25 gennaio 1882: nasce Virginia Woolf, di Lavinia Capogna

Nel 1915 una giovane scrittrice inglese esordiva nel mondo letterario con un romanzo “La crociera” (The Voyage Out). Aveva 33 anni e si chiamava Virginia Stephen. Sul libro appariva il suo nome da sposata, Virginia Woolf.

“La crociera” era un buon romanzo ma nessuno avrebbe potuto immaginare che Virginia (come la chiameremo da qui in poi) avrebbe, pochi anni dopo, rivoluzionato la letteratura inglese e mondiale.

Era piuttosto bella, con occhi tra il verde e il castano, capelli castani, alta (1,75), slanciata, pallida, esile, con uno sguardo gentile e perspicace.

Suo padre Sir Leslie Stephen era un noto studioso che da solo aveva redatto centinaia di voci della prestigiosa enciclopedia Oxford Dictionary of National Biography nonché saggi biografici e opere filosofiche. Si era sposato con la figlia del celebre scrittore Thackeray, l’autore di “La fiera delle vanità”, e avevano avuto una figlia disabile, Laura. 

La prima moglie morì giovane e tempo dopo Sir Leslie fece una proposta di matrimonio a Julia Prinsep Jackson. 

Anche lei era vedova, aveva perduto il marito da giovane e si era chiusa in un grande dolore. Aveva già tre figli. 

Era famosa per la sua bellezza e discendeva da un Chevalier L’Etang che a fine Settecento era stato amico di Maria Antonietta. 

Sua zia era stata una pioniera della fotografia, Julia Margaret Cameron.

Ebbero quattro figli di cui la terza fu Virginia. Julia si ritrovò così, tra suoi e gli altri, con otto figli da accudire. Si dedicava a numerose opere di bene, si prese anche cura di numerosi parenti ammalati ma soprattutto del marito, un uomo inquieto, con un viso interessante con una lunga barba, egocentrico ed eccessivamente preoccupato della situazione economica nonostante fosse agiato e che prese la discutibile decisione di far studiare fuori casa solo i figli maschi e diventare precettore delle figlie femmine. Il padre si innervosiva se lei e Vanessa non capivano subito gli esercizi di matematica e di greco. 

Virginia era vicina emotivamente alla sorella maggiore Vanessa, un legame che si sarebbe mantenuto per tutta la vita. Purtroppo entrambe furono vittime di molestie sessuali da parte dei due fratellastri di Virginia, in particolare George. 

Nel 1895, quando Virginia aveva 13 anni, sua madre morì a soli 49 anni. Fu l’evento più tragico della sua vita e l’inizio di un notevole disagio psicologico che l’avrebbe, tra alti e bassi, accompagnata tutta la vita (e a cui sarebbe disonesto dare un nome come invece molti hanno fatto). 

Durante l’adolescenza Virginia si innamorò del tutto platonicamente di due giovani donne, Madge Symonds e poi Violet Dickinson. Come avrebbe raccontato Quentin Bell, nipote della scrittrice, nella bella biografia che le avrebbe dedicato, quando Madge si recava a trovare la famiglia lei pensava: “Madge è qui” e sentiva il cuore battere a mille. Non esistono forse amori più forti di quelli dell’adolescenza. 

Nel 1904, dopo il decesso del padre, Virginia fece un primo tentativo di suicidio. 

A 30 anni, nel 1912, accettò la proposta di matrimonio che le aveva fatto un anno prima il trentaduenne Leonard Woolf. 

L’anno seguente tentò nuovamente il suicidio e fu a un passo dalla morte. 

Leonard Woolf rimane una figura controversa nonostante abbia scritto ben sei libri autobiografici e un romanzo ambientato in Sri Lanka (allora Ceylon). 

Magro, con occhi blu scuri, capelli neri era nato a Londra nel 1880 in una famiglia ebrea (ma era ateo) e aveva studiato all’università di Cambridge.

Conobbe Virginia casualmente quando lei si era recata un giorno a Cambridge. 

Rimase colpito dalla sua aria gentile e dal suo aspetto. Poi, nel 1904, era partito per Ceylon come funzionario dell’impero britannico, il più esteso del mondo. Sarebbe tornato solo nel 1911.

Nel frattempo lei aveva ricevuto alcune proposte di matrimonio che aveva rifiutato, eccetto una: quella dello scrittore gay Lytton Strachey. 

Il giorno dopo lui, assai imbarazzato, aveva ritirato la proposta.

Leonard Woolf, tornato a Londra, si era innamorato di Virginia. Avevano interessi in comune: entrambi facevano parte del gruppo letterario di Bloomsbury (dal nome di un quartiere di Londra) che ebbe un grande peso nella nascita della corrente letteraria del Modernismo. Erano giovani artisti che si riunivano a casa di Virginia e Vanessa sfidando i tabù della società britannica parlando di tutto a ruota libera e di cui faceva parte anche il futuro grande economista John Maynard Keynes. 

Entrambi avrebbero poi aderito ad una nota organizzazione socialista britannica, la Fabian Society svolgendo attività sociale, in certi periodi, per la working class. 

Leonard Woolf ebbe anche un’intensa attività di giornalista e politica anche se avrebbe voluto essere uno scrittore famoso. 

Sempre nel 1912 lui aveva scritto di sé a Virginia (esagerando?) che era “egoista, geloso, crudele, lussurioso, bugiardo e probabilmente anche peggio. Mi ero ripetuto più volte che non avrei mai sposato nessuno” e invece fece di tutto per sposarla. 

Aveva un tremito alle mani che lo tormentò per tutta la vita, nelle foto appare spesso cupo o distratto.

Lei voleva bene a Leonard e desiderava avere dei figli e sposarsi. 

Fu molto sincera con lui prima di accettare la proposta di matrimonio.

Nel 1912 gli scrisse: “Come ti ho detto un po’ brutalmente l’altro giorno, non provo attrazione fisica per te. Ci sono momenti, come quando mi hai baciata l’altro giorno, in cui non provo nulla, sono come una pietra eppure la tua premura nei miei confronti mi travolge. È così reale e così strana”. 

Si sposarono e sembra che rimase un matrimonio bianco ma molto importante a livello affettivo ed intellettuale.

Lui era il primo a leggere i romanzi della moglie quando erano ancora manoscritti. 

Fondarono insieme la piccola ma coraggiosa casa editrice Hogarth Press che pubblicò autori come il poeta Eliot, Forster, Katherine Mansfield, le opere di Sigmund Freud (che avrebbero poi incontrato nel 1939).

Tutti i libri di Virginia, eccetto i primi due, vennero pubblicati dalla loro casa editrice il che la liberò dalla tirannide degli editori. Vanessa disegnava delle bellissime copertine e i libri ebbero successo, furono presto tradotti in altre lingue. 

Nel 1937 si recò a trovarla a Londra una giovane donna belga che voleva tradurre “Le onde” in francese. Virginia le dette carta bianca. Era Marguerite Yourcenar.

Tornando a Leonard, egli si prese grande cura della moglie quando lei ebbe dei momenti molto difficili psicologicamente. Consultò vari medici, l’assisteva personalmente, assunse delle infermiere. Teneva un quaderno in cui scriveva in tamil e singalese (le lingue di Ceylon) come procedeva lo stato psichico e fisico di lei. 

Lei rimpianse sempre di non aver potuto avere figli e adorava i nipoti, figli di Vanessa. 

Molti dicono che Virginia non sarebbe potuta sopravvivere senza Leonard e senza la scrittura. 

