Veronica Raimo: “Non scrivere di me” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Ognuno si salva da soloLa scomposizione di un falso mito nella letteratura di Veronica Raimo

S. non vuole essere salvata da sé stessa, da quell’identità ridotta a un’iniziale puntata, a una negazione, Non scrivere di me. S. è quella negazione, o forse ci è diventata. Non vuole sentirsi sbagliata per questo, non vuole vedere negli occhi degli altri, delle sue amiche più strette, del suo ex fidanzato, di quello ancora prima, preoccupazione. Ma preoccupazione, per cosa? A trentacinque anni compiuti, un lavoro da cameriera, l’interruzione volontaria della scrittura, delle sue poesie, della tesi, di tutto, S. riavvolge il nastro. Quello che potrebbe sembrare a tutti, anche a loro, ai suoi cari, un autosabotaggio risulta più che altro un diritto invocato, non troppo lontano all’eutanasia. S. vuole smettere di soffrire, ma non può smettere di dimenticare ciò che l’ha portata a tale sofferenza, o, meglio, ciò che l’ha incarnata. Dennis May è un regista in erba, talentuoso, carismatico, ombroso, indubbiamente calamitante. S. non se ne invaghisce, se ne ossessiona. E come si può interrompere non più un piacere superficiale, nemmeno sottocutaneo, ma quel qualcosa che diventa totalizzante, che fagocita, ingurgita, avido, ogni parte di sé? Tutto sembra precipitare in un pozzo senza fondo, scale infinite che percorriamo insieme alla protagonista. Il primo incontro, il primo invito, le prime lusinghe, i primi sospetti. Più la situazione le sfugge di mano, più Dennis si rende impalpabile, inafferrabile, più S. vede solo e soltanto lui. Non più il fidanzato premuroso, Gionata, non più l’amica, Chiara, solo Dennis, e ciò che lui potrebbe essere, e con ogni probabilità non sarà mai. Ma fin dove si può spingere l’atrocità? Fin dove quella rivolta a sé? Fino a che punto ci si può annullare per essere assorbiti da un’altra presenza, da un’altra luce? Fino a che punto ci si può spegnere? Scendiamo quelle scale, un gradino alla volta, e speriamo, lo speriamo davvero, che sia l’ultimo, che il suo passo ora si arresterà, e il nostro con il suo. Tutti sembrano volerla riportare alla realtà: l’amica che le vede sempre più deperita, persa, il fidanzato che accetta un ruolo subalterno e ci continua a porre, proprio in virtù di questo ruolo, l’ancor più scomoda domanda, Fin dove siamo disposti ad amare? Perfino il relatore di S. si mostra scettico quando la studentessa paragona il cinema di Dennis a colossi inarrivabili. Più ci inabissiamo più capiamo che ci sarà un buio ancora più buio, e che anche i nostri di occhi impareranno ad adeguarsi all’oscurità.

Impariamo anche a comprendere che quando ci si innamora della propria ossessione più di qualsiasi altro elemento vivente e non vivente, finanche più dell’oggetto stesso del proprio amore distorto, non esiste via di fuga, scappatoia, strada parallela. Esiste un unico centro, e da quel centro, da quella casella non si avanza, non si indietreggia. S. lascia Gionata, volta le spalle all’amica per un eccesso di premura che non le vuole più vedere dipinto addosso, non torna più nel paese da cui proviene. Allora pensiamo, Ora annegherà, si farà trascinare dalle correnti degli abissi. Ma è proprio in quel momento, nell’esatto istante in cui si decide di processare, di attraversarle quelle correnti, è in quel momento che la testa torna a guardare il cielo, a uscire dall’acqua più nera. S. lo fa attraverso la letteratura, la scrittura. Sembra quasi una metafora, e forse lo è. O forse è semplicemente il punto in cui si è persa, quello in cui si deve andare a riprendere. 

