Intervista a Graziano Gala per “Popoff” (Minimum Fax, 2024), di Gabriele Torchetti

Siamo innamorati da molto tempo di Graziano Gala. Saranno almeno tre anni, da quando il suo Giudariellu è uscito dalle pagine per prenderci il cuore. Gli avremmo voluto comprare noi il televisore, così da risparmiargli sofferenze e sbattimenti. Poi abbiamo aspettato ed è arrivato questo bambeniello di “Popoff“, e siamo rimasti come gli scemi, con il libro stretto al petto, commossi come dopo una scena di Dumbo.

Graziano non è solo una persona buona, è uno scrittore buono, buonissimo, squisito come la parmigiana di melanzane che tua madre prepara quando torni al paese. La sua prosa ha il sapore della poesia, perché è poetico dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi. Con le sue parole soffia leggero sulle nostre sbucciature per non farci sentire il bruciore. E vedrete se non sembrano pura poesia anche le risposte che ha dato nell’intervista di Gabriele Torchetti, il nostro libraio preferito, mezzo panda e mezzo randagio.

Ciao Graziano e benvenuto a Il Randagio. “Felici diluvi”, “Sangue di Giuda”, “Popoff”, i titoli dei tuoi libri sono  sempre d’impatto, catturano l’attenzione nell’immediato. Come nascono? Sei tu a decidere o hai indicazioni dalle case editrici?

Non decido niente (quanto vorrei, ogni tanto!): li subisco. Decidono loro, io sono solo lo strumento. Arrivano così, cattivi, sto male prima, per giorni, mi tranciano le gambe. Poi arrivano: io mi sento che è tutto fuori, che sono svuotato. Mi sento felice. Mi sono passati attraverso. Piango dopo, piango come uno che è riuscito a rimanere, che non se lo sono trascinato via. 

A proposito di “Sangue di Giuda“, il protagonista è un “bambino” di sessant’anni che vive col gatto Ammonio che “piscia a tutte ’e vanne” e un cane pelle e ossa. Tutto parte dal furto di un televisore, niente di trascendentale per la maggior parte di noi, ma è un innesto geniale per una storia che parla di solitudine, paura, indifferenza. Da dove è germogliato questo personaggio così fuori dalle righe? Che cosa hai voluto raccontare?

Da Antonio Cosimo Stano, che è morto di mazzate, e da Lelio Baschetti, che è morto di silenzio. Da tutti quelli che ci dimentichiamo, che pensiamo che non siano rilevanti, ché le vite più preziose, le più avventurose, sono le loro, ché tenersi in piedi un’intera vita mentre tutto ti porta le gambe in acqua è cosa eroica. Sono storie dei poveri, di quelli che ogni tanto scivolano. Io lo faccio per mia madre che ha la quinta elementare. Giuda poi quando è arrivato, mamma mia. Un’epifania. Mi ha cambiato la vita. È sempre con me, non me ne separo mai. Lui sa fare cose che io mai potrò. 

Nel romanzo è evidente la commistione letteraria con la Puglia, tua terra natia. Il dialetto ibrido presente nella narrazione è stato spontaneo nella stesura iniziale o sei partito dall’italiano? Una scelta coraggiosa, hai mai avuto timore che il dialetto potesse essere un ostacolo per i lettori?

Io da casa sono scappato come fanno quelli che lasciano debiti, ma di debiti, quelli economici, ne avevo mica. Anzi. Sono scappato come chi corre via dal buio. Arrivato in Lombardia – terra promessa solo per chi non la abita – ho cominciato a sognare in dialetto, a masticare in dialetto. A sentire che un posto lo tenevo ed ero scappato. Mi sono premurato di guarire: ci ho messo dieci anni. Parlavo con la lingua di chi mi ha voluto bene: mia mamma, con la classe quinta; un salernitano che mi ha fatto da padre, un lucano che mi abbaiava addosso per insegnarmi a campare. Giuda una settimana dopo era in ristampa. Popoff da due giorni. La gente quelli onesti li riconosce: io bugie non ne dico. È per questo che mi vogliono bene. 

Devo confessarti una cosa, quando ho finito “Popoff”, il tuo ultimo romanzo, ho fatto un piccolo applauso, è un libro commovente e poetico. Ma anche indefinibile, sospeso tra fiaba e realtà, commedia e tragedia, tenerezza e cinismo, quello che è certo che inizia in una notte buia con l’incontro bizzarro tra un bambino smarrito e un vecchietto strambo. Com’è nato questo incontro? E dove ci porta?

