Eduardo Savarese: “Una piccola luce” (Alter Ego, 2025), di Maurizia Maiano

C’è sempre, in ogni parola scritta, una piccola luce che tenta di fendere il buio. Il libro è un luogo dove il pensiero diventa casa, dove realtà e simbolo si confondono. Nel romanzo, che ci accompagna, il Castello e le Città dei Sensi Ottusi sono più che luoghi: sono metafore dell’animo umano e del nostro presente, un invito a ritrovare i sensi perduti a cui il mondo digitale sembra condannarci e a “abitare la distanza” che separa l’uomo dal mondo.

C’era una volta un bimbo orfano e senza memoria chiamato Bibo. Doveva intraprendere un viaggio con la sua gatta nera Susan, il suo violino e una piccola lampada di bronzo. Era stato dato loro il compito di  attraversare le Cinque Città dei Sensi Ottusi, dove ciascuna città aveva proibito l’uso di uno dei sensi, costringendo i cittadini a vivere nell’oblio della bellezza. Col violino Bibo avrebbe risvegliato il coraggio di città in città, con la lampada illuminato il mondo che giaceva nelle tenebre dell’incoscienza e della paura. Erano tempi  drammatici quelli che seguirono la Seconda venuta del Cristo. Cristo, constatando condizioni così disperate, aveva deciso di rimandare l’Apocalisse, e le città, per la paura della morte, si chiusero in se stesse.

Gli stili di vita si capovolsero e luoghi ricchi furono ridotti in miseria. La chiara distinzione tra realtà e irrealtà sbiadì. Centri di potere nuovi emersero, imponendo regole rigide e soffocando ogni libera espressione del sentimenti. Drammatici avvenimenti avevano lasciato Bibo orfano di entrambi i genitori. Ora egli appartiene ai figli della Grande Adozione, un’istituzione che si era insediata in un’isola antichissima fatta di terra rossa, altissime montagne e mari burrascosi, ora caldi ora gelidi. Agli occhi delle città, l’isola della Grande Adozione era un luogo perverso e inaccessibile. Il Consiglio dei Maestri e delle Maestre era considerato il male, e gli orfani venivano reputati portatori di disgrazia e sventura. A Bibo toccò come maestra una donna severa chiamata Pazienza, una donna minuta dai riccioli neri e guizzanti. La pazienza aiuta a comprendere gli altri, diceva. Soccorre nelle prove difficili, nelle privazioni, quando al corpo e ai sensi manca qualcosa d’essenziale. La realtà stessa era falsificata, diffondendo ovunque informazioni le cui origini restavano sconosciute.  

Gli esseri umani, presi dall’angoscia della fine, reagirono con un rigore che mascherava un odio profondo per la libertà di coscienza.

Giunse così il giorno precedente la partenza per le Città dei Sensi OttusiPazienza aveva preparato il piccolo bagaglio: la custodia col violino, due ricambi, la lampada e tre vasetti d’olio. Bibo e Susanna sarebbero stati invulnerabili, purché avessero mantenuto integri il violino e la lampada. Il violino è la Musica e la luce la coscienza e la speranza? Pazienza chiese: Vuoi portare le tue perle?

Bibo e Susanna viaggiano attraverso le cinque città, il cui nome richiama un senso:

Nontoccarmi: qui gli abitanti rinunciano al tatto a causa di una malattia della pelle sconosciuta e letale che li ha resi incapaci di sfiorare chiunque. si allontanano cosi l’uno dall’altro.

 Naricispente: l’aria è costantemente sanificata. L’unico odore è quello di alcol e sostanze chimiche, un vuoto olfattivo che domina ogni angolo.

Scontrosa: è una città che ha rinunciato all’udito perché sconvolta da gente chiassosa. Tale mancanza isola gli abitanti l’uno dall’altro e tutti hanno un’aria sdegnata, furtiva e supponente.  

Salsi: è la città dove il senso del gusto è stato annientato, è governata da un gruppo di fanatici, gli Apostoli dell’Igiene Alimentare.

Ombrina: qui una bruma  avvolge cose e persone e la luce non ha potere, nessun meccanismo di percezione. Gli abitanti quando si incontrano avvertono solo una presenza sfuggente l’uno dell’altro e affrettando il passo ripetono: Umbra et pulvis sumus. Ottenebrato I è il governatore che ha commissionato un sistema di filtraggio della luce. 