Veronica Raimo non ci fornisce risposte a tutte le domande che sorgono nel corso della lettura. Come ogni scrittore degno di essere davvero chiamato tale, non facilita il percorso al lettore, glielo complica. E se è vero che la letteratura è come la vita, nulla ci assomiglia di più di quella della Raimo. Niente lo è più di quella fetta di cheesecake, che non è nemmeno proustiana, non ha proprio niente di proustiano, è solo una deliziosa fetta di cheesecake attorno a cui ci si confessa, ci si lascia, ci si innamora, e a volte tutte queste cose messe insieme. E noi, proprio come S., siamo in quel bar, serviamo caffè e piatti freddi, ascoltiamo le esistenze degli altri, le osserviamo, le registriamo, senza filtri. Le rubiamo, indubbiamente. Ma anche questo, si sa, non è mica niente di nuovo. King diceva, Fiction is the truth inside the lie. E, per quanto detesti qualsiasi forma di citazionismo, trovo non solo che non ci sia nulla di più veritiero, ma anche niente di più calzante: la fiction è la verità dentro la bugia.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Milan Kundera: “L’identità” (Adelphi), di Maddalena Crepet

Il prezzo dell’identità Itinerario anagrafico di Milan Kundera

L’identità non è solo un titolo, è un titolo-manifesto. In esso, infatti, Kundera racchiude già tutto il senso insito nella storia a cui ci stiamo approcciando. Chantal e Jean-Marc sono una coppia da anni, costruita, per sua stessa costituzione, sulle macerie di un precedente matrimonio, quello di Chantal, con un altro uomo, abbandonato proprio per dare spazio all’amore trascinante nei riguardi di Jean-Marc. Lo schema, potremmo dire quasi “classico” del tradimento/sostituzione, ci viene però presentato nell’esatto momento in cui proprio questo secondo idillio amoroso sembra incrinarsi. E il punto di rottura è una frase pronunciata un giorno qualunque da Chantal, “Gli uomini non si voltano più a guardarmi”.

È una di quelle battute di dialogo che qualunque avvezzo alla scrittura, alla letteratura, sa essere doppiamente rivelatrice. E dello stato psicologico della protagonista, della sua struttura più intima, e dell’avanzamento della trama. Capiamo che se da una parte una frase detta con tanta disinvoltura da una moglie a un marito che ha speso la mattinata a inseguirla per mezza spiaggia nel suo ondivago e confuso vagare, non è solo una frase innocente, non è solo una sequenza di parole come sarebbe stata “ho finito le sigarette, amore”, ma è la coltellata, il colpo di grazia, il famoso dito nella piaga, dall’altra è quello che narrativamente si definisce un plot twist: la trama avanza, viene stravolta, e noi con lei. Chantal non ci appare più come la Donna Angelo, biondissima, celestiale, ma di una distanza quasi glaciale, siderale, capace di una freddezza fuori scala. Ciò che la preoccupa non è tanto che il desiderio fra lei e Jean-Marc sia calato, che la tensione erotica sia scemata, quanto tutto ciò abbia avuto un impatto su di lei, quanto ciò sia rappresentativo di una decadenza fisica, di un suo essere non solo più desiderata, ma soprattutto desiderabile. Da qui, assistiamo a due movimenti, uno, ancora, psicologico, e l’altro, ancora, di trama: il primo ha a che fare stavolta con Jean-Marc, che, dopo essere stato raggelato dalla frase della moglie, viene completamente annientato da un senso di gelosia atavico, animale. Decide così di iniziare a scrivere lettere di corteggiamento a Chantal, spacciandosi per uno sconosciuto, un anonimo adulatore. Qui il confine fra altruismo ed egoismo si assottiglia sempre di più. Il gesto di Jean-Marc ci appare in un primo momento come uno slancio, quasi disperato, d’amore verso la moglie, per farla sentire di nuovo bella, attraente; più andiamo avanti nella lettura però, e più l’interpretazione perde di significato, per assumerne un altro, ben più egoistico. Jean-Marc la vuole controllare. Vuole ristabilire un senso di dominio su Chantal, persa a capire chi sia il suo spasimante. La donna si convince che si tratti del barbone che vive in una strada non distante dalla loro abitazione, inizia a fantasticare su questo amore impossibile, finché non scopre che il mittente, l’unico reale, è proprio suo marito. Realtà e finzione si mischiano sempre di più, in uno stato che sembra quasi di allucinazione. Jean-Marc disprezza ormai quella moglie per cui, malgrado ciò, non riesce a non provare gelosia. L’odio, si sa, ha in sé il seme dell’amore. La vede vecchia, invecchiata, stanca, sciatta. Non rinuncia comunque a inseguirla. E più la insegue, più Chantal si perde in un mondo di fantasia; finisce a Londra, riflette con alcuni colleghi sul quanto la monogamia sia irreale, sia una favola che ci raccontiamo, e che ci hanno raccontato. Vuole addirittura finire in un’ammucchiata, perdersi in un’euforia che è, in fin dei conti, l’unica risposta di senso compiuto al senso preordinato della vita: procreare. Religione, cultura, dogmi, feticci, si mischiano in unico calderone, e finiamo per chiederci un’unica cosa, forse anche l’unica davvero sensata: chi siamo noi per gli altri?