Quentin Bell, nipote di Virginia, scrisse che sposare Leonard era stata la migliore decisione che lei avesse mai preso. 

Tuttavia nel 1998 venne pubblicato un saggio scritto da Irene Coates, una commediografa inglese nata nel 1925, che sosteneva che Virginia fosse stata invece manipolata, controllata, dominata dal marito per decenni e che infine si era sentita di troppo nella vita di lui. 

Il libro ha suscitato grandi polemiche in Inghilterra e ha avuto estimatori e detrattori. 

Pochi mesi dopo il suicidio di Virginia nel 1941 lui, 61 anni, per quanto disperato, si innamorò di un’altra donna, Trekkie Ritchie Parsons, pittrice, 39 anni (che aveva già conosciuto prima) con la quale ebbe una relazione che durò fino alla sua morte nel 1969 a 88 anni. 

Tra il 1922 e il 1931, cioè dai 40 ai 49 anni, fu il decennio più creativo di Virginia nel quale pubblicò romanzi come “La stanza di Jacob” (Jacob’s Room – 1922), “Mrs Dalloway” (1925), “Gita al faro” (To the Lighthouse – 1927), “Orlando” (Orlando: A Biography – 1928) e “Le Onde” (The Waves – 1931). 

“La stanza di Jacob” fu il primo romanzo in cui abbandonò uno stile classico per un altro in cui erano essenziali gli stati d’animo, le sensazioni, i pensieri, i dettagli più che la trama e le azioni.

Questo stile o modo, che Virginia stessa saggiamente non definì mai un “metodo”, in quanto era scaturito spontaneamente da lei dopo una lunga, estenuante ricerca, venne così denominato dallo psicologo e critico letterario William James, fratello del celebre scrittore anglo americano Henry James, che lo chiamò “stream of consciousness” (flusso di coscienza).

Anche Marcel Proust, “recluso” a causa dell’allora ingestibile asma nel suo appartamento parigino, aveva scoperto qualcosa di affine seppure diverso nel suo capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto”, edito tra l’inizio del Novecento e gli anni Venti, ed altrettanto il dublinese James Joyce in “Ulisse” (1922) dove non vi era una trama e una connessione logica tra le frasi. 

Kafka aveva invece descritto l’assurdità esistenziale. 

Detto per inciso, Virginia adorava l’opera di Proust ma non accettò l’Ulisse per la Hogarth Press in quanto non le era piaciuto. 

In “Le Onde” portò lo “stream of consciousness” alle estreme conseguenze: vi sono solo i pensieri dei personaggi. 

In “Mrs Dalloway” c’era invece il contrappunto, assai forte emotivamente, tra due personaggi completamente diversi che si muovono in una serena giornata di giugno londinese senza mai incontrarsi: la serena Clarissa Dalloway e il profondamente inquieto Septimius Warren Smith, traumatizzato dalla prima guerra mondiale. 

In “Gita al faro” ella rievocava invece la sua infanzia e i genitori in un’atmosfera evanescente. E anche se Virginia non aveva studiato musica il libro assomiglia ad un brano musicale: ogni personaggio contribuisce con il suo timbro particolare, i suoi stati d’animo, i suoi pensieri ad una sinfonia d’insieme: il tirannico signor Ramsey, la sacrificata e bellissima signora Ramsey, la maldestra pittrice Lilly e gli altri. 

Non si può non ammirare il fatto che mentre combatteva con una seria malattia Virginia riuscì a scrivere queste grandi opere letterarie  

Ella apprezzava ed era “gelosa” al tempo stesso soltanto del talento di Katherine Mansfield con la quale nacque un rapporto d’amicizia (2).

In quel tempo Virginia incominciò anche a guadagnare molto con i suoi libri. 

Prima aveva vissuto grazie ad una piccola eredità del padre ma ora poteva spendere liberamente anche se continuò a vivere in modo molto sobrio.

Nel 1922, a 40 anni, Virginia conobbe una scrittrice di successo, Vita Sackville – West. 

Vita, 30 anni, proveniva da una delle più aristocratiche famiglie inglesi (una sua discendente, anche se non diretta, sarebbe stata Lady Diana). La sua famiglia possedeva la tenuta di Knole, quasi 400 stanze, che Vita non poté ereditare in quanto la successione era solo per via maschile. 

Vita scriveva romanzi con titoli come “Seduttori in Ecuador”, “La signora scostumata”, “La Grande Mademoiselle”, romanzi assai gradevoli ma più che altro rappresentativi di un mondo. Amava viaggiare in Oriente, i cani – come ogni buon inglese che si rispetti – e coltivò e creò splendidi incroci di rose nel giardino del suo castello di Sissinghurst nel Kent. 

Era sposata con un noto diplomatico conservatore (che non avrebbe mai lasciato) e avevano due figli. 

Apparentemente sembravano due persone lontane. Virginia era riservata nel modo di vivere, Vita brillante e mondana. 

Nel 1925 la loro amicizia si trasformò in un amore di cui ci sono rimaste le lettere. 

Virginia seppe guardare oltre le apparenze della lady aristocratica e Vita colse la delicatezza di Virginia. 

Leonardo Woolf sostenne discretamente Virginia e altrettanto fece Vanessa. 

Sia Leonard sia Vita sapevano che non avrebbe mai lasciato Leonard. 

Quando l’amore finì nel 1929 (sembra a causa delle infedeltà di Vita) l’amicizia continuò. Per Vita, Virginia scrisse “Orlando”, la storia di un malinconico poeta inglese del 1500 che vive ancora nel 1700 in Persia, che da uomo diventa donna e che ha splendide parti come la descrizione del grande gelo di Londra. 

Le donò anche il manoscritto. 

Sulla forza vitale dell’amore compose poi un altro bel romanzo meno conosciuto, “Flush”, dove descrisse, dalla deliziosa prospettiva del fedele cocker spaniel Flush, il grande amore tra i poeti Elizabeth Barrett e Robert Browning. 

Nel 1928 Virginia tenne due conferenze di rilievo per studentesse all’università di Cambridge. Da qui nacque un saggio intitolato “Una stanza tutta per sé”. È un testo fondamentale nella storia delle donne e del femminismo perché individua alcuni elementi della loro oppressione e come superarli: l’indipendenza economica e un proprio spazio privato. Vent’anni dopo anche Simone de Beauvoir nel suo saggio “Il secondo sesso” avrebbe individuato nell’indipendenza economica il nucleo della liberazione femminile. 

“Una stanza tutta per sé” è molto bello oltre che per l’analisi sociale per come è scritto. 

Gli anni ’30 furono più difficili per Virginia. Alcuni suoi amici morirono e anche un nipote, Julian, figlio di Vanessa, che era andato volontario nella guerra di Spagna contro i franchisti. Fu lei a dare grande supporto emotivo alla sorella. 

Nel 1940/41 la guerra fu molto violenta in Inghilterra: Londra venne bombardata tutte le notti per due mesi e l’Inghilterra per otto. 

Anche l’ultima casa di Virginia, chiamata Monk’s House nell’East Sussex a circa un paio d’ore a sud di Londra (un cottage semplice e dagli interni bellissimi, oggi museo) venne bombardata ma non colpita. 

Fu un inverno freddissimo. 

Il cibo era assai scarso e la probabilità di un’invasione tedesca molto alta anche se poi, fortunatamente, non si verificò. 

Anche se i Woolf non lo sapevano erano nella lista (che è rimasta) degli inglesi famosi da arrestare ed eliminare da parte delle SS tedesche. 

