Che voce ha il mare? Forse quella attraente del canto delle mitologiche sirene o quella misteriosa e senza tempo capace di narrare di incontri e scambi, di amore e meraviglia, di sogni e sacrifici, di attrazioni e sparizioni. Maurizio de Giovanni reinterpreta a modo suo la favola poetica, dolce e “salata” “Maruzza Musumeci”di Andrea Camilleri e la dedica al maestro e ai giovani lettori che, accompagnati dalle illustrazioni di Mariolina Camilleri, si tufferanno in una storie di parole e di stelle, di acqua e di terra, in cui il sentimento dell’amore è perpetuo come le onde del mare.
Maurizio benvenuto su Il Randagio.
Che sfida è stata e che emozioni hai provato a narrare a modo tuo e per giovani lettori la favola di Andrea Camilleri?
E’ stata un’emozione enorme vedere il mio nome sulla copertina insieme al più grande narratore italiano degli ultimi cinquanta anni, è stata una cosa che vale più di un premio letterario. Non ho provato a ricalcare le orme di Andrea e del genio che è, ma ho soltanto provato a raccontare a modo mio e con il mio tono la sua favola.
Quanto ti senti un narratore randagio?
Penso di essere randagio come qualsiasi narratore. I narratori girano per la vita incontrando le storie e raccontano le storie belle che incrociano. Uno non decide di essere scrittore e poi cerca una storia; semplicemente incontra una storia e ha l’esigenza di narrare. E questo già di per sé è randagio.
Emigrazione, sogno, mito, crimine e amore ma anche tanto altro ne Il canto del mare. La Terra di Gnazio incontra il Mare di Maruzza. La conchiglia e l’ulivo si uniscono. Su tutto prevalgono la consapevolezza e la forza dl sentimento più bello del mondo?
La modalità della favola è sempre la semplificazione dei sentimenti, va alla radice e trova i sentimenti per quello che sono. Ogni scrittore dovrebbe misurarsi con la favola che è di per sé qualcosa che porta chi ascolta, bambini o adulti, a ritrovare sentimenti nella loro semplicità e immediatezza. Mi piace moltissimo giocare su questo, sull’amore, sulla paura, sui sentimenti più basilari. Credo che la favola sia il modo giusto per raccontare i sentimenti e specificamente l’amore.
Ti sei interfacciato con l’illustratrice o è stato un lavoro autonomo?
Mariolina Camilleri è una meravigliosa illustratrice. Alcune tavole mi erano state sottoposte prima per farmi vedere il tratto, per farmi capire che tipo di storia avrebbe raccontato lei, in sottofondo e collateralmente a quella che avrei raccontato io. Poi le ho dato il testo e lei sulla base del testo ha scritto una straordinaria storia per immagini che secondo me nobilita il testo. Sono molto felice di avere lavorato con lei.
Il personaggio di Nonnamà, narratrice senza età né tempo incanta i bambini che si riuniscono a casa sua per ascoltare le storie.
Che valore e che importanza ha la narrazione oggi?
Io credo che la narrazione in questa epoca di immagini non sia stata mai così importante. La narrazione per parole lascia lavorare l’immaginazione e questo accade sia nella narrazione orale che in quella scritta. Abbiamo bisogno di immaginare, di non essere soltanto passivi nella ricezione di quello che vediamo. Abbiamo bisogno di elaborare perché soltanto elaborando ci facciamo una nostra idea e posizione. Quindi l’immaginazione è fondamentale e lo è naturalmente la scrittura.
Un libro randagio che consigli ai nostri lettori?
Vorrei consigliare Un paese felice di Carmine Abate straordinario narratore calabrese di lingua arbëreshë (lingua parlata dalle popolazioni di origine greco-albanese stanziatesi nel Sud Italia) ma scrive meravigliosamente in italiano. Lui vive in trentino ma rimane affondato nelle sue radici e nella sua terra . Consiglio volentieri ai lettori della rivista Il Randagio questo bellissimo romanzo.