Io non sono riuscito a diventare papà, ché tenevo il mio in ogni parte del corpo. Popoff è un esorcismo, è il bimbo che ti dice le cose come stanno, che ti mette a sedere e ti racconta la storia dalla parte di chi solitamente sta zitto. Popoff è incanto, che gli fanno di tutto e lui li odia mai, con la lingua di vetro e di schiuma. È il libro più importante della mia vita. Qualsiasi verrà dopo non sarà mai per me più importante: Popoff mi ha emancipato. Mi ha tirato fuori dal buio. 

Anche in questo caso la scrittura è incasellabile e riconoscibile tra tante, quello che è certo è che il folklore del sud Italia per te è fonte d’ispirazione:

Siamo vivi, noi. Teniamo fame. Proviamo sentimenti primari: amiamo, odiamo, mordiamo. Siamo quelli delle grandi speranze. Dei tentativi. Delle cadute coi tonfi: è lì l’eroismo, mentre sei sospeso. Poi a riuscire sono più bravi loro, quelli del nord, ma sognano peggio. A volte non sognano proprio, almeno qua a Milano. Il Sud, i Sud, sono l’unica alternativa di vita possibile. I nord, quelli del capitalismo, hanno fallito, e molto tempo fa. 

“Nella steppa sconfinata, a quaranta sotto zero, se ne infischiano del gelo, i cosacchi dello Zar” sono i primi versi di una delle canzoni più amate de Lo Zecchino d’oro, gli stessi versi che aprono l’orizzonte del tuo romanzo. Perché proprio Popoff? Proviene da un tuo ricordo personale dell’infanzia? In cosa ti ha ispirato la canzoncina dell’Antoniano nella scrittura del romanzo?

Avevo il romanzo dentro, ma non potevo iniziare: non sapevo il nome. Una persona buona, che mi ha voluto bene sempre, mi ha fatto sentire la canzone: è stato il momento. Ora sapevo, ora potevo. Popoff, il bimbo mio. Il bimbo più buono del mondo. Insieme ovunque. Per la manina. Pessempre. Non esiste nulla di più importante del mio cuore. Questo bambino io lo devo proteggere a qualsiasi costo. 

Mani di padre, ciabatte di madre, una casa che affoga: ci vuole anche meno a tentare la fuga. Anche nel racconto Ciabatteria Maffei  (Tetra Edizioni) il protagonista (Mino) è un bambino. Quello dell’infanzia è un argomento molto presente nella tua scrittura, perché?

Perché mi hanno fatto a pezzi. Se la sono masticata la mia infanzia. E ogni tanto ancora sento dolore. Potevo diventare uno di loro, e fare uguale, essere cattivo come loro: io però sono buono. Io sono buono. Non faccio male a nessuno, ché lo dice Cassola: quando si prova dolore, non si può voler male a nessuno          

Graziano chiudiamo con un tuo consiglio di lettura: ci consigli un libro per sentirci un po’ meno soli?

Leggete Randagio è l’eroe di Arpino e dopo il vostro cuore sarà diverso. Fatelo, vi prego. 

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Alan Sillitoe: La solitudine del maratoneta (Minimum Fax – trad. Vincenzo Mantovani), di Gigi Agnano

“La solitudine del maratoneta” è il primo di una raccolta di nove racconti dello scrittore britannico Alan Sillitoe (1928 – 2010) pubblicata nel 1959 con lo stesso titolo. Ha come protagonista Smith, un adolescente scontroso e senza futuro di un quartiere operaio di Nottingham, che viene condannato alla reclusione in un riformatorio per giovani delinquenti per aver derubato una panetteria. Il direttore del carcere – il “bastardo” – nota che il ragazzo ha un fisico adatto alla corsa e gli consente di allenarsi per un’importante gara podistica, la cui vittoria rappresenterebbe un’opportunità per il prestigio del Riformatorio.

“ «Noi vogliamo che qui si lavori sodo e onestamente, e vogliamo della buona atletica», disse anche. «E se tu ci darai queste due cose, sta’ pur certo che ti tratteremo bene e che quando ti rispediremo nel mondo sarai un uomo onesto». Be’, a momenti crepavo dal ridere… “

In cambio gli offre un carico di lavoro più blando e Smith, benché riluttante, accetta il baratto per godere del privilegio di una libertà mitigata, fatta di corse mattutine nella campagna intorno al riformatorio, quando nel silenzio dell’alba i piedi risuonano sulla terra e per il gelo “perfino gli uccelli non hanno il coraggio di cantare”

“ A volte penso che non sono mai stato tanto libero come durante quel paio d’ore in cui trotterello su per il sentiero fuori dai cancelli e svolto davanti alla quercia panciuta e nuda in fondo al viottolo. Tutto è morto, però va bene così, perché è morto prima di essere vivo, non morto dopo esser stato vivo. ”

Ma quando arriva il giorno della gara il ragazzo, pur di affermare i propri valori e rivendicare il suo spirito libero e la sua indipendenza, butta al vento la vittoria ed ogni possibilità di redenzione: dopo aver superato e distaccato tutti gli altri corridori, a pochi metri dal traguardo, smette di correre e perde volutamente la gara, consapevole che quel gesto di sfida e di ribellione al sistema repressivo carcerario e più in generale alla società gli costerà caro. 