Nel marzo del 1941 Virginia ebbe un forte crollo emotivo. Vide un medico ma il 28 marzo lasciò la sua casa di campagna dopo aver scritto una lettera per il marito e una per Vanessa. Sono lettere struggenti.

I giornali pubblicarono la notizia della sua scomparsa. 

Leonard rimase sconvolto e fu tra i sospettati dalla polizia. 

Tre mesi dopo dei ragazzi videro il suo corpo in un piccolo fiume chiamato Ouse. 

Grazie alle lettere si determinò che era stato un suicidio. Aveva 59 anni. 

Molti scrissero che Virginia Woolf era una donna affascinante con una bellissima voce, per niente presuntuosa ma che anzi tendeva a sottovalutarsi, qualcuno l’ha definita egocentrica come il padre, altri timida e spiritosa. 

Lei è sempre stata criticata dai reazionari per le sue idee politiche e la storia con Vita – una storia cristallina, alla luce del sole e per questo irritante per gli omofobi ma al tempo stesso è sempre stata molto amata dagli appassionati della buona letteratura e dalle donne perché lei aveva preso la parola per loro: “For most of history, anonymous was a woman”. 

……… 

Nota 1) Lavinia Capogna “Virginia Woolf e la forza rivoluzionaria dell’amore” in “Pagine Sparse – studi letterari” (2024)

Nota 2) Lavinia Capogna “Katherine Mansfield. Una neozelandese a Londra”, articolo su Il Randagio. 

Bibliografia:

Tutte le opere di Virginia Woolf

Quentin Bell Virginia Woolf (Garzanti 1996) e nella versione originale inglese (1972 e poi 2017). 

Hermione Hill Virginia Woolf. Biografia

Phyllis Rose Virginia Woolf. Biografia

Angelica Garnett Deceived with kindness

Quentin Bell Bloomsbury (1968)

Jane Dunn Virginia Woolf and Vanessa Bell. A Very Close Conspiracy. 

Leonard Woolf La mia vita con Virginia

Love Letters: Leonard Woolf and Trekkie Ritchie Parsons 

Irene Coates Who’s Afraid of Leonard Woolf? A Case for the Sanity of Virginia Woolf (1998)

Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf

Virginia Woolf – Vita Sackville-West

Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio. 

Alcuni romanzi di Vita Sackville – West

Nigel Nicolson Portrait Of A Marriage: Vita Sackville-West and Harold Nicolson

Nadia Fusini Posseggo la mia anima

Nadia Fusini Un anno con Virginia Woolf

Sara De Simone Nessuna come lei: Katherine Mansfield e Virginia Woolf: storia di un’amicizia. 

Nota: da qualche tempo circola spesso sui social una poesia attribuita a Virginia Woolf che non è sua. 

Vanessa Redgrave ha magistralmente interpretato in un film Mrs Dalloway e Nicole Kidman Virginia Woolf nel film “The Hours”. 

Patti Smith le ha dedicato una lettura pubblica. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Antonella Orefice per “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editrice) , di Lavinia Capogna

Eleonora de Fonseca Pimentel, un ritratto veritierorecensione e intervista di Lavinia Capogna

“Abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre. La libertà che noi abbiamo conquistato, l’abbiamo data a chi era schiavo e la lasciamo al mondo in eredità affinché moltiplichi e alimenti le speranze che abbiamo generato” disse Georges Jacques Danton nel 1794 a Parigi nel suo discorso pronunciato nel severo Tribunale che, nella lotta furibonda tra le fazioni, lo aveva condannato a morte. 

La rivoluzione francese fu l’evento storico durato dieci anni (1789/1799) che cambiò la storia d’Europa e portò il mondo occidentale nella modernità. 

Era stata preceduta da un’altra rivoluzione e una guerra avvenuta nel lontano continente americano. 

Sulla Dichiarazione di Indipendenza del 1776, redatta da quegli inglesi americani che si erano ribellati alla monarchia di Londra, aveva avuto una notevole influenza, grazie ad un contatto epistolare con Benjamin Franklin, un giovane ed intelligente filosofo e legislatore partenopeo Gaetano Filangieri (nato a San Sebastiano al Vesuvio nel 1752), autore de “La Scienza della Legislazione”, un testo fondamentale del 1700. 

Nello stesso anno era nata a Roma Eleonora De Fonseca Pimentel. Entrambi avrebbero avuto un grande peso nella terza rivoluzione del secolo che sarebbe scoppiata a Napoli nel 1799 e che, si può dire con ragionevolezza, se non fosse durata solo cinque mesi avrebbe cambiato la storia del sud e dell’Italia intera. 

Filangieri la influenzò solo con il suo pensiero perché purtroppo era deceduto prima, appena trentacinquenne nel 1788 e Pimentel con la redazione dei 35 numeri de “Il Monitore Napoletano”, preziosa rivista in cui commentò gli eventi della rivoluzione con accorate e vibranti parole. 

Di Eleonora (come la chiameremo da qui in poi) si sono occupati nel tempo Benedetto Croce, vari cronisti, Maria Antonietta Macciocchi, partigiana, scrittrice, giornalista, cineasti e Enzo Striano, autore de “Il resto di niente”, un bel romanzo ma in cui la sua figura è più una creazione letteraria che un ritratto storico. 

Antonella Orefice, storica napoletana, autrice di varie opere, esperta del Settecento partenopeo (nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli), ha pubblicato nel 2019 un saggio intitolato: “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editore) anch’esso vincitore di alcuni premi letterari. 

È un testo importante perché finalmente riesce, attraverso una meticolosa e rigorosa ricerca storica, a restituirci Eleonora al di là del mito e delle licenze poetiche di alcuni predecessori. 

Ne esce un ritratto commovente, intenso ma mai retorico. Eleonora fu una persona poliedrica. Nata in una nobile famiglia portoghese nell’elegante via di Ripetta come abbiamo detto a Roma (dove una targa la ricorda) si era poi trasferita a Napoli, che divenne di fatto la sua città. C’è anche una targa a Napoli nella Piazza Mercato, all’ingresso della Chiesa del Carmine Maggiore, dove venne impiccata il 20 agosto 1799 a 47 anni.

Antonella Orefice ricostruisce con passione la storia e l’atmosfera della capitale del Regno delle Due Sicilie dandoci un quadro assai vivido e dettagliato di una città pittoresca piena di contrasti. Napoli era allora la città più importante e popolata d’Europa dopo Parigi. 

Era meta di viaggiatori illustri come Johann Wolfgang Goethe fuggito sotto falso nome da Weimar, appassionati d’arte, poeti, avventurieri. C’erano stridenti differenze sociali: dalla ultra lussuosa corte del re Ferdinando, chiamato “il re lazzarone” e della sua dispotica moglie, Maria Carolina (che aveva la stessa età di Eleonora) al potentissimo clero, dalla nascente “borghesia” fino al sottoproletariato, il popolo dei vicoli e dei bassi. 

La descrizione e la storia di Napoli risulta essenziale nel libro per comprendere le dinamiche della rivoluzione. 

C’era infatti a Napoli un gruppo di intellettuali Illuministi che vennero chiamati poi giacobini dalla reazione che si riunivano attorno a Domenico Cirillo, Mario Pagano, Vincenzo Cuoco ed altri, avvocati, studiosi, letterati, appassionati di scienza, alcuni religiosi e giovani di idee libertarie che provenivano da tutto il meridione. 