Ci muoviamo guardinghi tra queste città in cui anche i nostri sensi si sono come addormentati, mentre Bibo e Susanna hanno l’arduo compito di risvegliarli e indurre gli abitanti a immergersi nelle sensazioni perdute. Bibo non sempre ci riesce. Egli cerca di riportare attraverso le note del violino frammenti di memoria. Ricrea situazioni felici, ma a questi segue la sofferenza. Il bene e il male sono nettamente distinti o inestricabilmente intrecciati? Forse l’uno non esiste senza l’altro e per usare un riferimento a me caro, richiamo alla memoria Il contadino della Boemia di Johannes von Tepl,  a cui la morte strappandogli in giovane età la moglie lo spinse a concludere che non avrebbe potuto conoscere il bene senza conoscere il male. Dovremmo essere grati alla morte, è lei che riveste i momenti lieti della vita di una veste preziosa intessuta di sole e luna, valli e stelle. E parte subito un’eco verso le Intermittenze della morte di José Saramago. Senza la morte tutto avrebbe avuto un gusto insipido, ci saremmo schiantati contro la monotonia di giorni tutti uguali. 

Il romanzo funziona come un ipertesto, riporta ad altre storie, solleva interrogativi vecchi e nuovi. Riflessioni e combinazioni che richiamano ad un altrove nell’arte che già conosciamo.  Ripenso alla Leggenda del Grande Inquisitore, gli esseri umani sanno godere della libertà, la vogliono veramente? O di fronte all’angoscia della  fine reagiscono creando un rigore che maschera l’odio per la libertà di coscienza? Immagini letterarie, pittoriche e musicali si mescolano al raccontare. L’Isola  dei morti di Böcklin appare davanti ai suoi occhi confondendosi con il paesaggio nella città di Ombrina. Non c’era più quella immagine ma sapeva di averla vista quell’immagine in tempi passati in un museo. Ed ancora musiche di Beethoven e i Gurre Lieder di  Schönberg. Si incontrano  i personaggi delle fiabe e Barbablù racconta la sua ultima storia. E’ quello che succede nelle città dei sensi ottusi, un romanzo definito allegorico e onirico in un mondo postumo. Lo leggo invece come allegorico e reale del nostro presente. Il sogno, l’andamento fiabesco, che il raccontare assume, li colgo come elemento di straniamento che ci aiuta nella presa di consapevolezza del nostro esistere.  Una umanità che cambia prospettiva in cui le tecnologie ampliano i nostri spazi, ma riducono l’uso dei nostri sensi, romanzo che imita la tecnologia usando immagini di arte che abbiamo ammirato e interferiscono nel nostro vissuto sfumando il limes tra realtà ed illusione, artificio artistico che apre alle molteplici possibilità del reale che possiamo concepire.

Il compito di Bibo, qui temuto come portatore di disordine e morte, era  quello di portare una nuova piccola luce nel mondo dopo la Parusia. Tante sono le difficoltà! Al lettore la scoperta della complessità dell’essere umano spesso incapace di crearsi rapporti e situazioni semplici fondate su sentimenti di fiducia, rispetto, comprensione ed interagire ascoltando l’altra parte, audi alteram partem.

Eduardo Savarese è scrittore ed è stato magistrato dal 2004 al 2024. Dal 2025 è Professore ordinario di Diritto intenazionale presso l’Università Federico II di Napoli. Accompagna il suo intenso lavoro curando quelle che sono le sue passioni, amore per la Musica lirica e la scrittura e non trascura il suo impegno sociale: tiene corsi di scrittura creativa per persone con disabilità presso l’associazione A ruota libera. Un percorso che ne evidenzia la formazione culturale ecclettica, tutta la ricchezza interiore e sensibilità. Ogni aspetto della sua grande umanità, del suo amore per la scrittura e la Musica è racchiusa in questo romanzo. Nasce a Napoli nel 1979 e tiene a sollineare di essere per un quarto greco da parte di nonna paterna.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Calvino ci ha regalato la consapevolezza della scrittura, di Maurizia Maiano

Come siamo quando leggiamo? Chiedo ai miei figli cosa sia stato leggere per loro da adolescenti. Per me i ricordi sono più lontani, riesco a focalizzarli sulla copertina rigida  delle Fiabe dei fratelli Grimm. Un libro che ho fatto accuratamente rilegare, una operazione di maquillage per un eccesso di tempo vissuto e per tutte le volte che l’ho aperto e ne ho sfogliato le pagine. Sulla  copertina una Biancaneve con i capelli color dell’ebano e la pelle bianca come la neve, seduta nel bosco ai piedi di un albero secolare e nerboruto, circondata dai sette nanetti che, incantati, la osservano mentre racconta la sua storia, l’essere sfuggita alle grinfie della matrigna, alla sua crudeltà che l’aveva mandata nel bosco affinché il cacciatore la uccidesse riportandole il suo cuore ed il suo fegato come prova del misfatto compiuto. Un racconto cruento eppure non mi stupiva, non riesco a trovarne motivazione nella mia mente di bambina. Era il libro che mia madre mi leggeva prima di addormentarmi o quando avevo la febbre e mi accucciavo nel suo lettone. Gli oggetti ci rimandano a momenti che si fissano indelebili nella memoria. Quelle poche figure, accompagnate dalla leggerezza delle parole del racconto, innescavano la nostra  fantasia. Ripenso al Calvino delle Lezioni americane: “ci aggrappiamo alla leggerezza” e dov’è la leggerezza se non nelle parole? Esse non devono seguire la pesantezza degli oggetti, esse nascondono il mistero del linguaggio la cui origine non riusciamo a definire. Forse nascondono quel mistero per cui, come scrive Federico Faggin, la coscienza, il soffio vitale vengono prima della materia e sono al contrario generatori di materia, dei fatti che ci accadono. 

