parola, alla rivendicazione della libertà di espressione.

Il progetto sotteso alla pubblicazione di questa raccolta è proprio quello di “promuovere la libertà di espressione, di parola, di fare arte” perché “la poesia è intrinsecamente parte della cultura persiana […]. È un modo di stare nel mondo, un agire politico che diventa gesto di ribellione.”

Tutto quello che nell’Iran di oggi non è possibile.

I livelli di lettura della raccolta sono molteplici e quello forse più fruibile per chi non ce l’ha sottomano, è quella per nuclei tematici:

•la violenza (subita, assistita), la censura, l’esilio forzato, il sentimento della lontananza, ad esempio:

Un giorno torneremo/E quando si incontreranno i nostri rispettivi dolori per la vita di cui ci hanno privato/Qualcosa di orribile crollerà […] (di Athena Farrokhzad, da “I giorni dell’asino, estratto 88”)

•la poesia come vita, come voce manifesta, la donna come creatrice, “poeta” (da  fare, costruire, creare  – ποιέω), l’aspirazione alla libertà, ad esempio:

Un astuccio di colori verdi/e un vaso di fiori rossi/mi hanno invitata a sperimentare/quando l’amore si allenta al brulichio dei passeri.[…] (di Mina Assad, da “Poesie colorate”, traduzione dal persiano in inglese di Sheema Kalbasi, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

•il poeta come “tessitore di sogni” (رویا‌باف Roya-baf) e il sogno come dimensione della terza possibilità (tutto ciò che potrebbe essere e quindi, anche la libertà):

Ero qualcuno/Ho fatto la cosa più sciocca e sono diventato poeta (di Ali Abdolrezaei, da “Censura”, traduzione dal persiano in inglese di Abol Froushan, dall’inglese in italiano di Pina Piccolo)

La pluralità di voci e di stili della raccolta ci restituisce un quadro variegato di cosa succeda a livello culturale e linguistico nella “diaspora”, di come si individuino elementi comuni, ma diverse interpretazioni della nostalgia: dolce, disperata, speranzosa, orrorifica.

La poesia in Persia prima, in Iran poi, è patrimonio condiviso, viene recitata, cantata, è oggetto di festa durante la Notte di Yalda, Shab-e Yalda, antica festività che celebra il solstizio d’inverno, la notte più lunga e più buia dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre). In questa notte famiglie e amici si riuniscono intorno a una tavola imbandita con frutta ben augurante (anguria e melograno) per celebrare la vittoria della luce sulle tenebre e…leggere poesie!

Capiamo quindi forse meglio come la poesia possa rivestire nell’immaginario collettivo del popolo persiano ora il ruolo di messaggio divino, ora quello di viatico per la saggezza, ora di strumento di denuncia e di (r)esistenza, sia individuale che corale.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

A Teheran con Vita Sackville-West, di Francesca Chiesa

Tracce del suo passaggio[1][2]                                            

Mancavano pochi giorni al 25 aprile del 1926 quando Vita Sackville West, di ritorno da un viaggio a Isfahan, si trovò ad attraversare una città che sembrava colpita dal tornado. Teheran era in preda a una disordinata follia.

Non c’era dubbio: si erano finalmente resi conto che l’incoronazione era prossima, e si stavano dando da fare, colti dall’improvviso panico dell’ultimo minuto.

L’incoronazione era, naturalmente, quella dello Shah Reza Pahlavi, fondatore della dinastia e padre dell’ultimo Shah, Mohammad Reza.

Di aspetto, Reza era un uomo che incuteva timore: alto quasi un metro e novanta, i modi arcigni, un enorme naso, i capelli brizzolati e la mascella molto pronunciata, aveva in effetti l’aspetto di quello che era, un soldato di cavalleria cosacco, anche se non si poteva negare che avesse un’aria regale.

Anni dopo, ringraziai il cielo per avere letto “Passaggio a Teheran” prima di assumere servizio, appunto, a Teheran. Se non l’avessi fatto, sarei stata travolta dal panico ogni volta che dovevo organizzare un evento a scuola. Perché? Ma perché ogni volta, a due giorni dalla data fissata, nulla era pronto. Che si trattasse di una incoronazione o di una recita scolastica, per gli iraniani non  cambiava nulla. Perché affrettarsi? Fortunatamente ero preparata a dire a me stessa:”Beh, che c’è, pensavate di essere in Svizzera?”. 