È una voce autentica, vibrante, quella che si ascolta leggendo le Lettere di una vita di Irène Némirovsky, di recente pubblicate da Adelphi a cura di Olivier Philipponnat, nella traduzione di Laura Frausin Guarino, che con il suo lavoro ha contribuito alla particolare affezione dei lettori italiani per la scrittrice. Non ci sarebbe potuto essere un titolo più appropriato per questo libro che porta una nuova luce su alcuni momenti cruciali dell’esistenza di Némirovsky.
La scrittrice nasce a Kiev nel 1903 in una ricca famiglia di origini ebraiche. Ogni anno va con i genitori in Costa Azzurra, sulla costa basca o a Vichy, dove si sottopone alle cure termali per via dell’asma. Ed è proprio da Vichy che la futura scrittrice invia la prima cartolina di cui abbiamo testimonianza, un breve messaggio a una conoscente. In seguito alla Rivoluzione, la famiglia fugge in Finlandia e poi, nel 1919, arriva Parigi. Némirovsky si iscrive alla Sorbona, dove studia letteratura russa e letterature comparate e stringe amicizia con René e Madeleine Avot, figli di un industriale del Pas-de-Calais, che sarà poi modello per la famiglia Hardelot nei Doni della vita. A Madeleine, la giovane Irène racconta la scoperta della libertà. Segue le lezioni all’università, «sgobba», va a teatro, frequenta locali chic: «ho ballato senza fermarmi – avevo sette cavalieri solo per me – fino alle due e mezza. Dopodiché, non c’è stato verso di trovare un taxi, così ho dovuto camminare fino a casa, e come mi facevano male i piedi!!!». Sono gli années folles, di cui ci viene offerto un racconto quanto mai fresco e sorprendente: «vivo un po’ da svitata e me ne vergogno». La pioggia e qualche inquietudine la intristiscono di tanto in tanto, ma lei non perde il suo piglio: «Mercoledì sono rimasta a letto tutto il giorno in preda alla più nera malinconia. La ragione? Non ne ho la minima idea. Pene di cuore o indigestione di gamberi, chissà…».
Nel febbraio del 1925, rivela all’amica la sua cotta per Michel Epstein, che sposerà l’anno dopo. Negli anni successivi si lancia nella scrittura. Nel 1929 pubblica il romanzo David Golder, che la porta immediatamente sotto i riflettori. Negli anni a venire, Némirovsky scrive circa un romanzo all’anno, ricevendo sempre una buona attenzione dalla stampa dell’epoca. Nella corrispondenza di questo periodo si rivolge spesso ai critici, in alcuni casi per mandar loro un biglietto riconoscente, in altri per rispondere, con interesse e umiltà, alle osservazioni che le vengono rivolte.
Gli ultimi anni Trenta vedono l’emergere delle inquietudini e la scelta del battesimo. Némirovsky conserva il suo sarcasmo e quando l’influenza la costringe a rinviare l’appuntamento con il vescovo, annota: «La Chiesa cattolica non ha fatto un bell’acquisto con me!». Le lettere degli anni Quaranti raccontano il precipitare della situazione. La scrittrice si rivolge a Julie Dumot, un tempo segretaria di suo padre, affinché in caso di arresto si occupi delle figlie. Le indirizza una lettera-testamento per indicarle in quale ordine svendere i beni, una volta che i soldi saranno finiti: le pellicce e le stoffe sgraffignate a sua madre, l’argenteria, i gioielli, infine, «in caso di assoluta necessità […] il manoscritto di un romanzo che forse non avrò il tempo di finire e che si intitola Tempesta in giugno». È il bene più prezioso, l’ultimo di cui disfarsi.