Dopo il racconto grottesco, noir, de I baffi di Carrère (vedi articolo), il tema dell’identità torna da vero protagonista. Con Kundera non ci sono più scappatoie, se non l’espediente onirico. Al centro c’è ciò che forse da sempre affascina di più lo scrittore in quanto tale, e quindi l’uomo osservatore, ovvero la constatazione che quello che lo sguardo altro ci restituisce non è mai quello che noi desideriamo ci restituisca. E in questo scollamento c’è tutta la disperazione umana. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

John Fante: “Chiedi alla polvere” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se amore e letteratura sono la stessa cosaLa furia poetica di Arturo Bandini

L’etimo della parola “passione” è il termine del latino tardo passio, ovvero “sofferenza”, “patimento”. Dunque, chiunque abbia una passione soffre. Arturo Bandini ne ha due, e quindi soffre il doppio. La prima, quella che apparentemente lo fa muovere, smaniare, lo rende inquieto, agitato, appassionato, è la scrittura. Arturo vuole fare lo scrittore, di più, vuole diventare uno dei più grandi scrittori americani. Ma il suo cognome, come il suo nome, è innegabilmente italiano. Qui si insinua la prima crepa, e, noi lettori, siamo abbagliati dal primo spiraglio di luce. Lungo il suo andirivieni fra le varie città statunitensi, il protagonista conosce una cameriera del bar che ha preso a frequentare. È giovane, impassibile, quasi dura, e, soprattutto, è messicana. Si chiama Camilla Lopez, e con lei lo scrittore instaura da subito una chiara dinamica di amore-odio. Nec tecum nec sine te vivere possum, per rifarci sempre al caro, vecchio latino. Né con te, né senza di te posso vivere. Ed è proprio questo lo schema emotivo di Arturo. La odia in quanto messicana, la ama in quanto messicana, la odia per la sua durezza inscalfibile, la ama per la sua durezza inscalfibile, la odia perché innamorata di un altro, la ama perché innamorata di un altro.