La leggenda di Perseo e Medusa, che sottende la riflessione sulla leggerezza di Calvino, vede Perseo che deve sfuggire allo sguardo di Medusa, deve guardarla nella sua immagine riflessa. Medusa pietrifica ogni cosa, ma Perseo librandosi in alto vince Medusa, la decapita ma deve continuare a tenere la sua testa in un sacco per occultarla al suo stesso sguardo. Le nuvole sostengono Perseo, la loro volatilità trasforma la negatività di Medusa nel proprio contrario, il miracolo della leggerezza delle parole. La Leggerezza è un elogio della letteratura che ci permette di uscire dall’opacità del mondo e di guardarlo attraverso la lente delle bellissime immagini che essa stessa crea. Ho chiesto ancora ai miei ragazzi cosa fosse per loro la lettura, non c’è altra risposta se non la fuga dal mondo, un posto in cui rifugiarsi e sentirsi sicuri e dimenticare i disagi, il non sentirsi adeguati, accettati, non avere lo sguardo dell’altro; tutto questo accadeva anche a noi. 

Scrittura e letteratura come antesignana del mondo virtuale? Come la leggerezza delle parole è necessaria per sfuggire al peso che è dell’esistere delle cose, così la rapidità non è essere frenetici o ancor peggio frettolosi ma godere dell’indugio e donare alla scrittura quella velocità di pensiero che da sempre le appartiene, così l‘esattezza, simboleggiata da una piuma, che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime, significa evocazione di immagini visuali nitide, icastiche, per usare un aggettivo caro a Calvino. La letteratura è esattezza ma  vede il suo contrario nel vago, il linguaggio è tanto più poetico quanto più è vago e impreciso. Il cristallo e la fiamma sono i due simboli in cui si condensa il valore della letteratura che cristallizza nella forma la bellezza della realtà e vivacizza con la fiamma il sentire che essa ci trasmette. 

Eravamo abituati a generare le immagini con le parole. Esse erano l’input per sfuggire al mondo esteriore e lasciarsi rapire da quello interiore. Ci riusciamo ancora, ci riescono i nostri ragazzi, in una società dominata e bombardata dalle immagini? Le immagini attraverso il tempo hanno origini diverse: Dante ne proclama la diretta ispirazione divina, scrittori vicini a noi  ne stabiliscono contatti con emittenti terrene: l’inconscio individuale o collettivo, il tempo ritrovato nelle sensazioni che riaffiorano dal tempo perduto. E’ come se l’inconsistenza, la leggerezza della parola ci trasmettesse la sensazione che qualcosa esorbita dal nostro controllo, facendo riaffiorare, in un mondo senza Dio, uno strano sentimento di trascendenza. 

Da dove provengono le immagini che l’artista armonizza nella sua mente? Hofstadter risponde: è tutto sommerso sott’acqua come un iceberg, non visibile e l’artista lo sa. Ed ecco che ci risiamo con una cosa ed il suo contrario. Riemerge il compito dell’Arte: rendere visibile l’invisibile, aprire una ferita, come i tagli sulla tela di Fontana. Le teorie dell’immaginazione possono, dunque, andare d’accordo o sono incompatibili con la conoscenza scientifica? Qui mi si aprono dei dubbi. La mente del poeta e dello scienziato funzionano secondo una associazione di immagini che è il modo più veloce di collegare e scegliere tra le infinite forme del possibile e dell’impossibile e a questo punto si tratta di riflettere se il sistema agisce secondo il libero arbitrio o secondo un destino.

La fantasia funziona come una macchina elettronica che tiene conto di tutte le combinazioni possibili scegliendo quelle che corrispondono ad un fine, possono essere divertenti, piacevoli ed interessanti, tristi o malinconiche. Un raccontare che diventa sempre più intrigante. Calvino riconosce l’immaginazione come repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è, né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere. Diventa in questo modo possibilità una molteplicità potenziale e indispensabile per conoscere. Potenza della fantasia, dell’invisibile ed allora spazio alla scrittura dove il tutto del mondo e dell’io si condensa in materia verbale, caratteri maiuscoli e minuscoli, punti, virgole, segni allineati e fitti rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo, uguale e sempre diverso, come le dune spinte dal vento del deserto.

A noi, abitanti di questo tempo, di una società bombardata dalle immagini rimane il dubbio: da dove attingerà la fantasia, sarà possibile una letteratura fantastica in una crescente inflazione d’immagini prefabbricate?