“Quel bastardo rimbecillito del nostro direttore, quel negriero mezzo morto e incancrenito, è vuoto come una latta da benzina usata, e vuole che io e la mia vita di corridore gli diamo la gloria, gli mettiamo dentro sangue e vene pulsanti che non ha mai avuto…”

Nelle poche pagine di un racconto Sillitoe scrive qualcosa di potente e di provocatorio rappresentando le difficoltà e la crudezza della vita della classe operaia nell’Inghilterra del dopoguerra. Attraverso una narrazione in prima persona Smith racconta, con una serie di flashback, il suo passato travagliato, che non avrebbe potuto portarlo in altro luogo se non in un centro di detenzione minorile. Sono gli anni  disperati della morte per cancro del padre, di un’indennità che non basta a sfamarlo anche a causa della madre, trasandata e patetica, che la sperpera per cose superflue come una pelliccia, un tappeto, torte, un televisore. È il tempo dei piccoli furti e della rapina che lo metterà nei guai. In riformatorio però scopre il suo unico talento, quello per la corsa di resistenza. Correre sulle lunghe distanze comporta sacrificio, isolamento, alienazione e funge da evidente metafora del percorso esistenziale del ragazzo, schiacciato dalla solitudine, dalla povertà e dalle privazioni.

La natura del monologo interiore tende a sottolineare lo scontro tra “loro” e “noi”, tra coloro che sostengono e perpetuano il sistema che vuole intrappolare quelli come Smith e quelli come Smith che non stanno al gioco, i fuorilegge. All’inglese elegante del direttore e dei suoi amici fa da contraltare il linguaggio rozzo e colloquiale del narratore, che correndo in solitudine riflette e sviluppa un suo peculiare senso della moralità che non lascia spazio all’acquiescenza.

“… e allora compresi che cos’era la solitudine del maratoneta in corsa attraverso la campagna, rendendomi conto che per quanto mi riguardava questa sensazione era l’unica onestà e realtà esistente al mondo e che io, sapendolo, non sarei mai stato diverso, quali che fossero le mie sensazioni in certi momenti, e qualsiasi cosa gli altri cercassero di dirmi.”

Sillitoe è un maestro nel presentare al lettore il dilemma morale del suo protagonista che sarebbe anche attratto dalla possibilità di riscattarsi grazie allo sport da un’esistenza a dir poco complicata, ma la rabbia, il suo istinto ribelle, il desiderio di battersi contro una società ingiusta finiranno col prevalere. È la dichiarazione di una guerra già persa, non essendoci alcuna speranza di un cambiamento sociale, ma almeno Smith si prende lo sfizio di vincere una battaglia, dimostrando che l’individuo può avere una capacità di resistenza superiore alle aspettative, imprevedibile. In questo senso, “La solitudine del maratoneta” a ben guardare non è la storia di una sconfitta, ma il racconto attualissimo di un giovane che, consapevole del suo suo status di perdente, si rifiuta di accettare i valori di una vecchia generazione che è evidente abbia fallito. E Smith è proprio la prova di quel fallimento: il sistema di detenzione non riabilita nessuno e i metodi del direttore che quel sistema rappresenta non riusciranno mai a cambiarlo e ad ammaestrarlo (come un “cavallo da corsa umano”).

La solitudine del maratoneta è un testo avvincente, poetico e di grande musicalità; è forse una delle migliori indagini letterarie sul tema della ribellione, un racconto schietto, poetico e inquietante come autentico, lirico e inquieto è il suo protagonista.

Anche se Sillitoe non amava l’etichetta, la critica lo inserisce nella schiera di autori contestatori degli anni ‘50, i cosiddetti “Angry Young Men”, Giovani Arrabbiati (tra questi il più famoso è molto probabilmente John Osborne di Ricorda con rabbia), caratterizzati dall’urgenza di tradurre in letteratura una rabbia furiosa e accomunati dall’origine operaia e da una critica profonda contro l’establishment sociale e culturale. Nello specifico, Sillitoe, che aveva lavorato in una fabbrica di biciclette dall’età di 14 anni, che veniva da una famiglia operaia spesso sull’orlo della fame e che conosceva il senso del conflitto di classe, è stato uno dei primi scrittori a mandare in frantumi con estremo realismo, una prosa priva di ornamenti e uno stile sobrio, la classica rappresentazione del proletariato sentimentale, melodrammatica e stucchevole che aveva caratterizzato fino a quel momento gran parte della letteratura.

