Intervista a Cristò per “Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa, 2026), di Loredana Cefalo

C’è un’immagine in questo lavoro di Cristò che agisce come un’incudine martellata nella memoria: la buccia di un mandarino tagliata in quadratini minuscoli, ossessivi. 

È il gesto di Caterina, figlia di Giovanni Bartolomeo, uno scrittore famoso che ora abita un presente senza passato. Attorno a loro il racconto del sud: una “guantiera” azzurra per portare il caffè fatto con la moca, il “poggiare” la testa sul cuscino e una tovaglia dal disegno geometrico di funghi, olive e pomodori nei rombi azzurri che si ripete all’infinito, proprio come le domande di Giovanni, prigioniero di una demenza che Caterina si rifiuta di chiamare col suo nome.

​”Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa) è un racconto delicato sulla malattia, ma anche una riflessione poetica su cosa resti di noi quando le parole smettono di legarci alla realtà. 

Cristò si conferma uno scrittore eclettico. Se in passato lo abbiamo conosciuto per il suo surrealismo, qui il reale diventa brutale più della fantasia: l’autore ci suggerisce che i veri mostri non abitano i boschi notturni o le leggende horror. Nessun lupo mannaro fa paura quanto lo sguardo perso di Giovanni. I fantasmi non infestano case abbandonate, ma hanno i volti stanchi e amorevoli di chi ti fa la doccia, ti sfama e ti porta a letto mentre tu non riesci più a decifrarne i lineamenti. L’Alzheimer è il vero mostro immondo, un predatore che non uccide il corpo, ma divora la storia e i ricordi delle persone.

​Al centro della trama c’è un paradosso che è un perfetto espediente narrativo: Giovanni legge e rilegge il suo romanzo più venduto. Lo definisce una schifezza, non ricordando di esserne l’autore. Accanto a lui Davide, il suo agente letterario, incarna l’archetipo maschile della ricerca della soluzione: crede nel potere magico delle parole, sperando che arrivando all’ultima pagina avvenga un miracolo, un incantesimo che restituisca a Giovanni la sua storia. Caterina, invece, è la forza della concretezza, la caregiver che non cerca magie ma vive nel terrore speculare a quello del padre: se lui ha paura di dimenticare nei rari momenti di lucidità, lei ha il terrore di essere dimenticata.

​Nonostante la struttura circolare e i rimandi colti, il libro compie una metamorfosi straordinaria. Quello che potrebbe sembrare un esercizio di stile postmoderno si scioglie in una carezza vecchia di quasi quarant’anni. È in quel contatto tra Davide e Caterina che i ricordi tornano a galla: la poltrona vinaccia, le rughe sul volto, la consapevolezza che gli scrittori sono solo uno dei tanti modi che il mondo ha per raccontare le storie.

​Nelle note finali, l’autore confessa con una punta di amara ironia che, nonostante i suoi sforzi strutturali e metanarrativi, per tutti questo resterà un libro sull’Alzheimer. Ma forse è proprio qui che risiede la bellezza dell’opera: nell’aver usato la costruzione della letteratura per proteggere un nucleo di fragilità. 

Cristò ci narra una vicenda normale che dura dal mattino alla sera, in una casa come tante, un romanzo dove non succede nulla di eclatante, perché come dice Davide, nella maggior parte del tempo della vita non succede niente. Eppure, in quel niente fatto di silenzi, c’è tutto l’amore che resta quando l’orizzonte degli eventi si chiude definitivamente.

Leggendo le pagine del tuo romanzo “Sull’orizzonte degli eventi”, si percepisce un’ossessione che pulsa in ogni capitolo. È una scelta narrativa precisa, una sorta di “basso continuo” che guida la narrazione, o è piuttosto il riflesso di una condizione medica che finisce per diventare ossessiva per chiunque ne entri in contatto? 