 Quando chiedo ai miei figli cosa è leggere rispondono “fuga, trasferirsi in un  altrove o, aggiungono, quando leggevo pensavo che fosse tutto vero e fino ai 25 anni ho pensato che potessi imparare a vivere leggendo, poi mi sono accorto che forse sarebbe stato peggio, le contraddizioni in quello spazio virtuale potevano sopravvivere, la realtà mi imponeva di distinguere e scegliere ed operare secondo canoni non sempre fantastici anche se questi rimanevano a portata di mano, mi aiutavano in una operazione di straniamento di percezione della realtà per poter in essa agire e così ho aperto la Partita Iva”. Leggere è in ogni caso viaggiare ed è così ad ogni età. E’ riconoscere funzioni terapeutiche alla scrittura, riconoscere al nostro sistema neurale che si attiva attraverso l’uso delle parole, abitare altri spazi per prendere le distanze dalle dissonanze che permeano le nostre vite. 

 Il processo fantastico era un tempo induzione, era intuizione e fantasia, oggi la scienza riconosce alla scrittura questa funzione che l’uomo in modo inconsapevole ha sempre cercato. I nostri neuroni sono una sorta di generatori di mondi, qualcuno l’ha chiamata produttività dello spirito, in contrapposizione ad un mondo degli antichi considerato naif dove si viveva in un tutt’uno con la natura, perché se ne accettava il bene e il male come parte imprescindibile dell’essere e della realtà. La distinzione tra bene e male ci pone però di fronte ad un problema etico, ad un desiderio: realizzare ciò che pensiamo.  Nell’adolescenza non ne abbiamo consapevolezza, abbiamo il tempo per raggiungere la meta e realizzare il desiderio. Pian piano con gli anni diventa una necessità, uno spazio indispensabile al nostro presente: e quando l’abbiamo capita ecco che è quasi finita (da una poesia di Barbara Gramegna).

Non saprei definire perché ci piace la parola, ascoltare o leggere mentre siamo fermi. Sulle ginocchia di un genitore e su una poltrona illuminata da una lampada, ascolto  Robinson Crusoe di De Foe, che non poté viaggiare ma visse nel libro il suo viaggio nel nuovo mondo. “Le mille e una notte”, “Alice nel paese delle meraviglie”,  i racconti dal libro Cuore, “Dagli Appennini alle Ande” o “La piccola vedetta lombarda”, coraggio civile dei bambini, quante lacrime. Il bambino lì sull’albero, coraggioso, fiero, scruta lontano e nonostante le preghiere dell’ufficiale non scende giù, finché una pallottola non lo colpirà. Una bandiera tricolore sarà il suo drappo funebre. 

E non più adolescenti permettiamo che i ricordi ci vengano incontro leggeri e visibili, molteplici e rapidi sì, pensando a Calvino, osservo il loro leggero movimento verso di noi. E a chi  potrei pensare? Mi viene in mente Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte. Potenza della fantasia che ci fa immaginare di avere vicino chi non avremo più e essere dove mai più potremo essere o vederlo scorrere davanti alle nostre palpebre abbassate come in un film di Quentin Tarantino

Lo spazio letterario è l’unico che ci consente di porci domande e a lasciarci la libertà di interpretazione  e fuga. Visibilità nella società dell’apparire più che dell’essere sembra quasi allontanarci dalla riflessione di Calvino. 

E’ nella letteratura che accettiamo l’infinita molteplicità del reale, nella letteratura viviamo le contraddizioni, ne diventiamo consapevoli. Il mondo è un sistema di sistemi singoli che vicendevolmente si condizionano. Strane immagini cerebrali ci fanno decollare in uno spazio curvo e vuoto o immergere in un fluido addensato dove i quanti impazziti si muovono come sulla pista di un autoscontro. Già, atterrare più in alto, la prima contraddizione: atterrare in alto perché lì sono le nostre radici, le radici della nostra fantasia e della nostra complessità. L’unica cosa che mai non sapremo è ciò che determina la scelta nel mare infinito della molteplicità. Anche il tempo è plurimo ed ogni presente si biforca in due o più futuri e così si forma una rete di tempi divergenti, convergenti e paralleli, non funziona così la vita? 

E, forse, Il castello dei destini incrociati ne è l’esempio più bello ed eclatante. I tarocchi sono un insieme di ipotesi possibili, interpretabili a piacimento e a seconda della connessione tra loro e che si siano incontrati prima o dopo.Vorremmo racchiudere il mondo in una mano ma ci sfugge e resta incompiuto, ma essere incompiuti è essere infiniti, si lascia spazio a nuove possibilità e nuovi inizi. Sono queste le grandi opere, quelle che sfuggono al self di chi scrive e diventano luoghi di identificazioni di mondi per tutti e fanno parlare ciò che non ha parola

Lu cuntu non metti tempu, mi piace questa espressione dialettale del Sud. Non smetteremmo mai di parlare e di raccontare. Quanto al tempo, che si passava nelle piazze, nelle agorà a discutere e a guardarsi negli occhi, ad accusarsi, a rimproverarsi o a scoprire unità di intenti, è agli sgoccioli: le piattaforme social hanno sostituito le piazze, stesse cose e forme diverse

Ascoltarsi, raccontare procedono come un incantesimo: contraggono e dilatano il tempo di chi ascolta e di chi legge. Conosciamo una  cosa e il suo contrario. E’ un insegnamento antico.

