Klaus Mann: “Fuga al Nord” (Castelvecchi, curatore Massimo Ferraris), di Lavinia Capogna

Klaus Mann e Johanna, tra amore e lotta politica

“Si era avventurata con Ragnar in una regione dove non c’era nulla, solo lei e lui; ora dipendeva completamente da lui. Ma poteva contare su di lui, su di lui e sul suo incomprensibile cuore?”

Klaus Mann (1906 – 1949) è stato uno dei più bravi scrittori tedeschi della prima metà del Novecento. Non gli fu di aiuto il fatto di essere figlio di Thomas Mann, celebre scrittore e Premio Nobel. Per quanto insensato sembrava inevitabile per i critici un ricorrente confronto con il padre a cui egli non aveva mai chiesto aiuto. In realtà erano/sono due scrittori molto diversi nei temi e nello stile: il tema principale che attraversa l’opera di Thomas Mann è il dissidio tra vita d’artista e vita borghese e quello di Klaus Mann è il tentativo di vivere, riuscito o meno, in una società alienata. 

Anche lui tentò di resistere e assai coraggiosamente per poi smarrirsi nell’oppio e nel suicidio, a soli 42 anni nel 1949 (*). 

Gay dichiarato quando non lo era nessuno, protagonista della vita culturale e mondana nella Repubblica di Weimar (1919 – 1932), Klaus Mann fu uno dei più impegnati antinazisti tedeschi. Nel marzo del 1933 scelse l’esilio a Parigi, poi ad Amsterdam ed infine negli Stati Uniti dove divenne cittadino americano e partecipò, non combattendo, alla Seconda guerra mondiale arrivando anche a Roma dove scrisse parte della sceneggiatura del film “Paisà” di Roberto Rossellini. 

Fondò anche due prestigiose riviste letterarie antifasciste a cui collaborarono parecchi scrittori e filosofi, tra i quali il nostro Benedetto Croce. 

A lungo rimosso anche in Germania, perché troppo scomodo (ancora non mancano articoli di reazionari contro di lui) è stato riscoperto negli anni ’70-’80, gli sono state dedicate alcune biografie e una piazza a Francoforte sul Meno, Klaus Mann Platz. 

Riguardo alla sua ampia opera letteraria c’è stato un grande ritardo da parte delle case editrici italiane. La sua bellissima autobiografia, “La Svolta”, venne pubblicata nel 1962 ma poi si dovette aspettare fino agli anni ’80 per poter leggere qualche altro suo libro tradotto sull’onda del successo del film “Mephisto”, tratto dal suo romanzo omonimo e Premio Oscar. 

“Fuga al nord” (Flucht in den Norden) pubblicato nel 1934 dall’editore Querido di Amsterdam (una stimata casa editrice che fu l’unica ad accettare i testi degli esuli tedeschi) è stato finalmento edito per la prima volta in Italia nel 2024 dall’editore Castelvecchi che sta portando avanti l’encomiabile iniziativa di pubblicare l’opera omnia dello scrittore (io lo avevo letto, tempo fa, in originale e l’ho riletto in questi giorni in questa edizione assai curata). 

Fu il primo libro di quella che viene denominata Exilliteratur (letteratura dell’esilio, 1933/1945). 

La maggioranza degli scrittori aveva infatti lasciato la Germania quando Hitler era andato al potere: Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Erich Maria Remarque, Anna Seghers, Ernst Toller, Ludwig Renn, Oskar Maria Graf, Jacob Wassermann, i filosofi Theodor Adorno, Hannah Arendt, Walter Benjamin, il bulgaro Elias Canetti, gli austriaci Stefan Zweig, Joseph Roth e altri. 

Erich Mühsam venne invece ucciso in un campo di concentramento nel 1934.

La protagonista del romanzo è Johanna una ragazza tedesca ventenne, comunista, intelligente e vulnerabile, che ha appena lasciato la Germania grazie ad un passaporto falso. 

Ella raggiunge nella bianca e quieta Helsinki in Finlandia una sua amica e compagna di studi, Karen. 

Karen è una ragazza molto graziosa, dolce e ragionevole. 

Johanna pensa di fermarsi solo qualche giorno e poi di raggiungere i compagni a Parigi. 

La stessa sera del suo arrivo conosce Jens, uno dei fratelli di Karen, uno snervante, spudorato fascista che l’importuna mentre ballano insieme. 

Finalmente tornate a casa, Johanna racconta a Karen qualcosa della devastante realtà tedesca. Poi, inaspettatamente, le due ragazze fanno l’amore – che qui assume valore di un atto di conforto e di empatia piuttosto che sentimentale. Sarà l’unica volta – Karen, che è innamorata di Johanna e che già nella sua famiglia è sacrificata, le celerà abilmente la sua delusione. 

Ma c’è anche un segreto nella vita di Karen, qualcosa che lei non ha raccontato neppure a Johanna. 

Nella vasta tenuta di campagna della famiglia, Johanna incontrerà gli altri familiari e Ragnar, l’altro fratello di Karen, indolente, mutevole, affascinante, antifascista, che le presterà un libro di Rimbaud. Sarà l’inizio di un percorso emotivo, di un amore senza domani, di un oscillare tra il dovere etico dell’impegno e un desiderio di fuga e di oblio in sintonia con il viaggio, quasi iniziatico, che i due amanti faranno agli estremi confini del paese, tra splendidi boschi e laghi ma anche desolati villaggi lapponi.

Il Leitmotiv del libro è lo straniamento di Johanna di fronte al mondo che è andato in frantumi (le persone di una certa età che non riescono più a ritrovarsi, i suoi confusi e dignitosi genitori, la madre di Karen che vive del lontano passato quando la Finlandia faceva parte dell’Impero russo e si andava in vacanza sulla Costa Azzurra francese), la brutalità inaudita del nazismo, un mondo in cui tutti i valori si stanno disintegrando, in cui il suo amico Bruno è a rischio della vita, in cui si perde la patria (bellissimo il dettaglio dell’emozione che lei prova nel vedere casualmente dei libri tedeschi nella locanda). In cui, infine, l’amore stesso può essere conforto, come con Karen, ma anche annullamento, come con Ragnar. 

Ciò che ha attratto di più del libro nel tempo è stata la storia d’amore, piuttosto osé, tra Johanna e Ragnar ma in realtà esso descrive perfettamente la situazione politica senza essere mai didascalico. 

Lo stile è scorrevole, assai coinvolgente, intenso come un crescendo musicale, a tratti struggente, in qualcosa chiaroveggente (la lucidissima previsione della guerra che scoppierà cinque anni dopo). 

La trama si ispira ad una storia vera: Ragnar è un ritratto dell’avvenente Hans Aminoff con cui Klaus Mann aveva avuto una breve ma importante relazione sentimentale. Poco dopo Aminoff si era sposato. Egli era rimasto in contatto con Klaus Mann che aveva provato sentimenti di rimpianto, come si legge nei suoi “Diari”. 

Aminoff aveva anche acquistato tutte le copie di “Fuga al nord” nelle librerie di Helsinki temendo di essere riconosciuto (apparteneva ad una famiglia nobile assai nota nel paese). 

A Johanna invece aveva dato i tratti della sua amica Annemarie Schwarzenbach, bionda e delicata scrittrice svizzera.

(*) Per chi volesse approfondire le opere e la vita di Klaus Mann suggerirei il mio articolo “Klaus Mann e l’integrità intellettuale”, che si trova nel mio libro “Pagine Sparse – Studi letterari”. 

Nota: da “Fuga al nord” è stato tratto nel 1986 un film discontinuo diretto dalla regista finlandese Ingemo Engström.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Katherine Mansfield, una neozelandese a Londra, di Lavinia Capogna

Intelligente, con grandi occhi scuri intensi, una personalità sfaccettata, Katherine Mansfield fu una scrittrice che nei suoi circa cento racconti riuscì a descrivere le donne in un modo nuovo (e per questo si potrebbe definire una scrittrice femminista), a raccontare lucidamente delusioni, stati d’animo, sensazioni in pochi tratti. 

C’era in lei una capacità di descrivere l’animo umano con una sottile perspicacia e anche la natura (i fiori, i frutti, la pioggia e il vento) con grande intensità. 

Secondo me, il tema che attraversa la sua opera è l’incomprensione tra le donne e gli uomini.

Emerge anche, tra le righe, una compassione che non viene mai sbandierata, il suo stile è diretto, essenziale – e forse questa pudica compassione è il trait d’union tra lei e Anton Čechov, il suo scrittore prediletto, deceduto anch’egli di tubercolosi. 

Quando Katherine Mansfield morì aveva appena 34 anni, aveva pubblicato tre libri di racconti che avevano avuto buoni riscontri, molte recensioni per una rivista ed era sul punto di spiccare il volo nel variegato e stravagante ambiente letterario britannico. Non a caso era l’unica scrittrice della quale Virginia Woolf, sua amica, aveva scritto di essere gelosa (nota 1).

Kathleen Mansfield Beauchamp, che usò vari nomi d’arte sia femminili sia maschili per diventare infine celebre con quello di Katherine Mansfield, nacque nel 1888 a Thorndon, vicinissimo a Wellington, in una strada piena di vento dalla quale si vedeva il mare (oggi è un Museo), in Nuova Zelanda. 

Il paese faceva allora parte dell’Impero più grande del mondo, quello britannico. 

L’isola si divideva tra il modo di vivere inglese e quello della popolazione locale, i Maori. 

La famiglia Beauchamp, di origine australiana con un cognome indiscutibilmente francese, era benestante e in seguito lo sarebbe diventata molto di più. I neozelandesi anglofoni vivevano in una natura lussureggiante con vulcani millenari e antichi riti magici animisti esattamente come se fossero stati in Inghilterra. 

La vita a Wellington era scandita da varie attività mondane come i ricevimenti, le partite di cricket, la lettura e la musica. 

Ben presto Katherine, anticonformista, vivace, con senso di humour, si sentì la pecora nera di questa famiglia tradizionalista di fine secolo: l’obiettivo delle ragazze (e quello imposto loro) era di fare un buon matrimonio, avere figli e una vita socialmente rispettabile. Tutte cose che lei evitò accuratamente. Si sposò due volte ma furono due matrimoni alquanto singolari e rimase incinta, ventenne, di un coetaneo musicista, Garnet Trowell, ma perdette il bambino a causa di un aborto spontaneo (il fatto di non avere avuto figli fu un rimpianto per lei e spesso nei suoi racconti appaiono bambini). 

La sua passione per la letteratura iniziò molto presto, compose piccoli racconti e belle poesie e decise che sarebbe diventata una scrittrice anche se ebbe qualche dubbio verso la musica. Adolescente prese molto seriamente lezioni di violoncello e si innamorò platonicamente del suo insegnante. Contemporaneamente o quasi ebbe in collegio due relazioni sentimentali: la prima con Martha Grace, il cui nome Maori era Maata Mahupuku, figlia di un capo indigeno e parente di un ministro, e poi con Edith Kathleen Bendall, che aveva 26 anni (Katherine ne aveva 17), una ragazza assai vivace intellettualmente. 

Questi sentimenti la portarono ad essere presto consapevole del suo orientamento bisessuale ma fu Ida Baker, studentessa di un innovativo collegio di Londra in cui Katherine venne mandata dal padre industriale, che rimase con lei per sempre – Ida, una ragazza buona e premurosa, precocemente orfana di madre che viveva con suo padre, un prepotente colonnello, fu un’amica, una compagna, una factotum per Katherine. 

Era lei che risolveva tutti i problemi e che si sobbarcava di tutte le incombenze, che le fu vicina nella malattia a rischio di ammalarsi. 

Ida Baker ha lasciato un notevole libro di memorie su Katherine edito nel 1971 (nota 2). Katherine ebbe, nel tempo, sentimenti contrastanti verso di lei. A volte di tenerezza, a volte di insofferenza. 

Sembra che la madre di Katherine escluse la figlia dal testamento proprio per la sua relazione con Ida Baker. 

Tantissime lettere della scrittrice a Ida sono state distrutte. 

Invece i partner maschili di Katherine prima di sposare nel 1918 John Middleton Murray, il musicista Garnet Trowell dal quale era rimasta incinta, il polacco Sobieniowski che aveva incontrato in Germania a 21 anni, che le scriveva lettere assai romantiche ma che, purtroppo, l’aveva anche contagiata con una malattia sessualmente trasmissibile (che le provocò una forte artrite e facilitò poi la tubercolosi) o il francese per il quale aveva attraversato il fronte durante la prima guerra mondiale solo per vederlo pochi giorni, svanirono nel nulla. 

Nel 1908 Katherine aveva fatto un curioso matrimonio con un certo George Bowden, maestro di canto, probabilmente gay, più grande di lei di undici anni. Il giorno stesso del matrimonio lo aveva abbandonato. In realtà lo aveva fatto perché era incinta e presumibilmente per risultare coniugata. La cosa più disdicevole per una ragazza nubile allora era rimanere in stato interessante (e così sarebbe stato a lungo). Solo nel 1917 Bowden le concesse il divorzio (in Inghilterra era legale dal 1858) e l’anno seguente lei sposò John Middleton Murray, un intellettuale marxista e pacifista, con cui conviveva già da qualche anno. 

Anche il rapporto con Middleton Murray fu controverso. Alcuni ebbero l’idea che egli “distrusse” Katherine (nota 3) influenzandola letterariamente e non fu generalmente visto con grande stima. 

Virginia Woolf in una lettera lo aveva addirittura definito ‘un giovanotto con un’aria idiota’ (nota 4).

Era un saggista e un giornalista prolifico ma non aveva la creatività della moglie. Era un ragazzo abbastanza interessante con uno strano sguardo. Fu lei che lo sostenne emotivamente, lo incoraggiò, lo mantenne economicamente. 

Il loro rapporto fu un alternarsi di amore e disamore, momenti sereni e forti contrasti, unioni e separazioni. Infine Katherine lo lasciò ma rimasero amici. 

Probabilmente anche la assai precaria situazione economica ebbe un peso in questa esasperazione. 

Invece l’amicizia (e non amore) tra Virginia Woolf e Katherine non sembrava inizialmente così scontata. Loro provenivano da due ambienti sociali molto diversi: Katherine dalla alta borghesia industriale colonialista ma viveva poveramente a Londra, Virginia da una famiglia con una grande tradizione culturale. Virginia era una persona fragile e tenace, evanescente e casta, Katherine una donna indipendente e per certi versi spregiudicata. 

Ma probabilmente ciò che le fece entrare in sintonia fu il fatto che Virginia comprese che Katherine era una vera, sincera scrittrice. 

La Hogart Press, la casa editrice dei Woolf, pubblicò un suo racconto, “Preludio”. 

Un altro suo grande amico fu il talentuoso e trasgressivo David Herbert Lawrence, autore di “L’ amante di Lady Chatterley” (1928) e di “Donne innamorate” (1920) nel quale si ispirò a lei per il personaggio della volitiva Gudron anche se Middleton Murray scrisse che Lawrence aveva compreso ben poco di Katherine.

Di solito vengono comprese sotto il nome di Modernismo alcune correnti artistiche che si contrapponevano nella prima metà del Novecento a quelle del passato: Virginia Woolf giunse a scrivere solo pensieri in alcuni libri (“La camera di Jacob”, “Le onde”), James Joyce frasi senza connessione logica fra di loro in “Ulisse”, Proust si focalizzò prevalentemente sulle emozioni e sensazioni nella Recherche, il poeta Thomas S. Eliot scrisse “Terra desolata”, Kandiski inventò l’astrattismo, Picasso il cubismo, Schönberg la musica Zwölftontechnik (dodecafonica), Franz Kafka descrisse l’assurdità del mondo, Freud scoprì l’inconscio e Jung la parte luce e quella ombra di ognuno di noi. Era un mondo in fermento, in rapido cambiamento, un mondo che conosceva nuove ansie e aveva bisogno di modi nuovi per esprimerle. 

Già nella sua prima raccolta di short stories, “In una pensione tedesca” pubblicata quando aveva solo 23 anni (1911) Katherine mostrò una precoce intensità letteraria: accanto a una sottile presa in giro di certe debolezze tedesche e di idee alla moda (la “signora evoluta” o il giovane, pallido filosofo nichilista) l’innocenza di Sabine e la confusione di Viola sono assai incisive. Gli uomini sono brutali o manierati, le donne sono da loro considerate graziosi oggetti da esaltare o da distruggere (naturalmente non tutti gli uomini erano così, ella raccontava con anticipo quello che la sociologia chiama patriarcato). 

Nella seconda raccolta “Beatitudine e altri racconti” pubblicata nel 1920 quando aveva 32 anni e dedicata al marito, aveva raggiunto una piena maturità artistica. Qui gli uomini sono inconsistenti e fuggevoli come il vanesio e compito Paul di “Je ne parle pas français”, l’intellettuale con la sua amica, Reginald o il timidissimo studente. 

Le donne spesso sole, imprevedibili, ferite emotivamente. 

Sarà terribile il disinganno di Bertha nel racconto “Bliss”, la storia di una donna felice che ha un marito competitivo, una deliziosa bambina piccola, una casa confortevole con un bel giardino, dei simpatici amici artisti e che crede di essere in sintonia con una donna bionda, affascinante e ‘linfatica’ miss Fulton. Il sentimento di Bertha verso miss Fulton ha una sfumatura omosessuale. 

Nello splendido “Immagini” invece la grassa e non più tanto giovane Ada Moss, contralto d’Opera che ha fatto il Conservatorio, cerca disperatamente lavoro facendo anticamera dagli impresari teatrali in una Londra dura e impietosa: “Sapete pilotare un aereo… tuffarvi dall’alto… guidare l’automobile… fare il salto mortale… sparare?”, lesse Miss Moss. Camminava per la strada facendosi queste domande. Soffiava un vento forte e freddo; la spingeva a strattoni, la schiaffeggiava, la scherniva; sapeva che lei non era in grado di dare quelle risposte. Negli Square Gardens trovò un cestino di fil di ferro dove lasciò cadere il modulo”. 

Altrettanto bello è “The Garden Party”, che dà il titolo alla terza raccolta del 1922, basato su alcuni stridenti contrasti: una splendida festa in giardino di un’agiata famiglia e la morte improvvisa di un carrettiere, sensibilità e insensibilità, le differenze di classe, l’energia della gioventù e la quiete della morte, qui vista con uno sguardo inusuale. 

La tubercolosi di Katherine divenne sempre più grave. Tra il 1800 e la prima parte del Novecento era chiamata ‘il male del secolo’ e non esisteva una cura (gli antibiotici non erano stati ancora scoperti). Generalmente, il trattamento consigliato era di andare in un paese con un clima mite: il poeta Guido Gozzano era stato a Ceylon (Sri Lanka), lei soggiornò in Svizzera e nella Riviera Ligure in Italia (a Sanremo e Ospedaletti). Tentò anche varie terapie mediche e affrontò la malattia con coraggio. I suoi amici si spaventarono vedendola sempre più sciupata e deperita. 

Poi qualcuno le parlò di Gurdjieff. 

Gurdjieff era una sorta di maestro spirituale di origine greca armena che aveva aperto una comunità a Fontainebleau, in Francia, chiamato “Istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo”. 

Le sue teorie avevano parecchio successo e Katherine, anche se sembra che non si fosse mai interessata a questioni spirituali, decise di tentare. 

Nell’ottobre del 1922 si ritirò nella comunità spirituale. Ida Baker affittò una casa vicina. Qui Katherine fece una vita spartana in una piccola dependance che Gurdjieff le aveva messo a disposizione ad Avon, a 60 chilometri da Parigi. 

Era una vita molto dura e l’inverno era molto rigido. In seguito alcuni videro in lui qualcuno che aveva affrettato la morte della scrittrice con uno stile di vita completamente inadatto ad un tubercolotico grave, altri invece come colui che era riuscito a farle trascorrere l’ultimo periodo serenamente (il suo umore migliorò). 

Il 9 gennaio 1923 Middleton Murray andò a trovarla, trascorsero la giornata con altri seguaci di Gurdjieff prevalentemente russi, ma la sera lei ebbe un violento fiotto di sangue forse perché aveva salito rapidamente le scale. 

Lui, terrorizzato, corse a chiedere aiuto. 

Due medici e due infermieri accorsero ma lei morì subito. 

Il marito curò la pubblicazione delle sue due opere inedite, poesie, abbozzi e più tardi delle Lettere e dei Diari ma distrusse anche alcuni testi di lei. 

Nel 1924 si risposò con una scrittrice, Violet Le Maistre. 

………….. 

Note:

1) Katherine Mansfield scrisse con grande perspicacia di Virginia Woolf “per la prima volta ho avuto l’impressione di incontrare una di quelle donne di Dostoevskij, la cui innocenza è stata ferita”. 

2) Oggi il libro si trova in questa edizione tedesca: “Ein Leben für Katherine Mansfield. Erinnerungen der Ida Baker” (Una vita per Katherine Mansfield. Ricordi di Ida Baker) 

3) Così ritiene , tra gli altri, la nota saggista Claire Tomalin nella biografia: “Katherine Mansfield. A Secret Life” (Viking, 1987)

4) Sara De Simone

“Nessuna come lei. Katherine Mansfield e Virginia Woolf. Storia di un’amicizia” (Ed. Neri Pozza 2024)

Bibliografia:

Katherine Mansfield 

Tutti i racconti (Newton Compton 2015) 

Pietro Citati

Vita breve di Katherine Mansfield (Adelphi 2014) 

Nadia Fusini

La figlia del sole: Vita ardente di Katherine Mansfield (romanzo, Feltrinelli 2023)

Sara De Simone

Opera citata nelle Note

Katherine Mansfield The Complete Works (eBook – edizioni Bauer) 

Claire Tomalin  

Opera citata nelle Note

(oltre che questa biografia, sono state dedicate a K. M. altre sei biografie tra Inghilterra e Francia, romanzi, film per la televisione tra i quali uno del 1973 dove lei era interpretata da Vanessa Redgrave). 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Charles Dickens: “Martin Chuzzlewit” (Adelphi, trad. B. Oddera), di Lavinia Capogna

Charles Dickens e la grande delusione del buon Tom Pinch

Charles Dickens usciva spesso di sera tardi dalla sua bella e piacevole casa nel centro di Londra (che, detto per inciso, ho visitato) e andava a passeggiare nei sobborghi. Erano luoghi di grande povertà e anche di malavita ma nessun malfattore importunava quel distinto signore. Dickens era abbigliato sempre in modo molto accurato e faceva queste passeggiate notturne per osservare e poi denunciare con grande forza nei suoi romanzi e nei suoi interventi pubblici le estreme diseguaglianze della società britannica. 

Egli era nato in una famiglia borghese ma il padre era stato imprigionato per debiti e a 12 anni era dovuto entrare come operaio in una fabbrica di lucido da scarpe. Fu un’esperienza traumatica ed egli si salvò solo per il suo grande amore verso la lettura e il suo talento letterario. 

Nel sesto dei suoi quindici romanzi, “The Life and Adventures of Martin Chuzzlewit” (oggi intitolato sia in italiano sia in inglese solo “Martin Chuzzlewit”), che egli considerava, come attesta una lettera scritta al suo amico e primo biografo, John Forster, il migliore che avesse scritto fino ad allora, attaccava la media piccola borghesia nel proverbiale personaggio di Mr. Pecksniff. 

Il libro si ambienta in una cittadina vicino a Salisbury nel sud ovest dell’Inghilterra, a Londra e negli Stati Uniti (che lo scrittore aveva a lungo visitato). 

Seth Pecksniff è il cugino di Martin Chuzzlewit senior, un testardo milionario, che ha una serie di parenti di vario grado e condizione sociale, che aspettano solo che egli rediga un testamento (allora non esistevano obblighi legali). L’anziano milionario, afflitto da alcune malattie, si tiene alla larga da loro e ha anche frettolosamente ripudiato il suo omonimo nipote, il ventenne Martin Chuzzlewit (dal quale il romanzo prende il nome). Tiene presso di sé solo una delicata ragazza, Mary Graham, un’orfana che ha allevato e che deve sopportare una vita di privazioni (“Quelle prove giovanili l’avevano resa altruista, costante, seria e devota” – scrive Dickens) e alla quale ha deciso di lasciare una cifra infinitesimale del suo patrimonio. 

Pecksniff, che è uno dei personaggi principali di questo romanzo corale, si spaccia per architetto e agrimensore ma in realtà si limita ad affittare stanze in casa sua a prezzi esorbitanti a giovani aspiranti architetti che poi fa esercitare in inutili lavori che spesso rivende di soppiatto. Compunto vedovo, rigorosamente abbigliato di nero, che straparla sempre di virtù, ha due figlie antipatiche che ha chiamato Mercy e Cherry (abbreviazioni di Misericordia e Carità). 

Solo cinque anni dopo l’uscita del libro, come attesta il prestigioso dizionario Merriam Webster, il vocabolo ‘pecksniff’ entrava nel vocabolario inglese come aggettivo per indicare un “ipocrita” o più esattamente “un gesuita”, nel significato che questa parola ha in italiano traslato. 

Il falso virtuoso ha però un instancabile ammiratore ed è il personaggio più bello del romanzo: Tom Pinch. 

Molti ritengono che sia lui il vero protagonista del libro. Il giovane Martin Chuzzlewit è piuttosto egoista, viziato e volubile invece Pinch (che in inglese vuol dire ‘pizzicotto’) è un opposto: ha circa 30 anni, è quasi calvo, timido, intelligente, viene sottovalutato da tutti, gira per la cittadina con qualche libro nelle tasche del suo cappotto striminzito, possiede solo un vecchio violino e ama suonare l’organo nella chiesa anglicana solo per sé stesso quando le funzioni sono già finite. 