Questo “altro” è Sammy, un giovane, sedicente scrittore, malato terminale. Inizia un duello rusticano a suon di racconti, raccontini, fogli scritti, buttati, rimandati al mittente. Arturo è spietato, nel suo cinismo ci riconosciamo perché ne riconosciamo la passione, appunto. E per ciò che fa, il mestiere che ha deciso di intraprendere, e per l’agonia languida per Camilla. Sembra che il protagonista non possa rinunciare a nessuno dei due poli, semplicemente perché ha bisogno di entrambi. Ma in questo bisogno, si perde. Si avvicina a uno, pare raggiungerlo nello struggimento delle sudate carte, vede i primi racconti pubblicati, scrive lettere accorate al suo editore, e perde terreno con l’altro, l’amata, odiata Camilla Lopez. Raggiunge Camilla, passa una nottata con lei, eppure smania all’idea di dover tornare a lavorare. L’esistenza di Arturo ci appare così, in un’estrema semplificazione, “porta blu, porta rossa”. Non entrambe, ma un aut aut. Ed è proprio in questo aut aut, in questa decisione, che ritroviamo e ci identifichiamo in tutta la sua sofferenza. Sappiamo già dal primo terzo del romanzo che Arturo dovrà scegliere chi essere, e che, in questo arco di trasformazione, dovrà necessariamente escludere qualcosa, o qualcuno. Arturo non è fatto per poter distribuire il proprio patimento, ma per incanalarlo, per esserne travolto. Eppure, Arturo è pur sempre uno scrittore, un grande scrittore. E, si sa, gli scrittori per vivere, per lavorare, devono cacciarsi nei guai. È parte del mestiere. Così, fino all’ultimo, crediamo che, avendo scelto una strada e scartato un’altra, l’abbia fatto fino in fondo. Ma Arturo è uno scrittore, un grande scrittore, e, si sa, la scrittura è un po’ come il maiale, non si butta via niente. 

Fante intaglia il personaggio di Arturo Bandini nelle sue nevrosi, nella sua solitudine, nei suoi turbamenti, e, nel farlo, lo rende così umano da essere quasi inquietante. Nei suoi moti, nelle sue oscillazioni, nelle sue invettive, ognuno si può riconoscere, può trovare una parte di sé, in quel tentativo disperato che si chiama vita. 

Capiamo, questa volta senza la minima incertezza, che non solo Arturo Bandini è un grande scrittore, ma che John Fante lo è, e che l’uno non si distingue dall’altro, come sempre accade per i grandi scrittori.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Emmanuel Carrère: “I baffi” (Adelphi), di Maddalena Crepet

Cosa ti ridi sotto quei baffi Analisi metaforica di Emmanuel Carrère

Il protagonista del romanzo I baffi, però, non ride affatto. Un bel giorno, un architetto di mezza età parigino decide di fare un cambio di look: si taglia i baffi di netto. È quello che, a tutti gli effetti, gli esperti di narrazione definirebbero “l’incidente scatenante”. Da lì, infatti, nulla è più come prima. E non solo perché il suo aspetto fisico è decisamente mutato – ora al posto dei baffi compare solo una macchia sbiadita dovuta alla mancanza di abbronzatura nella zona pilifera –, ma soprattutto perché da lì si innescano una serie di vicende, fraintendimenti, giochi, sfide, che determinano nel protagonista una confusione immane. La moglie, Agnès, lavora come ufficio stampa in una casa editrice francese. È bella, algida, di lei conosciamo non l’interezza, quanto piuttosto parti di corpo, vivisezioni. È come se Carrère ci volesse restituire uno sguardo non composto da un’omogeneità, quanto piuttosto da una scomposizione: è qui il nodo centrale. L’architetto non ci restituisce mai un’immagine di sé totale, ma sempre frammentata, e, in quei frammenti, fra quei frammenti, si insinua, si insedia, il seme del dubbio. Lui è convinto di aver sempre avuto i baffi lunghi, che, soltanto ora, ha deciso di tagliare. Lei è convinta dell’esatto contrario: il marito non ha mai avuto i baffi, fissato com’è nel radersi tutte le mattine.

L’architetto annaspa, suda freddo, non capisce. La sera della rasatura vanno a cena da una coppia di amici. È l’occasione perfetta per far comprendere ad Agnès che si sbaglia, che lui ha sempre posseduto un bel paio di baffi, che solo ora ne è privo! E invece nessuno pone domande, tutto scorre come se nulla fosse accaduto, come se il suo aspetto fosse sempre lo stesso, forse qualche segno di affaticamento di troppo, ma è solo eccesso di lavoro! 