E così come la leggerezza ha bisogno della pesantezza, perché è ciò che deve tradurre, nel senso di trans, portare dall’altra parte e rendere leggero, così la rapidità deve conoscere l’indugio e l’attesa. E quale immagine più bella se non nel rappresentarla in una sorta di alleanza tra Vulcano e Mercurio? Il primo, rintanato nella sua fucina, fabbrica scudi, armi, gioielli e ornamenti per gli dei e le dee. Vulcano   contrappone al volo aereo di Mercurio il suo passo  claudicante e il battere cadenzato del suo martello. Entrambi sono complementari e inseparabili. Il lavoro dello scrittore ha bisogno di tempi diversi: della immediatezza di Mercurio e degli aggiustamenti pazienti di Vulcano che, nascosto agli occhi del mondo tra le gole degli anfratti della sua officina, rimugina la vita e il suo vissuto con melanconia saturnina senza la quale non ci sarebbe arte. 

Calvino ci ha regalato la consapevolezza della scrittura.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

In cammino tra le città invisibili, di Maurizia Maiano

“Le città invisibili“, pubblicato nel 1972, rappresenta un momento centrale nella produzione letteraria di Calvino, che ha abbandonato da tempo il neorealismo de “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947), si è per aperto ad una dimensione fantastica già a partire dalla trilogia de I nostri antenati (Il visconte dimezzato è del 1952, Il barone rampante del ’57, Il cavaliere inesistente del ’59), ed entra definitivamente nel novero degli autori postmoderni. Il libro, che, com’è noto, è una raccolta di racconti e ha per protagonista Marco Polo che descrive a Kublai Khan, imperatore dei Tartari, alcune città del suo impero, consente all’autore di rinunciare ad una trama lineare, ad una narrativa tradizionale, per sostituirla con una raffinata serie di immagini poetiche e metaforiche.

Ogni città è un simbolo, uno stato dell’animo ed un’esperienza vissuta intensamente, un modo di essere, un peccato, una gioia, una conquista e una sconfitta, un amore corrisposto e una disillusione, un sogno e un’illusione, la pace e la guerra. “Invidia per chi è stato una volta felice, desideri che diventano ricordi“, è la città di Isidora; “strade deserte che si popolano di carovane, vie che portano al mercato ad incontrare gente che ti guarda dritta negli occhi” è Dorotea, la città e il desiderio; poi c’è Anastasia, “la città ingannatrice”, dove “si lavora sodo per otto ore al giorno e la fatica dà forma al desiderio e a sua volta prende forma da quella“; o Cloe “la più casta delle città, se gli uomini cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia di inseguimenti, di finzioni, di malintesi e la giostra delle fantasie si fermerebbe” e Armilla fatta di soli impianti idraulici, Leonia, dove si accumulano i rifiuti. Sono cinquantacinque le città descritte, immaginate come sogni, visioni, labirinti di simboli.

Il cammino raccoglie e contiene in sé le tre dimensioni del tempo: il presente, il passato e il futuro. Marco ha deciso di viaggiare e, alla domanda del Khan: “Viaggi per rivivere il tuo passato?” e che avrebbe anche potuto essere. “Viaggi per ritrovare il tuo futuro?”, risponde: “l’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.” 

Si può essere più bravi di così a raccontare il cammino dell’uomo? Ma chi è l’imperatore?Siamo noi nel momento della nostra vita che “segue all’orgoglio per l’ampiezza dei territori che abbiamo conquistato“, nel momento disperato “in cui si scopre che quest’impero, che era stato la somma di tutte le meraviglie, è uno sfacelo senza fine né forma e che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo e che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.”

Il destino a cui nessuna città sfugge è il nostro destino: ha la forma di uno scettro, ma non è altro che il testimone che aspettiamo con ansia per riprendere la corsa, diventando eredi della stessa rovina dei nostri predecessori. Continuità sempre uguale a se stessa dell’esistenza a cui nessuna interpretazione epistemologica, storica può sfuggire. Simboli, immagini concrete per rappresentare concetti astratti. Leggerezza ed esattezza della scrittura che traduce il significato in simbolo e diventa visibile.

Vanità e inconsistenza dell’esistenza: “tutto è inutile se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo, in una spirale sempre più stretta, che ci risucchia la corrente.”

A questa affermazione del Khan, Polo risponde: “l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui e ci sono due modi per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo esige attenzione e apprendimento continui, cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.”