Irène Némirovsky è arrestata il 13 luglio 1942. Il 16 luglio invia un ultimo biglietto al marito e alle figlie: «Che Dio ci aiuti». Le lettere dell’ultimo periodo sono quelle più toccanti e forse anche le più note, quelle più spesso riprese dalla critica. Eppure, sarebbe un’ulteriore beffa della storia se permettessimo alla tragedia di offuscare la vitalità della scrittrice, la spontaneità della giovinezza, l’ironia costante, la sete di libertà che questa corrispondenza, nel suo insieme, ci trasmette con vigore.
Teresa Manuela Lussone
Teresa Manuela Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014). Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier.
“A volte è necessario incresparsi come il mare e diventare tumultuosi come il cielo per evitare l’indifferenza e seminare poesia”.
Con “Fate i tuoni” (Rizzoli) Michele D’Ignazio torna in libreria e racconta la storia corale di un paesino della Calabria affacciato sul mare che farà incontrare i due giovani protagonisti Murad e Zaira. Col suo stile unico e il suo giocare con le parole l’autore ci invita a scatenare tempesta, a farci sentire e ad allargare le braccia per accogliere come fa il mare quando si lascia raggiungere dai piccoli di tartaruga Caretta Caretta che in questa storia sono un esempio da seguire e un patrimonio da proteggere.
Michele benvenuto su Il Randagio. La prima domanda ti calza a pennello: quanto ti senti un autore randagio?
Tanto. Oltre che scrivere mi piace molto viaggiare. Ho un passato un po’ fricchettone, di viaggi fatti con amici, spendendo poco o quasi nulla. Sono stati un grande insegnamento per me, una palestra di vita, un’inesauribile fonte di ispirazione. Adoro i cani e ogni volta che vedo un randagio ammiro la loro libertà e il loro vivere alla giornata.
La storia di “Fate i tuoni” comincia da un frammento di barca?
Esatto. È un dono che mi hanno fatto alcuni anni fa e io lo considero un amuleto, per due motivi: innanzitutto, osservandolo e toccandolo, è come se mi facesse vedere ciò che è successo su quella barca, come se fossi stato lì, durante il lungo viaggio sul mar Mediterraneo e nei momenti concitati dello sbarco. In secondo luogo, perché mi ha tenuto ancorato a questa storia: a volte me ne allontanavo, seguendo tanti altri progetti, ma quel piccolo frammento di barca mi ricordava che dovevo scrivere questo libro.
La storia del romanzo rimanda a una celebre frase di Carlo Levi a te cara “Il futuro ha un cuore antico”. Il passato deve servire per costruire bene il futuro?
Io volevo raccontare una storia bella, così come è stata l’accoglienza degli abitanti di Badolato quando, nel lontano 1997, avevano ospitato nelle case del paese vecchio tantissime persone sbarcate con la nave Ararat. Davanti a ciò che è successo a Cutro rimane un senso di amarezza e rabbia, perché non tutti, purtroppo, hanno avuto il destino felice di Murad, uno dei due protagonisti di “Fate i tuoni”. Non tutti, su quella barca, sono riusciti a raggiungere la costa.
In questi ultimi anni, si sono fatti dei passi indietro e la mia speranza, e uno dei motivi per cui ho scritto il libro, è che si possa tornare a quello spirito solidale e a quella genuinità che hanno ispirato “Fate i tuoni”, rispecchiandosi nelle persone che vivono d’amore, in Calabria, e non solo qui, e che tutti i giorni, lontani dai riflettori, fanno sì che il mondo sia un posto bello e accogliente, un posto dove i bambini possano sorridere e giocare.
La tua è una storia di terra e di mare?
Sì, c’è un continuo scambio tra il mare e la terra. Vengono lanciate in mare 302 bottiglie con dentro un messaggio e dopo pochi giorni sbarcano 302 persone. Con la schiusa delle uova, 92 piccole tartarughe raggiungono il mare e, dopo pochi attimi, 92 persone raggiungono la costa. Tutto è collegato. Tutto, a suo modo, comunica. Accoglie e restituisce. In un mondo che va troppo di fretta e sembra essere unidirezionale, a volte ce ne dimentichiamo.