Orefice ricostruisce queste personalità facendo il ritratto di una gioventù emancipata e, a mio avviso, di maggior spessore morale dei capi rivoluzionari francesi. 

La madre di Eleonora aveva fatto impartire alla figlia un’educazione avanzata rispetto a quella delle altre ragazze della sua classe sociale che aveva sviluppato il suo talento naturale per la letteratura. La sua era una famiglia relativamente benestante: Eleonora poté studiare con dei precettori il latino, il francese e l’inglese (cosa assai rara allora). Divenne una poetessa ammirata, ebbe anche una corrispondenza epistolare con l’anziano Voltaire che le avrebbe dedicato un sonetto e con Metastasio, il grande autore di libretti d’opera e riformatore letterario. 

Venne quindi ammessa nella prestigiosa Arcadia, la nota accademia di artisti e poeti che usavano bizzarri pseudonimi e che era aperta anche alle donne; e, nello stesso periodo, fu accolta a corte e stimata dalla regina austriaca che la nominò sua bibliotecaria. 

Tuttavia la sua vita cambiò drasticamente quando venne a mancare la madre e venne combinato un matrimonio con un militare. Un pessimo marito, violento, prepotente, mendace. Eleonora perdette anche un figlio di pochi mesi, a cui avrebbe dedicato toccanti poesie, a causa del vaiolo che nel secolo aveva procurato gravissime epidemie. 

Orefice ci accompagna nel ritratto veritiero di questa donna che divenne una delle figure di spicco della rivoluzione e anche la prima giornalista italiana. Eleonora credeva nell’uguaglianza, nella libertà, nella giustizia sociale. Manterrà una fede cristiana interiore e non di apparenza. 

La Rivoluzione Napoletana del 1799 è considerata l’unico esempio di rivoluzione pre-socialista riuscita nel secolo in Italia. 

La cosa affascinante è che un gruppo relativamente piccolo di rivoluzionari riuscì a tener testa ad una potentissima monarchia. 

Sostenuta abbastanza ma non troppo dai francesi, riuscì ad approvare alcune riforme ma venne spietatamente repressa da un’armata di briganti e contadini capitanata da un potente vescovo, dall’ammiraglio Nelson, partner della bellissima Emma Lyon che aveva fatto innamorare non solo lui ma, sembra, anche la regina. La tragica repressione non riguarderà solo Napoli ma anche molti paesi del sud e del centro che avevano aderito ai moti. Orefice ci racconta le efferatezze di questa armata che ebbe la spudoratezza di chiamarsi della Santa Fede al servizio dei reali fuggiti in Sicilia e che distrusse il sogno umanitario di una generazione. Non riuscì però a distruggere i loro ideali. 

Il libro ha il grande pregio di essere scritto in modo scorrevole, avvincente, e quindi non è solo un’opera per gli addetti ai lavori ma risulta assai gradevole e comprensibile anche per quei lettori meno ferrati in storia. Fa anche parte di quella ricerca incominciata negli anni ’70 che riguarda le donne per troppo tempo assenti o escluse dai manuali. 

Chiediamo a Antonella Orefice di raccontarci qualcosa di questo lavoro:

Che cosa ti ha spinta a scrivere su Eleonora?  

Eleonora è entrata nella mia vita da quando ne scoprii il nome per la prima volta in un libro del liceo e da allora non l’ho più dimenticata. Sono quelle cose che appartengono ai misteri della vita e di cui col tempo ne divengono parte. Una volta acquisiti gli strumenti dello storico ho iniziato a fare ricerche su di lei, prima quelle bibliografiche poi quelle archivistiche. Col tempo mi è divenuta cara come un’antica persona di famiglia che mi veniva in soccorso soprattutto nei momenti difficili. Il suo esempio di donna mi ha dato la forza di superare tante avversità. Cercarla e scrivere per lei è divenuta una missione da compiere.

Quando Eleonora chiese la separazione dal marito portando però la sua vita privata in tribunale fece un’azione che, mi sembra, ha qualcosa da insegnare anche alle donne di oggi. Che cosa ne pensi? 

Fu un atto di forte coraggio, il prezzo della libertà. Allora il divorzio per una donna appariva un’azione vergognosa, ma lei riuscì a superare quei malevoli giudizi e le conseguenze con una fermezza di spirito che le era propria. È un atto di coraggio che tutte le donne sopraffatte dagli uomini dovrebbero emulare per rompere le catene e non finire vittime di uomini violenti. La forza non è una prerogativa maschile. Il mondo è pieno di uomini narcisisti che trascinano le donne in legami tossici. Cercano di sminuirle, indebolirle, disarmarle, e che di fronte all’abbandono reagiscono con violenza, fino ad ucciderle. Il più delle volte è l’autonomia economica che manca alle donne per riscattarsi, ma non è solo questo. Il continuo logorio fisico e mentale attecchisce nella mente e nell’anima delle vittime caratterialmente più deboli e recuperare l’autostima non è facile. Ma non è impossibile. La forza va cercata innanzitutto in se stesse e soprattutto al di fuori di certi contesti che non lasciano vedere vie d’uscita. Eleonora lo fece allora e cercò di offrire la sua riconquistata libertà a tutto un popolo. Ma allora i tempi non erano ancora pronti. Ora si. Ora si deve.

Anche se ci sono pochi elementi storici cosa pensi del rapporto umano tra Eleonora e la regina Maria Carolina che sembrano due personaggi opposti? 

Credo non ci sia mai stato un rapporto umano tra loro. Eleonora fu la sua bibliotecaria, sperò di vedere attuate delle riforme sociali, sperò tanto, ma invano perché la sua idea di libertà e democrazia richiedeva dei presupposti completamente diversi. Un monarca crede di essere un dio in terra e mai potrebbe accettare una sovranità popolare.

Nel 2011 hai fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui sei direttrice. Quali sono gli intenti della rivista? 

La finalità è essenzialmente quella di diffondere cultura, l’unica arma capace di rendere le persone libere.

Antonella Orefice, storica, nata a Napoli. Laureatasi in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, si occupa di ricerche storiche relative al 1700 e 1800 napoletano. Tali studi hanno ricevuto il premio per la ricerca storica con la pubblicazione del lavoro da parte dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, conferito per le opere “La Penna e la Spada” del 2009 ed “Il Pantheon dei Martiri del 1799” del 2012. Nel 2011 ha fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui è direttrice. Per i suoi studi nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli. Ha pubblicato molti studi ed articoli importanti che non possiamo citare tutti per ragioni di spazio ma tra i quali segnaliamo: Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799, Roma, Salerno Editrice, 2019; Le Austriache. Maria Antonietta e Maria Carolina, sorelle regine tra Napoli e Parigi, Roma, Salerno Editrice, 2022; Tra le mani del boia. Tre secoli di pena capitale a Napoli dai Vicerè ai Savoia (1536-1862), Napoli, Editoriale Scientifica, 2023; Le regole dell’Accademia degli Oziosi e il Fondo Libri proibiti dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», CXLIII, 2025. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Federico García Lorca, angelo andaluso, di Lavinia Capogna

Verso le cinque del pomeriggio di una giornata caldissima, il 17 agosto 1936, un ragazzino di 12 anni, Manuel, che abitava a Granada di fronte alla casa dei due fratelli dove Federico García Lorca si era rifugiato, fu l’ultimo a vedere il poeta. 

Due giorni dopo García Lorca, 38 anni, sarebbe stato fucilato da una squadraccia di franchisti, i fascisti spagnoli. 