Un libro che avevo letto da ragazza, ma se non si hanno gli anni per leggere, dopo essere passati per la vita, non sarei mai riuscita a coglierne l’estrema bellezza ed inquietudine.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Carlo Alessandro Landini: “Lo sguardo assente – Arte e autismo: il caso Savinio” (FrancoAngeli), di Maurizia Maiano

Dal sito dell’Editore:

“Il volume esamina, sotto un profilo psicologico e neuropsichiatrico, l’opera e il personaggio Alberto Savinio, la cui creazione artistica si scontra talora con la diagnosi di disturbo della personalità da cui il pittore e letterato fu affetto. Sindrome di Asperger, disturbo bipolare, ipergrafismo, verbigerazione, feticismo d’oggetto, alessitimia, asocialità, aprassia cognitiva e comportamentale, deficit del visus, prosopagnosia: tutti sintomi di una patologia complessa, caratteristiche che segnano il percorso umano e artistico di Savinio.”

“Se lo spazio sembra certo essere la forma a priori dove si disegna ogni tragitto immaginario, le categorie della fantasia non sono altro che le strutture dell’immaginazione che si integrano in questo spazio, dandogli le sue dimensioni affettive”. Con questa bellissima intuizione di Gilbert  Durand inizia il saggio di Carlo Alessandro Landini Lo sguardo assente. Arte e Autismo: il caso Savinio (Franco Angeli, Milano 2009, pp. 200, € 20,00).

 Landini, prima di essere critico letterario e studioso di psicologia, è artista egli stesso, un compositore che rappresenta e dà forma ai propri sentimenti attraverso il suono, quanto di più etereo ed impalpabile possa esistere; la musica è quella che egli ama definire, con Wackenroder, “la lingua degli angeli”. 

Il libro, sicuramente difficile nella prima parte, in quanto unisce riflessioni filosofiche, osservazione e ricerca scientifica (ma è proprio questa, forse la novità del testo), diventa di facile accesso nella seconda. Qui si svela al lettore un universo nuovo in cui si assiste ad una sorta di democratizzazione del processo artistico. Nessuno può e deve sentirsi escluso dal mondo mirabile dell’arte. Anche la più banale esposizione dei propri sentimenti, la riflessione di ognuno di noi intorno all’esperienza vissuta diventa letteratura, ed anche un modo per curare se stessi. La   scrittura diventa così spazio transizionale, teso a costruire un ponte tra sé ed il mondo, arte come autoterapia.

In questa nuova prospettiva arte e psichiatria procedono di pari passo. In entrambe l’Erlebnis, l’esperienza vissuta, diventa importante nel determinare il giudizio sulla persona. Gli uomini non sono che una sorta di “vuoto d’essere”, che si traduce in desiderio o nostalgia e questo vuoto va riempito in relazione alla realtà circostante ed alla rielaborazione che di essa ne facciamo.

Le capacità di auto-osservazione così dell’artista come anche del paziente psichiatrico, che nella nostra società tendono ad essere delegittimate, ritrovano in tal modo i loro spazi e ottengono il loro giusto riconoscimento, perché la diversità non può e non deve essere sinonimo di malattia. La psicologia, dunque, come scienza eidetica: l’idea del fenomeno sarà la sua essenza percettiva in opposizione a quella ontologica di Aristotele.

La sintesi crociana di forma e contenuto, la conoscenza estetica, che rappresenta il “momento aurorale” della vita spirituale, diventa in Savinio la rappresentazione, la forma di una sensibilità sconnessa e piena di incongruenze. È questa l’opera d’arte brutta, quella in cui il “tumulto sentimentale” non si rasserena nell’immagine? Arte e conoscenza scientifica non saranno più separate? Ci aiuterà la scienza a indagare e a capire la strana combinazione neuronale che spinge l’artista a creare, a dare quella forma all’oggetto dei suoi pensieri? Tutto sarà forse spiegabile ma non sarà per questo meno affascinante. Tutto sarà più comprensibile ma non sarà per questo meno fantastico. Tutto continuerà, al limite, a essere sconnesso, ma ci regalerà nondimeno nuove istanze e scoperte e intuizioni.

Gli strani quadri di Savinio (corpi umani con teste di animali, uomini trasformati in oggetto, come in Poltrobabbo o in Monumento marino ai miei genitori, ma anche donne con teste di uccello) sono espressione di ciò che in psichiatria si chiama paramorfismo. Tale definizione sembra spostarci in un ambito diverso da quello che fino a poco tempo fa consideravamo il misterioso, magico mondo dell’arte. Difficile stabilire se quei disegni siano frutto del genio artistico, di una sana volontà di voler dare quella forma a ciò che si vuole rappresentare. E ci domandiamo quale sinapsi neuronale, quale alterazione dei neurotrasmettitori determinerebbe tutto questo. E così, noi ci chiediamo, i sentimenti non esistono più? Quali sono gli stati d’animo cui vogliamo dar forma?