Lungo la strada, qua e là, vennero disposti tavoli a cavalletto sui quali venne raccolto di tutto: orologi, vasi, teiere, fotografie, ninnoli di porcellana…ogni famiglia, anche la più piccola portò fuori i propri lumi a petrolio, i lumini da notte, i candelieri…sui muri delle case vennero appesi dei tappeti che quasi si toccavano tra loro, di modo che i miseri edifici scomparvero dietro gli arabeschi di Kirman e i velluti rosso sangue di Bukhara. Teheran non era più una città in mattoni e intonaco, ma si era trasformata in una città in tessitura, come una grande e sontuosa tenda dispiegata verso il cielo…

Ovvero: all’ultimo minuto, dalla più grande confusione, inaspettati arrivano risultati eccezionali. D’altra parte, noi che abbiamo visto Napoli… A proposito, avevo un’amica, a Teheran, una napoletana che parlava un ottimo inglese ma al bazar dialogava in napoletano. I persiani in persiano, naturalmente, e si capivano alla perfezione.

Teheran 1926 – 2026. Dal cammello all’aereo.

Passando per la bici, l’auto e la metropolitana. Ma attenzione, l’aereo è arrivato prima

È un Paese pieno di contraddizioni, dove niente colma l’abisso tra Medioevo e ventesimo secolo…Se per trasportare le tue carabattole da Teheran a Mashad ci vogliono trenta giorni di cammello, tu stessa puoi percorrere quella distanza in sei ore di volo…”È bloccato nella fanghiglia in pieno deserto”, sentirete dire, “gli hanno spedito un aereo ma è rimasto anch’esso bloccato”. 

Non si può entrare o uscire da Teheran se non attraverso una porta…Porta Mashad, Porta Qazvin, Porta Isfahan e così via. Sono costruzioni colorate e pittoresche, rivestite di piastrelle blu o gialle, ma ovviamente in rovina, come tutto il resto. Se vi sedete accanto a una porta, vedrete file di cammelli, branchi di asini, pedoni, donne velate, poche automobili, e molti ciclisti. In Persia, infatti, tutti vanno in bicicletta e si lasciano cadere a terra appena vedono un altro veicolo in arrivo. È molto istruttivo sedersi accanto a una porta per un paio d’ore. Avrete un’ottima impressione della vita di cortile nei Paesi orientali…È quasi altrettanto difficile, in Persia, credere nell’esistenza dell’Inghilterra, quanto in Inghilterra credere nell’esistenza della Persia.

La sensazione di essere diretti verso un mondo irrimediabilmente altro rispetto al nostro, rimane ancora. Io l’ho percepita, non tanto in me stessa perché all’epoca nulla per me era abbastanza altro, quanto nel comportamento di molti Italiani che si trasferivano in Iran per lavoro e ingombravano i container con chili di carta igienica, ad esempio. 

Non sono più una viaggiatrice, ma un’abitante

Ho la mia casa, i miei cani, i domestici. La ghiacciaia è in cucina, il grammofono sul tavolo e i miei libri negli scaffali. È primavera; lunghe file di Alberi di Giuda sono fioriti lungo le strade.

Detto in due righe, l’idea di civiltà come bellezza unita a comodità che ha fatto degli Inglesi il popolo più ammirato, invidiato, copiato. Dopo i Romani, naturalmente, da cui i Britannici hanno imparato una grande verità: se hai un Impero puoi avere anche le Terme.

Il bello è che a Teheran, quando ci sono vissuta io e cioè dal 1991 al 1996, ho verificato il compiersi di una curiosa metamorfosi: tutto il corpo diplomatico accreditato in quella città, di qualsiasi nazionalità, sembrava avere acquisito la nazionalità  inglese. Complice la profonda crisi economica di un Iran appena uscito dalla guerra con l’Iraq, e il conseguente calo dei costi di affitti e personale, anche l’ultimo Sottosegretario in prova di non-so-quale Paese si sentiva libero di/oppure obbligato ad avere domestici, argenteria e almeno una piscina. Senza pensare a quanto poco sarebbe durato. 