Il poeta indossava una camicia bianca e una cravatta con il nodo allentato e pantaloni grigi scuri. 

García Lorca, il più grande poeta e commediografo spagnolo, che viene trascinato via da una banda di assassini è l’ultima immagine che abbiamo di lui. 

Era nato il 5 giugno 1898 in Andalusia a Fuente Vaqueros, una cittadina vicino Granada in una famiglia benestante e di idee liberali. Suo padre era un possidente terriero, un uomo equilibrato e riservato. Sua madre una maestra, più giovane del marito, una donna colta che proveniva da una famiglia povera e aveva avuto un’infanzia difficile. 

Una malattia infantile aveva lasciato nel piccolo Federico una lentezza nei movimenti e una gamba era un pochino più lunga di un’altra. Adulto aveva una camminata un po’ oscillante. In un verso su un amore non corrisposto scriverà: “(…) forse per il mio triste aspetto? Oh, la mia goffa camminata”. Nessun articolo italiano, che mi risulti, ha mai parlato della disabilità di García Lorca. 

Egli era bello, con occhi scuri intelligenti, vivaci, con i capelli neri, simpatico e amabile. 

“Era un lampo fisico, un’energia in moto perpetuo, un’allegria, uno splendore, una tenerezza assolutamente sovrumana. La sua persona era magica e apportava felicità” scrisse su di lui un altro grande poeta, il cileno Pablo Neruda, Premio Nobel, che dedicò anche all’amico scomparso un bellissimo poema così come avevano fatto Antonio Machado e Unamuno, altri celebri poeti spagnoli (nota 1).

“Oggi ho nel cuore un vago tremolio di stelle ma il mio sentiero si perde nell’anima della nebbia”. 

Questi versi sono l’incipit di una poesia tratta dalla prima raccolta poetica di García Lorca, Libros des poemas 1918 /1920, pubblicata a soli vent’anni.

Già solo leggendo questo libro ci si rende conto di essere di fronte ad un grande poeta seppure allora fosse solo un ragazzo. Già aveva un suo timbro inconfondibile che poi diventerà sempre più raffinato e caratteristico, un incantevole equilibrio tra musicalità del verso e significato in cui traspare una dolorosa e garbata malinconia, il rimpianto dell’infanzia, l’amore cercato ma fuggevole, l’influenza delle storie popolari, l’ironia, la sensualità, un forte senso del tragico, una grande forza emotiva espressa da vibranti immagini e colori. 

Fin dall’infanzia Federico García Lorca, bambino agiato, aveva sofferto per la condizione dei poveri, dei diseredati. Da ragazzo scriverà: “l’essere di Granada mi inclina alla comprensione solidale dei perseguitati: del gitano, del nero, dell’ebreo, del morisco (arabo) che tutti portiamo dentro di noi”, diventerà socialista e avrà un profondo affetto verso Gesù Cristo, sarà un cristiano piuttosto anticlericale in un paese ultra cattolico come la Spagna del Novecento. 

Da ragazzo prese lezioni di piano e di chitarra diventando un ottimo musicista. Per nostra fortuna, tra la musica e la poesia scelse la seconda ma la musica influenzò profondamente i suoi versi. 

La sua famiglia si trasferì a Granada, bellissima città moresca, e lui incominciò a scrivere versi, ad ascoltare, con poca voglia, le lezioni di giurisprudenza all’università, a frequentare alcuni ragazzi bohémien in un caffè centrale, a disegnare (altra sua grande passione), e a porsi domande sui suoi affetti: sappiamo che si infatuò di un paio di ragazze, entrambe bionde, eteree, pianiste come lui, ma incominciò anche ad essere consapevole del suo orientamento omosessuale. 

Il messaggio violento della società era (e in parte ancora è) che l’omosessualità sia qualcosa di sbagliato (e nei secoli ci sono state violente repressioni) quando invece è “una variante naturale del comportamento umano” (OMS Organizzazione Mondiale della Sanità 1990). Ci possono così volere anche anni per accettare il proprio orientamento. Nell’epoca in cui visse García Lorca era impossibile renderlo pubblico. 

Sappiamo che García Lorca venne bullizzato a scuola fin da adolescente, chiamato Federica, deriso. All’università aveva per amici Luis Buñuel, il futuro celebre regista che avrebbe poi ritratto in modo dissacrante la borghesia, il poeta Rafael Alberti, entrambi etero, e altri giovani con tendenze artistiche più o meno Surrealiste. Anche loro sapevano di Federico finché non giunse un talentuoso ed istrionico diciottenne che aveva capelli lunghi e basette (ma non ancora i baffi), indossava un teatrale mantello nero e si chiamava Salvador Dalì. 

Tra Federico e Dalì nacque una grande amicizia e anche qualcosa di sentimentale ma mentre García Lorca si innamorò di lui, Dalì risulta dalle lettere smanceroso ma non sembra molto sincero.

Più felice fu l’amore con Emilio Aladrén, uno scultore di qualche anno più giovane del poeta, a fine anni Venti. Aladrén era abbastanza bello, fine di aspetto, con qualcosa di esotico ma lasciò García Lorca per fidanzarsi e poi sposarsi con una donna inglese. Le fine di questa importante relazione provocò nel poeta una grande crisi. Nonostante i suoi modi amabili molti notarono una grande tristezza. 

Pochissimo altro si sa della vita sentimentale di García Lorca eccetto che nel 2010 il critico d’arte Juan Ramirez de Lucas, deceduto molto anziano, lasciò ad una sorella delle lettere che García Lorca gli aveva scritto e un poesia di cui nessuno era a conoscenza. 

Nel 1936 il poeta aveva pensato di fuggire in Messico con de Lucas anche per salvarlo dalla guerra civile. 

L’orientamento di García Lorca è stato a lungo negato in Spagna, anche dalla sua famiglia. Fu un tabù fino agli anni ’80 ed aveva anche avuto un gran peso nel suo assassinio (come vedremo). 

Nel 1927 García Lorca pubblicò “Canzoni”, nel ’28 “Romancero gitano”, nel ’31 “Canto jondo”. Vennero pubblicate postume le raccolte “Poeta a New York” e “Divano del Tamarit”.

“Romancero gitano” ebbe molto successo. García Lorca fece un lungo viaggio a New York dove frequentò alla Columbia University un corso di inglese, conobbe numerose persone e si trovò in un mondo completamente diverso dalla sua Andalusia. Nella raccolta “Poeta a New York” raccontò l’ansia di fronte a quel mondo che andava così veloce, i grattacieli che si stagliavano sul cielo grigio, le macchine. 

Il successo gli portò anche invidie e gelosie nell’ambiente letterario spagnolo. 

La sua lirica più celebre è probabilmente “Lamento per Ignacio Sánchez Mejías” (Llanto por Ignacio Sánchez Mejías), composta nel 1935: 

“Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco 

alle cinque della sera.

Il resto era morte e solo morte, alle cinque della sera (…)”.

Le commedie di García Lorca come “La casa di Bernarda Alba”, “Nozze di sangue”, “Yerma”, “Mariana Pineda”, solo per citare le più famose, sono capolavori di poesia e di drammaticità. Uno dei temi che l’attraversa è il desiderio di vivere, di respirare, di amare represso dalla violenza e dalle regole di una società arcaica contadina o di possidenti terrieri. 

La Sposa di “Nozze di sangue” non ama lo Sposo (così si chiamano i personaggi) con cui deve convolare a nozze ma il suo antico fidanzato Leonardo che viene da una famiglia maledetta. 