  Davvero il nostro rapporto con il mondo dipende da null’altro che da un delicatissimo equilibrio meccanico e chimico? Il testo critico di Landini lascia aperti questi e molti altri interrogativi. Ogni affermazione resta come sospesa nell’ambiguità. D’altronde, tutti gli studi e le osservazioni di carattere scientifico sull’arte, da sempre, non pretendono di asserire il vero, semmai hanno lo scopo di sottolinearne l’irruzione nel mondo dell’esperienza quotidiana e di chiosarla. In questo precisamente si realizza l’epoché husserliana, la sospensione del giudizio tesa a liberare quest’ultimo dai pregiudizi. Un atteggiamento che Landini da sempre ritiene necessario, e quasi indifferibile, per una nuova interpretazione del mondo. 

Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile1954. Già ricercatore Fullbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Ha una vasta produzione di critica musicale ed opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore 2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroestetica musicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali” (LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (Book Editore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino e pianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Claudio Magris: “Tempo curvo a Krems” (Garzanti), di Maurizia Maiano

Claudio Magris, germanista e scrittore nato a Trieste nel 1939, non ha certo bisogno di presentazioni. È stato definito il “cantore” della finis Austriae e della cultura mitteleuropea: basti pensare a opere come Lontano da dove o Danubio. Ha dedicato attenzione anche ad autori italiani di confine, come Biagio Marin e Italo Svevo, e più in generale alla crisi della letteratura contemporanea. Accanto ai saggi, è autore di narrativa: tra le opere più significative vi è Tempo curvo a Krems, che dà il titolo ad uno dei cinque racconti della raccolta pubblicata da Garzanti nel 2019.

In questi testi i protagonisti fanno i conti con un tempo che sembra fermarsi, ma che continua a scorrere inesorabile verso la foce del Danubio. Non il Mar Nero, come si direbbe seguendo la geografia, ma Krems: la cittadina della Wachau che, nel racconto, diventa simbolicamente l’Oceano, un cerchio che abbraccia il mondo. Le sue acque scorrono e, nello stesso istante, ritornano; le rive si specchiano l’una nell’altra. È l’immagine di un tempo che smette di espandersi in linea retta e si curva, trovando una suggestiva raffigurazione anche nella copertina del libro.

Che cos’è un’immagine, se non l’intrinsecamente  statico in contrasto con lo scorrere eracliteo? I cerchi concentrici creati da un sasso gettato nell’acqua: un punto in cui passato e futuro si incontrano nell’eterno presente. E’ qui che letteratura e scienza si sfiorano. Può la letteratura illuminare concetti della fisica quantistica e, viceversa, la fisica aiutare la comprensione della letteratura? In queste pagine le immagini scientifiche si adagiano morbidamente sul racconto, trasfigurando la realtà in simbolo.

Il “cono di luce” di Penrose, per esempio, mostra che nulla può viaggiare più veloce della luce: alla base sta il passato, al vertice il futuro, all’interno un agitarsi di punti, di monadi che, incontrandosi, generano infinite possibilità. Stati finzionali (si chiamano così in fisica quantistica gli stati potenziali, tutto ciò che potrebbe essere) che, in letteratura e in filosofia, diventano lo spazio dell’anima: ciò che tutto contiene. L’indeterminismo quantistico, con le sue possibilità multiple, trova un’eco nell’invenzione letteraria, che crea universi possibili e li rende esperienza umana.

Il tema centrale del libro resta però la vecchiaia: un avanzare per indietreggiare, come scrive Magris:  ci si inoltrava in un territorio sconosciuto per sottrarsi alla realtà che premeva da tutte le parti spigolosa ed invadente. Il mondo continuava ad affluire generoso verso di lui ma a poco a poco aveva sentito  la necessità di arginarlo, di deviare se possibile quel fiume e di erigere qualche barricata contro la vita che avanzava. È il tempo in cui si erigono argini e si cercano ripari contro l’invadenza del mondo, mentre tutto continua a fluire intorno. 

Tempo curvo a Krems è il racconto più complesso della raccolta: qui il tempo fisico si piega e diventa quasi metafisico, toccando le corde dell’interiorità.

Lo spunto narrativo nasce da un episodio casuale: durante una conferenza a Krems, una signora triestina ricorda al protagonista la compagna di liceo Nori, di cui egli era innamorato a diciassette anni. Quel nome riaccende memorie sopite, che sembrano tornare a vivere come presenti. Il fatto che Nori le avesse parlato di lui lo stupì alquanto, ma si lasciò viziare da quella fantasia come da una musica. Era una dilazionata rivincita. Qualche tempo dopo, un amico a Roma gli dice di aver incontrato Nori e di aver parlato con lei di lui. Incuriosito, l’uomo la chiama: ma mentre tenta di presentarsi, dall’altro capo del telefono riceve un saluto festoso, come se fossero amici di lunga data. Un evento banale diventa allora un cortocircuito spazio-temporale, in cui effetto e causa si confondono, e il presente sembra modificare retroattivamente il passato.