Per “fare come gli Inglesi” bisogna esserlo. Oppure essere Persiani: non ho conosciuto un popolo più britannico dei britannici, di quanto lo siano i persiani. 

La loro ansia di impressionare gli europei faceva tenerezza…I domestici del palazzo dovevano assolutamente avere le livree dello stesso tessuto rosso indossate dai domestici della legazione inglese. I ministri dovevano assolutamente avere una copia della procedura adottata alla Westminster Abbey in occasione dell’incoronazione di Sua Maestà Giorgio V.

Ricordo d’altra parte che nelle mie prime settimane di servizio presso il nostro Ministero degli Esteri, non riuscivo a capacitarmi della enorme quantità di Inglese /Americano che usavano i nostri diplomatici, soprattutto se giovani e in carriera. “Ma non dobbiamo rappresentare l’Italia, con tutte le sue bellezze, lingua compresa?”, mi chiedevo.

Vita, le donne di Persia, il chador e noi

La storia dell’Iran ha un andamento ciclico e ciclica è la loro concezione del tempo. Questa loro circolarità credo abbia una base storica: la posizione e la struttura dell’altopiano, ha fatto sì che nei secoli l’Iran sia stato un comodo corridoio per popolazioni in movimento da Est, dirette forse verso Ovest. Dico forse perché nella maggior parte dei casi questi popoli si sono fermati, hanno esautorato il sovrano regnante, hanno costruito una loro capitale in un punto diverso del Paese e vi si sono insediati. La lingua è sempre rimasta Farsī, dalla regione del Fars dove è sorto il primo impero iranico degli Achemenidi. Alcuni sono scomparsi, altri hanno proseguito il cammino verso Ovest. Vi siete mai chiesti perché la cucina turca assomigli tanto a quella persiana?

Sempre a proposito di ciclicità, immaginate che un giorno un sovrano shi’ita (Isma’il I safavide, probabilmente) ordini che tutte le donne debbano coprirsi la testa. E che dopo un certo numero di secoli, un altro Shah stabilisca che è proibito alle donne velarsi la testa, e siamo agli inizi del XX secolo con Shah Rezā Pahlavi, alla cui incoronazione assistette Vita: da un palco privato, in quanto consorte di diplomatico. Lo stesso Reza Shah che, trovandosi a fronteggiare una insurrezione di Mullah, non trovò di meglio che radunarli nel cortile interno della Moschea di Mashad, dopo avere disposto un congruo numero di mitragliatrici sui tetti.

Suo figlio Mohammad Rezā, invece, fu detronizzato da una rivolta di mullah. I quali, per convincere le donne a portare il velo che era tornato a essere obbligatorio, mandavano in giro delle squadracce che le spruzzavano con acido.

Vita, a Teheran

Ricordate la storia Di Alessandro? Conquistato l’Impero Achemenide, cosa fa? I Romani, dopo avere conquistato una terra, si affrettavano a ricoprirla di terme e altre piacevolezze romane, per trasmettere l’idea che essere romani fosse la cosa più bella del mondo. Ci sono tutt’oggi imperiali che adottano la stessa procedura. Alessandro no, lui si fa persiano. Io trovo in queste parole di Vita una possibile spiegazione.

Il cuore è rinnovato e i venti hanno soffiato via le ragnatele. Non considero una perdita di tempo starmene in ozio ad assorbire l’austero splendore di questo luogo; sono anche convinta che i suoi colori mi stiano penetrando completamente nell’animo. Per dirla con parole banali, la pianura è marrone, le montagne azzurre o bianche, le colline dolci e porpora….Qui la luce è una cosa viva, altrettanto varia del temperamento umano e altrettanto difficile da afferrare…Qui, sgombrata la mente da ogni preconcetto europeo, si è liberi di girovagare e di accostarsi a una struttura sociale…Personalmente, preferisco i bazar ai salotti.


[1] Testi di VSW in corsivo

[2] Vita Sackville-West, Passaggio a Teheran, 2007

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.