La Morte, che appare come la Mendicante vestita di verde (spesso nelle sue opere torna il colore verde), trama luttuosamente insieme alla Luna. 

Le cinque figlie della dispotica Bernarda Alba vivono anche loro represse, segregate in casa a cucire merletti ma un giovane parla segretamente con una di loro attraverso l’inferriata della finestra. 

Non so se sia mai stato evidenziato quanto García Lorca sia stato un commediografo femminista ante litteram con una particolare sensibilità verso le donne vittime del patriarcato. 

E le scenografie teatrali descritte, le stanze rosa o tutte bianche, i cesti di frutta, i suoni delle chitarre, i bambini che attraversano la scena, i contadini che si odono da lontano – che non hanno nulla di folcloristico, tra realtà e sogno, tra realismo e artificio sono la descrizione della sua terra. 

Nel 1932 incominciò la splendida avventura de “La Barraca”, con la quale lui e una compagnia di giovani pieni di entusiasmo portarono un teatro itinerante nei paesi e nelle cittadine. 

Il pubblico non era la borghesia o l’alta borghesia usuale dei teatri rinomati ma bensì persone, in gran parte illetterate, che non avevano mai visto recitare sulle assi di un palcoscenico e che facevano coloriti commenti alle rappresentazioni vivendo la finzione come fosse una realtà. 

García Lorca si occupò anche della regia. 

Fu una grande sperimentazione artistica, umana e sociale che durò tre anni. 

La Spagna attraversò enormi cambiamenti negli anni ’30. 

Alle elezioni del febbraio 1936 aveva vinto il Fronte Popolare (socialisti, comunisti e repubblicani). 

La sinistra sostenne grandi progressi nel paese come l’aumento delle scuole (su 28 milioni di abitanti quasi il 35% erano analfabeti), una sanità accessibile, la riforma agraria, la ridistribuzione delle terre ai contadini, la separazione tra stato e chiesa cattolica ecc. ecc. 

Il governo democraticamente eletto venne attaccato dal generale Francisco Franco che incominciò ad occupare il paese risalendo dal Marocco dove si trovava. 

La guerra scoppiò il 17 luglio 1936 e sarebbe durata fino al 1939. 

Franco era un feroce fascista che ebbe come alleati Hitler e Mussolini. 

Fu una guerra violentissima in cui ci fu la distruzione di Guernica (che avrebbe ispirato a Pablo Picasso il suo famoso quadro) da parte dell’aviazione tedesca e la battaglia dell’Ebro.

García Lorca appoggiava il legittimo governo democratico del Fronte Popolare come molti altri intellettuali e aveva firmato una petizione a suo favore. Oltre al grande poeta Antonio Machado parteciparono, in varie forme, a sostegno del Fronte Popolare stranieri ed intellettuali come Ernest Hemingway, Ludwig Renn, Klaus Mann, André Malraux, George Orwell, Simone Weil, Pablo Neruda. L’anziano poeta Miguel de Unamuno, nato nel 1864, che inizialmente aveva appoggiato Franco cambiò presto idea, venne arrestato e sarebbe deceduto alla fine del 1936.

Nell’estate del ’36 la situazione era diventata sempre più pericolosa per García Lorca. Si rifugiò in casa di due fratelli conservatori che ammiravano le sue opere. 

Una squadraccia di franchisti, su ordine militare, fece irruzione nella casa sequestrando il poeta. 

Si tentò di liberarlo ma il 19 agosto, senza che avesse commesso alcun reato, senza accuse e senza processo venne barbaramente picchiato, insultato e fucilato insieme ad altri oppositori del franchismo – come ha minuziosamente ricostruito, sulla base di documenti e testimonianze storiche, il saggista irlandese Ian Gibson che ha dedicato al poeta una bellissima biografia e altri saggi. 

In Italia si sono occupati di García Lorca prestigiosi spagnolisti come Vittorio Bodini e Gabriele Morelli. 

L’opposizione politica fu una delle ragioni ma non l’unica dell’omicidio di García Lorca. Egli era detestato in quanto gay. 

Ben presto la notizia dell’uccisione del poeta si sparse per il mondo. 

La falsa versione ufficiale fu che egli era deceduto in un non chiarito episodio bellico. 

La sua opera letteraria venne proibita in Spagna fino al 1953 quando venne pubblicata un’edizione censurata. 

E la sua memoria avversata fino al 1975 quando Franco morì. 

Oggi García Lorca è l’autore spagnolo più amato nel mondo insieme a Miguel Cervantes. 

…….. 

Nota 1) Lavinia Capogna da “Federico García Lorca, poeta” nel saggio “Pagine Sparse – Studi Letterari” 

Bibliografia:

Tutte le poesie e il teatro di García Lorca in varie edizioni Einaudi, Garzanti, Newton Compton

Ian Gibson Vida, passion y muerte de Federico García Lorca (edizione definitiva) 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Fëodor Dostoevskij: “Umiliati e offesi” (Feltrinelli), di Lavinia Capogna

Fëodor Dostoevskij (1821 – 1881) è, come si sa, uno dei grandi autori della letteratura russa del 1800 e mondiale. Ebbe una gioventù molto difficile, sua madre morì di tisi quando lui aveva solo 16 anni, suo padre, un medico militare e possidente terriero, venne ucciso, probabilmente da uno o più servitori l’anno seguente (tragedia che si ritrova trasfigurata nell’ultimo romanzo, “I fratelli Karamazov”). 

Dostoevskij, che era in collegio, quando lo seppe ebbe un attacco epilettico. Fu il primo della malattia che lo tormenterà per tutta la vita e che avrebbe descritto in quel meraviglioso personaggio che è il principe Myskin nel romanzo “L’idiota”, nello squilibrato Kirillov ne “I demoni” e nella traumatizzata Nelly di “Umiliati e offesi”. 

Ventenne, solo perché frequentava un circolo che si ispirava alle idee socialiste di Charles Fourier, venne condannato a morte . 

Il 29 dicembre 1849 lui (che aveva 28 anni) e gli altri furono bendati e con i fucili del plotone di esecuzione puntati addosso attendevano disperati che venisse dato l’ordine di far fuoco: allora arrivò la notizia che lo zar aveva concesso loro la grazia. Anche questa fu un’altra esperienza terrificante. 

Venne poi condannato a quattro anni di carcere che avrebbe descritto nello splendido “Memorie da una casa di morti” (1861).

Fu la letteratura che lo salvò: il pubblico amava le sue storie che parlavano di personaggi reali, spesso di povera gente come suona il titolo del suo primo romanzo, di sentimenti profondi, speranze sovente tradite, intrise di un sincero misticismo cristiano (specie nelle ultime opere), di violenze e di aspirazioni al bene, di pulsioni inconscie ben prima che fosse scoperto l’inconscio. 

La sua opera, annota Stefan Zweig, è composta di ben ventimila pagine.

Sembra che egli fosse affetto da una ludopatia, tema centrale del romanzo “Il giocatore” ma anche dalla necessità di guadagnare incessantemente del denaro perché aveva preso su di sé l’onere di mantenere i suoi numerosi ed esigenti parenti allargati oltre che la sua famiglia.

Si sposò due volte ed ebbe alcuni figli. La sua seconda moglie, Anna Grigor’evna Dostoevskaja, ha lasciato un prezioso libro di memorie intitolato “Dostoevskij, mio marito”. 