Prologo, diviso in tre parti e con Epilogo, il romanzo può considerarsi anche a finale aperto, in progress?
Io amo i finali aperti. Questo in realtà, rispetto ad altri miei libri, lo considero abbastanza compiuto. In ogni caso, non so ancora se ci sarà una continuazione. Non lo sapevo quando ho pubblicato “Storia di una matita”, che poi ha avuto due seguiti. Così come non lo sapevo quando è uscito “Il secondo lavoro di Babbo Natale”, anch’esso poi diventato trilogia. Vedremo…
Sei anche un grande lettore, quali sono i libri che ti hanno segnato e ai quali non rinunceresti mai? Ce ne sono tantissimi. Forse uno di quelli che mi ha segnato di più è “Martin Eden” di Jack London. Racconta la vita di Martin Eden, un passato da marinaio, senza aver frequentato mai una scuola, che un giorno legge per caso un libro di poesie. E gli piace, gli piace tanto. E si mette a scrivere. Scrive cose belle, ma vengono rifiutate da ogni editore. Scrive ancora e manda agli editori e viene sempre rifiutato, per lo più perché fuori dagli ambienti letterari. Accumula rifiuti e viene respinto anche dalla ragazza di cui è innamorato. È una vita di rifiuti. Il mondo, tutto il mondo che ha intorno, gli sembra sbagliato, ipocrita. Però la cosa incredibile è che Martin Eden anziché demoralizzarsi, acquista forza da questi rifiuti, sembra che tutte le sfortune gli diano sempre più forza. Si fa in quattro, in otto, lavora come un matto di giorno e scrive senza pause di notte. È stupefacente! Quando lo lessi, intorno ai 24 anni, mi immedesimai totalmente in quel personaggio, vissuto 100 anni prima di me, in California. E ne trassi forza! Mi insegnò il coraggio, a volte l’ostinazione. E la grande fiducia nelle proprie capacità. Infine, per concludere, va detto che ha un finale sconvolgente. Un libro da leggere ancora oggi, soprattutto oggi, in un’epoca in cui spesso si cercano (e vengono esaltate) facili scorciatoie.
A quale dei personaggi che racconti senti di somigliare di più? Direi a Nik, un’artista che mette la sua arte a disposizione della comunità e che crede in un mondo migliore.
“Fate i tuoni” ha tante parole conchiglia, ne regali una ai lettori de Il randagio? Le parole-conchiglia sono quelle parole che, a poggiarci l’orecchio, scopri che contiene in sé il suono dolce di un’altra parola. Vi regalo “abbandono”: dentro accoglie la parola “dono”. Quasi una contraddizione! Chi può pensare all’abbandono come a un dono? Eppure il paese vecchio che descrivo nella storia, ormai abbandonato, può essere donato. In qualche modo, può diventare un regalo. Ma per chi?
Le Madri della Sapienza di Eduardo Savarese, Wojtek edizioni, proposto allo Strega 2024 da Riccardo Cavallero, è stato spesso definito un romanzo distopico. Eppure appare evidente già dalle prime pagine che qualsiasi vestito risulta imperfetto. Troppo corto, troppo stretto, troppo alla moda o troppo largo, questo accade perché il romanzo di Savarese che ha la forma di vero romanzo tradizionale otto-novecentesco, in particolare ricorda per alcuni versi la produzione russa, è un’opera trasformista, che attinge a una moltitudine di registri diversi ma sapientemente armonizzati. Visionario, surreale, imprevedibile, racconta una storia-mondo, attraverso un ricchissimo sottobosco di personaggi e trame. Un inno sacro e provocatorio alla potenza dell’amore non come sentimento ma come forza trasformativa, come silenzioso sacrifico, nel senso più classico della parola: Sacer Facio, fare sacro, rendere sacro.