Magris gioca qui con le teorie della fisica e le trasforma in metafora esistenziale: può un passato che non è mai stato realmente vissuto essere creato da un evento successivo? Può il presente riscrivere ciò che è stato? Così, la legge newtoniana dell’azione e reazione e la relatività di Einstein diventano immagini narrative della memoria, del desiderio di eternità, della tensione tra apparire ed essere. Quella  familiarità  al telefono era dunque l’effetto di una conoscenza reciproca che per forza doveva esserci stata nel passato e quindi  modificava quest’ultimo, risaliva nel tempo a creare, decenni addietro, qualcosa che allora non c’era stato.  Può un passato che non è mai esistito  essere modificato dalla casualità di un evento presente?

Potremmo continuare con l’esperimento  di John Archibald Wheeler della doppia fenditura ed eseguito in laboratorio. L’ossservazione può influenzare retroattivamente il passato di un evento quantistico. La realtà non è fissata finché non viene misurata e l’osservatore gioca un ruolo attivo nella creazione della realtà.  Da qui la sua famosa sintesi: “Nessun fenomeno è un fenomeno fino a quando non è un fenomeno osservato.” 

In un esperimento classico decidiamo l’assetto prima che il fotone parta. Nel delayed choice (scelta ritardata), invece, il fisico decide dopo il passaggio del fotone durante il percorso.

Incredibilmente, l’esito sembra “adattarsi” alla scelta finale, come se la decisione presente influisse retroattivamente sul comportamento passato. Possiamo usare quanto affermato da Wheeler per lasciare una conclusione aperta al racconto di Magris?

La riflessione si allarga alla nostra epoca, segnata dal culto della giovinezza nella convinzione di poter sfuggire alla fugacità e transitorietà dell’esistenza. Magris, al contrario, offre una visione in cui il passato si allinea al presente, e la morte stessa diventa forma di eternità: Muori e divienicosì veramente sei,  riecheggia la massima goethiana. Eterno  dileguare, eterno  essere,  il  fiore  muore nel  frutto,  dunque  è  il  frutto. Non solo gli esseri viventi, ma anche gli oggetti, gli elementi del paesaggio  subiscono mutamenti  temporali dilatandosi in un tempo infinito.  Ma se non c’è più quel tempo, se non esiste, si può dire cos’era, com’era? Il non-essere non è. La Storia non si fa con i se e con i ma. Un semplice detto popolare che si applica alla Grande Storia e alla Storia personale di ogni uomo.  

Tempo curvo a Krems rimane di raffinata filosofia per l’anima,  ci invita a riflettere sul valore del passato, della memoria che diventano eterno presente: la leggera brezza estiva che entrava dalla finestra, vicina al telefono, era un vento degli spazi infiniti, in cui tutto è presente e simultaneo, il roteare di un pianeta e la luce di una stella che giunge da tanto lontano. Forse il Danubio nei pressi di Krems era l’Oceano. Per noi Krems diventa la metafora che abbraccia i passaggi della vita e medita sul crepuscolo dell’esistenza. E cos’è la vita eterna se non la limpida luce che splende negli occhi immortali di Nori, che non invecchia. Paradosso temporale poiché la trasformazione sul cono di luce all’infinito è possibile solo per corpi fisici senza massa. La familiarità tra i personaggi è descritta come un effetto della relatività ristretta di Einstein secondo cui  si tratta di fenomeni che  avvengono in assenza di gravità dove due eventi non possono essere ordinati nello spazio-tempo in modo assoluto, mentre il tempo curvo fa parte della relatività generale dove la gravità causata da massa e energia determina la curvatura dello spazio e quindi il tempo scorre in modo diverso a seconda  della sua posizione gravitazionale. Allora l’amore, l’amore tra i personaggi è oggetto di un maleficio o di un paradosso temporale?

Un P.S. al commento

Quanti libri ci consentono un viaggio nel tempo, in quanti libri ritroviamo luoghi in cui abbiamo vissuto, esperienze simili del nostro vissuto, ricordi che si affacciano e che attraverso le pagine riviviamo. Nel regno dei libri, tra le sue pagine, tutto acquista un’aureola di strana bellezza, il segno diventa simbolo, ciò che non avremmo mai potuto vedere. È come sentirsi parte di un mondo di eletti in piena consapevolezza.

Ho comprato il libro perché il titolo Tempo curvo a Krems mi ha fulminato, cosa racconterà Magris, anche Magris conosce Krems? Un luogo in cui avevo vissuto da ragazza.  Krems, cittadina della Wachau, valle in cui scorre il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che  si rispecchiano  sempre  nelle  sue  onde e sulle cui rive si stagliano silenziosi, severi e colmi di Storia conventi che accoglievano le scuole per i cadetti della nobiltà ed alta borghesia austro-ungarica come Stift Goettweig, che vedevo dalla finestra della mia stanza ed ancora Stein, Klosterneuburg, Stift Melk und Weisskirchen. Tutto mi riporta indietro nel tempo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.