Egli dedicò gli ultimi vent’anni di vita alla stesura dei suoi grandi romanzi e ai viaggi all’estero, tra cui un lungo soggiorno in Italia. Morì pochi mesi prima di compiere 60 anni, nel 1881.

Dostoevskij descrisse i lati più oscuri ed insensati degli esseri umani (Raskolnikov in “Delitto e castigo”, Rogozin in “L’idiota”, Stravogin ne “I demoni” , Smerdjakov ne “I fratelli Karamazov”) ma anche quelli più puri (la delicata Sonia in “Delitto e castigo”, il principe Myskin, Aleksej Karamazov, il sognatore di “Le notti bianche”). 

“Umiliati e offesi” (in russo: Униженные и оскорблённые) pubblicato nel 1861, quando lo scrittore aveva 40 anni, è un bellissimo romanzo, meno noto in confronto agli altri. È il sesto dei suoi quattordici romanzi. 

Come in tutte le sue opere, fin dalle prime righe egli trasporta subito i lettori nel vivo della storia, senza alcun vano preambolo o prolissa descrizione, e in modo così convincente che immediatamente prendiamo a cuore le vicende di Vanja, il protagonista. 

Vanja è un giovane nobile d’animo, pieno di speranze nonostante un’incipiente malattia e grandi ristrettezze economiche. 

Ha composto un romanzo che ha attratto l’attenzione: un critico assai stimato lo ha recensito positivamente (nota 1) e sta tentando di scriverne un secondo. 

Vanja è un orfano cresciuto con due coniugi che lo avevano generosamente preso con loro: due fantastici personaggi che lo scrittore descrive accuratamente nell’arco della storia. 

Essi avevano già una figlia, Natascia, più giovane di lui di tre anni, del quale Vanja si innamora. Viene fatta tra di loro una vaga promessa di fidanzamento ma Natascia si innamora invece di Aloscia, il figlio del principe Valkovskij, tanto da andare a convivere con lui, fuggendo di casa e perdendo così i suoi genitori e la rispettabilità sociale. 

Se l’amore di Vanja per Natascia è tenero, sognante, quello di Natascia per l’immaturo e sventato Aloscia illustra invece la follia dell’amore, come perdita di razionalità, annullamento di sé, sacrificio. 

Se Jean Jacques Rousseau nel 1761 nel romanzo epistolare “Julie o la nuova Héloïse” aveva messo a contrasto l’amore passione (il bel Saint- Preux) e l’amore ragione (il noioso Wolmar), in “Umiliati e offesi” Dostoevskij narra invece l’amore che viene sublimato nella dedizione fraterna (Vanja), l’amour fou (Natascia), l’amore incoerente (Alioscia), l’amore platonico ed adolescenziale (Nelly), l’amore egoista ma sincero (Katja). 

Natascia è uno dei personaggi femminili più notevoli creati dallo scrittore: rinnegata dal padre, bella, innocente, sovente pensierosa, con le braccia conserte. Ella dice a Vanja, che è il suo grande amico fraterno: “In qualche modo bisognerà conquistare la nostra felicità futura con tanta sofferenza; acquistarla al prezzo di chissà quali nuovi tormenti. La sofferenza purifica ogni cosa… Oh, Vanja, quanto dolore c’è nella vita!”.  

Tuttavia in questo romanzo in cui l’amore ha un ruolo così determinante esso non è il tema dominante. Il tema dominante è la lotta etica tra il potere e il non potere, tra coloro che opprimono e gli oppressi (nota 2). 

Il potere trova qui un suo perfetto rappresentante nel principe Valkovskij, nei suoi inganni e in un torbido segreto del passato: cinico, sprezzante, manipolatore (illuminante la scena sulle scale al buio quando Vanja lo sente imprecare come “un vetturino”), avvenente, dotato di un’abile dialettica, egli si rivela in alcuni furtivi sguardi: “avrebbe forse voluto avere uno sguardo dolce e gentile, ma i raggi dei suoi occhi sembravano sdoppiarsi, e tra quelli dolci e gentili ne baluginavano altri, duri, diffidenti, indagatori, cattivi…” – scrive Dostoevskij. 

Servi del potere sono la terribile Boblova, il criminale pedofilo, e tutti gli aristocratici (eccetto Katja) – ricchi e poveri. 

Stanno in una zona più” grigia” il vecchio amico di Vanja alcolizzato e traffichino (che avrà un ruolo determinante nel romanzo) e l’anziano padre di Natascia. 

Il libro è una raffinata, avvincente, commovente (ma non retorica) opera psicologica a sfondo sociale in cui emerge una società variegata che è un bizzarro miscuglio tra occidente e oriente. 

Ha qualcosa in comune con certi romanzi francesi più impegnati (Dostoevskij aveva tradotto “Eugénie Grandet” di Balzac) e nel personaggio di Nelly vi è un chiaro riferimento (e non un plagio) a Charles Dickens anche nella scelta del nome (nota 3).

Scritto in modo semplice, diretto, senza una riga di troppo, con numerosi dialoghi e acute intuizioni ha un ritmo incalzante. A far da sfondo alle febbrili vicende dei personaggi, c’è la città di Pietroburgo ma non quella degli splendidi palazzi dorati o dei lungofiumi sulla Neva ma quella delle strade più dimenticate con case fatiscenti tra il fango e la pioggia. 

……….

Nota 1) La vicenda è autobiografica: dopo che Dostoevskij aveva pubblicato il suo primo libro ovvero “Povera gente” il noto critico Belinskij aveva bussato in piena notte alla sua porta e, abbracciandolo, lo aveva chiamato “il nuovo Gogol”. Gogol era considerato il padre della nuova prosa russa e Dostoevskij avrebbe detto “tutti noi siamo usciti dal cappotto di Gogol”. 

(“Il cappotto” è uno dei racconti più famosi di Gogol del 1844).

Nota 2) Nell’ampia postfazione dell’edizione Feltrinelli scritta da Serena Prina, ella, tra l’altro, ci segnala una cosa importante e cioè che gli aggettivi al plurale in russo non hanno maschile e femminile e quindi il titolo originale potrebbe anche essere “Umiliate e offese”. 

Ed effettivamente le persone ‘umiliate ed offese’ nel romanzo sono Natascia, la signora Smith, Nelly e la madre di Natascia (repressa nei suoi sentimenti materni): tutte donne. 

Nota 3) Nelly o Little Nelly è una bambina/adolescente tra i personaggi principali di “La bottega dell’antiquariato” (The Old Curiosity Shop) di Charles Dickens, pubblicato in Inghilterra nel 1841.

Una curiosità: Dostoevskij e Tolstoj, pur ammirandosi reciprocamente letterariamente e nonostante le loro mogli si conoscessero, non si incontrarono mai personalmente. 

Bibliografia:

Dostoevskij 

Umiliati ed offesi (Feltrinelli)

Anna Grigor’evna Dostoevskaja “Dostoevskij, mio marito” (Bompiani) 

George Steiner 

Tolstoj o Dostoevskij (Garzanti)

Stefan Zweig  

Dostoevskij (Castelvecchi)

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Antoine François Prévost: “Manon Lescaut” (BUR Classici, trad. Tomaso Monicelli), di Lavinia Capogna

Antoine François Prévost, ben più conosciuto con il nome di Abbé Prévost (l’abate Prévost 1697 – 1763) fu un religioso francese ma anche militare nonché versatile scrittore e traduttore che ebbe una vita assai movimentata.

Dai ritratti aveva un’aria simpatica con uno sguardo benevolmente vivace. 