Abstract romanzo: Il primo ministro Anselmo Riccardi ha l’ossessione di rifondare la famiglia tradizionale. Dietro di lui, dentro di lui, agisce Ulrica Neumond, maga e fondatrice della Casa Europea dei Nuovi Ariani. Il loro famelico disegno di conquista si abbatte sul monastero delle Madri della Sapienza, ordine laico fondato da tre maturi omosessuali: Luciano (Cinzia), Giorgio (Olimpia) e Fernando (Gridonia). Le Madri non sono sole: al loro fianco si schierano Licia, undicenne e mistica figlia del premier, e Barbara, moglie combattiva che, da alleata, si trasforma in antagonista di Anselmo. Aleggia su di loro Fosco Nunziante, intellettuale morto da tempo, come l’ombra del demonio sul destino dei vivi. Dramma wagneriano, racconto esoterico e commedia fantastica, Le Madri della Sapienza oppone, alla paura indotta da un potere politico magico-autoritario, un neo-monachesimo libertario e umanista, antidoto allo sradicamento della vita interiore.
Nell’introduzione all’ intervista ho parlato di vestito, ma l’obiettivo di rintracciare una categoria di appartenenza per il tuo romanzo, malgrado lo sforzo, è stato vano. Non sono riuscita a trovare un abito appropriato. E allora ho deciso di procedere per sottrazione. È solo spogliandolo che il lettore può osservarlo, trovandosi davanti a una complessa stratificazione. La forma romanzo si colorisce di tante sfumature, si forma, trasformandosi continuamente. Perciò sarebbe interessante raccontarci quando è stato concepito Le Madri della Sapienza e qual è stata la sua gestazione.
Questa tua considerazione, così appropriata, circa la natura sfuggente delle Madri a una categorizzazione mi fa molto piacere. I mezzi di costruzione del racconto, in questo romanzo, sono, all’apparenza, molto classici. E d’altra parte, nella mia formazione e nella mia ‘pratica’ artistica, ricerco, nell’articolare il pensiero, nello scegliere le parole, nel comporre le figure e le scene, quel che generalmente diciamo il ‘classico’. In altri termini, tutto qui sembra molto convenzionale (nel senso letterale di aderenza a certe convenzioni consolidate del romanzo), però poi il punto di arrivo spiazza (o i vari punti di arrivo, parziali e finali). Posso dire questo: la gestazione nasce da un input molto chiaro dato a me stesso. Sentiti libero di osare, di complicare, di immaginare rispettando profondamente la dignità del tuo immaginario. Sentiti libero di divertirti. Non preoccuparti di esaudire un’aspettativa esterna al tuo processo creativo.
Ci sono alcune categorie che attraversano tutto il romanzo. Una di queste è il potere. Il potere che distrugge e crea assuefazione, illusione, menzogne. Il potere per il potere ricorda per alcuni versi il Macbeth. Quanto la coppia Anselmo-Barbara è ispirata alla tragedia shakespeariana?
Moltissimo, ed in modo evidente, anche mediante riferimenti espressi, variazioni su citazioni quasi letterali (anche dalla versione operistica di Macbeth, quella di Verdi). Il potere è uno dei pilastri del romanzo: ed il potere in coppia mi ha sempre solleticato la fantasia e la meditazione. Per cui Anselmo e Barbara non potevano non avere quel referente.
Chiaramente l’autore di questo romanzo è un nuovo Eduardo, o meglio un Eduardo più completo, forse anche più vero, che mette in luce per la prima volta nella scrittura ogni sua sfaccettatura. Memoria emotiva, memoria intellettiva e realtà quotidiana si fondono e si confondono, ma sono sempre raccontate attraverso la lente dell’ironia, un’ironia garbata che rende ogni provocazione delicata. Che cosa consente questa chiave di scrittura ironica e oserei anche autoironica?