Gigi Agnano

L’incipit di “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe, trad. di Vincenzo Mantovani (Minimum Fax)

La solitudine del maratoneta

Appena finii al riformatorio mi misero a correre la maratona. Immagino pensassero che avevo proprio il fisico adatto perché ero lungo e magro per la mia età (e lo sono ancora) e in ogni caso non mi dispiaceva troppo, a dirvi la verità, perché nella nostra famiglia si era sempre corso molto, soprattutto per sfuggire alla polizia. Sono sempre stato un buon corridore, veloce e dotato di un’ampia falcata: l’unico guaio fu che, per quanto corressi, e vi garantisco che tenevo una buona andatura, anche se me lo dico da solo, la cosa non mi impedì di farmi prendere dai poliziotti dopo quel colpo al panificio.

Potrebbe sembrarvi piuttosto strano che al riformatorio ci siano dei maratoneti, pensando che la prima cosa che farebbe un podista una volta sguinzagliato fra quei campi e boschi sarebbe scappare fin dove lo porta la sua pancia piena della brodaglia che danno al riformatorio: ma vi sbagliate, e vi dirò il perché. Anzitutto quei bastardi che ci tengono i piedi sul collo non sono scemi come sembrano quasi sempre, e inoltre io non sono così scemo come sembrerei se cercassi di evadere durante la maratona, perché darsi alla latitanza per poi farsi acciuffare è solo un progetto da babbei, e io non mi lascio mettere nel sacco. Ciò che conta nella vita è la furbizia, e anche quella devi usarla nel modo più accorto possibile; diciamolo francamente: loro sono furbi, e io pure. Se solo «loro» e «noi» avessimo le stesse idee fileremmo d’amore e d’accordo come due innamorati, ma loro non la pensano esattamente come noi e noi non la pensiamo esattamente come loro, così stanno le cose e così staranno sempre. L’unica verità è che siamo tutti furbi, e per questo non ci possiamo soffrire. Insomma loro sanno benissimo che io non cercherò di scappare: se ne stanno come ragni là in quel maniero cadente, appollaiati sul tetto come arroganti cornacchie, a sorvegliare campi e viottoli come generali tedeschi dalla torretta dei loro carri armati. E anche quando io sparisco al piccolo trotto dietro un bosco e loro non mi vedono più sanno che in capo a un’ora la mia testa rapata riapparirà ballonzolante sopra la cima di quella siepe e io mi presenterò al tizio che sta al cancello. Perché quando in un crudo mattino di gelo io mi alzo alle cinque e poso i piedi sul pavimento di pietra, tremando verga a verga, e tutti i miei compagni hanno ancora un’altra ora di sonno prima che suoni la campana, e sgattaiolo da basso attraverso tutti quei corridoi fino al portone col mio permesso in pugno, mi sembra di essere il primo e l’ultimo uomo sulla terra, l’uno e l’altro insieme, se credete a quello che sto cercando di dire. Mi sembra di essere il primo uomo perché sono mezzo nudo e vengo scaraventato sui campi gelati in maglietta e calzoncini: anche il primo povero bastardo caduto sulla terra in pieno inverno sapeva confezionarsi un vestito di foglie o scuoiare uno pterodattilo per farsene un cappotto. Io invece sono là, paralizzato dal freddo, senza niente per scaldarmi tranne un paio d’ore di maratona prima di colazione, neppure una fetta di pane e antiparassitario. Mi stanno allenando a dovere per il gran giorno delle gare, quando tutti quei signori e signore con il muso porcino e la puzza sotto il naso – che non sanno quanto fa due più due e non saprebbero neanche allacciarsi le scarpe se non avessero gli schiavi sempre pronti ai loro ordini – vengono a farci tanti bei discorsi sullo sport che è proprio quello che ci vuole per ricondurci a una vita onesta e tenere i nostri polpastrelli impazienti lontani dai lucchetti delle botteghe e dalle maniglie delle casseforti e dalle forcine per scassinare i contatori del gas. Ci danno in premio un pezzo di nastro azzurro e una coppa dopo che ci siamo spompati a furia di correre o saltare, come cavalli da corsa, solo che noi non siamo ben curati come i cavalli da corsa, questo è il fatto.

Eccomi qua, dunque, ritto sulla soglia in maglietta e calzoncini, senza neanche una crosta di pane secco nelle budella, che guardo i fiori coperti di brina ai miei piedi.

Alan Sillitoe: “La solitudine del maratoneta”, trad. di Vincenzo Mantovani (Minimum Fax)