A 34 anni, nel 1731, pubblicò il settimo ed ultimo volume di una sua vasta opera intitolata “Memorie e avventure di un uomo di qualità”. Questa opera era composta anche da un’appendice in cui narrava una singolare vicenda intitolata:

Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut” (Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut). 

E fu proprio questo romanzo, posto quasi per caso in fondo ad un altro (e conosciuto poi solo con il titolo di “Manon Lescaut“) a procurare grande fama al suo autore.

Il libro venne proibito in quanto audace e andò a ruba venduto sotto banco.

Il grande successo del romanzo dipese da vari fattori: un grande amore che non viene mai meno, la consapevolezza di che cosa sia la virtù (come si intendeva nel Settecento) ma la (umana) debolezza di un cuore innamorato, l’audacia di certe situazioni, un nobile protagonista, il Cavaliere Des Grieux, inizialmente ingenuo diciassettenne ed infine Manon, bellissima ragazza in cui coesistono ingenuità e sventatezza – e anche nel suo carattere sfaccettato risiede il suo inestinguibile fascino. 

Ma anche una Parigi vertiginosa piena di furfanti, vicini di casa molesti, domestici all’occasione ladri, rocamboleschi rapimenti, pistolettate, inganni e dove con una manciata di monete si poteva corrompere chiunque o quasi. 

Un libro libertino e bellissimo che non ha niente di morboso e nulla in comune con la letteratura erotica del 1700. La corrente filosofica dei libertini sosteneva il libero pensiero, una spigliatezza nella vita amorosa, contestava i dogmi della scienza e della religione anche se verso il finale si legge: “Manon non aveva mai avuto tendenze irreligiose, e io pure non ero mai stato di quei libertini sfrenati che si gloriano d’aggiungere alla depravazione dei costumi, l’empietà. L’amore e la giovinezza erano stati l’unica causa di tutte le nostre sregolatezze”. 

Montesquieu, filosofo e giurista, liquidò brutalmente il libro dicendo “Lui è un mascalzone e lei una p…”, dimostrando così di capire assai poco di romanzi e di psicologia. 

Per essere un romanzo del tempo infatti “Manon Lescaut” è assai accurato nella descrizione dei molteplici stati d’animo dei protagonisti. 

È anche un’opera di critica sociale: Des Grieux e Manon vorrebbero solo vivere insieme ma si scontrano con la società, severa di facciata, dissoluta nella sostanza. Anche se la borghesia ancora non esisteva lei è socialmente l’equivalente di una “piccola borghese” che convive con un nobile: non potranno mai sposarsi. 

Nell’Ancient Régime in cui solo le donne povere lavoravano e, in generale, non avevano alcun diritto, ella non trova altra soluzione per mantenere il suo dispendioso stile di vita che quello che l’ipocrita società classista stessa le suggerisce: avere dei protettori. 

Manon è un personaggio assai ben costruito: sempre sull’orlo di un precipizio, amante del lusso, dei gioielli (scrive Prévost: “Manon era una creatura di un carattere straordinario. Non c’era ragazza che avesse minor attaccamento di lei per il denaro, eppure non poteva sopportare un istante la preoccupazione che le venisse a mancare”) potrebbe anche sembrare in qualche riga un’astuta manipolatrice che manovra Des Grieux come un burattino ma poi il suo limpido sguardo e le sue lacrime dissipano questi dubbi. 

Ella predilige anche i teatri, frequentatissimi allora a Parigi come luoghi di ritrovo sociale e di edonismo piuttosto che di arte. 

Des Grieux è accecato dall’amore: adora Manon, detesta Manon, quasi la dimentica, poi torna ad adorarla, perdona i suoi tradimenti, abbandona per lei i seri studi, la promettente carriera ecclesiastica, diventa un baro bugiardo e simulatore. 

I veri delinquenti del libro sono il militare fratello di Manon, parassita dispendioso in casa dei due amanti, rissoso, violento, bestemmiatore, che suggerisce idee perverse a Des Grieux, i viscidi spasimanti di Manon, ricchissimi, attempati aristocratici e il rigido padre di Des Grieux che tiene più alle convenzioni sociali che al figlio. 

A far da contrappunto a Des Grieux c’è il fedele amico Tiberge, diventato prete, il quale, nonostante il primo lo abbia consapevolmente ingannato, non lo abbandona mai. 

La loro amicizia rende anche l’idea di quanto forte potesse essere allora l’amicizia maschile. Tiberge è come un fratello maggiore per Des Grieux. Ma la vita assennata che Tiberge propone non può essere accettata perché non contempla Manon.

Il tema dell’amore illecito, fuori dalle norme sociali, attraversa gran parte della letteratura: Didone suicida per amore nell’Eineide di Virgilio, il conflitto del Carme 85 di Gaio Valerio Catullo (“Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato”), Tristano e Isotta, Paolo e Francesca del V Canto dantesco, il povero Astolfo dell’Ariosto che deve andare addirittura sulla luna per ritrovare il senno perduto di Orlando, il vago sogno e la malinconia degli splendidi Sonetti del Petrarca scritti per l’irraggiungibile Laura, quello tra i giovani di due famiglie veronesi che si detestano, Romeo e Giulietta, di shakesperiana memoria, la delicata Silvia di Giacomo Leopardi e la “Bright Star” di John Keats ed infine il giovane Werther, prototipo di tutti gli amori non ricambiati – solo per citare qualche altra opera sull’amore tra le molte. 

Lo stile di “Manon Lescaut” è assai scorrevole, incalzante, pieno di colpi di scena, divertente, lirico in alcune frasi e riflessioni, commovente nel finale. 

La trama, si afferma, è vera e qualcuno ha voluto vederci un racconto autobiografico, almeno in parte. 

In Francia il libro è spesso usato come tema del baccalauréat, abbreviato nel gergo studentesco ‘le bac’, l’equivalente della nostra maturità. 

Venne apprezzato dal pubblico e dal marchese De Sade (“Quante calde lacrime si versano leggendo quest’opera deliziosa!”). Madame Roland, che si chiamava Manon di nome proprio, lo citò nel suo bellissimo “Memoriale” scritto in carcere nel 1793, si ritrova anche ne “Il rosso e il nero” capolavoro di Stendhal, piacque a Vittorio Alfieri, Dumas fils, Dostoevskij, Oscar Wilde, Giovanni Verga e un verso di una canzone del 1970 di Serge Gainsbourg, il più trasgressivo tra i cantautori d’oltralpe, dice: “Sarò pazzo ma ti amo, Manon”. 

L’abulia in cui cade Des Grieux, dopo che Manon lo ha tradito per la prima volta, è la descrizione di uno stato depressivo e l’amore stesso appare nel libro come una inguaribile malattia che conduce a non poche sventure per una fugace felicità. 

Il testo ha quindi un valore morale, come dichiara l’autore stesso nella premessa, anche se è palese che i due amanti ribelli gli stanno simpatici. 

………

Nota: il romanzo ha ispirato la celebre opera lirica omonima di Giacomo Puccini (1893) e un’altra di Jules Massenet (1884). 

E numerosi film tra i quali ricordiamo:

“Manon Lescaut” diretto da Carmine Gallone, interpretato da Alida Valli e Vittorio De Sica (1940);

“Manon” diretto dal re del film Noir francese Henri – Georges Clouzot e ambientato nel secondo dopoguerra (1949) ed infine un buon sceneggiato televisivo del 1978 diretto dal noto regista Jean Delannoy. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.