Che bella domanda… l’ironia (e soprattutto l’autoironia, anche del narratore circa i processi narrativi attuati: vedi la citazione schizofrenica che oscilla da Borges ad Angela da Foligno) nasce dallo sguardo compassionevole sul mondo. Lo sguardo che, da tempo, mi interessa di più è quello. Lo sguardo che può lenire la crescente violenza del mondo.
Realtà inquiete, sante, maghe e visioni profetiche, la sensazione spesso è di trovarsi catapultati in un’opera lirica, dove l’irrazionale e il fantastico sono dimensioni che conferiscono potenza alla realtà, ancora più del realismo puro. Quanto ha influito l’amore per l’Opera nella tua scrittura?
Enormemente. Ma me ne sono accorto in una fase avanzata della prima stesura (le stesure sono state tre, in tre anni). E me ne sono accorto precisamente nel punto in cui decidevo di superare l’autocensura sull’irruzione della presenza fantastica nel monastero delle Madri. Il teatro lirico ha rilasciato il salvacondotto all’espressione del mio immaginario, in termini di possibilità del racconto… poi ci sono le incursioni più decifrabili (il nome verdiano della maga Ulrica, o la presenza, in un sogno, delle fanciulle fiore wagneriane…).
Le Madri della sapienza insegnano senza essere didascaliche. Con la riscoperta del monachesimo ci ricordano l’importanza della dimensione comunitaria, che oggi è sempre più infranta e dimenticata. Quanto è importante recuperare questa dimensione?
Mi pare sia vitale. Disintegrati a questo modo possiamo solo continuare a disintegrarci fino all’estinzione nell’ignominia. La dimensione comunitaria, fondata su valori altamente spirituali, e su forme di disciplina condivise, oggi avrebbe molto da darci: certo, va reinventata, ma è una bellissima sfida del pensiero e dell’azione.
Parliamo di Amore, sembrerebbe una grande categoria universale e sentimentale, eppure nelle Madri della Sapienza l’amore è sapienza. Un ritorno all’ordine nel disordine quotidiano dove sembra sparita ogni bussola. Amare nella verità è un ritorno all’essenziale. Quanto e come risulta salvifico l’amore nel tuo romanzo?
L’amore è sempre stato al centro di tutto quello che ho scritto finora, anche nel saggio-racconto sul fine vita, Il tempo di morire. L’amore che dà salvezza, nelle Madri, deriva dalla combinazione tra verità e misericordia: è l’amore di Cristo. Io ho fame e sete di occasioni per parlarne con libertà, consapevolezza, passione e ironia. In questo romanzo ho provato a ritagliarmi una piccola, grande occasione.
Dimensione onirica, ironia, favola nera e surrealismo, solo alcuni ingredienti dell’alchimia delle Madri della Sapienza. Sul grande schermo immaginerei una regia di Terry Gilliam e tu?
Terrence Malick. Magari… E, forse ancor più: Alice Rorhwacher.
Con quale personaggio del tuo romanzo andresti all’Opera e a cena e quale Opera andresti a vedere?
Nessun dubbio: andrei con Ulrica Neumond e andremmo a vedere I maestri cantori di Norimberga di Wagner. Forse Ulrica però non cenerebbe, berrebbe soltanto, quello sì, ma in niente di meno che nel calice del Graal…
Daniela Marra
Eduardo Savarese (1979) vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato i romanzi “Non passare per il sangue” (2012) e “Le inutili vergogne” (2014) per e/o, “Le cose di prima” (2018, minimum fax) e il racconto “La camera di Ondino” (Tetra, 2022). È autore anche di ibridazioni tra saggio e narrativa, su temi etico-giuridici (“Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma”, e/o, 2015; “Il tempo di morire”, Wojtek, 2019), o intorno alla propria melomania (“È tardi!”, Wojtek, 2021). Scrive per «Il Riformista» e «L’Indice dei Libri del Mese».