Pecksniff tratta Pinch con grande condiscendenza e si spaccia per il suo benefattore quando in realtà ha depredato la povera nonna di Pinch, una ex governante, si è impossessato del denaro di lei e ha preso in casa il nipote. 

Pinch svolge la mansione di segretario di Pecksniff, ottemperando a varie incombenze. Ma al tempo stesso anche Pecksniff ha bisogno di Pinch: tutti ammirano la sua innocenza e ciò gli porta lustro. 

Sia Pinch sia il giovane Martin si innamorano di Mary Graham. 

Non si può raccontare l’avvincente ed imprevedibile trama del romanzo, che, come tutta l’opera dickensiana, ha uno sfondo sociale, in cui egli, muovendo – needless to say – con abilità i suoi personaggi, facendo parlare ognuno secondo la propria classe sociale, alterna il suo usuale senso di humour, un’atmosfera spesso dark e memorabili descrizioni. Tra i personaggi non mancano un criminale e due esilaranti malavitosi, Tigg e Slyme. 

A far loro da contrappunto ci sono il generoso proletario Mark Tapley, in qualcosa affine al Sam Weller de “Il Circolo Pickwick”, il bel John Westlock e la dolce Ruth, sorella di Tom. 

Un altro personaggio esilarante è quello di Sarah Gamp, una specie di infermiera che si occupa sia di nascite sia di funerali sia di ammalati, gira sempre con un ombrello nero (e da allora nello slang britannico il termine gamp significa “ombrello”), beve troppo alcool e ha l’abitudine di conversare amabilmente, prendendo il tè delle cinque, con una gentile signora, Mrs. Harris, che purtroppo ha la particolarità di… non esistere! 

Grandioso è infine il vecchissimo Mr. Chuffey, che tutti ritengono quasi incapace di intendere e di volere e che invece avrà un ruolo determinante nel romanzo.

Splendida la descrizione di Londra nella nebbia del primo mattino e dei quartieri poveri, la poco raccomandabile Pensione Togders, la rabbia malinconica del giovane Martin senza uno scellino nonché il viaggio degli immigrati negli Stati Uniti che Dickens descrive come una terra di predatori rapaci ed infingardi (eccetto il cordiale Mr. Bevar) – il che gli valse lettere di protesta ed insulti da parte della stampa e di lettori d’oltreoceano. 

Il capitolo XXXI di “Martin Chuzzlewit” è, secondo me, una delle cose più belle mai scritte da Charles Dickens perché racconta la grande delusione a cui va incontro il buon Tom Pinch dopo aver saputo cose inaspettate e negative su Pecksniff…

Egli descrive magistralmente la costernazione e l’estremo smarrimento che si prova quando qualcuno che ci è caro si rivela differente da come lo avevamo creduto.  

Il capitolo è talmente intenso che si potrebbe quasi pensare che lo scrittore abbia attinto emotivamente da una sua vicenda privata. 

Bibliografia:

Charles Dickens Martin Chuzzlewit (Adelphi) 2007 – nell’edizione ci sono le riproduzioni di alcune stampe originali del 1800 che rappresentano varie scene del romanzo. 

Charles Dickens Martin Chuzzlewit (versione originale – Penguin Books) 2012

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Grazia Procino, di Lavinia Capogna

Grazia Procino, poetessa, la limpida voce della Magna Grecia

Grazia Procino è una delle più brave poetesse del nostro tempo. La sua limpida voce ci giunge da quelle terre dove il mare è intensamente blu, il sole accecante, le vallate hanno ulivi centenari e le notti sono dolci: il nostro sud che tanto ha affascinato nel tempo Goethe, il poeta Von Platen e altri viaggiatori, antropologi alla ricerca di antiche e misteriose magie, come Ernesto De Martino, e dove anche Ulisse si era smarrito essendogli ostile il dio Poseidone. I Greci la chiamarono “Magna Grecia” (Grande Grecia) e il legame con quel mondo arcaico, la Grecia, non si è mai spezzato nei cuori più sensibili. Grazia Procino, pugliese, di Gioia del Colle, docente di Lettere al Liceo Classico, autrice di ben sei raccolte poetiche, di cui l’ultima “Esercizi quotidiani di compassione” è stata pubblicata a fine giugno di quest’anno da Puntoacapo Editrice, pluripremiata, a cui hanno dedicato articoli anche quotidiani nazionali (che generalmente parlano assai poco di poesia), è una voce prestigiosa della poesia contemporanea che riprende sovente nella sua poetica quell’eco millenario ma non solo. 

I suoi componimenti poetici hanno uno squisito equilibrio tra forma e significato, non sono mai artefatti o banali, ma sono di una raffinata schiettezza, segno di una ricerca costante.

Grazia, puoi raccontarci come e quando è nata in te l’ispirazione alla poesia?

Non c’è stato un momento preciso e definito; ho sempre amato leggere anche la poesia, avevo scritto qualche poesiola alle scuole medie ma non avevo più proseguito. Dopo anni di letture appassionate e continue ho avvertito il bisogno di esprimermi attraverso la scrittura, componendo haiku, racconti e poesie. Questa esigenza è coincisa con una particolare fase della mia vita professionale: ero molto delusa e ho trovato nello scrivere un’energia che non avrei mai immaginato. Da allora, da circa dieci anni, non ho più smesso di scrivere poesia, senza un’imposizione precisa ma quando l’estro me lo detta. Non ho regole, non m’impongo orari; ci sono mesi in cui non scrivo neppure un verso, altri in cui sgorga un mare un parole.

Quali temi del mondo classico ti affascinano e quali dei suoi valori resistono in una società dominata dalle tecnologie e con guerre feroci in corso? La poesia può essere un conforto nel terzo millennio? 

La mia devozione per l’umanità ha trovato nel mondo classico le sue radici, il senso profondo del mio stare al mondo. La persistenza dell’antico nell’attualità si concretizza in ciò che avviene, la guerra e l’impegno per la pace, la ricerca del bello in ogni sua forma e manifestazione, la tensione al bene comune; in tutte queste dimensioni vi è l’antico, ma anche nella pretesa superiorità della civiltà greca rispetto ai popoli non parlanti il greco, i barbari. È bene ravvisare nell’antica Grecia anche dei disvalori, per individuare anche gli aspetti negativi di una civiltà che ha fondato la visione occidentale. La società contemporanea, così permeata dal narcisismo e dalla disumanizzazione, manca del caposaldo della cultura greca: la misura, il mètron. Gli antichi Greci erano convinti che l’armonia derivi dalla moderazione, né troppo, né troppo poco; la potenza smisurata è nociva, come evidenziano i miti in cui il superamento dei confini della natura umana si converte nella tracotanza, la yubris, e la conseguente punizione divina. La loro saggezza ci insegna ancora che porsi e vivere entro certi limiti consente all’uomo di godere con intelligenza dei beni offerti dalla natura. Il valore della misura è da porsi come criterio per tutte le cose, anche nel rapporto con la tecnologia e l’intelligenza artificiale, da cui, per esempio, è possibile farsi aiutare per rendere meno pesante e fastidiosa la vita quotidiana.

La poesia oggi più che mai è preziosa perché ci offre prospettive inusuali e particolari che ci consentono visioni plurime, in grado di approfondire problematiche della realtà anche interiore. La poesia non consola o salva tutti, non è il rimedio dei malesseri ineriori, ma cambia coloro che si predispongono alla metabolè, al mutamento. Come sostiene il poeta Giancarlo Pontiggia, la poesia salva chi vuole essere salvato, chi avverte dentro sé la volontà del cambiamento. E questo è già tanto, in un mondo inaridito e incattivito.

Tu hai composto anche numerosi Haiku, cosa ti conquista di questa forma poetica di origine giapponese ? 

Scoprii gli haiku e i tanka grazie al mio professore di greco al liceo. Devo a lui alcune illuminazioni che sono rimaste nel tempo: l’amore per la letteratura greca, in special modo per la lirica e il teatro. Sono stata conquistata dagli haiku tanto da voler approfondire questa espressione così tipica del mondo giapponese, in cui l’amore per la natura, la ciclicità delle stagioni aprono mondi straordinari di visioni poetiche. Ammiro, inoltre, in queste forme la sintesi e il fren dell’arte, come Dante definì, il significante.

Quale spazio occupa l’amore nella tua poetica? 

Enorme. Non solo e tanto l’amore sentimentale quanto l’amore per l’individuo, per la mia terra, per la vita, per me stessa. L’amore è il motore che mette in circolo le energie vitali e propositive, la creatività. 

Quali sono i poeti che rileggi più volentieri? 

Sicuramente, i lirici greci, i poeti greci più recenti come Kavafis, Ritsos, Seféris, i poeti italiani Leopardi, Montale, Ungaretti, Penna, Rosselli, Anedda per citare i più frequentati.

Lavinia Capogna*

Due poesie di Grazia Procino:

Minimo dettaglio

Ti tengo stretto

nel luogo protetto

della mia anima.

Lì nessuno incede;

l’abisso avanza

lascia bave di buio.

Lì mi siedo 

come lumaca schiumo.

Mi faccio piacere

questo mondo scandito

da giorni slanciati

verso utopie incantate.

Eppure io so che

tutto è provvisorio

tutto si rompe

all’incrinarsi del vetro.

Quello che resta

Mi chiedete, quello che resta.

Davvero, non lo so.

Forse la tana dei vermi 

nel terreno grasso e umido.

Le vite dei santi e le stanze dei detenuti.

I giorni mai uguali l’uno all’altro

i minuti di sofferenza sempre uguali.

Le contusioni violacee, e il tempo

dopo le bufere. Tu che mi chiami

e mi dici:

<<Come stai?>>

Le voci querule di chi simula

stati di malessere. Il dolore

di ognuno infisso nelle pupille.

Tu che ammetti di stare sbagliando

a indovinare la vita

Grazia Procino, nata a Gioia del Colle, laureata in Lettere Classiche con 110 e lode e una tesi in Letteratura latina con il professor Paolo Fedeli; è docente presso il Liceo Classico di Gioia del Colle. Scrive per il settimanale “La voce del paese” e ha collaborato con il blog letterario collettivo “Diario di pensieri persi”. Dal 2017 ad oggi ha pubblicato haiku, cinque sillogi poetiche che hanno riportato diversi premi e una raccolta di racconti.

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Vita, amori e opere di Victor Hugo, di Lavinia Capogna – parte 2 di 2

Se hai perso la prima parte dell’articolo la trovi qui:

SECONDA PARTE

Nei lunghi anni dell’esilio Victor Hugo continuò a scrivere “I Miserabili”, la sua opera più grande, che sarebbe stata pubblicata nel 1862.

Egli stesso raccontò come nacque l’idea: una sera d’inverno, di quelle in cui Parigi si copre di neve, egli vide una prostituta (erano riconoscibili perché dovevano indossare una striscia di tessuto colorato appuntato sul vestito) che venne aggredita da un bellimbusto in abito da sera: egli le mise della neve gelata nella schiena, delle guardie presenti ridacchiarono, lei insultò il borghese e venne arrestata. Hugo li seguì fino al commissariato. Spiegò al commissario come erano andate le cose per farla scagionare. Il commissario, sarcastico verso quel bizzarro e distinto signore, gli chiese il suo nome. Quando sentì che era Victor Hugo impallidì. Immediatamente fece scarcerare la donna. Victor Hugo riportò l’episodio nel romanzo attribuendo a ciò la causa della tubercolosi di Fanette, ragazza povera costretta in una Parigi indifferente se non crudele ad esercitare la prostituzione per non morire di fame. 

“I Miserabili” è uno dei capolavori della letteratura mondiale come i testi di Omero, Saffo, Shakespeare, Cervantes. Uno splendido affresco di Parigi e del suo popolo incentrato su un personaggio qualsiasi, Jean Valjean, un ex galeotto redento perseguitato da un odioso poliziotto, Javert. In mezzo scorre la storia di Francia: Waterloo, la Restaurazione, le barricate e personaggi indimenticabili come Fanette, sua figlia Cosette, Marius, il gran Borghese, il piccolo Gavroche. 

La traversata delle fogne di Parigi lascia senza parole i lettori. 

E l’epilogo di Javert (che vede il suo modo di guardare la vita ribaltato) è semplicemente geniale.

La produzione letteraria di Hugo è vastissima. Se si volesse parlare a fondo della sua opera si dovrebbe scrivere un saggio di due o trecento pagine. Egli scrisse nove romanzi, varie raccolte di intense e delicate poesie, opere teatrali, scritti politici, memorie, diari di viaggio, articoli, testi storici e una grande quantità di lettere. 

Il momento in cui si entra nel suo mondo si fa fatica a staccarsi dal libro, come dicevamo precedentemente, i suoi libri non sono belli solo per le trame ma per come sono scritti: il suo stile è travolgente, la sua forza è come un oceano, gli si perdona qualche (rara) riga di troppo, si trovano sagge intuizioni che butta là con nonchalance e non manca una bonaria ironia. 

Uno dei suoi elementi di forza è la sincerità. Victor Hugo denuncia le ingiustizie ma non assume la posa del moralista, dice schiettamente come stanno le cose e i lettori sanno che è sincero. Così come un bravo operaio che compie coscienziosamente il suo lavoro. 

Quando parla dell’amore risveglia, nei più sensibili, delicate emozioni provate nella giovinezza; quando parla della morte, senza indugiare in descrizioni, ci sgomenta. 

Non si deve poi dimenticare che Victor Hugo nasce come poeta prima che come romanziere e ciò si avverte. Anche la sua vasta esperienza teatrale ebbe un riflesso sui suoi romanzi. 

Il tema principale che attraversa tutta l’opera di Victor Hugo è quella di un personaggio reietto per la società che invece è migliore degli altri umanamente: così sono Jean Valjean, Marius, Quasimodo, Gillet e Gwynplaine, il bello deturpato da una banda di delinquenti in “L’uomo che ride”, il ricco diventato povero. 

Persino il pessimo Lanternac alla fine di “Novantatré” compie d’istinto una doverosa ed umana azione. 

Nei temi e nella passione sociale Victor Hugo assomiglia al suo grande contemporaneo britannico, Charles Dickens, anche se poi naturalmente il loro mondo e i loro stili letterari sono completamente differenti (nota 2). 

Entrambi si batterono per i diritti d’autore che allora non esistevano. I romanzi erano quasi sempre pubblicati sui giornali, capitolo dopo capitolo, se avevano successo venivano poi editi in un solo volume. 

(Spesso gli autori si impegnavano prima di scrivere il libro: Émile Zola firmò un contratto in cui garantiva di scrivere venti romanzi in vent’anni e ci riuscì, Silvio Pellico non guadagnò pressoché nulla da “Le mie prigioni” che fu poi un best seller, Dostoevskij fu obbligato, per fare prima, a dettare a una segretaria “Il giocatore” che si era impegnato a scrivere in poche settimane, cosa che ebbe però un esito imprevisto: in seguito lei divenne sua moglie).

Victor Hugo guadagnò molto vendendo “I Miserabili” a un editore ma l’editore divenne ancora più ricco. 

“L’ultimo giorno di un condannato” pubblicato anonimo nel 1829, scritto da Victor Hugo, è un bellissimo libro contro la pena di morte (che sarà abolita in Francia solamente nel… 1981! ).

Sembra esserci qualche similitudine con “La morte di Ivan Il’ič” di Lev Tolstoj, splendido racconto che sarà pubblicato nel 1886: due uomini si trovano davanti alla morte. Nel racconto di Tolstoj un ricco giudice pietroburghese a causa di un banale incidente domestico, nel romanzo di Hugo un condannato a morte di cui non sappiamo né il nome, né il reato che ha commesso. 

Il collegamento è che entrambi non hanno via di scampo. Come reagiranno? Gli illustri medici non possono salvare il giudice russo e i giudici che hanno condannato il francese hanno preso una decisione ineluttabile conforme alla legge scritta da altri uomini (“Si sono mai per caso soffermati sull’idea straziante che nell’uomo che sopprimono c’è un’intelligenza, un’intelligenza che contava sulla vita, un’anima che non è affatto predisposta a morire? No.”). 

Entrambi si trovano faccia a faccia con la loro interiorità: “Il mio corpo è rinchiuso in una cella, la mia mente imprigionata in un’idea” – scrive Hugo. 

Lo stile del libro di Hugo è conciso, sobrio, essenziale e proprio per questo ottiene il massimo risultato. 

Il lettore è solo insieme all’anonimo condannato difronte all’iniquità e all’assurdità del mondo che qui, nel testo del cristiano Hugo, anticipa quasi sfumature filosofiche alla Albert Camus. 

Altrettanto forte ma meno conosciuto in Italia è “Claude Gueux”, romanzo breve del 1834, ispirato ad un storia vera. Gueux in francese vuol dire mendicante. Lo stile è simile al romanzo precedente. Narra di un serio operaio che convive con la sua ragazza e hanno un bambino. A causa della povertà e della fame, Claude compie un furto. Arrestato viene condannato. Il direttore del carcere è uno stolto che abusa del suo potere.

Claude fa amicizia con un ragazzo, Albin, che gli cede sempre metà del suo misero pasto. Senza alcun motivo il direttore li separa. Alle reiterate richieste di Claude sul perché egli rifiuta di dare una spiegazione e infine Claude lo uccide e poi tenta un goffo suicidio (sembra un fratello del Raskòl’nikov di “Delitto e castigo” di Dostoevskij che sarà pubblicato trent’anni dopo):

“Novembre, dicembre, gennaio e febbraio trascorsero tra cure e preparativi; medici e giudici si affaccendavano intorno a Claude; gli uni curavano le sue ferite, gli altri preparavano il suo patibolo” scrive Hugo. 

Claude viene condannato alla ghigliottina. Lo scrittore non intende certo giustificare il crimine ma, nella seconda parte, condanna i politici, che lasciano “il popolo nella fame e nel freddo”, i giudici e il sistema carcerario (“riformate il vostro sistema penale, rifate i vostri codici, rifate le vostre prigioni, rifate i vostri giudici”), la pena di morte, la mancanza dell’educazione scolastica e chiede di diffondere il Vangelo. Il libro è un atto di accusa verso la società del tempo. 

Il popolo è il grande protagonista dei suoi libri e il popolo ricambiò l’affetto di Victor Hugo. Molti di loro quasi analfabeti leggevano esclusivamente i suoi libri e ai suoi funerali parteciparono, si dice, due milioni di persone, non solo tutta Parigi ma tantissimi venuti da fuori.

I personaggi femminili di Victor Hugo sembrano idealizzati, Cosette, Esmeralda, Déruchette, sono delicate, allegre, fiduciose, semplici, innocenti. Potrebbero però anche rappresentare un genere di ragazze ottocentesche reali.

Il tenero amore di Cosette e Marius occupa una parte importante de “I Miserabili”. Un caso a parte è Éponine, l’introversa ragazza del popolo, che muore sulle barricate travestita da ragazzo e segretamente innamorata di Marius. 

Dea di “L’uomo che ride” più che una ragazza è una creatura celestiale, un elfo, bellissima ed eterea cieca che si esibisce nel Green – Box, carrozzone di saltimbanchi ambulanti. 

Lady Josiana nello stesso romanzo rappresenta invece la tentazione e la lussuria – è l’equivalente femminile di Claude Frollo – ma anche la stravaganza e la noia. 

I cattivi di Hugo sono diabolici ma mai scontati: il machiavellico Clubet che si maschera da probo così come il servile Barkilphedro che in realtà detesta Lady Josiana, l’invadente poliziotto Javert, lo stalker ante litteram Claude Frollo e l’esilarante coppia dei Thénardier (varrebbe la pena di leggere “I Miserabili” solo per Thénardier!) sono senza riscatto. 

“I lavoratori del mare” (che si potrebbe anche tradurre “La fatica del mare”) scritto in esilio nel 1866, a 64 anni, è ambientato invece nell’isola di Guernsey ad inizio 1800. Nel XX secolo è stata inserita come apertura del romanzo una suggestiva descrizione dell’isola che però rallenta la storia vera e propria (secondo me, si sarebbe dovuta metterla alla fine). Il protagonista, Gillet, è un ragazzo solitario, di buoni sentimenti ma guardato con diffidenza dai normanni che abitano l’sola di sua maestà la regina Vittoria. Egli compie un’impresa epica che costituisce il nucleo del romanzo. La compie del tutto disinteressatamente solo per amore di una ragazza soave, Déruchette. 

È un romanzo bello, potente, pieno di atmosfera sul tema del sacrificio molto interessante anche a livello antropologico. 

Nel 1869 Hugo pubblicò “L’uomo che ride” in cui riprendeva certe atmosfere di “Notre – Dame di Parigi”. Il libro si ambienta in Inghilterra nel 1690 e poi nel 1705.

È un libro bello e particolare (nella parte in cui Gwynplaine, saltimbanco, dice la verità ai Lord e in quella in cui medita il suicidio, diventa un capolavoro), alterna parti drammatiche ad altre ironiche o commoventi. Hugo si destreggia magistralmente e riesce a non farle risultare stridenti fra di loro, cosa non semplice. 

Narrare la trama sarebbe impossibile. 

Nella prima parte, bellissima, spira una palpabile angoscia: il bambino abbandonato che vaga sulla scogliera notturna sotto la neve, incontrando prima un impiccato, poi una donna deceduta e una neonata viva che egli soccorre e prende con sé, il suo vano bussare alle porte (tutti temono la peste scoppiata a Londra) è sconvolgente. Sarà Ursus, filosofo vagabondo, alchimista, che vende intrugli per guarire malattie, suonatore di flauto e viola da gamba, ex segretario di un Lord, che ha addomesticato un lupo bianco ad accoglierli, brontolando per celare la commozione. 

Una bottiglia contenente un segreto viene gettata da una nave in tempesta. 

Hugo scrive: “Le avventure dell’abisso non hanno limiti, in nessun senso; in esse tutto è possibile, anche salvarsi. L’uscita è invisibile, ma si può trovare”. 

“Novantatré” è l’ultimo dei nove romanzi dello scrittore pubblicato nel 1874, quando aveva 72 anni. È uno splendido romanzo ambientato nell’anno 1793, anno fondamentale nella Rivoluzione Francese e parla della guerra civile in Vandea e del Terrore. Si impara di più sulla rivoluzione leggendo questo romanzo che cento saggi storici. Hugo mette in scena anche il sanguigno Danton, l’esaltato Marat e il raffinato Robespierre tormentato da tic. 

Sarebbe impossibile ripercorrere la trama che è piena di eventi anche imprevedibili e con tre personaggi principali completamente opposti: il Marchese di Lanternac, che guida i monarchici, Gauvain, giovane comandante monarchico e Cimourdain, ex prete diventato rivoluzionario giacobino. 

Nel 1853 la famiglia Hugo ospitò a Jersey varie persone tra cui la scrittrice e medium, Delphine de Girardin. Inizialmente lo scrittore fu scettico ma poi decise di provare le sedute spiritiche, che lei gli aveva proposto, che sarebbero avvenute con un tavolo con vari partecipanti. 

I contenuti delle comunicazioni (che egli trascrisse fedelmente su un quaderno) lo convinsero della loro realtà. 

Nel 1857, Allan Kardec, che era un pedagogo e insegnante, seguace del famoso svizzero Pestalozzi, avrebbe pubblicato il volume “Il libro degli spiriti” che fu la prima opera della parapsicologia e che, tra parentesi, è un bellissimo libro. 

Victor Hugo ne divenne il più noto sostenitore. 

Eco di questa esperienza si ritrova in numerose sue poesie. Egli scrisse: “Tutto parla. E ora, uomo, sai perché

tutto parla? Ascolta attentamente. È perché i venti, le onde, le fiamme,

gli alberi, le canne, le rocce, tutto vive!

Tutto è pieno di anime”. 

Victor Hugo morì a 83 anni per problemi polmonari, il 22 maggio 1885. Nel suo testamento egli lasciò molti soldi ai poveri di Parigi e chiese di avere un funerale come loro – cosa che non venne rispettata. Egli riposa al Pantheon a Parigi, dove la Francia seppellisce coloro che le hanno dato lustro (ad oggi 75 uomini e solo 5 donne – cosa su cui lui non sarebbe stato d’accordo). 

Nella vita di madame Hugo c’è un episodio, infine, che deve essere ricordato: un giorno, durante l’esilio, 

ella prese la strada verso la villa dove abitava la sua grande e perpetua rivale, Juliette, che non aveva mai incontrato. 

Nessuno osò fermarla. 

Le due donne conversarono per ore, fecero amicizia e il giorno stesso Juliette si trasferì nella casa di lei e della famiglia Hugo. 

Ella aveva compreso quanto Juliette era stata ed era importante nella vita di suo marito. 

Bibliografia : 

Tutte le opere di Victor Hugo

Biografie in francese e inglese:

Sandrine Fillipetti Victor Hugo Éd.Gallimard (2011)

Alain Decaux Victor Hugo Éd. Perrin (2014)

Max Gallo Victor Hugo Éd. XO (2002)

Noel Gerson Victor Hugo: A Tumultuous Life – Lume Books Edition (2015)

Massimo D’Azeglio Ricordi della mia vita (Zanichelli)  

Nota 2) “La vita avventurosa di Charles Dickens” di Lavinia Capogna, che si può trovare online. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.