Diciamo che è entrambe le cose o, meglio, che quella ossessione è stata la conseguenza letteraria di un pensiero narrativo. Negli anni in cui ho scritto questa novella ero in una love story con lo scrittore americano John Barth e, oltre che leggerlo appassionatamente, ne spiavo le tecniche di scrittura: la struttura circolare, la destrutturazione della forma romanzo, la scrittura come rappresentazione non tanto della realtà ma della complessità del reale. Ero un giovane scrittore, in piena formazione, e stavo formando la mia personale poetica anche se non ne ero del tutto cosciente. John Barth era arrivato come un uragano e di lui ammiravo l’incredibile capacità, quasi un superpotere, di sperimentare riuscendo senza, per questo, perdere la bellezza e la forza della narrazione. Il pensiero ossessivo e ridondante non è stato una scelta di stile ma, piuttosto, una conseguenza dello stato del protagonista. Come mi insegnava John Barth, la scrittura doveva scaturire dal personaggio e dalla storia e non viceversa.

Nel libro incontriamo due figure emblematiche: l’archetipo femminile della caregiver e quello maschile alla ricerca costante di una soluzione. Come è nata l’ispirazione per Caterina e Davide e come hai lavorato sulla loro caratterizzazione? 

Anche qui, non ho lavorato alla loro caratterizzazione come personaggi o funzioni narrative, ma come persone. Li ho messi in quella casa, in quella situazione e ho, in qualche modo, osservato cosa poteva succedere. Questo modo di far vivere i personaggi è, probabilmente, la costante più ferma nel mio modo di scrivere. Con loro faccio un gioco di ruolo, me li immagino, ne individuo il carattere, la personalità, e poi lascio che si comportino di conseguenza. Forse anche per questo entrambi sono più complessi e anche contraddittori rispetto al ruolo che hanno nel romanzo. Caterina non rappresenta del tutto il femminile e Davide non rappresenta del tutto il maschile, anche perché credo molto fermamente che ognuno di noi, in fondo, rappresenti sempre solo se stesso.

Questo libro nasce da un momento estremamente delicato della tua vita: la malattia di tuo padre. Quanto pesa, per uno scrittore, il compito di narrare una fragilità così profonda e complessa come l’Alzheimer di un genitore e la paura di dimenticare e di essere dimenticati?

Mio padre è stato un attore teatrale per tutta la vita, una persona che aveva fatto della memoria un mestiere. Da piccolo spesso lo aiutavo a ripetere i copioni teatrali, Pirandello e Čhecov soprattutto, e mi stupivo sempre, quando lo vedevo sul palcoscenico, che riuscisse a ricordare tutte quelle parole con tanta precisione. Sembrerà bizzarro, ma quando ho cominciato a scrivere Sull’orizzonte degli eventi non pensavo a lui, anche se la malattia era già in corso. Probabilmente il mio inconscio lavorava non tanto nel campo dell’amore, quanto su quello dell’ironia della sorte: un uomo che aveva lavorato con la memoria adesso la stava perdendo, un uomo che aveva letto, compreso e interpretato la storia della drammaturgia, adesso non riusciva a seguire la trama di una puntata dei Simpsons. Era un cortocircuito narrativo molto interessante. Solo più tardi, come dico nella postfazione del libro, ho capito che stavo parlando anche di una questione così profondamente personale.

Il romanzo vive una trasformazione affascinante: in un primo momento lo consideri un metaromanzo per poi comprendere che è una storia sull’amore familiare. È lo scorrere del tempo che ha cambiato il tuo modo di vedere la letteratura, portandoti verso questa nuova prospettiva? ​

Probabilmente sì. Il mio percorso di narratore credo stia percorrendo una strada che prevede una riduzione della complessità, un ritorno al centro della narrativa: la storia. Sempre di più sento di aver voglia di raccontare semplicemente delle storie e che il lavoro sulla scrittura sia orientato verso la precisione più che verso la complessità formale. Amo molto gli scrittori che scompaiono, che semplicemente cercano il modo più efficace per raccontarci un fatto, un evento e che non giudicano ma semplicemente mettono in mostra.

Il finale tocca il rapporto tra arte e vita quotidiana, citando artisti che meriterebbero di essere riconosciuti molto più di altri famosi. Credi che il riconoscimento esterno sia essenziale per un artista, o è solo una parte del tutto e si può vivere e creare anche senza di esso? ​

Teoricamente no, non credo che sia importante essere riconosciuti, che l’importante sia l’opera e non chi l’ha scritta, però poi è umano il desiderio di essere apprezzati e di venirlo a sapere. Però, ecco, sono convinto che scrivere per quello, per il riconoscimento, sia il miglior modo che abbiamo per scrivere male. 

Lavori spesso con i più giovani in sessioni dedicate alla libera espressione creativa. In base alla tua esperienza, credi che l’arte sia qualcosa di “imparabile” o è necessario che ci sia già una fiammella d’artista in chi si avvicina ad essa?

È una questione antica e irrisolta. 

Il punto, secondo me, è che qualsiasi arte ha bisogno della fiammella di cui parli, ma per far venir fuori un bel fuoco bisogna sapere come alimentarla. Ecco, questo si può insegnare o imparare autonomamente, nel caso della scrittura, soprattutto attraverso la lettura. Mi piace molto lavorare coi ragazzi e usare con loro la scrittura per giocare e, sinceramente, non mi è mai capitato di incontrare un bambino o un ragazzo sprovvisto di quella fiammella. Quindi credo che ce l’abbiamo tutti ma poi, crescendo, alcuni la lasciano spegnersi e altri no.

La parte finale strappa un sorriso nel raccontare l’utilizzo dell’AI e l’adattamento alle esigenze di chi non è più giovanissimo. Tu utilizzi l’Intelligenza Artificiale per le tue esigenze di scrittura o di ricerca? ​

Sono molto interessato a questa cosa che chiamiamo impropriamente Intelligenza Artificiale e che, sicuramente, cambierà molto le regole sia del mondo sia, di conseguenza, dell’arte. Credo anche che, in questo momento, abbiamo l’opportunità di usarla in modo ancora “artigianale” e che, quindi, sia stupido non sperimentare. Ne ho studiato abbastanza bene il funzionamento, la logica e sono abbastanza certo che possa certamente migliorare molto, ma che difficilmente potrà arrivare a fare tutto quello che hanno fatto grandi e geniali cervelli umani. È un discorso davvero lungo e complesso che riguarda anche questioni come il rapporto tra l’uso del linguaggio e l’intelligenza: noi diamo per scontato il fatto che parlare correttamente sia una prova di intelligenza, ma forse, questa macchina di linguaggio che stiamo usando sempre di più ci sta dimostrando che non è proprio così.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Claudia Zanella per “Awake” (Rizzoli, 2025) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Claudia Zanella, “Awake” (Rizzoli, 2025).

Nel 2022 il dottor Christian Brogna, neurochirurgo, opera un paziente asportandogli un tumore celebrale da sveglio, in un intervento di nove ore in cui dalla sala operatoria esce la musica di un sassofono. La novità della tecnica, già utilizzata in alcuni ospedali italiani dal 2019, consiste proprio nell’eseguire dei test psicocognitivi durante l’operazione, facendo leva sulle capacità specifiche del paziente, per evitare che perda le facoltà in cui più si identifica. 

La notizia fa il giro del mondo e dall’altra parte dei giornali, Claudia Zanella, scrittrice, attrice, naturopata, sente l’urgenza di raccontare come quel ragazzo specializzando in chirurgia conosciuto anni prima per caso, abbia realizzato il suo sogno: l’awake surgery in perfetta empatia con chi si sottopone all’intervento.

Awake (Rizzoli), scritto a quattro mani da Claudia Zanella e Christian Brogna, è un’indagine profonda sulla geografia dell’identità. Attraverso la figura del protagonista (il neurochirurgo, che racconta come ha costruito la propria conoscenza girando per il mondo per salire “sulle spalle dei giganti”) il romanzo eleva la tecnica della Awake Surgery a modello di umanità applicata: la cura intesa come presenza assoluta e “restanza”, anche nelle condizioni più estreme.

​La narrazione sposta il focus dalla figura dello staff di sala operatoria come puro esecutore tecnico a quella di un esploratore che non fugge, ma cerca di abitare lo stesso spazio del paziente

L’innovazione del dottor Brogna risiede proprio nel patto pre-operatorio: una mappatura che non segue protocolli freddi, ma si modella sulle priorità soggettive. Chiedere “Cosa non vuoi perdere?” prima di incidere, sposta il baricentro dalla mera sopravvivenza biologica alla salvaguardia del sé. 

In questa dimensione, il cervello si rivela un organo plastico straordinario, capace di creare vie alternative per compensare il vuoto; un labirinto di Escher dove il chirurgo deve cambiare angolo di visione mentre opera, per svelare frammenti di realtà altrimenti invisibili.

seconda parte

Zanella tratteggia con nitidezza un elemento essenziale per chi si sottopone ad un intervento salvavita: la fragilità del tempo. 

Di fronte a una diagnosi grave, il tempo smette di essere durata per farsi unità di misura dell’angoscia: giorni, mesi, anni. Le parole del medico diventano suoni pesanti, mentre la mente del paziente si focalizza su tutto ciò che ha sempre rimandato. 

Ma la vera svolta del romanzo è il ribaltamento di ruolo: Christian da osservatore si fa oggetto, precipitando in una meningite che lo riduce a paziente. Il coma diventa così il collegamento fra vita e morte, l’aspettativa conseguente alla sopravvivenza, il dolore della perdita della speranza: un’amplificazione cognitiva dove il sintomo non è più un segno da eliminare, ma un segnale da interpretare. In questo stato di sospensione, la vulnerabilità diventa potenza cerebrale, una visione dall’alto che ridefinisce il concetto stesso di malattia.

​Il libro ci pone di fronte a una verità filosofica e scientifica: noi siamo ciò che il nostro cervello sceglie di trattenere. La memoria non è un archivio statico o una fotografia precisa di eventi passati, ma un muscolo adattivo necessario per interpretare un ambiente in evoluzione e prendere decisioni. 

Solo così riusciamo a delineare la nostra personalità e in base a ciò che il cervello decide di custodire si forma il nostro io quotidiano, fatto di piccole abitudini e grandi capacità.

Giorgio suona il sassofono durante il lunghissimo intervento perché non vuole perdere la musica. E Christian, durante l’asportazione delle cellule luminescenti rosa (quelle tumorali) tenta in tutti i modi di preservarla.

In questa connessione continua tra il rigore della sala operatoria e il suono delle note di Giorgio una domanda si propone al lettore: dove si annida l’idea dell’inferno personale? In ciò che ricordiamo o in ciò che decidiamo di dimenticare?

​Proprio la risposta a questo quesito diventa uno dei nodi centrali del romanzo. Claudia Zanella ci ricorda che il paziente non è la sua patologia, ma l’insieme dei suoi sogni, della sua spiritualità e del suo modo unico di procedere nella vita, anche quando non ricorda nulla di ciò che è stato, perché tutto può divenire un mondo nuovo. La memoria può essere un contenitore dove attingere vecchi ricordi o da riempire con delle nuove forme di sé.

In definitiva, niente è davvero per sempre, non la vita, non la memoria, non i sogni, perché tutto, come il cervello, è in trasformazione. 

Anche la speranza.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Amélie Nothomb per “Meglio così” (Voland, 2026, trad.Federica Di Lella), di Loredana Cefalo

Lo chiamano “effetto Nothomb” quello che nel lettore risulta come l’impossibilità di chiudere il libro mentre si va avanti con la storia. C’est bien ainsi (“Meglio così”Voland, traduzione di Federica Di Lella), l’ultimo lavoro di Amélie Nothomb ci conferma che esiste un’aura magica intorno ai suoi romanzi che le attribuisce ancora una volta il ruolo di “sacerdotessa” della letteratura contemporanea. 

Con oltre trenta romanzi all’attivo, il Grand Prix du roman de l’Académie française e il Premio Renaudot, la scrittrice belga continua a raccontare di memoria familiare, restituendoci un’opera che ha il passo della fiaba e il respiro gelido del noir.

Il romanzo si muove su un crinale sottile tra realtà e favola. Al centro della narrazione troviamo Adrienne, la protagonista che tenta di navigare le acque torbide di una famiglia segnata da bellezze taglienti come armi, indifferenze che creano vuoti e violenza. La figura della madre, Astrid, emerge come un’antagonista fiabesca: una donna la cui estetica e pretesa di ricchezza sono strumenti di tortura psicologica, capace di accudire la figlia non per amore, ma come espediente per ferire, scatenare invidie e dividere le sorelle Jacqueline, Adrienne e la piccola Charlotte.

​L’autrice descrive un mondo dove la nonnina di Gand e la nonnina di Bruges incarnano archetipi femminili tipici dei racconti per l’infanzia, l’una vecchia, cupa e dedita alle torture come la Strega Cattiva e l’altra giusta, luminosa e elegante, la buona fata. Si tratta di una dicotomia fra bene e male dove però il lieto fine classico, la sconfitta dell’oscurità non c’è, ma lascia il posto al sospeso, a un’ambientazione cupa che si svela piano piano tra i vicoli e le case di Bruxelles e delle città fiamminghe. 

Questo registro oscuro si consuma soprattutto fra le mura domestiche, attraverso il suono di colpi violenti e una padella brandita come una spada magica contro il drago invisibile di un’infanzia negata, durante la quale la protagonista teme costantemente che tutto possa spezzarsi.

Nonostante la freddezza materna e le ombre dei lutti, il testo tocca vette di commovente umanità nella paura di Adrienne. È un timore che si fa tenerezza: il sospetto e la scoperta che la madre possa essere un’assassina si mescola a un amore viscerale e inspiegabile. La protagonista ama il mostro, e in questo paradosso risiede la maestria della scrittrice nel dipingere le complessità dell’animo umano.

​Il cuore filosofico dell’opera risiede nella riscoperta dell’indipendenza e nella frase, che dà il titolo al romanzo, usata come formula magica. “Meglio così” è il segreto per non farsi trascinare a fondo dalle catastrofi altrui, anche di coloro che amiamo alla follia. Nothomb suggerisce che l’unico modo per essere in armonia con i misteri del mondo sia coltivare il proprio orticello, recuperando quell’autonomia ancestrale che appartiene solo ai bambini. 

Proprio da questa ritrovata libertà nasce la parte più luminosa del racconto: la storia d’amore tra Adrienne e l’uomo che diventerà suo marito. Il loro legame si sviluppa come una sorta di Cyrano de Bergerac moderno, nutrito di immaginazione e di un amore celato che sboccia con la delicatezza di due ragazzi. È una passione che si scopre inaspettatamente attraverso l’uso del “lei”, una formalità che invece di allontanare avvicina, rivelando un sentimento profondo e improvviso.

​L’opera porta con sé tutte le particolarità che hanno reso Amélie Nothomb un culto, a partire dall’urgenza della scrittura a mano su quaderni scolastici alle quattro del mattino. Il tema dell’alterità emerge nel successo della sorella Jacqueline, osteggiato dall’invidia materna, riflettendo la capacità di fiorire nonostante tutto. 

La parte finale del romanzo abbandona il tono della narrazione e spazia fra le confessioni dell’autrice: dai nomi utilizzati, alle pennellate di ricordi, al dolore dei rimpianti, fino al racconto della perdita dei genitori, tutto è racchiuso nella scelta di dedicare questo racconto alla storia di sua madre. 

Un contenuto che libera chi scrive e chi legge del dubbio sull’amore provato, su quello ricevuto e su quanto si abbia bisogno sempre di uno scudo infantile per sopravvivere nel mondo degli adulti.

Approfittando delle tappe italiane del booktour dell’autrice, le abbiamo rivolto alcune domande, scoprendo una persona ironica e disponibile.

Il tuo ultimo libro ha il tono di una fiaba, ma con sfumature molto noir. Perché hai scelto questa narrazione magica e oscura per raccontare la crudeltà del mondo moderno?

È vero che questo mio ultimo libro può sembrare una fiaba, ma non ho dovuto attingere a chissà quale fantasia per scriverlo: mia madre, da piccola, ha veramente vissuto l’infanzia che ho descritto, me l’ha raccontata lei stessa.

L’infanzia nei tuoi libri è descritta come un’età divina, l’adolescenza come un conflitto. Come definiresti invece l’età adulta?  

L’età adulta è il risultato di ciò che si è vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza, quindi luci e ombre.

I tuoi lettori sanno che per ogni lettera c’è una risposta curata, scritta di pugno, quasi a descrivere la nascita dell’amore dei tuoi genitori. C’è una ricerca emotiva in questa pratica antica?

È vero può sembrare una pratica antica, in un mondo ormai estremamente tecnologico, ma per me è semplicemente l’unico modo che ho per scrivere. La parola scritta ha sicuramente avuto un ruolo importante nella nascita dell’amore tra mio padre e mia madre, come la parola ha avuto un ruolo fondamentale nella vita da diplomatico di mio padre, come emerge dal mio romanzo Primo sangue, quindi più che una ricerca vera e propria, probabilmente io sono il frutto di questi elementi combinati tra loro.

Sono famosi i tuoi riti di scrittura: la sveglia alle quattro del mattino e litri di tè nero. La disciplina è una scelta di benessere o a volte ti pesa?

Svegliarsi tutte le mattine alle 4, e sono veramente tutte le mattine, che io sia a Parigi o che io sia in viaggio come in questi giorni in Italia, può sembrare faticoso ma per me è il giusto momento della giornata per iniziare a scrivere. La disciplina sicuramente mi appartiene ma la scrittura per me è soprattutto il mio modo di vivere, non potrei non scrivere.

Figlia di un diplomatico, sei cresciuta in giro per il mondo. Qual è il posto che consideri casa e perché? 

Per molto tempo ho pensato che il Giappone potesse essere la mia casa, perchè è il mio luogo di nascita. Con questa convinzione sono tornata in Giappone poco più che ventenne e quel periodo è descritto sia nel romanzo Stupore e tremori sia in Né di Eva né di Adamo e diciamo che non è andata bene. Allora sono tornata in Europa, poi sono tornata in viaggio in Giappone a 45 anni e poi pochi anni fa, perché quel luogo per me è un richiamo, ma ho compreso che il Giappone per me rappresenta un impossibile ritorno…vivo a Parigi da più di 30 anni e mi piace ma comunque non è casa nel senso tradizionale del termine.

Il tuo stile — il rossetto, il nero, i cappelli — è una firma inconfondibile. La cura dell’estetica per te è più una maschera per nascondersi o per liberarsi?

Non è una vera e propria cura ho scoperto che i cappelli e il rossetto fanno parte di me…molto semplicemente.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Gianni Denaro: “Armadio di famiglia” (Minimum Fax, 2026), di Loredana Cefalo

La sua raccomandazione non mi è affatto chiara, ma nell’immaginarmi sbraitante e instabile come mamma, un moto di terrore mi spinge a chiederle: – E quindi che devo fare? Vedo i suoi occhi dirigersi verso la copia de «Il mestiere di scrivere» che avevo, in precedenza, appoggiato per terra. Lo fa vistosamente, come se volesse accompagnare il mio sguardo – suggerirmi dove guardare. Quando anche io poso gli occhi sul libro, lei conclude: – Ne scriva.” 

Nella sua opera d’esordio, Armadio di famiglia (Minimum Fax), Gianni Denaro – designer di moda siciliano – compie un’operazione di delicata archeologia domestica. Non è solo un memoir, ma un ricalcato disegno stilistico che descrive gli interni di una famiglia cristallizzata, dove il destino dei personaggi non si legge nelle azioni, ma nelle pieghe dei vestiti, nella trama delle stoffe e nelle fotografie che fissano un’appartenenza a una vera e propria tribù.

Per Denaro, l’abbigliamento è l’unità di misura di tutte le cose. Significativo è l’episodio delle scarpe infantili, “copia sputata” di quelle del padre: un marchio di fabbrica, un’estensione del concetto meridionale di famiglia come possesso e identificazione.

Il romanzo adotta il tono di una cronaca storica che resta sugli oggetti, scoprendo che proprio lì, sulla superficie delle cose, si è depositata la verità. Denaro scrive come se scattasse una polaroid, sollevando quel sottile “velo di polvere” che protegge e nasconde il non detto. 

​Il linguaggio gioca un ruolo fondamentale. Il siciliano stretto, da cui il protagonista tenta di affrancarsi durante gli anni universitari a Roma, emerge nelle battute fulminanti della nonna o della madre. Termini come “reclamata”, per descrivere una donna troppo appariscente, diventano neologismi di un’educazione discriminante, capace di definire l’altro in una sola parola.

Il protagonista si muove in un perenne stato di inadeguatezza, una voce narrante che osserva ma non aggredisce, che soffre senza mai urlare. 

Il legame con la madre è un filo di seta, sottile e malinconico, che unisce due solitudini inscindibili. Proprio questo filo sottile è il cuore del racconto, un rapporto che descrive la depressione, non per diagnosi, ma per immagini: i pomeriggi passati a dormire su una poltrona davanti alla porta del negozio, esposta allo sguardo imbarazzato dei passanti, o il peso soffocante di una cascata di abiti che scivolano dall’armadio. La riflessione su come questa “inabilità alla vita” sia diventata un’eredità genetica è molto chiara, portando il protagonista a rintanarsi nello stesso perimetro domestico, tra il desiderio di proteggere la madre e la vergogna per la sua fragilità.

​Anche quando riesce fisicamente a staccarsi per andare a Roma, studiare e cambiare vita non serve a sciogliere questi nodi. Denaro ci ricorda che la distanza è un’illusione se non si risolvono le dipendenze affettive. 

La sua scrittura, riflessiva e discorsiva, agisce come una seduta psicologica o una didascalia a margine di un album di famiglia: cerca di capire se sia possibile, attraverso la parola, ricostruire un ricordo o, finalmente, se stessi.

Armadio di famiglia è  un libro che parla a chiunque si sia sentito un “figghij compl’cat”, a chi ha cercato nella cultura una via di fuga. Con uno stile che mostra le immagini, ma sempre molto misurato, Denaro trasforma l’armadio di casa in un confessionale, dimostrando che la letteratura può forse “costruire una madre dal niente”, ma soprattutto può insegnare a riconoscerci nelle ombre di chi ci ha preceduto e ad affrancarci da esse.

Sabato 7 marzo alle 18.30 Gianni Denaro è a Roma alla libreria Spazio Sette. Intervengono Ilaria Camilletti, Barbara Ruiz e Giulia Angeli. Di seguito il link della presentazione:

https://www.minimumfax.com/event/gianni-denaro-a-roma-2026-03-07-2013/register

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Intervista a Teresa Ciabatti per “Donnaregina” (Mondadori, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 9 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.9 Teresa Ciabatti, “Donnaregina” (Mondadori)

Che quei soldi avrebbero preso un’altra strada non ci voleva un professore a capirlo: depositi della camorra per stipare pacchi alimentari… cibo che dai politici viene assegnato ai boss in cambio di voti. Un giro d’affari enorme. Un periodo felice per la criminalità, dalla quale lui prende le distanze. Nei bunker si brinda al terremoto dell’Irpinia. L’unico tra i superboss a non aver mai lucrato sulla tragedia è lui.” 

​Da irpina, il mio ricordo del terremoto del 1980 è feroce. La me bambina di cinque anni che dormiva in auto, il terrore di vedere la casa annientata e l’ansia di tornare nel proprio letto sono immagini indelebili. Solo da adulta, attraverso saggi e romanzi, ho scoperto cosa si celasse dietro quella tragedia, consumata in barba a un popolo in ginocchio. In quel mondo, i fatti di cronaca si sono sempre mescolati ai racconti sussurrati per strada, esattamente come accade in “Donnaregina” (Mondadori) di Teresa Ciabatti. 

​In quest’opera stratificata, la camorra e il boss Giuseppe Misso fanno da cornice a una trama di autofiction ben più disturbante. Al centro troviamo una giornalista ambiziosa che, per l’esigenza di brillare ancora una volta, si immerge nel sottomondo criminale napoletano. Ne emerge una Napoli legata a doppio filo ai suoi “rappresentanti” oscuri, una città che solo i suoi figli possono permettersi di denigrare. La protagonista si rifugia in un racconto che tenta di far emergere il “lato umano” del boss, ignorando deliberatamente la verità dei documenti processuali pur di assecondare l’immagine magnanima che Misso vuole imporre. 

​Tra i due si instaura un legame narcisistico e parassitario: un gioco di specchi dove ciò che resta nell’ombra è, per entrambi, la parte più ingombrante della vita. 

​Mentre la donna rincorre la gloria letteraria attraverso le confessioni di un criminale, tra le mura domestiche si consuma il dramma silenzioso di una figlia tredicenne, sprofondata nella depressione e autolesionismo. Qui il romanzo cambia pelle: non è più solo la cronaca di un clan, ma un’indagine spietata sull’indulgenza che gli adulti si cuciono addosso per sopravvivere alla genitorialità. 

​Il confronto tra i due genitori è impietoso: da un lato
Giuseppe Misso, il boss efferato che rompe i codici della camorra riconoscendo l’omosessualità del figlio, ma solo per dipingere se stesso come un padre compassionevole; dall’altro la giornalista che cerca una diagnosi medica per la figlia non per curarla, ma per catalogare il dolore e schermarsi dal senso di colpa. 

​La domanda che percorre la narrazione è brutale: è possibile nascondere la sofferenza dei figli in un angolo remoto solo per sentirsi al sicuro? Possiamo usare il loro dolore come sollievo per le nostre mancanze? 

​Lo stile della Ciabatti è ermetico e ossessivo. La sintassi procede per frasi brevi che ignorano l’ordine cronologico per seguire quello del trauma. I salti temporali riflettono lo stato d’animo di una voce narrante inaffidabile, sospesa tra complessi di inferiorità e deliri di onnipotenza. Napoli, infine, appare avviluppata nelle sue trame, una metropoli che la protagonista osserva con cinico distacco mentre cammina verso Chiaia, consapevole di un tempo che fugge mentre, sul fondo, “scintilla il mare”. 

​”Donnaregina” non cerca la simpatia del lettore. È un libro che mette a nudo l’egoismo degli adulti e la fragilità dei figli, usando la cronaca nera come pretesto per svelare l’ambiguità della memoria.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.