Si cade con tutte le scarpe in una sorta di tragicommedia pirandelliana dove la parte è per il tutto, e il naso viene sostituito dalla parte inferiore del volto. Ogni elemento di realtà, ogni verità, sembra vacillare, sembra essere messa in discussione. Non solo i famigerati mustacchi, ma anche la cena dagli amici, l’opinione dei colleghi – anche loro sgomenti di fronte alla convinzione cieca del protagonista –, perfino quella di una donna per strada, tutto è vero e falso al contempo, quindi tutto è indefinito, vago, sfumato. Il lettore inizia a seguire questo filo di perle, e le perle non sono più le certezze, ma i dubbi stessi, ci cammina sopra con il passo dell’equilibrista, sperando quasi, alla fine, di non trovare più un’oggettività, ma un buco nero. E quel buco nero arriva davvero, con un finale che oggi riterremmo splatter, che Carrère probabilmente definirebbe, tuttora, come l’unico possibile. 

I baffi non è solo una tragicommedia, non è solo la risata dark, il racconto grottesco di un uomo che ha perso i suoi baffi, e, con essi, sé stesso. È una grande metafora, o meglio, una metafora nella metafora: da una parte abbiamo l’ombra lunga della moglie, dell’intransigente Agnès, o della folle Agnès, o della irreprensibile Agnès; di lei sappiamo che le piace scherzare, manipolare la realtà, è insomma avvezza allo scherzo che sfocia in qualcosa di più grande, forse ingestibile. Sembra che ogni volta che il protagonista si allontani da lei, esca dal suo cono d’ombra, respiri, viva nella libertà di credere a ciò che davvero è. Ma è autoconvinzione o tossicità? Agnès appare una presenza tossica nella vita del povero architetto; anche quando decide di prendere il primo volo, e finire niente di meno che a Hong Kong, lei lo insegue, si fa trovare nella sua stanza d’albergo, lo convince, ancora una volta, che tutto sia normale nella sua assoluta anormalità. È quella che la generazione dei nativi digitali classificherebbe come un malessere. O meglio, rappresenta, incarna, appieno questo concetto. L’altra metafora, quella contenitiva, è di carattere esistenzialista, o, per meglio dire, relativista: quanto ciò in cui crediamo, di cui siamo fermamente convinti, è vero? Quanto il nostro punto di vista può stridere, finanche confliggere, con quello altrui? E quanto, più in particolare, noi dipendiamo da quel punto di vista altrui? 

Carrère non ci pone di fronte a facili soluzioni, risoluzioni. Ci fa annaspare, a volte in cerca di una boa, a volte contenti di stare in mare aperto. È liberatorio nella sua crudeltà. E così anche noi ci ritroviamo in quella vasca da bagno, la stessa in cui, per la prima volta il protagonista decide di mutilarsi, e poi lo fa davvero, lo facciamo anche noi. Affoghiamo nelle domande, senza che ci possa essere una risposta univoca, una strada facilmente percorribile. Non siamo pazzi, forse siamo solo terribilmente umani.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Paolo Cognetti: “La felicità del lupo” (Einaudi, 2021), di Maddalena Crepet

Il richiamo del vuoto La geografia sentimentale di Paolo Cognetti

Fausto ha quarant’anni, il sogno nella testa di diventare uno scrittore, e la voglia sempre sottopelle di perdersi nella natura vergine. Il Monte Rosa gli appare perfetto: incontaminato, poco abitato da esseri umani, ancora moltissimo da altri esseri viventi, conciliante, forse perfino capace di distendere le sue innumerevoli nevrosi. È qui, fra la baita-ristorante di Babette, la seggiovia, i montanari, l’ex forestale in pensione Santorso, che conosce Silvia, potremmo dire, nomen omen, la donna dei boschi, che viene però dalla città. Silvia ha ventisei anni, è giovane, energica, ha voglia anche lei di scappare da qualcosa. Inizia a lavorare come cameriera stagionale, un lavoro che sa non poterla sostenere a lungo, ma quel che le basta per evadere un po’. Nel mentre, Fausto si adopera come cuoco nella cucina della baita-ristorante. La vita sembra scorrere senza troppi intoppi, fra passeggiate, escursioni, albe incantevoli, e tramonti mozzafiato. Sembra tutto tornato al Grado Zero. Silvia e Fausto azzerano tutto, i loro passati, quel padre che aspetta, malandato, fra i palazzoni, quella ex moglie, forse perfino gli amici. Non ne sentono il richiamo. Sono come lupi, solitari, e al contempo mossi costantemente da qualcosa di imperscrutabile, che può solo rispondere al nome di irrequietezza. È così che, poco dopo un incidente che vede coinvolto Santorso, poco dopo le sue mani maciullate dalla neve impetuosa e impietosa, Silvia sente di nuovo proprio quel richiamo, non più silvestre, ma urbano. Torna nella sua città, nel suo quartiere, ad annusare il fritto delle cucine nei cortili interni, il vociare dei vicini, lo stridore dei freni delle automobili. Fausto è convinto si tratti solo di un periodo, troppo impegnato a capire come aiutare Santorso a vivere senza più le mani. Ne è convinto finché Silvia, tornata in alta quota, non gli fa capire il contrario. Non è più la stagione dell’amore, e nemmeno quella del lavoro in alpeggio, in cucina, in sala, anche perché perfino Babette ha appeso il cappello al chiodo. Improvvisamente niente appare più come prima, non la scrittura che Fausto teneva nascosta fra i loro cuscini, coperta dai capelli infiniti di Silvia, asciugati dalla stufa a legna, non i campi, i pascoli, il freddo che mozza il fiato, l’estate senza surriscaldamento, non gli improperi dei montanari, non il loro amore consumato sul ghiacciaio, fra le balle di fieno, in una cucina di una baita ormai venduta. È tempo di muoversi, di trovare altro cibo, di rispondere agli ululati di altri lupi spersi chissà dove. 

Cognetti con La felicità del lupo ci restituisce un’altra fotografia della montagna. E, come nel romanzo che l’ha reso celebre ai più, Le otto montagne, lo fa tratteggiando un quadro nitido, e al contempo metaforico. Possiamo quasi dire, leggendo le pagine di entrambi, di sentire l’odore di quell’erba cresciuta dopo il gelo, di percepirne la morbidezza, il profumo del latte appena munto, lo scampanare del gregge, della mandria, il freddo pungente, il calore piacevole, il liquore che scalda le gole, che le brucia. Possiamo però anche seguire l’andirivieni dei personaggi, da una parte i due amici fraterni Bruno e Pietro, dall’altra i due innamorati, Fausto e Silvia. Il richiamo insistente delle sirene cittadine che si alterna al silenzio ovattato delle notti in alta quota. I legami che vanno ben al di là di quelli di sangue, che li superano, sono più forti, e quindi anche più dannati. L’abbandono. Pietro che se ne torna in città, Silvia pure. Bruno e Fausto che decidono di rimanere. Lo scrittore che decide di girare il mondo con la sua penna, Pietro, e quello che sceglie il sentiero di montagna, Fausto. Sono due amori impossibili, i loro. L’uno verso l’amico d’infanzia, l’altro verso la giovane ragazza di quartiere. La sostanza non cambia, ciò che resta è il rumore sordo della separazione, della possibile accettazione dell’impossibile, che ognuno sceglie per sé, e che ognuno si salva da solo. O, semplicemente, decide di non farlo. Nel finale aperto ci immergiamo, al what if ci aggrappiamo come l’unico, reale senso esistente: lasciar andare. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.