Il tempo sembrava si fosse fermato. È stata la prima sensazione che ho avvertito varcando la soglia finalmente calma, serena, riconciliata con quel mondo, un mondo intero che passava attraverso quella scuola e il mio maestro.
Erano passati vent’anni dall’ultima volta che avevo visto la mia scuola di danza, vent’anni in cui avevo cambiato casa, vita, ambiente, mondo. Ero uscita da quella porta con gli occhi gonfi di lacrime, scendendo per le scale di corsa, appena in tempo per nascondere al maestro la mia disperazione; ero troppo orgogliosa a vent’anni, volevo apparire soddisfatta della mia scelta, dimostrare che rinunciare alla carriera artistica non mi pesava. Invece allora fu una rimozione: impiegai molto tempo ad elaborare il lutto e per qualche anno rifiutai di assistere a qualunque spettacolo di balletto fino a quando, dietro insistenza della mia amica Alessandra, che diversamente da me aveva continuato e che finalmente ballava per la prima volta da solista, andai al suo spettacolo e piansi per tutto il tempo.
A poco a poco ricominciai ad avvicinarmi al mondo della danza fino a quando non decisi di varcare nuovamente la soglia della mia vecchia scuola, luogo di gioia e di dolore, speranza e delusione, passione e rigore. Man mano che salivo le scale mi arrivavano sempre più chiare le note familiari del pianoforte. Dal ritmo riuscivo a distinguere il tipo di esercizio che si stava eseguendo in sala e quale corso stava prendendo lezione: era sicuramente rond des jambes, quarto corso. Dal cortile si sentiva già l’odore, o meglio, si sentivano tutti gli odori della scuola: l’umido delle tavole consumate dai tanti salti e pirouettes che provavamo all’infinito, quello un po’ polveroso della moquette che rivestiva il pavimento di spogliatoio, corridoio e sala d’aspetto (il maestro ci teneva così tanto a quella moquette fuori moda perchè i piedi delle ballerine non si dovevano raffreddare); gli effluvi di profumo delle ragazze che uscivano dopo la doccia soddisfatte delle loro fatiche quotidiane; il fumo lontano di qualche sporadica sigaretta di genitori annoiati che aspettavano nel cortile.
Varcata la soglia mi hanno assalito una miriade di immagini: foto attaccate al muro del maestro con varie stelle del balletto, foto di scena dei numerosi allievi che avevano fatto carriera, foto con dedica e lettere di ringraziamento di ballerini famosi. Un caleidoscopio di immagini che rimandava amore per la danza attraverso quei sorrisi sognanti e soddisfatti. Ho rallentato.
Rischiavo di nuovo di essere sopraffatta dalla commozione a quarant’anni, conuna nuova casa proprio lì vicino, una splendida bambina di quattro anni dotatissima per la danza e una bella carriera avviata, quella per cui avevo barattato la mia passione da ballerina. Ho deglutito facendomi forza; dovevo percorrere il corridoio e la sala d’attesa per giungere all’ufficio del maestro, diventatosettantenne, che da quella piccola stanza sentenziava sul destino di ognuna di noi. Mi arrivavano dallo spogliatoio le voci delle ragazze, alcune concitate e preoccupate, altre allegre e spensierate, e dalla sala i comandi della maestra, imponente sebbene piccola di statura, che si rivolgeva con esortazioni o rimproveri alle aspiranti ballerine, spesso alzando la voce, e con tono distaccato al pianista, chiedendogli di aumentare o diminuire la velocità del brano che stava eseguendo.
Finalmente sono giunta a destinazione. La porta era aperta, ma ho bussato leggermente, fermandomi sulla soglia. Il maestro ha sollevato lo sguardo dai bozzetti che stava commentando con la costumista, ha sgranato gli occhi sorridendomi, poi subito si è alzato per venirmi incontro. Ci siamo abbracciati senza una parola e abbiamo pianto insieme col cuore traboccante di emozione.
Serena Cirillo
Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie